In direzione ostinata contro i pregiudizi: Gertrude Elion

Negli anni Quaranta una donna in un laboratorio era una rarità, ma Gertrude Elion aveva ben in chiaro quale era la strada che voleva percorrere: trovare un farmaco contro il cancro. I suoi studi le sono valsi il premio Nobel nel 1988

“Mi chiedono spesso se il premio Nobel sia sempre stato l’obiettivo della mia vita e io rispondo che sarebbe stata una follia. Nessuno dovrebbe puntare al premio Nobel, altrimenti se non lo raggiungi significa che la tua vita è stata sprecata. Quello a cui ambivo era far stare meglio le persone, e questa soddisfazione è molto maggiore di quella che ti può dare qualsiasi premio”. Lo diceva Gertrude Elion in età avanzata, quando il riconoscimento dell’Accademia Reale di Stoccolma le era già stato conferito, pensando però alle tantissime persone che erano state meglio (e moltissime continuano a farlo) grazie alle sue scoperte: i malati di leucemia che vengono curati con la mercaptopurina, i trapiantati che prendono l’azatioprina per bloccare il rigetto degli organi, i malati di artrite reumatoide che la usano come parte della terapia. Ma lo studio di nuovi metodi per produrre nuovi medicinali messo a punto dalla Elion, i suoi colleghi al Burroughs Wellcome e da due intere generazioni di chimici, biochimici, farmacologi e biologi che lei ha formato ha prodotto anche l’acicloguanosina (aciclovir) usata per le infezioni da herpes (HSV, che provoca malattie come il fuoco di Sant’Antonio e la varicella), la pirimetamina impiegata contro la malaria e, in casi particolari, la toxoplasmosi. E pensare che quando cercava senza successo un impiego come chimica, all’inizio degli anni Quaranta del Novecento, si sentiva ripetere lo stesso ritornello: “ha le qualifiche giuste, ma non abbiamo mai avuto una donna in laboratorio e questo potrebbe essere una distrazione”. Leggi tutto “In direzione ostinata contro i pregiudizi: Gertrude Elion”

Guglielmo Marconi e l’invenzione della radio

Nel luglio del 1937 moriva l’inventore del radiotelegrafo senza fili, un italiano praticamente autodidatta che ha cambiato per sempre il mondo delle comunicazioni

Nel 1898 la più importante gara nautica d’Irlanda, la Kingstown regatta, si è svolta tra il 20 e il 22 luglio, con gli equipaggi avversari che si sono dati battaglia a partire dal porto di Dún Laoghaire (nota anche come Kingstown) nella baia di Dublino. In queste occasioni l’attesa per il rientro a terra dei giornalisti è alle stelle, soprattutto fino a quando le imbarcazioni non sono visibili con chiarezza dai moli: tutti vogliono sapere quale barca è in vantaggio e quali sono state le manovre azzeccate dagli equipaggi. Ma questa gara di fine Ottocento non è stata una gara come le altre: continui aggiornamenti arrivano da un rimorchiatore dove Guglielmo Marconi ha montato un telegrafo senza fili che trasmette costantemente verso la terraferma, comunicando con le redazioni del Daily Express e dell’Evening Mail, due quotidiani di Dublino. Nell’arco dei tre giorni di gara, lo stesso Marconi fa giungere a terra oltre 700 messaggi in codice morse da una distanza compresa tra i 16 e i 40 kilometri dalla costa: è la prima cronaca sportiva in diretta della storia.

La cronaca in diretta della Kingstown regatta è una pagina rivoluzionaria della storia del giornalismo e ha un’eco mediatica enorme perché mostra a un pubblico molto vasto le potenzialità del sistema di trasmissione di onde radio che l’inventore e fisico italiano sta mettendo a punto in quegli anni. Marconi ha appena ventiquattro anni, ma idee piuttosto chiare sugli obiettivi che vuole raggiungere e sa benissimo che l’appoggio della stampa potrebbe rivelarsi fondamentale. Ha ragione, poiché l’impresa irlandese gli fa guadagnare una convocazione della corona britannica. Da lì il passo è breve per un contratto tra la giovane azienda dell’italiano e il Lloyd’s: il sistema telegrafico senza fili viene montato su tutte la navi della compagnia e su ogni faro al prezzo di 20 sterline a impianto. Non è ancora la consacrazione definitiva della sua invenzione, e i problemi tecnici da risolvere sono ancora molti, ma il vento della storia comincia decisamente a soffiare sui segnali invisibili lanciati dalle macchine di Marconi.

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Lise Meitner, la fisica che non ha mai perso l’umanità

Ha dovuto lottare per poter studiare nella Vienna di inizio Novecento, lavorato come «ospite non pagata» a Berlino e spiegato la fissione nucleare mentre passeggiava nella neve in Svezia

Camminavamo su è giù nella neve, io sugli sci e lei a piedi (diceva – e a ragione – che poteva tenere il mio passo a quel modo). (Otto Frisch, tratto da «Lise Meitner: A Life In Physics» di Ruth Lewis Sime, 1996)

La scena, di una quotidianità bucolica, si svolge in una cittadina di campagna poco a nord di Göteborg, a Kungälv, in Svezia: zia e nipote chiacchierano animatamente mentre si godono la neve e l’atmosfera oramai natalizia. Siamo nel 1938 e a spingere lassù Lise Meitner e Otto Frisch è stata l’occupazione nazista di Vienna: oramai i venti di guerra stanno soffiando sempre più forti sull’Europa e l’appartenere a una famiglia di origine ebrea è un rischio per la propria libertà. Stanno discutendo di un problema che li tiene occupati da novembre, quando hanno fatto un viaggio un po’ rocambolesco fino a Copenhagen, in Danimarca, per incontrare un altro Otto, collega di Lise e probabilmente il miglior radiochimico della sua generazione: Otto Hahn.

Il problema sono i risultati di un esperimento che ha realizzato all’Istituto Kaiser Wilhelm di Chimica di Berlino assieme al suo assistente Fritz Strassmann e che li sta facendo ammattire. Dopo aver bombardato atomi di uranio con singoli neutroni, si aspettavano come la maggior parte dei loro colleghi dell’epoca di ottenere atomi di un elemento più pesante, come se l’uranio avesse “incorporato” il neutrone. Ma quello che avevano ottenuto era una certa quantità di bario, un elemento con un numero atomico quasi metà di quello dell’uranio. Si trattava di una trasmutazione che per i due chimici non aveva senso. Non per Lise Meitner, che capisce di essere di fronte a un fenomeno mai osservato prima che entrerà nel linguaggio della scienza come fissione nucleare.

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Salvador Luria e la resistenza dei batteri come frutto di mutazioni

Ha contribuito a farci capire che alla base dell’ereditarietà c’è il DNA, ha scoperto gli enzimi di restrizione, è scappato due volte dal nazifascismo e ha sostenuto per tutta la vita il pacifismo. Storia di uno dei padri della biologia molecolare

Gli scienziati hanno, come chiunque altro, le loro opinioni e preferenze, nel lavoro così come nella vita. Tali preferenze non devono influire sull’interpretazione dei dati, ma hanno una decisa importanza nella scelta del modo di accostarsi a un problema. Uno scienziato che non fosse stato così favorevole all’ipotesi delle mutazioni probabilmente non avrebbe neppure pensato al metodo di verifica che alla fine escogitai. (Salvador E. Luria, Storia di geni e di me, p. 88)

Nel dicembre del 1969, quando si trova a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la Medicina, un giornalista gli chiede in che esatto momento sia diventato uno scienziato. «Quando mi sono trasferito da Torino a Roma nel 1937. Quella notte in treno». Così risponde Salvador Luria, aggiungendo che sono il sentimento dell’avventura e la curiosità per l’ignoto – sensazioni che provava nella cuccetta di terza classe («e gli avventurieri viaggiano in prima o in terza») – ad averlo spinto in tutte le imprese della sua vita. E l’avventura di cui quel viaggio in treno era solo il primo passo era davvero terra incognita per la biologia dell’epoca. Salvador Luria aveva lasciato il suo maestro di istologia Giuseppe Levi (lo stesso di Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, entrambi premi Nobel) per apprendere quel poco di fisica che, dal suo punto di vista, sarebbe stata necessaria per esplorare nuovi territori della biologia. All’epoca, questo significava genetica, ereditarietà e gli albori della biologia molecolare. Con quegli elementi di fisica appresi a Roma, all’Istituto dove lavoravano i Ragazzi di Via Panisperna, Salvador Luria dimostra, assieme al collega Max Delbrück, che la resistenza dei batteri alle infezioni dei fagi si sviluppa grazie a mutazioni genetiche, mettendo così a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo una perfetta piattaforma per lo studio della genetica, motivo per il quale vince il Nobel.

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La presa dell’Antartide

Da Cook a Shackleton ad Amudsen: la storia della “presa” dell’Antartide è costellata da grandi esploratori.

Prima di conquistare l’Antartide, bisognava dimostrarne l’esistenza. Ipotizzato da tempi remoti come un grande continente, nel Settecento la Terra australis rimaneva più un mito che una realtà. Nel gennaio del 1773, mentre varca in nave il circolo polare antartico, James Cook è preoccupato, anzi quasi spaventato. Scriverà che il pericolo che si corre a queste latitudini, con gli iceberg che spuntano ovunque in acque ignote, è tale che “io oso asserire che nessuno potrà mai penetrare più in là di quanto mi venne concesso e le terre che possono trovarsi al sud non saranno mai più toccate”. Si sbagliava, perché come era già successo proprio a lui, il senso della sfida, il gusto per l’ignoto e il la possibilità di compiere un’impresa leggendaria hanno mosso molti altri uomini dopo di lui. E continuano a muoverli.

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Il milanese che valicò le Ande

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Un paese che si libera dal peso del colonizzatore straniero ha la necessità di scrivere la propria storia e di celebrare i costruttori del nuovo Stato. Servono a questo le liturgie pubbliche, i libri e i monumenti. Come le tombe di pietra e marmo che dall’inizio dell’Ottocento raccontano la storia della Repubblica peruviana nel cimitero intitolato al Presbítero Matías Maestro di Lima. Tra i 766 mausolei ce n’è uno che colpisce il visitatore italiano più attento. È quello dove riposa un milanese che ha lasciato l’Italia del Risorgimento per esplorare un “paradiso tropicale” ancora sostanzialmente ignoto e diventare il primo cartografo del nuovo Perù. Il suo nome è Antonio Raimondi e per capire perché oggi è celebrato come un eroe nazionale, con scuole intitolate a suo nome in ogni angolo della cordigliera peruviana, non c’è occasione migliore della mostra che il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato.

La storia di Antonio Raimondi comincia veramente a due passi dalla madunina. Nasce infatti il 19 settembre 1824 in Corsia del Duomo, lo slargo direttamente a nord del Duomo che oggi è parte integrante della sistemazione a piazza dell’area. In età avanzata scriverà di essere “nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali” e di sognare “dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida”. Sostiene che all’età di tredici anni ha preferito impiegare i soldi ricevuti dalla madre per comprarsi la Storia naturale di Georges-Louis Leclerc de Buffon, punto di riferimento per i naturalisti d’Europa all’epoca. Legge avidamente i resoconti di viaggio di scienziati del Settecento, come Alexander von Humboldt e Louis Antoine de Bougainville, ma anche di esploratori, come James Cook e Cristoforo Colombo. “Nelle mie letture seguivo sulla carta gl’itinerarii percorsi da quegl’illustri viaggiatori e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania le vaste selve dell’America tropicale, apparendomi allo sguardo come in uno specchio i più bei panorami, così pieni di vita, come offre soltanto la zona del nostro globo compresa fra i tropici”. A Pavia, mentre assiste ai corsi sui banchi dell’Università (senza laurearsi), o mentre si sofferma sulle collezioni dell’Orto Botanico di Brera, il suo pensiero è già fissamente altrove.

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Nazareno Strampelli e il miglioramento genetico del grano tenero

150 anni fa nasceva nelle Marche uno dei più importanti pionieri del miglioramento genetico delle piante agricole: uno scienziato innovatore e spesso dimenticato

«Caro il mio grano! Quando il mio tesoro / mando al mulino, se ne va, sì, questo; / ma quello nasce sotto il mio lavoro. […] Tua carne è il pane. – Ma tuo sangue, il vino. – / Che odore sa l’odore di pan fresco! – / E che cantare fa cantar di tino! -»

(Giovanni Pascoli, L’accestire – Grano e Vino, Primi poemetti, 1907)

In Italia, tra il 1922 e il 1933 la produzione di grano tenero è passata da 44 a 80 milioni di quintali l’anno. Un raddoppio che è stato ottenuto senza aumentare la superficie coltivata, ma migliorando la resa, cioè la quantità di prodotto raccolto sui campi coltivati. Si tratta di un risultato straordinario dovuto alle ricerche di un agronomo sperimentale italiano: Nazareno Strampelli. Le nuove varietà di grano introdotte nell’agricoltura italiana sono state la base per la produzione del pane, un elemento essenziale per la dieta di gran parte degli italiani legati a una vita in larga parte contadina. Vincere “la battaglia del grano“, come l’aveva chiamata il partito fascista, era una priorità per il raggiungimento dell’autosufficienza del Paese e una premessa per i sogni di gloria di Benito Mussolini.

 

Chi era Nazareno Strampelli?

Il 1866 è una data cruciale. Nello stesso anno in cui un monaco agostiniano di nome Gregor Mendel pubblica un saggio sull’ibridazione delle piante che verrà dimenticato per tre decenni, il 29 maggio nasce Nazareno Strampelli, nel borgo medioevale di Crispiero nelle Marche. Per la prima fase della sua carriera accademica e scientifica, lo potremmo definire un precario. Dopo la laurea in agraria a pieni voti ottenuta a Pisa nel 1891, fa l’assistente di laboratorio all’Università di Camerino, dirige un laboratorio chimico all’Argentario, insegna scienze naturali e agronomia in diverse scuole, collabora con alcuni consorzi agrari. Nel 1903 arriva a Rieti, come vincitore del concorso della Cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, di grande prestigio, ma almeno inizialmente la situazione non è idilliaca. Racconta lo storico Roberto Lorenzetti che Strampelli non aveva un laboratorio e nemmeno un ufficio, al punto che sul retro di una sedia ha scritto: «Questo è quanto io ebbi a mia disposizione dall’ottobre 1903 all’aprile 1904 come materiale d’impianto e di funzionamento della Cattedra Sperimentale di Granicoltura».

Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)
Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)

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