Felicità dei lavoratori, Italia fanalino di coda

Si può misurare la felicità dei lavoratori? Ci ha provato un’azienda americana realizzando un indice e un quadrante della felicità. L’Italia ne esce con le ossa rotte

Quelli più felici sono i belgi e i norvegesi, nonostante due climi non particolarmente allettanti. Sotto questo punto di vista, va meglio ai costaricani, che occupano il terzo posto in classifica. Ma la top 10 dei paesi con i lavoratori più felici riserva qualche altra sorpresa. Per esempio, il fatto che vi compaiano Sud Africa (quinto) e Grecia (ottavo). O che perfino la Russia (decima) abbia scavalcato terre promesse come gli Stati Uniti, il Canada o paesi ruggenti come Singapore o Brasile.

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Il punto è che quello che si propone di misurare il Global Workforce Happiness Index sviluppato da Universum, una company tra i leader mondiali nelle consulenze aziendali, è quanto lavoratori con alle spalle già una certa fetta di carriera sono soddisfatti delle condizioni di lavoro in cui si trovano. O meglio, quanto le loro aspettative si sono realizzate nel posto di lavoro che hanno al momento. Una misura, quindi, che serve a indicare più che altro quanto è più o meno probabile che un dipendente di un livello medio-alto decida di cambiare azienda perché insoddisfatto di quello che ha.

Per realizzare questo indice, Universum ha intervistato oltre 250 mila lavoratori in 55 diversi mercati mondiali. Il fatto che siano lavoratori navigati e che prevalentemente fanno un lavoro d’intelletto fa sì che le loro decisioni siano tendenzialmente guidate da prospettive di carriera e non dalle fluttuazioni del mercato o dalle crisi. Questo spiega, almeno in parte, la presenza così in alto della Grecia.

Ma Universum ha creato anche un indicatore più raffinato che non la semplice classifica. Lo ha chiamato il quadrante della felicità e vi ha collocato i diversi paesi a seconda di come si collocano rispetto a quattro dimensioni: arenati (stranded), soddisfatti (fulfilled), cercatore (seeker) e irrequieto (restless). Da questo risultato emerge come, per esempio, i tre paesi sul podio si trovino nel quadrante in alto a destra.

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La posizione dell’Italia nel quadrante rispecchia i limiti di un mercato del lavoro bloccato e stagnante da diversi anni. Il nostro paese infatti è praticamente sopra l’asse verticale che separa i quadranti, in una posizione che è a metà strada tra cercatori e irrequieti. Come a dire, che si tratta di lavoratori che stanno attivamente cercando alternative e che non appena trovano condizioni migliori, lasciano l’azienda. Una situazione ben diversa dall’ideale di dipendente soddisfatto fedele all’azienda che sarebbe l’ideale: soddisfatto il lato lavoratore, nessun concreto pericolo di abbandono per il datore di lavoro. La consolazione è che siamo molto vicini agli Stati Uniti, ma a parte Irlanda, Polonia e pochi altri, i paesi che ci circondano sono economie nettamente meno forti della nostra, come Pakistan, Ucraina e Ghana.

Secondo Universum, il loro Global Workforce Index è un esempio di come i big data potrebbero aiutare le aziende anche nel settore delle risorse umane. Vale soprattutto per grandi aziende, con molti dipendenti, ma in generale mette in evidenza quali sono i punti deboli di un mercato e dove la dirigenza può intervenire per evitare di perdere una risorsa importante per l’attività economica che svolge.

[Da Wired.it]

Fao, più tecnologia alle donne per battere la fame

Il ruolo delle donne in agricoltura è centrale soprattutto in Africa. Una tecnologia sviluppa a Nairobi le aiuta a far produrre di più i campi e le libera dai lavori più umili 

Campo push-pull che può aiutare le donne
Campo push-pull che può aiutare le donne (Immagine cortesia Segenet Kelemu)

Secondo un rapporto della FAO del 2011, se le donne avessero a disposizione le stesse risorse e lo stesso accesso alla tecnologia che hanno gli uomini, il loro contributo sarebbe impressionante: un aumento tra il 20 e il 30% dei raccolti e la liberazione dalla fame di 100-150 milioni di persone. Specialmente in Africa, il continente dove le donne svolgono un ruolo determinante nell’agricoltura, spesso dovendo contemporaneamente badare ai bambini.

Una tecnologia, chiamata push-pull e sviluppata in un istituto di ricerca di Nairobi in Kenya, l’International Center for Insect Physiology and Ecology (ICIPE), le sta ora aiutando a dare quel contributo previsto dalle previsioni FAO. Ce lo ha raccontato in un colloquio a margine di un incontro organizzato dalla World Acadmy of SciencesTrieste Next la direttrice dell’ICIPE Segenet Kelemu. Sono oramai 110 mila gli agricoltori con cui lavoriamo e nel 60% dei casi sono donne”, racconta. Ma in che cosa consiste? “Quando pensiamo alle agrobiotech”, ci tiene a precisare, “pensiamo agli OGM o ad altre tecnologie complesse, ma è perché pensiamo a una definizione limitata della tecnologia”.

La tecnologia push-pull può sembrare una semplice ricetta su come organizzare i campi di mais per ottenere buoni raccolti, ma contemporaneamente aiuta a combattere gli insetti e a non impoverire troppo il terreno di acqua e nutrienti. Semplice, apparentemente lineare, eppure una tecnologia estremamente efficace.

“Tutto è cominciato una decina di anni fa, quando un ricercatore del nostro istituto si è accorto delle proprietà repellenti delle piante di desmodium, una pianta leguminosa”. Si è allora pensato di piantarla intervallata al mais, ottenendo così un allontanamento naturale degli insetti.

Nel corso di questi anni, la tecnologia push-pull si è in realtà raffinata. Oggi i campi di mais sono circondati da un’altra tipologia di piante, questa volta foraggere, che al contrario del desmodium producono sostanze che attirano gli insetti. In questo modo si favorisce il deposito delle uova altrove rispetto al mais. “Si usa la brachiaria”, spiega la Kelemu, “che inoltre produce una sostanza che impedisce naturalmente alle uova degli insetti di svilupparsi completamente e dare origine a nuovi insetti”.

Ma non è tutto, perché la tecnologia è stata abbondantemente studiata sul campo in questi anni, permettendo di scoprire che i vantaggi del push-pull non di fermano qua. “Abbiamo scoperto che il desmodium ha ottime proprietà azotofissatrici: fino a 160 chilogrammi per ettaro”, precisa Segenet Kelemu, permettendo così di ridurre sensibilmente la quantità di fertilizzanti necessari per sostenere la produzione. “E sappiamo che non dover far ricorso ai fertilizzanti chimici, per molti agricoltori africani, è un importante risparmio di risorse economiche”, spiega la Kelemu.

In più, il desmodium aiuta a mantenere l’umidità nei campi durante la stagione secca, aiutando a salvaguardare preziosissima acqua. L’ICIPE ora è impegnato nella produzione di manuali divulgativi per allargare il bacino di agricoltori che utilizzano questa innovazione oltre l’Etiopia (il paese natale della Kelemu), il Kenya e gli altri paesi dell’Africa Orientale.

Sul piano economico, questa tecnologia ha ricadute importantissime, “perché permette di redistribuire il lavoro nelle famiglie e di sollevare le donne dai compiti più umili e meno importanti“. Campi più produttivi, quindi, significano non solo la possibilità di avere maggiori risorse per contrastare la fame e i bisogni diretti della famiglia, ma anche la possibilità di entrare nel mercato dei generi alimentari, soprattutto per le donne.

In un continente africano che si sta trasformando così velocemente sotto il profilo economico, con fenomeni importanti come l’urbanizzazione e l’emergere della classe media, anche l’agricoltura sta iniziando a trasformarsi per soddisfare le nuove esigenze. “Le nuove classi medie, per esempio, consumano prodotti più raffinati, diversi dalla tradizione, e si tratta di un fenomeno che colpisce soprattutto nelle grandi aree urbane”. Una tecnologia semplice come il push-pull è quindi un’occasione per avvicinarsi a questa crescita economica anche per gli agricoltori con meno risorse, donne in testa.

Investi nel mattoncino… di Lego!

L’azienda dei mattoncini più famosi del mondo ha superato gli altri colossi mondiali dei giocattoli. Anche grazie ai tie-in su Jurassic World e in attesa di Star Wars

L’azienda dei mattoncini più famosi del mondo ha superato gli altri colossi mondiali dei giocattoli. Anche grazie ai tie-in su Jurassic World e in attesa di Star Wars

(Foto: Corbis Images)
(Foto: Corbis Images)

Il grafico parla chiaro: i mattoncini Lego sono un asset economico solido sul quale, potendo, non sarebbe una cattiva idea investire. Negli ultimi sette anni, la crescita delle entrate dell’azienda danese ha sbaragliato la concorrenza dei due colossi del settore giocattolo, Hasbro e Mattel.

La notizia di settembre 2015 è che le vendite della prima metà dell’anno sono salite di un ulteriore 18%, consolidando la supremazia del settore. Lego ha superato le vendite di Hasbro nel 2012 e quest’anno quelle di Mattel, riuscendo in un impresa non preventivabile, cioè quella di diventare un punto di riferimento vendendo fondamentalmente una cosa sola: i famosi mattoncini. (Ok, modulati in una varietà di salse, dai videogiochi ai parchi a tema, che forse non conosce eguali, ma sempre di mattoncini si tratta…)

Il segreto, secondo qualche analista, sta nella nuova strategia voluta nell’ultimo decennio da Jørgen Vig Knudstorp, il quarto presidente nella storia aziendale. Su cosa si è basata? Più mattoncini, più comprensione di come i bambini giochino davvero e un’attenta rimodulazione dei costi.

Di certo hanno aiutato il primo film, che ha rilanciato a livello di immagine il marchio, ma anche i tie-in con franchise di enorme successo commerciale. Stiamo parlando delle confezioni speciali dedicate a Jurassic World o delle serie dedicate allo Hobbit, che hanno avuto il merito di allargare la fascia di acquirenti anche verso adulti nerd che non esitano a spendere per collezionare. Senza dimenticare che spesso hanno, appunto, generato videogiochi abbinati agli stessi marchi, come nel caso della recente uscita ispirata dai dinosauri del cinema o al Signore degli Anelli.

Se il 2015 si sta dimostrando un anno decisamente positivo per la Lego. Se le vendite sono salite in questo modo con il tie-in di Jurassic World, cosa succederà con le nuove confezioni speciali dedicate a Star Wars? La collaborazione con Lucasfilm è iniziata nel 1999, ma c’è da scommettere che il nuovo film genererà un’hype ancora maggiore. Nel frattempo, complice il primo astronauta danese nello spazio, la Lego ha cominciato anche ad ambientarsi fuori dall’atmosfera terrestre…

[da Wired.it]

SeTTEX, l’app tutta italiana dà la tattica vincente ai Mister della pallavolo

L’ha sviluppata Moxoff e permette di prevedere in real time il comportamento del palleggiatore durante le partite di pallavolo

Staff nazionale Slovenia
Andrea Giani sulla panchina slovena (Crediti: Moxoff)

In uno sport estremamente tattico come la pallavolo, poter prevedere in modo affidabile il comportamento del palleggiatore avversario, colui che orchestra tutti gli attacchi, è cruciale per impostare la difesa e avere maggiori possibilità di gestire la palla per il contrattacco. Oggi c’è una nuova app per tablet sviluppata in Italia che può aiutare lo staff tecnico a conoscere al meglio le abitudini di gioco del palleggiatore avversario. Si chiama SeTTEX (Second Touch Tactical EXploration) e l’ha sviluppata Moxoff, azienda nata nel 2010 come spin off del Politecnico di Milano.

Esistono già diversi software per l’analisi statistica della pallavolo, ma SeTTEX promette di differenziarsi sensibilmente. Innanzitutto “ha un’interfaccia grafica e touch molto intuitiva”, spiega l’amministratore delegato Ottavio Crivaro, “cosa non scontata nel mondo degli applicativi per lo sport”. Ma soprattutto evita alla radice che ci sia una componente soggettiva dei dati che vengono inseriti. “L’utente deve solo inserire il punto dove la palla è stata ricevuta e dove viene effettuato il palleggio con due semplici tocchi sullo schema del campo sullo schermo del tablet”. A questo punto SeTTEX, con il suo algoritmo e facendo riferimento alle serie di dati storici di quel palleggiatore, è in grado di fare delle previsioni in real time su che tipo di attacco è più probabile. Moltiplicate tutto questo per una partita intera, e avrete a disposizione un potente assistente alla tattica.

SeTTEX Screenshot2

L’app è stata sviluppata nel corso dell’ultimo anno con la consulenza di Andrea Giani, ex gloria della pallavolo italiana e attuale allenatore della nazionale maschile slovena, e di altri allenatori di squadre di club italiane. Negli altri sistemi di raccolta dati per la pallavolo, questa semplice attività prevede una componente soggettiva, in cui lo scout valuta la qualità della ricezione. “Nel caso di SeTTEX, invece, si devono solo inserire i punti in cui la palla viene ricevuta e palleggiata”, spiega Crivaro, “aumentando l’affidabilità dei dati raccolti”.

SeTTEX2

SeTTEX permette anche di fare altro. C’è una funzione di virtual coach, in cui l’app suggerisce quali sono le contromisure migliori da adottare al presentarsi di una certa situazione. “È quello che allenatori e assistenti hanno sempre fatto: confrontare quello che succede in campo con quello che è successo in altre partite,” continua Crivaro. “SeTTEX permette di farlo superando i limiti della memoria umana, affidandosi a un database affidabile”.

Altra funzione è quella della simulazione predittiva, in cui si può caricare il database del palleggiatore che dobbiamo affrontare in una partita reale. SeTTEX è in grado di simulare la partita ricreare sullo schermo quelle che sono situazioni probabili nella realtà. Un po’ come succede con i videogame di simulazione manageriale nel calcio, ma con la possibilità di dare indicazioni concrete agli allenatori.

Alla Moxoff contano che con il diffondersi del suo uso si crei una vera e propria community di SeTTEX specialist che condivide i dati. “Potenzialmente potrebbe anche essere il semplice tifoso che immette i dati nell’app, aiutando in questo modo la squadra del cuore,” immagina Crivaro. “Al momento comunque abbiamo già database per tutti i palleggiatori della Seria A italiana”.

L’app entrerà in beta test durante il mese di agosto e dovrebbe atterrare sul Play Store da settembre (la versione iOS dovrebbe arrivare all’inizio del 2016), in tempo per i campionati europei che si svolgono tra Bulgaria e Italia.

[Da Wired.it]

Thailandia e Svizzera le economie più felici del 2015

Il Misery Score di Bloomberg misura la “tristezza” economica a partire da inflazione e disoccupazione. Se la passano bene Svizzera e Tailandia, male l’Italia che è solo 39esima

Il Misery Score di Bloomberg misura la “tristezza” economica a partire da inflazione e disoccupazione. Se la passano bene Svizzera e Tailandia, male l’Italia che è solo 39esima

[Da Wired.it]

(Foto: AP/LaPresse)
(Foto: AP/LaPresse)

Si può misurare la felicità di un’economia? Forse, ma di sicuro gli analisti di Bloomberg News hanno trovato un modo di calcolare la “tristezza”. Così potremmo tradurre in italiano il loro Misery Score, che assegna un punteggio a una cinquantina di paesi del mondo in base a fattori che deprimono la felicità degli abitanti. A cominciare da disoccupazione e inflazione.

Secondo Bloomberg, chi se le passa bene sono i tailandesi, in cima alla classifica del Misery Score, seguiti dagli svizzeri. La Thailandia ha un Misery Score basso, e quindi sta in alto nella classifica dei più felici, soprattutto in virtù del bassissimo tasso di disoccupazione: 0,6% il dato ufficiale alla fine del 2014. Senza che, finora, questo abbia inciso sull’inflazione, osservano a Bloomberg.

La Svizzera, invece, ha un basso Misery Score sia per un basso livello di disoccupazione, il 3,3%, sia per la previsione do una caduta dello 0,9% dei prezzi nel corso del 2015. Dalla sua c’è anche il quarto posto nella classifica dei PIL pro capite mondiali secondo il Fondo Monetario Internazionale.

L’Italia si trova nella parte bassa della classifica, al 39° posto, tra Brasile (38°) e Colombia (40°). Sicuramente incide la disoccupazione che continua a non calare, ma un ruolo ce l’ha anche la mancata crescita.

Nelle posizioni alte troviamo molti paesi asiatici (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Cina). Il primo europeo è la Danimarca (6°), con Norvegia e Regno Unito a chiudere la top 10.

Nonostante la grandezza relativa dell’economia a stelle e strisce, questo non basta a spingere gli Stati Uniti oltre l’ottava posizione. Ci sono ancora sacche di disoccupazione importanti, spiegano gli analisti, che sono compensati dalla grande espansione del PIL pro capite, che nel 2015 sarà il terzo al mondo.

Se state pensando di fare le valigie, chiudono quelli di Bloomberg, per quest’anno sapete dove andare e quali paesi evitare.

Matrimoni in età adolescenziale e il peso della gestione familiare (non retribuita) pesano sulle donne dei Paesi in via di sviluppo. Ma anche in Italia e in altri paesi avanzati, continuano a guadagnare meno

Da Wired.it:

(Foto: Getty Images)
(Foto: Getty Images)

“La discriminazione delle donne determina una costo in termini di sviluppo”. Comincia così il rapporto Social Institution & Gender Index (SIGI) dell’OCSE, una ricerca che dal 2009 cerca di fotografare il più fedelmente possibile dove questa discriminazione ha gli effetti più gravi e in che modo impedisca al paese che la perpetra di svilupparsi sotto il profilo economico, politico e sociale.

Giunta alla terza edizione, la ricerca ha evidenziato chiaramente l’esistenza di un correlazione tra “istituzioni sociali discriminanti e gender gap in educazione, impiego e altre aree”, dove le istituzioni sociali sono “tutte quelle leggi formali e informali, le regole e le pratiche sociali che restringono o escludono le donne limitandone l’accesso ai diritti, alla giustizia, alle risorse e alle opportunità di lavoro”. Attraverso cinque dimensioni principali che compongono un indice numerico unico per ogni paese lo studio SIGI misura quanto sia le istituzioni statali con le loro leggi e regole, quanto le abitudini, le regole non scritte, le consuetudini delle società mettano in atto una differenziazione sulla semplice base di appartenenza al genere femminile.

Le cinque dimensioni prese in considerazione, riassunte nella mappa interattiva con tutti i paesi coinvolti nello studio, prende in considerazione le regole familiari che discriminano le donne (per esempio escludendole dall’eredità), limitazioni al rispetto dell’integrità fisica, la preferenza ad avere figli maschi (“son bias”, che nella peggiore situazione – la soppressione volontaria delle figlie femmine – fa pendere la bilancia nazionale a favore dei maschi), la limitazione nell’accesso alle risorse e alla proprietà (in particolare al possesso della terra, elemento fondamentale per economie di paesi fortemente agricoli) e le restrizioni rispetto alle libertà civili. Ne emerge un quadro in cui la relazione tra sviluppo economico e discriminazione è in un rapporto inversamente proporzionale, mostrando ancora una volta come le economie e le società più deboli siano spesso quelle in cui si riscontrano i maggiori ostacoli alla parità tra uomo e donna.

Belgio: il paese meno discriminante

Tra i paesi in esame, quello più virtuoso è il Belgio, dove i diritti della donna all’interno della famiglia, nella società e di fronte alla legge sono garantiti e dove si riscontra il tasso più basso di limitazione di accesso alle risorse. In Belgio, come negli altri paesi OCSE (dove troviamo anche l’Italia), è però ancora alto il numero di donne che subiscono violenza: una su quattro.

Inoltre, la donne leader in politica e nella società sono ancora in numero inferiore rispetto agli uomini. Infine, la tendenza a far ricadere prevalentemente sulle donne la gestione domestica, con quello che viene identificato come lavoro domestico o familiare non retribuito, penalizza ancora la possibilità di carriera delle donne rispetto ai loro colleghi maschi.

Il lavoro domestico non retribuito: un peso per l’emancipazione

Secondo gli autori dell’analisi, la tendenza a far ricadere sulle donne il peso di tutto quel lavoro domestico e di cura familiare è uno dei punti chiave nella discriminazione contro le donne a livello mondiale. Nei paesi della fascia più bassa, infatti, si arriva a un rapporto in cui per ogni maschio che si assume questi compiti ci sono oltre sette donne. Ma anche nei paesi della fascia migliore, quelli più avanzati economicamente, questo rapporto è ancora di uno a oltre 2.

Il matrimonio precoce: un freno alla libertà

Il matrimonio contratto tra i 15 e i 19 anni, o addirittura prima, rappresenta il secondo indicatore chiave nella discriminazione nei confronti delle donne. Avere un figlio in quella fascia d’età esclude quasi sempre dall’educazione secondaria e superiore, limita fortemente le possibilità di accesso al mondo del lavoro (e quindi anche a un’indipendenza economica) e, non ultimo, è correlato a una situazione sociale e legislativa in cui alle donne, all’interno delle coppie sposate, non sono riservati gli stessi diritti (alla proprietà, al divorzio, alla gestione dei figli).

La buona notizia

Con la terza edizione dello studio SIGI si possono cominciare a intravvedere anche tendenza di medio periodo. In questo senso, una buona notizia generale arriva dalle istituzioni locali e nazionali, il cui ruolo ha mostrato efficacia in questi cinque anni di monitoraggio. Per esempio, il Marocco, uno dei paesi del Maghreb che non è stato direttamente interessato dalle primavere arabe del 2012, ha fatto passi avanti nel promuovere l’equità tra i generi e ha eliminato la discriminazione dalle proprie leggi. Rimane una situazione tutt’altro che ideale, dove per esempio l’accesso alla terra e alla proprietà è limitato per le donne e dove la violenza è ancora molto diffusa. Però è sicuramente un paese che ha mostrato l’efficacia di modifiche a livello istituzionale.

Tutt’altra aria si respira, almeno stando ai dati, in Egitto, uno dei paesi più avanzati economicamente tra quelli della fascia più bassa della classifica: preferenza per i figli maschi, un’accentuata violenza nei confronti delle donne, una fortissima limitazione nell’accesso alla proprietà e alla terra, diritti e libertà civili poco eque.

FantaRisiko 3: chi vince tra Usa, Cina e Russia

Via Wired.it:

(Foto: Flickr/CC - The U.S. Army)
(Foto: Flickr/CC – The U.S. Army)

Tra le fonti di dati che abbiamo utilizzato per lo scontro tra esercito USA e l’esercito degli ipotetici Stati Uniti d’Europa e per gli scontri nelle aree calde del pianeta, c’è anche Global FirePower. Come dice lo stesso disclaimer (“La forza è nei numeri”), il sito curato da Military Factory mette in fila una serie di numeri sulla forza militare di 106 paesi del mondo.

Prendendo in considerazione fattori economici e finanziari, oltre che la conta dei carrarmatini, delle navi e degli aeroplanini (sempre per rimanere nell’ambio del Risiko!), crea un indice (Power Index) sul quale si basa la classifica generale mondiale della forza militare. Il Power Index ideale è 0,0000 e nessun paese ce l’ha, ma più questo numero è basso e più l’esercito di quel paese ha un esercito forte.

La classifica è dominata dagli Stati Uniti, tallonati da Russia e Cina. A determinare questo risultato è sì la forza militare, ma a mettere in cima al podio gli Stati Uniti è sicuramente la capacità spesa e la performance economico-finanziaria (vedi più avanti). Al quarto posto (con distacco) l’India, uno dei paesi che abbiamo preso in considerazione negli scontri nelle aree calde (contro il vicino Pakistan, 15°). L’Ucraina è molto indietro (21°), mentre il Giappone chiude la top 10. Lì vicino ci sono anche Corea del Sud (9°) e Israele (11°), mentre la Corea del Nord è al 35° posto.

Scontri tra titani

Con lo stesso principio adottato nella seconda puntata, confrontiamo i tre eserciti delle superpotenze mondiali.

Gli Stati Uniti sono i più forti nei cieli, mentre le forze aeree di Russia e Cina sono paragonabili. Quella americana, anche per lo sviluppo tecnologico, è sicuramente l’aviazione più potente al mondo. Più equilibrati gli altri settori, con la Cina che prevale per il numero assoluto di militari attivi (ma la Russia ha più militari in proporzione alla popolazione totale) e Mosca che ha un vantaggio di carri armati considerevole per un eventuale scontro di terra (ma anche il territorio più vasto al mondo da difendere). Come si vede, il singolo elemento che fa la differenza a favore di Washington è sicuramente il budget generale.

Ecco l’andamento della spesa per le tre superpotenze nel ventennio 1991 – 2011. Abbiamo già notato per gli USA il repentino aumento di spesa militare sotto il governo Bush in seguito agli attentati dell’11 settembre e l’inizio della guerra al terrorismo. Ma oltre all’andamento della spesa, che avvantaggia l’America, c’è da considerare anche le riserve auree. In questo caso la Cina ha un vantaggio sulle altre due: oltre 3 mila miliardi di dollari in oro e valute estere, contro i 150 miliardi americani e i 537 miliardi russi. Se quelle cinesi vi sembrano riserve faraoniche (e lo sono), considerate che c’è chi invece batte quelle americane e russe: il Giappone, con 1200 miliardi di dollari accumulati.

Il deterrente atomico
Le tre superpotenze sono anche i paesi con a disposizione i più numerosi arsenali atomici. Questo dato non è preso in considerazione dal Power Index di Global FirePower, che si limita agli aspetti convenzionali della forza militare.

Con le loro 7300 testate nucleari, di cui 1920 schierate, gli Stati Uniti hanno a disposizione la più minaccia atomica più consistente. La Cina è appena dietro alla Francia, mentre gli arsenali di India e Pakistan si equivalgono.