Rachel Carson e l’ambientalismo

L’autrice di Primavera silenziosa diede inizio alla riflessione sul rapporto, ancora irrisolto, tra uomo, natura e mercato.

Mercoledì 22 aprile 1970, duemila college, decine di migliaia di scuole e qualche migliaio di comunità sparse per gli Stati Uniti d’America celebrarono il primo Earth Day della storia. Come raccontò Walter Cronkite nello speciale della CBS  Earth Day – A Question of Survival, non fu proprio un successo di partecipazione, con la folla radunata, per esempio, al Fairmount Park di Philadelphia più che altro interessata alla musica suonata sul palco. Le immagini mostrano il biologo Barry Commoner, uno degli attivisti più noti, ammonire i presenti: “Questo pianeta è minacciato dalla distruzione e noi che ci viviamo siamo minacciati dalla morte. I cieli sono appestati, le acque sporche […] e viviamo sull’orlo dell’annientamento nucleare: siamo nel mezzo di una crisi di sopravvivenza”. Anche se non si direbbe, è l’inizio, in sordina, della grande stagione del movimento ambientalista. Leggi tutto “Rachel Carson e l’ambientalismo”

Space X: terzo atterraggio riuscito

Un nuovo risultato positivo per il razzo Falcon 9 dall’azienda americana Space X

Terzo di fila! Verrebbe da dire così, per il terzo atterraggio di file del razzo Falcon 9 prodotto dall’azienda americana Space X. Il razzo, pensato come un potenziale veicolo riutilizzabile per il volo spaziale, il 27 maggio scorso alle 5:49 ora della costa est è atterrato con successo sulla piattaforma galleggiante dall’originale nome “Of Course I Still Love You”, come si può vedere da video che documento le ultime fasi della manovra:

Dopo gli insuccessi dello scorso anno, sia con il cargo diretto alla Stazione Spaziale Internazionale, sia sul fronte dei tentativi di atterraggio del veicolo dopo il volo, l’azienda Space X di proprietà dell’americano Elon Musk aveva già registrato due successi negli ultimi due mesi, con due atterraggi perfetti sulla piattaforma galleggiante. Ecco i video per rivivere i primi due storici atterraggi in due video. Il primo è quello relativo all’8 aprile scorso:

Il secondo, in notturna, è di un mese più tardi, il 6 maggio 2016:

Il terzo tentativo era originariamente previsto per il 26 maggio, ma è stato posticipato. Elon Musk ha dichiarato che “si trattava di un piccolo problema nel motore attuatore dell’upper stage. Probabilmente non metteva a rischio il volo, ma abbiamo preferito fare qualche accertamento”. Musk ha espresso la propria soddisfazione per il test, precisando che “la velocità di atterraggio era molto vicina a quella massima prevista dal progetto”.

La corsa allo sviluppo di un nuovo veicolo spaziale riutilizzabile non conosce sosta. Pochi giorni fa, come abbiamo raccontato, si è ufficialmente iscritta alla gara anche l’India con il suo RLV, che cerca di imitare anche nelle forme lo space shuttle americano, ritirato dalle missioni nel 2011.

[da Oggiscienza.it]

Julianna Barwick – Will

Il quarto è finora il primo album davvero a fuoco dell’artista americana: basterà a farla uscire dall’angolo delle promesse?

Dopo un tentativo riuscito a metà di costruire brani con la collaborazione di altri musicisti, la violoncellista e artista con base newyorkese torna con il quarto disco a una visione più solitaria della composizione e dell’artigianato musicale. Se Nepenthe poteva sembrare un tentativo di instradare su nuovi binari la propria vena compositiva, Will ritorna a lavorare principalmente su voce e pedal loop come in The Magic Place, un disco che al momento della pubblicazione ha forse ricevuto un trattamento troppo sbrigativo, come se fosse l’ennesimo act hipster che usciva dai flat di Brooklyn.

La connessione con il lato magico, sovrannaturale con il primo disco, è qui però messa a fuoco su un livello nuovo, finalmente del tutto consapevole delle coordinate in cui si vuol fare crescere e germogliare i suoni. Le nove tracce di Will sono costituite solo dalla reiterazione di brandelli vocali privi di una melodia precisa, mandati in loop, sovrascritti, sovraincisi, campionati su sintetizzatori di poco prezzo e puntellati solo raramente da una linea di pianoforte e qualche suono ambientale. Come per Tim Hecker o Teho Teardo, grande importanza ha il riverbero nella costruzione delle atmosfere, come se si trattasse di una musica architettonica.

Il che porta direttamente all’altra grande colonna portante di tutto il disco, quella tensione sacrale del canto liturgico che la Barwick ha praticato nell’infanzia. Questi brani, quindi, sono chiese, cattedrali della volontà: spesso contrastate, raramente davvero accoglienti, come luoghi della musica e dell’animo caratterizzati da tensioni costante: l’alto e il basso, il vuoto e il pieno. Non è un disco da frequentare assiduamente, e crediamo che vada goduto nella sua interezza in ascolti successivi per poterlo apprezzare, ma è un percorso musicale carico di un fascino trascendente, eppure così tangibile e che non può lasciare indifferenti.

[da SentireAscoltare.com]

 

Due farmaci immunoterapici contro il melanoma

Al convegno ASCO di Chicago presentato lo studio CheckMate -067 sul tumore della pelle più aggressivo

89012493_b15fa49115_zUna combinazione di due farmaci, il nivolumab e l’ipilimumab, promette di prolungare la sopravvivenza senza avanzamento della malattia per chi è affetto da melanoma. I risultati dello studio clinico Checkmate  -067 sono stati presentati a Chicago, negli Stati Uniti, durante ASCO, uno dei più importanti congressi di oncologia medica al mondo e pubblicati online sul New England Journal of Medicine. Tra i pazienti che sono stati trattati con entrambi i farmaci immunoterapici la risposta, misurata sotto forma di una significativa riduzione delle dimensioni della massa tumorale, era del 57,6% contro il 43,7% di coloro che sono stati trattati solamente con nivolumab e il 19% di coloro che hanno ricevuto solamente l’ipilimumab. La risposta obiettiva rappresenta un importante indicatore dell’efficacia del trattamento, strettamente legato all’esito favorevole a lungo termine, cioè alla sopravvivenza dei pazienti.

Ipilimumab and nivolumab sono farmaci che agiscono inibendo il checkpoint immunitario, scatenando in questo modo il sistema immunitario dei pazienti contro le cellule tumorali. Il nostro sistema immunitario ha vari checkpoint di questo tipo che servono a prevenire una reazione eccessiva. L’ipilimumab, in particolare, blocca il checkpoint CTLA-4, che impedisce alle cellule T di essere completamente attivate. In modo simile funziona anche nivolumab, che agisce sulle molecole PD-L1, espresse dal tumore, impedendo che si leghino con le cellule T disattivandole.

Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia al “Pascale” di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma, ha lavorato allo studio e ha paragonato l’immunoterapia a una macchina da corsa: “Se somministriamo entrambi i farmaci è come se usassimo contemporaneamente entrambi i freni a disposizione, quello a pedale e quello a mano”. Aumentando, in questo modo, la risposta positiva del sistema immunitario dei pazienti.

Il melanoma è uno dei tumori della pelle più aggressivi e solo nello scorso 2014 si sono registrati più di 11 mila casi nel nostro Paese, con un’incidenza in costante ascesa sia tra gli uomini sia tra le donne. “Questi dati ottenuti con il regime di combinazione nivolumab e ipilimumab nel melanoma avanzato sono senza precedenti e mostrano risultati di efficacia mai osservati prima con farmaci immuno-oncologici”, continua Ascierto, che aggiunge che “con l’associazione si sono registrati tassi di risposta molto più alti e duraturi nel tempo, oltre a una significativa riduzione del volume tumorale, rispetto sia alla monoterapia con ipilimumab sia a quella con nivolumab”.

La doppia terapia lascia intravvedere un futuro in cui il melanoma possa diventare una malattia cronicizzata, con un aumento progressivo della sopravvivenza dei pazienti. Punto delicato, però, rimane quello degli effetti collaterali, che sono importanti e devono essere gestiti. “Gli effetti collaterali sono sicuramente importanti”, spiega Ascierto, “ma oramai abbiamo accumulato un’esperienza tale che sappiamo gestirli”. Anche per questo motivo, sarà importante lo studio che dovrebbe iniziare dopo l’estate e coinvolgere anche i centri oncologici italiani con lo scopo proprio di valutare al meglio la sicurezza di questa combinazione di farmaci.

[da Oggiscienza.it]

 

Monfardini: “Gli anziani malati di cancro hanno il diritto a un approccio geriatrico integrato”

A Chicago al meeting degli oncologi americani Silvio Monfardini riceve il B.J. Kennedy Award per il suo straordinario contributo alla disciplina

Quando ad ammalarsi di tumore è un anziano, le cose si complicano. Il corpo è più fragile, perché affetto da altre malattie o da una forma di disabilità. E non si devono dimenticare gli aspetti psicologici, con una più facile inclinazione a stati depressivi. Per tutti questi motivi, il malato di cancro sopra i 65 anni non è un paziente come gli altri e ha bisogno di un sostegno clinico diverso che passa attraverso un dialogo più stretto tra oncologia e geriatria. Silvio Monfardini lo afferma dal palco del McCormick Place, il centro congressi di Chicago, durante la lezione magistrale tenuta dopo aver ricevuto il B.J. Kennedy Award 2015, un premio speciale che l’American Society for Clinical Oncology (ASCO) assegna durante la propria conferenza annuale a chi si è distinto nel campo dell’oncologia geriatrica. E Silvio Monfardini, direttore del programma di Oncologia Geriatrica dellIstituto “Palazzolo-Don Gnocchi” di Milano, è uno dei padri riconosciuti della disciplina.

Tutto è iniziato più di trent’anni fa, quando ad Aviano, in Friuli, Monfardini si è trovato a dover valutare la tossicità dei trattamenti sui pazienti in terapia intensiva. “In oncologia si tengono in conto i problemi dovuti alla neoplasia, ma quando l’ospite è anziano”, racconta, “bisogna tenere conto di entrambi gli aspetti”. Serve quindi “una nuova interdisciplinarietà“, per cui oltre al chirurgo, al radiologo, al patologo e a tutte le altre figure che compongono l’equipe “in futuro non si potrà prescindere dall’inserire l’aspetto geriatrico”.

Numeri e scale

I numeri degli ammalati di tumore over 65 parlano da soli. Secondo i dati, aggiornati allo scorso gennaio, di GLOBOCAN, dell’oltre milione e mezzo di nuovi casi verificatisi in Europa nel 2012 il 59,6% era un paziente geriatrico. E gli anziani contano per il 73% dei morti. Le proiezioni al 2020 e al 2030 realizzate dallo stesso istituto e presentate da Silvio Monfardini mostrano che questi numeri sono destinati a crescere. Motivo per cui l’appello a una maggiore integrazione tra oncologia e geriatria suona più attuale che mai. Nel corso della sua lunga carriera, durante la quale è stato anche presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), Silvio Monfardini ha contribuito a mettere a punto una scala di valutazione geriatrica multidisciplinare che permette di individuare i pazienti più fragili e che hanno bisogno di un supporto specifico durante la cura.

Aspetto determinante è organizzare fin da ora degli studi clinici che ci dicano davvero cosa succede nei pazienti anziani affetti da tumore. “Finora quelli che sono stati millantati come studi sugli anziani non ci hanno detto proprio niente”, spiega Monfardini, “perché quei pazienti geriatrici che vengono selezionati ed entrano negli studi clinici sono molto simili agli adulti”. A dire che se si usano la presenza di altre patologie, di disabilità o di altre condizioni che sono frequenti negli anziani come fattori per non includere un paziente in un trial clinico, questo significa che quei soggetti che vi sono rientrati avranno anche un’età superiore ai 65 anni, ma solo da un punto di vista della somma degli anni, non della complessità della situazione clinica che li contraddistingue.

“Smettiamola di fare studi che escludano questi fattori, perché non servono a niente, proprio perché non vengono disegnati tenendo conto di queste variabili fondamentali”. Da un’analisi condotta sui dati di paziente selezionati per testare nuovi farmaci della European Organisation for Research and Treatment of Cancer (EORTC) tra il 1983 e il 1992, Mondardini fa notare che solo il 22% aveva più di 65 anni, l’8% era oltre i settanta.

Strade chiuse, strade aperte

La collaborazione tra medico internista, chirurgo e oncologo con un geriatra serve anche ad evitare di alzare le mani di fronte alla prospettiva di un intervento in sala operatoria. Esempio, l’internista che di fronte a un cancro al colon retto in un paziente di ottant’anni dice che non c’è niente da fare, perché non si può operare. “Ma magari non è vero, si può provare una operazione in endoscopia, oppure ci possono essere altre strade”, specifica Monfardini, strade che appunto il geriatra può suggerire se lavora gomito a gomito con gli altri specialisti. “Ci sono casi di tumore al fegato, al rene o nel caso delle metastasi polmonari in cui si potrebbe intervenire con la radioterapia intervenzionale, risparmiando l’intervento chirurgico, ma purtroppo si tratta di settori in cui non ci sono studi specifici sui pazienti geriatrici”.

Poi c’è il tema del follow up, ovvero i protocolli di controllo a cui vengono sottoposti i pazienti dopo l’intervento. “Si tratta di un settore nuovo che si comincia a vedere adesso”, spiega Monfardini. “Noi abbiamo cominciato uno studio finanziato dal Ministero della Salute italiano proprio per valutare qual è il follow up ideale per pazienti geriatrici che hanno avuto alcuni tipi di tumore urologico”. Anche qui la collaborazione potrebbe essere cruciale, perché permetterebbe di capire se il paziente ha bisogno di qualcos’altro oltre al normale follow up oncologico.

Una nuova cultura

Tutti aspetti di una concezione della medicina oncologica sui pazienti anziani che non servono soltanto a sottolineare dove ci siano margini di miglioramento per gli studi clinici o per l’ottimizzazione dell’impiego della medicina, “che vanno benissimo”. Ma quello che va sottolineato, secondo Monfardini, è che “il paziente anziano ha il diritto di avere al proprio fianco, oltre all’oncologo e all’internista, anche il geriatra”.  Si tratta di un’interazione che “può dare il mal di pancia” a figure molto specializzate e che faticano a capire il punto di vista delle altre. Sono aspetti di una cultura medica che va cambiata e, in parte, sta cambiando, ma è per questo che “bisogna parlare ai giovani, sia oncologi che geriatri”, con la speranza che dove lavorano riescano ad abbattere qualche barriera di incomunicabilità. A tutto beneficio dei pazienti che trattano.

@ogdabaum

 

Chicago /4

Ieri mi sono preso il pomeriggio libero da ASCO per vedere un po’ downtown. Mi sono fiondato nel Loop di Chicago con una temperatura di soli 12/13 gradi, ma sono sopravvissuto. Diciamo solo che quando ho visto il cartello vicino a dove sto mi sono preoccupato davvero:

20150531_172805Le stazioni del servizio di treni metropolitani, almeno vicino all’Ukranian Village, non sono particolarmente nuove. Ammetto, però, che esercitano un certo fascino su di me:

20150531_173418Nel centro di Chicago, infatti, ci sono tutte queste linee di treno sopraelevate che fanno battere il cuore di chi ha amato la serie ER – Medici in prima linea. La casetta è in legno e più che la fermata di una linea metropolitana di Chicago sembra un post-office del West:

20150531_174128A proposito di architettura e televisione, vi ricordate i Jetson? Abitavano qui:

20150531_175658Da Chicago è passato qualche artista di pregio internazionale. Robette, come questa di Picasso, nella piazza di fronte al comune:

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O questo, più famoso, di Anish Kapoor al Millenium Park:

20150531_184326Visto da sotto, è un vero e proprio trip psichedelico:

20150531_184541Insomma, downtown mi è piaciuta, nonostante le mani blu e il raffreddore che mi sono beccato.

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Chicago /3

20150530_130953Ok, lo ammetto: mi impressiona. Sarà perché queste benedette nuvole non si sono mai alzate, oppure perché sono uno abituato alle dimensioni ridotte della scala europea, ma guardare il lago Michigan dalla terrazza della sala stampa mi fa pensare a un mare. Freddo. Gelido. Inospitale. E l’impressionante, dal mio punto di vista, sono i negozi di costumi da bagno che ti invitano a indossarli in una delle “28 spiagge cittadine”. Anche no, visto che alla fine di maggio la colonnina di mercurio non sale sopra i 12/13 °C.

Stamattina il tassista che mi portava qui sotto il diluvio, meno universale di ieri, diceva “Welcome to Chicago“, con lo sguardo ironico di chi ti sta prendendo per il culo preventivamente. Domando: “ma è sempre così?”. “No, a volte fa un po’ più caldo, comunque piove un sacco”. Ah, bene. Sarà per questo che la guida Lonely Planet indica Chicago come una delle città che riesce maggiormente ad attirare nuovi abitanti ricchi negli ultimi anni. Sembra logico: se ho tanti soldi da poter andare a vivere ovunque nel mondo, perché non scegliere un posto così climaticamente invitante? Ma sono troppo severo, perché magari con il sole tutto questo mio sentimento se ne andrà per sempre.

ASCO continua con serenità, con una quantità impressionante di italiani ovunque. Certo, le dimensioni del congresso rendono difficile capire davvero quali siano le reali tendenze. In ogni caso, pare che sempre che ci siano più storie di penne per scriverle.