Lo studio del corpo umano e le cere anatomiche di Anna Morandi Manzolini | Zanichelli Aula di scienze

«Donna bella e piena d’ingegno tratta infatti con vigore i cadaveri e anche le membra in decomposizione, per poterli riprodurre e consegnare ai posteri. Allestì quindi la propria casa con parti del corpo umano, eseguite con arte mirabile e disposte nel modo più elegante; e le spiega … utilizzando un linguaggio semplice, nativo e puro, in cui nulla resta oscuro, ma con tanta chiarezza come se ne trova in uno studioso di anatomia»

Francesco Zanotti (da De re ostetricia, in Commentarii dell’Istituto di Scienze di Bologna, III tomo, 1755)

 

L’abito è di un rosa antico con dettagli in pizzo. Lo sguardo è dritto di fronte a sé, privo di qualsiasi timore. Nelle mani regge gli strumenti propri del mestiere, un forcipe e un bisturi, probabilmente quelli che ha appena usato per aprire la scatola cranica che ha di fronte a sé ed esporne il cervello per lo studio.  Decide di presentarsi così Anna Morandi Manzolini nel proprio autoritratto in cera del 1750, una scienziata che ha studiato l’anatomia del sistema nervoso umano – e non solo – applicando in prima persona lo spirito empirico dell’Illuminismo e una donna che non teme di sovvertire gli stereotipi di genere della sua epoca guardando dritto negli occhi, a testa alta, chi le fa visita.

Nel corso della sua attività scientifica Anna Morandi ha realizzato decine di opere in cera che rappresentano fedelmente e con un dettaglio per l’epoca straordinario parti del corpo umano, contribuendo all’avanzamento delle conoscenze anatomiche del tempo e in particolare del funzionamento degli organi di senso e di quelli riproduttivi maschili. Ma è stata anche una scienziata in un mondo dominato dai pregiudizi sul contributo intellettuale che le donne potevano dare alla scienza e, per questo, presto dimenticata dalla storia.

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Il simbolo dell’uguale: l’innovazione “pratica” di Robert Recorde

460 anni fa un medico e matematico gallese introduce un simbolo di grande successo che usiamo ancora oggi: ‘=’

Lavorare per lo Stato, prestando i propri servizi alla sua burocrazia e ai suoi apparati (oggi diremmo la sua “pubblica amministrazione”) può dare origine a lotte per il potere, talvolta anche estremamente violente. Una situazione in cui si è trovato Robert Recorde, medico e matematico in Inghilterra nel periodo Tudor (1485 – 1603), cioè mentre si stanno gettando le basi di una nazione moderna, economicamente avanzata e pronta a esplorare commercialmente e militarmente i quattro angoli della Terra. Recorde non è una figura molto conosciuta, ma ha introdotto nella grafia matematica un segno, ‘=’, che è diventato uno standard internazionale e che tutti utilizziamo ancora abbondantemente.

 

Chi era Robert Recorde?

A differenza di altri personaggi della storia del pensiero e della scienza, del giovane Robert Recorde si sa davvero poco. È nato nel 1510 in Galles, che proprio in questo periodo entra definitivamente a far parte dei possedimenti inglesi e perde lo status di principato autonomo, da una famiglia di cui l’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica ricorda solamente che era “rispettabile”. Nel 1525, a soli 15 anni, è a Oxford, dove si laurea nel 1531. Probabilmente vi insegna qualche anno, ma poco dopo è a Cambridge, dove ottiene una licenza di medico nel 1545. Si trasferisce immediatamente a Londra, con l’idea di esercitare la professione. È nella capitale che la sua strada si incrocia con quella dell’apparato statale inglese.

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Rosalind Franklin e la doppia elica del DNA

La storia della scienziata che ha prodotto la prova decisiva a favore della struttura a doppia elica del DNA tra pregiudizi sulle donne, invidie, gelosie e in una delle competizioni scientifiche più entusiasmanti di sempre

«Molti aspetti di La doppia elica suggeriscono la necessità di un riesame delle circostanze che hanno portato alla scoperta della struttura del DNA, non da ultimo il trattamento straordinariamente insultante che Watson ha riservato a Rosalind Franklin»

(Evelyn Fox Keller, Watson’s Needle, Change/Winter 1975-76)

 

I morti non possono dire la loro, ma a volte trovano difensori appassionati e, quasi sempre, la Storia ristabilisce le giuste proporzioni, assegnando a ognuno il proprio ruolo e togliendo a chi ha esagerato i propri meriti. Il 10 dicembre del 1962 tre scienziati hanno ritirato il premio Nobel per la Medicina “per le loro scoperte riguardo la struttura molecolare degli acidi nucleici e i loro significati per il trasferimento di informazione nel materiale vivente”, in pratica per aver scoperto la struttura del DNA e il suo meccanismo di replicazione. I loro i nomi sono Francis Harry Compton Crick, James Dewey Watson e Maurice Hugh Frank Wilkins. Ma, come hanno scritto nel 2002 Katrin Rittinger e Annalisa Pastore, «alla lista manca un nome, quello di Rosalind Franklin. Le sue fotografie ai raggi X del DNA sono state descritte come “le più belle fotografie ai raggi X di qualsiasi sostanza che siano mai state fatte” e hanno fornito la prova chiave per il modello della doppia elica di Watson e Crick». Nella corsa alla scoperta del segreto della vita, che ha coinvolto grandi istituzioni inglesi e americane e ha visto la partecipazione indiretta di molti altri personaggi di spicco, Rosalind Franklin ha giocato un ruolo determinante senza che le sia stato direttamente riconosciuto in vita. In parte perché è scomparsa a soli 37 anni nel 1958, e in parte perché la ragione di menti brillanti può essere offuscata da sentimenti umani, come l’invidia e il rancore, o distorta da sete di gloria e pregiudizi nei confronti delle donne.

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Hubble, il telescopio miope che ci ha mostrato l’universo in espansione

«So come ripararlo». La notizia bomba arriva in un momento inaspettato, durante la coda per il buffet a un convegno dell’Optical Society americana del 1990. A lanciarla è Aden Meinel, uno dei grandi vecchi dell’astronomia americana, a riceverla John Trauger, uno degli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California) responsabile degli strumenti principali del telescopio spaziale Hubble. Le chiacchiere nate di fronte a un panino e un caffè molto lungo contenevano davvero l’idea giusta. Fino a quel pranzo e a quell’incontro decisivo, il destino di Hubble appariva cupo. Soltanto nel maggio precedente, la stampa di tutto il mondo era arrivata a Greenbelt, poco fuori Washington D.C., al Goddard Space Flight Center della NASA per assistere all’apertura delle palpebre, per così dire, di Hubble. C’era grande attesa, dopo il lancio in orbita senza inconvenienti, e quando le immagini che appaiono sullo schermo sono distorte, fuori fuoco e impossibili da decifrare, la delusione del pubblico e, soprattutto, degli addetti ai lavori è grandissima: il telescopio orbitante che doveva coronare un sogno scientifico lungo trent’anni, era miope.

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Una coppia da Nobel: Pierre e Marie Curie

110 anni fa scompariva Pierre Curie, scienziato che ha sfiorato il doppio Nobel, che ne ha sposato uno, ne ha messo al mondo un altro. Un breve viaggio alla scoperta della materia tra Ottocento e Novecento

Il 19 aprile del 1906, a Parigi piove. Sul Quai de Conti, vicino al Pont Neuf che mette in collegamento la riva meridionale della Senna con l’Île de la Cité, un uomo che da giovane aveva “occhi grandi e limpidi che sembrano rapiti da una visione interiore”, sta attraversando la strada. Ma la Rue Dauphine, una strada con un andirivieni continuo di carri, carrozze e cavalli, in corrispondenza del Quai de Conti è resa scivolosa dall’acqua: un passo falso, una caduta, e l’uomo finisce sotto le ruote di una vettura. Muore sul colpo, con il cranio fratturato. Così, per il selciato bagnato e un banale incidente, a poco meno di 47 anni muore Pierre Curie, una delle menti più brillanti del suo tempo e uno dei padri della fisica e della chimica moderne.

 

Chi è Pierre Curie?

La prima e, per molti versi, anche la più autorevole biografa di Pierre Curie è la vedova Marie che, spinta dal giornalista americano William Brown Melowey, scrive la prima storia della sua vita già negli anni Venti. Si tratta di un testo breve, intriso di spirito tardo-romantico e positivista, in cui la scienziata si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti scientifici e poco o niente sul resto. Quando lo conosce nel 1894, Pierre Curie “era un uomo alto e slanciato, con i capelli castani e un’espressione timida e riservata” e si capisce che era uno “spirito contemplativo”, con un “giovane volto che specchiava una profonda vita interiore”. Viene da una famiglia borghese, non ricca, ma che permette ai figli di studiare. Il nonno Paul Étienne François Gustave e il padre Eugène erano medici, ma è tutta la famiglia a coltivare un interesse per la cultura scientifica e alla conoscenza dei fenomeni naturali. Delle tre generazioni di Curie che portano a Pierre, infatti, la madre Eve è l’unica a non avere una formazione scientifica, ma diventerà la prima biografa di Marie.

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Pierre e Jacque Curie ritratti insieme ai genitori (Immagine da Alain Bouquet – Radioactivité: les Curie)

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Ignaz Semmelweis. Storia di un incompreso

Il 13 agosto 1865 moriva Ignac Semmelweis, il geniale medico ostetrico che ha scoperto la trasmissione batterica della malattie. Ma nella Vienna asbugica nessuno gli credette, lasciando un’eredità scientifica che è stata rivalutata solo dopo la sua tragica scomparsa

150 anni fa moriva Ignac Semmelweis, il geniale medico ostetrico che ha scoperto la trasmissione batterica della malattie. Ma nella Vienna asbugica nessuno gli credette, lasciando un’eredità scientifica che è stata rivalutata solo dopo la sua tragica scomparsa

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«Nel XVIII secolo non esistevano! Nessuno aveva nemmeno immaginato un cosa simile – nessuno sano di mente, almeno. Poi arriva questo dottore… Semmelweis, mi pare, che cerca di convincere la gente… […] che esistono queste piccole “cose cattive” invisibili che possono entrare nel tuo corpo e ti fanno ammalare!»

È una battuta di Jeffrey, il malato di mente interpretato da Brad Pitt ne L’esercito delle 12 scimmie, film del 1995 diretto da Terry Gilliam. La scena si svolge di notte nella struttura di detenzione dove lui e Cole (Bruce Willis) sono prigionieri. Mentre Cole è preoccupato dai ragni, Jeffrey gli espone una teoria in perfetto stile complottistico. Protagonisti? I germi e un tale dottor Ignaz Semmelweis che un secolo e mezzo prima cerca di far capire ai suoi colleghi medici che le malattie sono causate da piccoli agenti invisibili che vengono chiamati germi e che la soluzione per limitare i contagi è lavarsi le mani. Non gli credono, lo accusano di avere una fervente immaginazione: come si può pensare che la causa dei contagi sia qualcosa che non si può vedere? Dove sono le prove fisiche della sua teoria? Non ne ha. E ironia della sorte, il 13 agosto di centocinquant’anni fa Semmelweis muore, ritenuto pazzo, in un manicomio austriaco, probabilmente per la cancrena dovuta a una ferita non curata adeguatamente.

Chi era Ignaz Semmelweis?
Nato nel 1818 a Buda, la metà della città che oggi chiamiamo Budapest, Ignaz (talvolta riportato anche come ‘Ignac’) Fülöp Semmelweis è il figlio di una famiglia benestante di origine tedesca. Dopo aver studiato nella vicina Pest, si sposta a Vienna, la capitale dell’Impero Austro-ungarico, dove inizialmente studia legge. Ma capisce presto che la giurisprudenza non fa per lui e preferisce passare a medicina, che è più nelle sue corde. Nel 1844 ottiene dall’Università di Vienna il dottorato con una specializzazione in ostetricia e due anni più tardi viene nominato assistente professore alla clinica ostetrica dell’Ospedale generale di Vienna. Si tratta di una struttura pubblica, portata all’eccellenza medico-scientifica per volontà dell’imperatore Giuseppe II sul finire del Settecento, uno di quei sovrani che si ricordano come esponenti del dispotismo illuminato.

La clinica ostetrica, come molte istituzioni del genere sparse per l’Europa, offre assistenza gratuita alle partorienti. L’idea è che in questo modo si limiti il ricorso all’infanticidio, pratica che non si confà allo Stato di colui che, a capo del Sacro Romano Impero, è incoronato per volere papale. In cambio delle prestazioni mediche gratuite, trattandosi di una clinica universitaria, gli studenti possono fare pratica sulle pazienti. Quando Semmelweis prende servizio, però, la situazione non è delle migliori. Nonostante il reparto sia gestito alla perfezione e sfrutti tutte le più avanzate tecniche mediche dell’epoca, la mortalità delle puerpere è altissima: si ammalano di una febbre, accompagnata da brividi e tachicardia, che è difficile superare. Molte donne preferiscono tenersi alla larga dall’ospedale e persino le prostitute preferiscono partorire per strada che correre i rischi che comporta varcare la porta della clinica.

Che cosa ha scoperto?
A colpire molte delle neomamme assistite all’ospedale di Vienna è la febbre puerperale, una patologia che oggi sappiamo essere causata da una serie di germi, come lo Streptococco o Escherichia coli, che infettano l’endometrio, la mucosa che ricopre l’utero femminile e che durante il parto può venire lacerata in diversi punti, facilitando la strada agli agenti infettivi. Ma all’epoca di Semmelweis nessuno li aveva mai visti e l’opinione più diffusa tra i medici è che le causa della febbre si debbano cercare altrove: il blocco delle feci dovuto all’ingrossamento dell’utero per la gravidanza, i fluidi che ristagnano all’interno dell’utero stesso o altre spiegazioni simili.

Semmelweis, però, nota un fatto. Anzi due. Il primo è che un collega medico, Jacob Kolletschka, dopo essersi ferito durante l’autopsia del cadavere di una delle puerpere, si ammala di una malattia con sintomi molto simili alla febbre puerperale e muore. Il secondo fatto è che nel padiglione della clinica dove i medici non esercitano, ma le puerpere sono assistite solamente dalla infermiere e dalle balie, il tasso di mortalità è sensibilmente più basso, come mostra la tabella dell’andamento dei due rami della clinica:

Prima Clinica

Seconda clinica

Anno

Nascite

Decessi

Tasso (%)

Nascite

Decessi

Tasso (%)

1841

3.036

237

7,8

2.442

86

3,5

1842

3.287

518

15,8

2.659

202

7,6

1843

3.060

274

9,0

2.739

164

6,0

1844

3.157

260

8,2

2.956

68

2,3

1845

3.492

241

6,9

3.241

66

2,0

1846

4.010

459

11,4

3.754

105

2,8

L’unica differenza nell’assistenza al parto, nota Semmelweis, è che le infermiere, a differenza dei medici e degli studenti di medicina, non praticano e non assistono alle dissezioni di cadaveri. Semmelweis si accorge che i medici non si lavano le mani dopo aver lasciato il tavolo anatomico per assistere una partoriente, favorendo così il trasferimento di germi, la causa della febbre puerperale. L’intuizione e la correlazione dei due fatti, però, non sono sufficienti a convincere il giovane medico, che si rivolge alla direzione dell’ospedale per effettuare un esperimento che, oggi, definiremmo epidemiologico. Per alcuni mesi, tutti i medici e gli studenti che prestano servizio nella clinica ostetrica prima di passare da un reparto all’altro, e in particolare dalla dissezione dei cadaveri all’assistenza per il parto, si devono lavare la mani con l’ipoclorito di calcio, una sostanza che ancora oggi viene usata per la disinfezione delle acque. Dopo il periodo di sperimentazione, il numero delle morti per febbre puerperale cade vertiginosamente, riavvicinando le statistiche dei due padiglioni della clinica. Semmelweis ha una conferma lampante della correlazione tra scarsa igiene e contagio, e ha individuato un modo per migliorare la pratica clinica. Ma se un grande traguardo del pensiero è a un passo dall’essere raggiunto, la difficoltà di far vedere agli altri ciò che lui ha compreso gli impedirà di compierlo.

Qual è stata la sua eredità scientifica?
Quando Semmelweis espone ai colleghi i risultati della sperimentazione, auspicando di poterli pubblicare il prima possibile per diffondere la scoperta, si trova di fronte a una reazione inaspettata. Gli si para davanti uno di quei muri di gomma che respingono l’evidenza statistica e usano argomenti irrazionali per costringere l’avversario a rinunciare. In quei mesi, gli viene detto, ha costretto i medici a una pratica indecorosa, priva di alcun fondamento reale. Lavarsi le mani per eliminare qualcosa che non possiamo vedere è ridicolo e se le puerpere vengono chiamate a lasciare questo mondo dal buon Dio, chi è Ignaz Semmelweis per contraddirne la volontà? Che lasci subito il proprio impiego, piuttosto, e rinunci alla sua assurda idea.

Colpito senza possibilità di replica, Semmelweis non può che chinare il capo, ma non si arrende. Troverà altri modi per far conoscere al mondo la sua intuizione e i risultati della sua sperimentazione. Privo di una posizione accademica, scrive a colleghi dentro e fuori l’Impero, senza però che il suo pensiero venga mai davvero compreso. La voce inglese di Wikipedia segnala una lunga lista di risposte alle sue lettere da parte di illustri medici europei, con qualche apprezzamento, ma senza che alcuno di loro riesca davvero a comprendere la portata dell’intuizione di Semmelweis. Inoltre, per la mentalità dell’epoca, era difficile accettare che potessero essere proprio i medici, coloro che dovevano salvare le vite umane, a portare la morte con le loro mani. Siamo forse noi gli assassini, si chiedevano i colleghi all’ospedale di Vienna? Noi che abbiamo votato la nostra vita alla conoscenza e a Ippocrate? Si trattava di un’idea, seppur portatrice di verità, che per loro era inaccettabile.

Semmelweis è deluso: mentre il mondo sta cambiando, con venti di cambiamento che cominciano a soffiare sull’Europa del Risorgimento, la comunità medica è immobile sulle proprie posizioni. Un vena di depressione si fa strada nel suo animo, ma non si da ancora per vinto e lavora a un libro che oltre ai risultati ottenuti all’ospedale di Vienna sia un vero e proprio compendio di lotta contro la febbre puerperale. Intitolato in ungherese A gyermekágyi láz kóroktana, l’«eziologia della febbre puerperale», viene pubblicato nel 1858 e successivamente tradotto in tedesco e altre lingue. Nel libro Semmelweis dimostra, dati alla mano, che la reintroduzione dell’obbligo della dissezione anatomica per i medici dell’ospedale di Vienna è coinciso con l’aumento della mortalità delle neomamme:

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L’andamento dei decessi nelle cliniche ostetriche di Dublino (in blu) e Vienna (in rosa) tra il 1754 e il 1848. La linea grigia verticale è posizionata in corrispondenza del 1823, quando la dissezione dei cadaveri è stata reintrodotta come pratica obbligatoria per i medici viennesi.

Ma ancora non basta, perché manca la prova schiacciante, quella della reale correlazione tra malattia e germi. Arriverà a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, grazie al lavoro di Louis Pasteur, un chimico francese che però pubblicherà solo nel 1880 un articolo scientifico (De l’extension de la théorie des germes à l’étiologie de quelques maladies communes) che dimostrerà in modo inequivocabile che sono alcuni germi a provocare la febbre puerperale. Ma per Semmelweis è troppo tardi. La sua mente non è più lucida, in parte ossessionato dalle sue idee, in parte delirante: viene riunchiuso in un istituto per malati mentali dove muore nel 1867.

Qual è l’eredità di Semmelweis oggi?
Nel 1938 non c’era ancora la notte degli Oscar come la conosciamo, ma i premi dell’Academy americana per i migliori film venivano già assegnati. E nella categoria “miglior soggetto per un cortometraggio” vince That Mothers Might Live (“Che le madri vivano”). Lo dirige Fred Zimmerman, un giovane regista di origine austriaca dall’enorme talento (5 statuette complessive in carriera), e la pellicola è una sorta di piccola docu-fiction perfettamente in linea con la fiducia nel progresso scientifico e tecnologico dell’epoca. Il film si apre con alcune immagini che mostrano un ospedale americano all’avanguardia, “una delle visioni più comuni del nostro mondo moderno”. Un luogo dove si combatte la malattia e si ridà la salute alle persone, ma che era già “stato sognato da un uomo un secolo fa”. Quell’uomo era, ovviamente, Ignaz Semmelweis. È stato lui a comprendere prima di chiunque altro che le nostre mani possono essere veicolo di trasmissione di agenti infettivi che minacciano la nostra salute. Ogni volta che un medico si lava le mani o che indossa dei guanti di lattice, ogni volta che curiamo la nostra igiene e quella dei luoghi dove viviamo stiamo lottando per salvaguardare la nostra salute dai germi, «queste piccole “cose cattive” invisibili che possono entrare nel tuo corpo e ti fanno ammalare» e che lui aveva compreso prima di tutti. O, per usare la parole di Louis Ferdinand Céline che al medico ungherese dedicò la tesi in medicina del 1924«la sua opera è eterna. Tuttavia, nella sua epoca, venne assolutamente misconosciuta. […] Pasteur doveva rischiarare con una luce più potente, in modo totale e irrefutabile, la verità microbica. In quanto a Semmelweis, sembra che la sua scoperta superasse le forze del suo genio».

That Mothers Might Live (1938) di Fred Zinnemann, Premio Oscar come miglior cortometraggio a una bobina

Immagini banner e box: pubblico dominio via Wikimedia Commons

[da Aula di Scienze]

Un paio di articoli su LeScienze di Aprile 2015

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