Impact of Social Sciences – Gender Bias in Academe: An Annotated Bibliography of Important Recent Studies

Una bibliografia ragionata ed esaustiva sul gender bias nell’università, un punto di riferimento per zittire quelli che dicono che non c’è disuguaglianza, che va tutto bene e che sono solo chiacchiere da sociologi.

Academic research plays an important role in uncovering bias and helping to shape a more equal society. But academia also struggles to adequately confront persistent and entrenched gender bias in i…

Da: Impact of Social Sciences – Gender Bias in Academe: An Annotated Bibliography of Important Recent Studies

Trasparenza, ecco i voti delle università italiane

Quattro atenei su dieci non passano il test della Bussola della Trasparenza. I peggiori sono i privati e i piccoli. Tra i grandi il Politecnico di Milano e Pisa non se la cavano bene

Quanto sono trasparenti i nostri atenei? Il Decreto legislativo numero 33 del 14 marzo dello scorso anno si occupa del “riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”. In pratica, sancisce quali informazioni e documenti riguardanti ogni singola PA è obbligata a pubblicare sul proprio sito. È un primo passo per rendere meno opaco l’operato della pubblica amministrazione che, per definizione, viene finanziato dal denaro della collettività. Si tratta solamente dell’ultimo tassello di una storia che ha radici più profonde e che per sua stessa natura sta all’incrocio con un altro grande tema: gli open data. L’obbligo di legge investe tutte le PA e il sito dellaBussola della Trasparenza, messo in piedi dallo stesso Ministero della Pubblica Amministrazione, le suddivide in 18 diverse categorie: dagli “enti territoriali” alle “aziende sanitarie”, passando per “comunità montane” ed “enti parco”. Non mancano ovviamente gli atenei. Secondo il monitoraggio della Bussola della Trasparenza, da cui abbiamo ricavato i dati che vi mostriamo, tra le 66 università analizzate (abbiamo tolto la Scuola Normale e la Scuola Sant’Anna, che rappresentano un caso particolare) ben 39 rispondono positivamente a tutti i 65 indicatori. Gli atenei che si possono vedere nel grafico in verde, invece, sono tutti quelli che sono carenti per questo o quel parametro. Salta subito all’occhiola coda della classifica, con 7 atenei che sono negativi sotto tutti gli indicatori, cui aggiungeremmo anche l’Università “Magna Grecia” che ha solamente due parametri positivi. Va precisato chesi tratta di enti privati e come tali non vincolati alla trasparenza.C’è poi un gruppetto esiguo (Piemonte Orientale, Salerno, Pisa, Politecnico Milano) che si attesta su performance mediocri, tutte le altre sono positive per più dell’80% degli indicatori.

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Leggere i dati delle classifiche delle università, anche grazie a una app

A pochi mesi dalla scelta che le matricole universitarie dovranno fare per selezionare la facoltà e l’ateneo a loro più congeniali per intraprendere il proprio cammino universitario, le classifiche italiane sulle università si susseguono sui giornali. I parametri sembrano essere simili, ma i risultati appaiono diversi: mentre l’Università di Bologna viene incoronata prima da Repubblica-Censis, per il Sole24ore è solo quattordicesima. Allora come confrontare i parametri e come possiamo interpretare i dati di queste classifiche? Ne abbiamo parlato con Enrico Santarelli, professore di Politica Economica dell’Università di Bologna.
Come sarebbe bello poi se ci fosse un’app sul telefonino che permettesse di utilizzare tutti i dati aperti a disposizione sulle università per poter costruire la propria personale classifica! L’applicazione ancora non esiste, ma esiste già l’idea, chiamata MyOpenUni, messa a punto da 4 studenti della Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale dell’Università di Modena e Reggio-Emilia: Martina Botti, Francesco Rovesti, Ivan Finazzo e Francesco Scorpiniti. Con Francesco Rovesti abbiamo parlato di MyOpenUni, che si è classificata terza nella categoria “idee” al concorso AppsforItaly, nato per creare strumenti utili basati su dati aperti e pubblici.

Puntata di Pigreco Party del 31 luglio 2012 andata in onda su rcdc.it (con Angela Simone e Isabella Buono).

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Vogliamo maggior efficienza dalle università italiane? Accorpiamo i ricercatori migliori e licenziamo quelli improduttivi

La proposta arriva da Giovanni Abramo e Ciriaco D’Angelo dell’università di Roma Tor Vergata sul TuttoScienze di oggi: poche università dove far confluire i migliori docenti in grado di attirare capitali dal mondo privato e, perché no, anche dall’estero. Questi nuovi poli sarebbero caratterizzati da anime specifiche e non un grande numero di atenei indifferenziati, dove si fatica a individuare centri d’eccellenza. Distinguiamo che è in grado di produrre nuova conoscenza da chi prende uno stipendio (pubblico) ma non contribuisce alla ricchezza, anche solo intellettuale del paese. Nelle science dure, per esempio, il 23% dei ricercatori produce il 77% del totale dei risultati del settore in Italia. Consideriamo le tre università romane, suggeriscono Abramo e D’Angelo: prendiamo i ricercatori più produttivi per accorparli in una nuova struttura. Si otterrebbe una nuova università estremamente più performante di tutte le altre italiane, comprese le sei Scuole Superiori.

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