Esplode il cargo Space X diretto all’ISS: persi 35 esperimenti scientifici

Il Falcon 9 è scoppiato in aria il 28 giugno dopo il lancio dalla base di Wallops. Gli astronauti sull’ISS non sono in pericolo per il mancato rifornimento.

Il video del lancio del razzo Falcon 9 dell’azienza Space X. Dal minuto 23:45 si cominciano a vedere i problemi al propulsore che hanno provocato l’esplosione.

ATTUALITÀ – È durato pochi minuti il volo del Falcon 9, mezzo completamente privo di personale di volo, che doveva raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) portando rifornimenti e un carico di nuovi esperimenti ed apparecchiature scientifiche, per un totale di circa 1800 kg. Ma un problema al razzo propulsore ha fatto esplodere nel cielo sopra l’Atlantico il mezzo con tutto il suo contenuto.

Il cargo di proprietà dell’azienda americana Space X, uno dei vettori commerciali sotto contratto con la NASA per il servizio di trasporto all’ISS, si è staccato da terra dalla base di Wallops, in Virginia, la stessa dove si è verificato l’incidente dell’Antares di Orbital Sciences nello scorso ottobre. Il danno sotto il profilo economico è grande, ma come ha sottolineato a Nature Bill Gerstenmaier, il responsabile delle operazioni di esplorazione umana dello spazio della NASA, il danno è soprattutto l’impossibilità di lavorare agli esperimenti che si trovavano sul cargo esploso.

Tra di essi, una PCR per studiare l’espressione genica in orbita, una piccola serra per provare a coltivare i cavoli (e poi nutrirsene) in orbita (e uno studio sulla nanomedicina di cui avevamo parlato qui). Alcuni dei 35 esperimenti che dovevano arrivare sull’ISS, ironia della sorte, erano al secondo lancio, dopo che erano andati distrutti nell’esplosione dello scorso ottobre dell’Antares. Space X ha dichiarato di aver aperto un’indagine per comprendere le cause dell’incidente e di fermare ogni attività di volo per almeno tre mesi.

Se ai due incidenti di Wallops aggiungiamo anche quello della navetta Virgin Galactic del novembre del 2014, tutti e tre i vettori commerciali americani per il trasporto all’ISS hanno subito un incidente molto importante in meno di un anno, mettendo in evidenza le difficoltà tecniche dell’impresa e la problematiche logistiche che si stanno cominciando a profilare all’orizzonte. Il caso del Falcon 9 è problematico anche perché nell’esplosione sono andati distrutti due moduli che avrebbero dovuto costituire i primi step dei dock per i veicoli commerciali sull’ISS, una delle previste fonti di guadagno per tutte queste compagnie.

Non ci sono problemi per il rifornimento degli astronauti dell’ISS, che hanno sufficienti scorte di materiali e cibo per sopportare il ritardo. In ogni caso, il prossimo 3 luglio è previsto un lancio del vettore russo Progress dalla base nel Kazakistan.

[da Oggiscienza.it]

 

L’Italia campione mondiale della ricerca spaziale

Secondi i dati di Sciencewatch, l’Italia produce l’11,6% di tutti gli articoli scientifici nel settore space science. Merito della tradizione e della preparazione dei ricercatori nostrani

[Da Wired.it]

La ricerca italiana nel settore “space science” copre oltre l’11% della produzione mondiale di articoli scientifici del settore. Lo dicono i dati riportati da Sciencewatch.com, servizio di analisi della produzione scientifica realizzato da Thomson Reuters. A completare il podio virtuale sono le neuroscienze (5,98% della produzione mondiale) e le scienze geologiche (5,92%).

Per “space science” dobbiamo pensare a tutte le discipline che si occupano dello spazio, dall’astronomia e l’astrofisica ai viaggi spaziali (come testimoniano gli astronauti italiani) e l’esplorazione dell’universo. Questo risultato non stupisce Patrizia Caraveo, direttore dell’istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) a Milano. La space science italiana conta anche 4 highly cited scientist (su 100 nel mondo) mentre nelle altre discipline il contributo italiano è, in media, meno del 2%”. “Gli scienziati spaziali e gli astrofisici italiani sono preparati, determinati e gioiscono delle scelte fatte anni addietro di partecipare a missioni, spaziali e non, che si sono rivelate dei fantastici successi”. E proprio la Caraveo è una di quei 4 scienziati.

Sempre Sciencewatch, dice che la space science italiana, in termini di pubblicazioni, dà un contributo più alto del 40% rispetto agli altri paesi nel medesimo settore. Un dato che viene superato solamente dal 47% della medicina clinica, un settore dove si pubblica moltissimo e nel quale spesso le ricerche hanno bisogno di grandi numeri di pazienti arruolati.

Questo tipo di analisi sono sempre da prendere con le pinze e dividono anche la stessa comunità scientifica. Da una parte sono uno strumento quantitativo efficace per misurare il lavoro dei gruppi di ricerca e dei singoli scienziati; dall’altra dicono poco della qualità del singolo lavoro. Anche l’impact factor, l’indice di proprietà della stessa Thomson Reuters che misura il numero medio di citazioni da una rivista scientifica, è da alcuni anni oggetto di critiche, soprattutto sul suo uso per valutare i singoli articoli o il singolo ricercatore.

Ma la buona tradizione italiana nelle space science è confermata anche dai dati di SCImago, un portale che analizza e crea indici sulla ricerca scientifica dei paesi a partire dal contenuto di Scopus, un database di abstract e citazioni scientifiche tra i più vasti al mondo.

SCImago prende in considerazione un periodo più lungo, 1996 – 2013, ma come si vede nel grafico, l’aumento della produzione italiana in space science è evidente, e nel periodo 2009 – 2013, si è sforato quota 2000 paper in due occasioni.

In termini generali, sempre secondo SCImago, l’Italia nel 2013 ha prodotto 92.906 articoli scientifici. Un performance che ci pone all’ottavo posto mondiale, dietro all’India, ma con lavori che vengono molto più citati. Viste le difficoltà finanziarie della ricerca in Italia c’è quasi da gridare al miracolo.

Space X: l’impatto nel rientro è troppo duro

Il tentativo di recuperare il razzo Falcon 9 che ha spedito un carico verso l’ISS non è andato a buon fine: piattaforma galleggiante centrata, ma con troppa forza. L’azienda di Elon Musk ci riproverà

CRONACA – “Vicino, ma niente sigaro questa volta”. Commenta così patron Elon Musk il tentativo della sua Space X di lanciare un carico in orbita e riuscire a recuperare il razzo per poterlo riutilizzare. Per quanto riguarda la missione cargo con la navicelle Dragon, partita prima dell’alba di sabato 10 genmnaio della Florida dalla base di Cape Canaveral della NASA, tutto è funzionato regolarmente (anche se il volo doveva essere inizialmente effettuato il giorno dell’Epifania scorso). Ma gli occhi di tutti erano puntati sul rientro del razzo Falcon 9, che avrebbe dovuto atterrare su di una piattaforma galleggiante appositamente predisposta nell’oceano. Il commento di Musk racchiude il senso dell’esperimento: lo abbiamo fatto arrivare dove volevamo, ma l’impatto è stato troppo violente e non potremo riutilizzarlo.

La Space X, azienda completamente privata che ha un contratto con la NASA per il servizio di cargo, ha aperto da qualche tempo la strada verso un razzo riutilizzabile. Ogni volta che una capsula spaziale viene mandata fuori dall’atmosfera terrestre, infatti, il primo stadio del razzo, quello che dà la spinta per raggiungere la velocità di fuga dalla gravità terrestre, viene sganciato e ricade solitamente in mare a peso morto, danneggiandosi in modo irreversibile. Il che significa un enorme costo per l’azienda che a ogni lancio deve impiegare praticamente ex novo un razzo. L’idea della Space X è che non c’è nessuna ragione per la quale non si possa pensare di recuperarlo con un atterraggio morbido, risparmiando una delle componenti più costose di ogni lancio.

La piattaforma di atterraggio galleggiante di Space X.

 

I primi tentativi effettuati dall’azienda americana non sono andati a buone fine: il razzo era caduto a circa 3 chilometri di distanza dal punto previsto per il recupero. Un po’ troppo. Nel corso del 2014, altri due tentativi avevano visto perfetti “soft landings”, ma non sulla piattaforma, bensì direttamente in mare. Il lancio del 10 gennaio doveva combinare entrambi gli aspetti, migliorando l’accuratezza della mira e mantenendo la delicatezza dell’impatto. Purtroppo non tutto è andato come previsto, ma prima di quest’ultimo lancio, Elon Musk aveva spiegato che la possibilità di successo era comunque al 50%, se non qualcosa meno.

La tecnologia per il rientro del Falcon 9 sulla piattaforma prevede il razzo sia dotato di un motore supplementare, meno potente di quello per il lancio, che possa fornire una spinta verso l’alto sufficiente a rallentarlo durante la caduta, che – va sottolineato – inizia a velocità supersonica. In questa fase il razzo apre anche una serie di alettoni che servono a permettere alla squadra a terra di pilotare la planata verso la piattaforma.

Mentre la squadra di Space X cercherà di capire come migliorare la performance al prossimo tentativo, il cargo Dragon rimarrà agganciato alla Stazione Spaziale Internazionale per un mese. La lascerà, infatti, il 10 febbraio e intraprenderà il suo breve viaggio verso il proprio “splash” in mare.

 

Orion: un volo da manuale

È partita la capsula spaziale Orion, in un viaggio proposto dalla NASA come il primo passo verso Marte

Da Oggiscienza.it:

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ATTUALITÀ – In perfetto orario sulla tabella di marcia, alle 7:05 del mattino sulla Florida (le 13:05 in Italia), il potente ruggito dell’unità di lancio Delta IV Heavy, la capsula spaziale Orion ha lasciato terra per iniziare il suo viaggio nello spazio. È il primo test di volo per la navicella sviluppa dalla NASA con il preciso intento di far tornare in prima persona gli esseri umani a esplorare il nostro Sistema Solare. Grande enfasi, infatti, è stata posta dall’agenzia americana su questo test come il primo passo verso Marte, come mostra l’immagine-poster qui sotto.

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Il volo era originariamente previsto per ieri, 4 dicembre, e poi posticipata ad oggi per diversi problemi di troppo vento e una valvola del sistema di alimentazione del carburante che non si chiudeva correttamente. Con una scenografia naturale spettacolare, grazie alle luci dell’alba su Cape Canaveral, questa volta tutto è filato liscio: dal giro di ok dato al responsabile del lancio da tutti i vari tecnici che stavano monitorando i sensori fino al distacco da terra e l’incamminarsi verso l’orbita bassa in una traiettoria verso est seguita tante volte dalle missioni dello Space Shuttle americano.

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L’ok definitivo per questa missione è arrivato pochi giorni fa, ma il lavoro della NASA è cominciato oltre due anni fa. Come ha dichiarato Charles Bolden, ex astronauta e l’attuale amministratore della NASA durante la diretta del lancio, la strada è ancora lunga e il prossimo lancio – ancora senza equipaggio – “è previsto per il 2018”. Tutta la sequenza a partire da un minuto prima del lancio si può vedere nel video della NASA:

Dopo aver raggiungo una bassa orbita terrestre, il primo momento critico per Orion nel suo viaggio verso quota 4500 chilometri si è verificato attorno alla seconda ora di missione, quando si è attivato il secondo momento di accelerazione, chiamato in gergo SECO-2. In pochi minuti, 4 e mezzo circa, Orion ha accelerato e ha puntato il muso verso la seconda orbita terrestre, molto più ellittica della prima, per la parte più importante del proprio viaggio:

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Uno dei grandi punti interrogativi che si sono posti alla NASA è l’effetto dell’attraversamento della fascia di Van Allen, una regione delle spazio a forma toroidale che circonda la Terra. La fascia di Van Allen è caratterizzata da particelle cariche che possono danneggiare o comunque interferire sugli strumenti e sui futuri viaggiatori umani. Uno degli obiettivi di questo primo lancio oltre questa regione era proprio raccogliere dati per meglio comprendere quello che vi avviene. Per quanto si è visto durante la diretta, tutto è filato liscio, ma sarà l’analisi post-missione a dare maggior informazioni.

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Dopo circa tre ore, ha raggiunto la quota massima, circa 4500 chilometri (per la precisione 3604,2 miglia), equivalente alla quasi totalità della lunghezza della costa orientale degli Stati Uniti, dalla Florida al Maine. Percorrendo questa orbita, Orion è diventata il primo veicolo a lasciare la bassa orbita terrestre dai tempi dell’Apollo 17 oramai 42 anni fa. Una volta raggiunta la quota massima e iniziata la parabola discendente del viaggio, il modulo passeggeri dell’Orion si è distaccato dal secondo stadio del modulo Delta IV, volando così libera per la prima volta, dopo essersi girata di 180° su se stessa, per mettere lo scudo termico tra sé e la Terra. Anche questa delicata fase è stata superata senza problemi, tanto che – parole del commentatore della NASA TV – “non c’è stato tanto modo di discutere in mission control”.

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Nel suo ritorno verso l’appuntamento con l’Oceano Pacifico, Orion ha attraversato nuovamente la Fascia di Van Allen nella sua zona più attiva dal punto di vista delle radiazioni. Anche in questo caso, nessun problema da registrare. Gli occhi di mission control a Houston, a questo punto, si sono concentrati sull’incontro tra Orion e l’atmosfera, avvenuto circa alle 17:20 ora italiana, alla ragguardevole velocità di 32000 chilometro l’ora. In quel momento lo scudo termico, quello che era fallito durante il disastro dello shuttle Columbia il 1° febbraio 2003, ha potuto sperimentare picchi di temperatura massima attorno ai 2200 °C. Nessun problema anche durante il black out telemetrico al contatto con l’atmosfera.

La discesa finale e l’ammaraggio 600 chilometri a ovest della Baja California, dove le navi della marina militare americana stavano aspettandola, è l’ultima fase critica, quella in cui i paracaduti (due diverse serie) per una diminuzione progressiva della velocità fino ai 32 km/ora previsti per il contatto con l’acqua. Tutto è filato liscio, completando in 4 ore e 24 minuti, alle 17:29 ora italiana, il primo viaggio del nuovo veicolo per l’esplorazione umana dello spazio.

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@ogdabaum

Immagini: NASA

 

Orion scalda i motori per Marte

Il volo inaugurale della nuova capsula per il viaggio umano nello spazio realizzata dalla NASA ha ricevuto l’ok: i motori si accendono il 4 dicembre.

Da OggiScienza.it:

RICERCA – Il video rilasciato dalla NASA l’8 ottobre scorso comincia con Kelly Smith, ingegnere che lavora al sistema di navigazione, che annuncia: “Orion si sta preparando per essere lanciato”. Ora c’è una data: 4 dicembre 2014 alle 7:05 ora della costa orientale americana. L’Exploration Flight Test-1 (EFT-1) prevede un vero e proprio volo orbitale fino a toccare circa quota 5.800 km, una quindicina di volte la quota media a cui orbita la Stazione Spaziale internazionale, per testare la capsula Orion Deep Space (questo il nome completo) che rappresenta lo sforzo della NASA di dare nuova vita alle missioni umane nello spazio.

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Il volo inaugurale sarà privo di equipaggio e servirà a testare il comportamento della capsula dopo gli ultimi ritocchi che comprendevano l’installazione di una serie di sensori che riporteranno a terra dati preziosi per lo sviluppo del progetto. In tutto il volo di test durerà 4 ore e mezza, durante le quali la capsula effettuerà due orbite terrestri, a quote molto diverse, prima di rientrare nell’atmosfera e paracadutarsi nell’Oceano Pacifico. Quest’ultima fase sarà particolarmente monitorata da terra, dato che la velocità della capsula al momento del rientro sarà attorno ai 30 mila chilometri orari e lo scudo termico sarà messo a dura prova dai circa 2000 gradi che si registreranno in questa fase.

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Il programma Orion Deep Space della NASA è il centro del nuovo impulso di esplorazione umana del nostro Sistema Solare. Le tappe previste, non ancora definitive, sono l’atterraggio su di un asteroide vicino al nostro Pianeta nel 2025 e mettere piede su Marte nel 2030.

Nella notte tra l’11 e il 12 novembre scorsi, Orion è uscita dall’hangar e si è andata a posizionare sulla piattaforma di lancio, precisamente la numero 37 della Air Force Station di Cape Canaveral, dove c’erano il razzo di lancio pronto ad attenderla (si tratta dell’unità di lancio nota come United Launch Alliance Delta IV Heavy). Tutta l’operazione è riassunta dal video in time-lapse che la stessa NASA ha pubblicato sul proprio canale Youtube.

Dopo le operazioni di accoppiamento con il sistema propulsore sulla piattaforma di lancio, l’ETF-1 ha ricevuto l’ok definitivo per il 4 dicembre solamente giovedì 20 novembre, quando la Flight Readiness Review (FRR) ha dato esito positivo. Nel frattempo, la marina americana, assieme a Lockheed Martin (principale azienda coinvolta nel progetto Orion) e la stessa NASA stanno preparando la squadra di recupero al largo della costa californiana.

Di seguito, il video in cui potete seguire l’ingegnere Kelly Smith nel suo racconto di Orion:

Le origini della Stazione Spaziale Internazionale

Da Oggiscienza.it:

APPROFONDIMENTO – Quando Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana nello spazio, vi metterà piede il 23 novembre (salvo ritardi nel lancio) sarà passato da meno di un mese il quattordicesimo anniversario della presenza umana continua sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Questa lunga catena è iniziata ufficialmente il 2 novembre del 2000, quando gli astronauti Bill Sheperd, Yuri Gidzenko e Sergei Krikalev diventano il primo equipaggio residente per una missione di alcuni mesi. Ma la storia delle stazioni orbitanti e dell’ISS comincia molti anni prima.

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Il personale di volo della ISS Expetidion One (da sinistra a destra): il flight engineer Sergei Krikalev, il comandande della spedizione Bill Shepherd e il comandante della Soyuz Yuri Gidzenko

Alle origini lo scontro USA-URSS

Il primo capitolo di questa storia si apre nel clima della Guerra Fredda. All’inizio degli anni Settanta, mentre gli americani sono concentranti sul programma Apollo (quello della conquista della Luna), i sovietici sono già al lavoro per la creazione della prima stazione spaziale orbitante con personale permanente. Si tratta del programma civile Salyut, aperto ufficialmente nel 1971 per scopi di ricerca scientifica fuori dall’atmosfera terrestre. Salyut 1 è diventata la prima stazione spaziale a orbitare attorno alla Terra già nel 1971, quando è portata in orbita dalla missione Soyuz 10.

Il programma Salyut batte diversi record, come quello del primo avvicendamento dell’equipaggio su di una stazione spaziale, e continua a funzionare fino al 1986, quando viene sostituito dal Mir, il programma che manderà in orbita la famosa omonima stazione spaziale: la prima stazione modulare della storia. Gli americani, però, impiegano quasi quindici anni per rispondere ai primi risultati sovietici, quella della Salyut. Accade nel 1984, quando in gennaio il presidente Ronald Regan chiede ufficialmente alla NASA di costruire una stazione spaziale a stelle e strisce: la Freedom.

Le motivazioni americane, oltre che di prestigio, potrebbero avere anche motivazioni militari. Il programma sovietico Salyut, infatti, era affiancato da un’altro progetto militare, l’Almaz, cominciato addirittura negli anni Sessanta, ben prima che Neil Armstrong facesse il suo famoso piccolo passo. L’Almaz aveva scopi principalmente di ricognizione del territorio nemico ma prevedeva la presenza di personale a bordo e, addirittura, la dotazione di cannoni a scopo difensivo. I tre lanci del programma Almaz, segretissimi, vennero effettuati tra il 1973 e il 1976 sotto il nome di Salyuz per confondere le acque. Il progetto prevedeva inoltre lo sviluppo di una navetta capace di portare in orbita e riportare a terra gli astronauti.

Libertà vs. Pace

L’annuncio di Reagan era chiaro: la stazione americana sarebbe stata pronta e orbitante nell’arco di dieci anni. La realtà si è rivelata ben diversa, perché tra il 1984 e il 1993 il progetto Freedom è stato progressivamente ridimensionato e ripensato. La storia è complicata e coinvolge anche il cambio di presidenza e l’impegno dell’amministrazione Bush sr. nella Prima Guerra del Golfo. Quello che conta è che la Freedom non è mai stata realizzata e lo sforzo tecnico scientifico americano è confluito negli anni Novanta nella progettazione della Stazione Spaziale Internazionale, un capitolo che si è aperto solamente quando la Guerra Fredda si è definitivamente conclusa.

Mentre la Freedom perdeva, non solo metaforicamente, i pezzi per strada arenandosi nelle pastoie della burocrazia USA, il programma Salyuz sovietico veniva chiuso non tanto per disinteresse o insuccesso, ma perché sostituito dal più ambizioso e moderno progetto della Mir (il cui nome significa “pace”). La prima stazione modulare è stata un successo, perché – qualche battuta di arresto a parte, come l’incendio a bordo del 1997 – ha potuto contare sulla decennale esperienza maturata nel programma Salyut e ha permesso, oltre che di effettuare esperimenti scientifici nello spazio, anche di testare per la prima volta le conseguenze sull’uomo di una permanenza prolungata nello spazio.

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La stazione Mir vista dallo shuttle Atlantis il 4 luglio del 1995 durante la missione STS-71

L’unione fa la forza. Economica

Con la fine della cosiddetta corsa allo spazio per la dissoluzione politica di uno dei due contendenti, l’URSS, e l’asfissia economica della NASA, i singoli progetti nazionali, sia la Freedom che la Mir-2 che doveva prendere il testimone russo, vengono cancellati. Scomparso, o almeno molto ridimensionato, l’elemento di predominio tecnologico (e della conseguente capacità di minacciare l’avversario) tipica dello scontro tra superpotenze, l’amministrazione americana decide di fare il giro delle sette chiese e trasformare quello che restava del progetto Freedom in una grande collaborazione internazionale. Siamo negli anni Novanta, con la Mir da poco in orbita e funzionante e, nonostante le difficoltà, sembra di assistere a una nuova accelerazione, senza che questa volta sia la competizione a imprimerla.

L’ultimo modulo della Mir viene agganciato nel 1996 e solo due anni dopo, nel 1998, vengono lanciati nello spazio i primi moduli per la realizzazione dell’ISS. Lo sforzo è un’azione congiunta delle agenzie statunitense, russa, giapponese, canadese ed europea. Una collaborazione per lo spazio, come già da qualche tempo si fa per la costruzione di grandi laboratori ed esperimenti internazionali sulla Terra, basti pensare a quell’apripista che fu, in questo senso, il CERN di Ginevra.

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Il modulo PMA-2 fuoriesce dello shuttle Endeavour e viene agganciato all’estremità del laboratorio Destiny

La maggior parte dei moduli vengono portati in orbita attraverso lo shuttle americano, ma anche i razzi russi contribuiscono nella fase di trasporto. Durante i due anni di costruzione nello spazio, il governo russo mantiene in attività anche la Mir, finché, a lavori dell’ISS conclusi, la struttura viene fatta deorbitare nell’ottobre del 2000, mandandola a distruggersi nell’atmosfera terrestre.

Dopo la missione iniziale, la Expedition One che portò i primi veri inquilini, l’ISS ha continuato a ingrandirsi fino a raggiungere i 15 moduli complessivi alla fine degli anni 2010. Oltre al laboratorio Destiny, il principale laboratorio scientifico sul Stazione, ci sono i moduli abitativi, la cucina, l’airlock, i siti di attracco per le navicelle di rifornimento e di trasporto, ma anche tutta una serie di strutture di servizio, come i panelli fotovoltaici e i bracci robotici. Per un’idea di come sia l’ISS, eccovi il video che il comandante Sunita Williams ha girato nel 2012 poco prima del termine della sua missione:

L’Italia ha partecipato, come membro dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), allo sviluppo di diverse parti della struttura dell’ISS. Tra di esse si segnalano i moduli polivalenti per la logistica, gli MPLM, utilizzati come cargo e sviluppati da Thales Alenia Space, oltre ad aver partecipato alla realizzazione di parte della cupola di osservazione e a vari altri moduli. Curiosità: anche l’acqua che si beve a bordo è italiana e viene dalla SMAT di Torino. Importante anche la partecipazione di astronauti italiani: la Cristoforetti sarà il settimo astronauta nostrano, dopo Franco Malerba, Umberto Guidoni, Roberto Vittori, Paolo Nespoli, Maurizio Cheli e Luca Parmitano.

Pochi giorni fa NASA ed ESA hanno firmato l’accordo per il prolungamento dell’attività dell’ISS fino al 2024, ma si discute anche di arrivare al 2028. Il che significa che c’è qualche tempo in più perché la nostalgia della Terra ispiri il lato artistico degli astronauti, come è successo al comandante Chris Hadfield, diventato famoso per una sua personale interpretazione di Space Oddity di David Bowie:

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Crediti immagine: NASA

Navetta spaziale Virgin si schianta durante test in volo

Un altro grave incidente nel settore aerospaziale: una navetta di Virgin Galactic per il turismo spaziale

 

 

Da Oggiscienza.it:

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ATTUALITÀ – Durante un volo di test nella giornata di venerdì 31 ottobre, la navetta progettata da Virgin Galactic per il volo turistico spaziale si è schiantata nel deserto del Mojave, a nord di Los Angeles. Uno dei due piloti risulta deceduto durante l’incidente, mentre un secondo è ricoverato in gravi condizioni dopo essere riuscito a lanciarsi con il paracadute di emergenza.

Si tratta del secondo incidente grave nel settore aerospaziale nell’arco di pochi giorni, dopo che il razzo Antares che doveva lanciare in orbita la navetta Cygnus per rifornire la Stazione Spaziale Internazionale è esploso pochi secondi dopo il decollo da Wallops, in Virginia.

La dinamica dell’incidente californiano

La routine di volo della SpaceShip Two prevede che sia trasportata in quota (tra 13 mila e 14 mila metri) da un doppio aereo appositamente progettato, il WhiteKnight, e venga poi rilasciata per il salto di quota finale. Venerdì, secondo quanto riportato da Reuters e Associated Press, tutto è filato liscio fino a un tempo tra i novanta secondi e i due minuti dopo lo sgancio della navetta dal trasporto. A quel punto un incidente ancora tutto da comprendere ha causato un’esplosione sulla SpaceShip Two e il conseguente schianto nel deserto.

La navetta della Virgin Galactic è stata progettata per il volo turistico che raggiunge la quota di 120 kilometri dalla superficie terrestre. Un volo tipico, secondo il piano economico dell’azienda, dovrebbe costare 250 mila dollari e prevede la vista del nostro pianeta dallo spazio e alcuni minuti di assenza di gravità. La costruzione della navetta è stata affidata fin dall’inizio a Scaled Composit e l’ultimo incidente grave registrato dall’azienda è del 2007, quando tre dipendenti dell’azienda persero la vita durante i test al sistema di propulsione della navetta.

Da quanto dichiarato durante la prima conferenza stampa dopo l’incidente dal presidente di Scaled Composit Kevin Mickey, il test di venerdì era il primo a far uso di una nuova miscela di carburante che è stata adottata fin da maggio, ma provata solo a terra. Su tutta la vicenda dovrebbe aprirsi un’inchiesta del governo americano, il quale ha già comunicato che invierà in California un team per le indagini. Richard Branson, patron di Virgin Galagtic, dopo aver espresso solidarietà e preoccupazione per l’incidente, ha dichiarato che le operazioni dell’azienda proseguiranno per realizzare il sogno del turismo spaziale.

Sull’altra costa

Dopo una primo sopralluogo aereo dell’area di lancio del razzo Antares, che doveva portare in orbita la navetta Cygnus per il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale, l’Orbital Sciences ha cominciato a catalogare i detriti causati dall’esplosione e dallo schianto.  L’Accident Investigation Board (AIB) preposta a chiarire la dinamica dell’incidente ha iniziato i propri lavori.

Su questo punto la novità più importante è la dichiarazione ufficiale di Orbital Sciences per cui il razzo è esploso in seguito alla decisione del controllo missione di attivare la procedure di distruzione. La procedura è prevista dalle norme di sicurezza, che prevedono che in caso di anomalia, il personale a terra possa attivare un’esplosione controllata sul razzo. Non è ancora chiaro se l’esplosione sia avvenuta quando il razzo aveva già cominciato a perdere quota per i problemi al motore AJ-26 o se sia stata l’esplosione a causare la caduta e lo schianto.

@ogdabaum

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