Sam Smith – The Thrill of It All 

Davvero nel 2017 c’era bisogno di un brano come HIM, un giochino facile facile in cui scopriamo a poco a poco che quel che canta Sam Smith non è il peso del peccato, ma un banale coming out? Sarebbe ingiusto chiudere qui la recensione, stroncando il giovane crooner del Cambridgeshire colpevole di aver voluto fare una spiega semplificata e semplicistica degli struggimenti del cuore. Sarebbe ingiusto, perché c’è anche tutto il resto che non funziona…

Come per il suo debutto del 2014, In the Lonely Hour, anche il sophomore è “un mero prodotto discografico al servizio di mamma Capitol” (Zagaglia docet), che conferma di aver messo completamente alle spalle il legame degli esordi con il dancefloor. Tutto il lavoro, di altissima produzione industriale che sta alle spalle delle nuove dieci tracce, è teso a occupare lo spazio commerciale che si trova all’incrocio tra talent show, prodigio della tecnica vocale, canzoni bagnate rapidamente nel soul e nel Mississipi, ma in realtà costruite in quasi totale assenza di una melodia degna di questo nome, in nome di un pop/r’n’b pronto per Billboard.

Ci sono luoghi comuni che assomigliano a colpe. Come per esempio la chitarra simil-Creepdi Midnight Train intrufolata in una storia notturna messa lì proprio per stimolare l’effetto già noto, il ritorno confortevole nello struggimento emotivo da quattro soldi. C’è il piano-voce di Burning che è fin troppo carico di acciaccature, tremoli, falsetti mirabolanti per poi chiudere su strati e strati di cori che servono a rafforzare lo spleen, ma poi ti accorgi che si sono dimenticati il ritornello e hanno costruito solo il bridge: come a non riuscire a completare. C’è il duetto (No Peace) con la giovane YEBBA, al secolo Abbey Smith, cantante paciosa, che ricorda tanto i terribili duetti di Celine Dion o Zucchero.

The Thrill of It All è un prodotto che sembra r’n’b bianco marcato UK, ma è background per la promozione di un profumo o di una linea di intimo (maschile o femminile che sia). Potremmo continuare, ma un ulteriore ascolto sa di masochismo, per il quale, tra l’altro, c’è anche la deluxe edition, dove alle dieci tracce originali se ne aggiungono altre quattro: per palati forti.

Originariamente: Sam Smith – The Thrill of It All | Recensione | SENTIREASCOLTARE

Curtis Harding – Face Your Fear

Nemmeno quando ha esordito, nel 2015 con un disco straight-in-your-face come Soul Power, si poteva avere la sensazione di trovarsi di fronte a un esordiente in senso stretto: tanto il mestiere messo in quelle tracce soul e r’n’b che si poteva parlare senza tema di smentita di un disco fuori dal tempo. Erano i primi vagiti personali di un songwriter che aveva già assaggiato la vita on the road del turnista e respirato musica fin dalla più tenera. Il suo secondo album, quindi, non può essere interpretato semplicemente alla luce della domanda se abbia o meno saputo rispondere alle aspettative che, nel frattempo, gli erano cresciute attorno. Anche in questo secondo episodio della sua discografia, cioè, siamo di fronte a una personalità forte, che semplicemente si dà: per certi versi la perfetta storia del soulman di razza, che prima di scrivere e suonare, semplicemente è.

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Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution

Svolta decisa nel sound della contrabbassista: con la pettinatura afro se ne va la classicità jazz. Emerge un’artista black con una visione molto originale della musica

Come può un’artista giovane (da poco ha compiuto i 31 anni) mettere così d’accordo tutti, ma proprio tutti? Eppure, con il suo nuovo album, Esperanza Spalding è riuscita contemporaneamente a strappare recensioni più che positive da critici musicali conservatori e poco aperti alle novità, come quelli del Boston Globe o del New York Times, e contemporaneamente a raccogliere elogi anche dal mondo più indie, di cui possiamo prendere i lustrini patinati di Pitchfork come riferimento. Merito di un disco che davvero travalica i generi (e le generazioni), di un’alchimia sonora e di una rinnovata immagine che ha messo tutti d’accordo? La risposta, come spesso accade in questi casi, è meno scontata di quello che sembra a prima vista. Ma procediamo con ordine.

Quando nel 2011 la sua cofana afro svetta sul palco dei Grammy per ritirare il suo premio come Best New Artist (superando le corazzate Justin Bieber, Florence and The Machine, Mumford & Sons e Drake), l’immagine segna un elemento storico importante: è la prima volta che un’artista di estrazione jazz vince questo riconoscimento. Per la cultura americana, questo tipo di segnale ha un valore forse più alto di quello che pensiamo noi italiani, ma resta il fatto che indica un cambiamento di gusto e percezione dei confini tra i generi (che, almeno per quel che riguarda la black music, sono diventati più labili che mai). Segno che se ai suoi tempi Michael Jackson, in termini di successo ecumenico, era una mosca bianca (!), il lavoro delle Erykah Badu, delle Lauryn Hill (e se vogliamo, l’onda lunga di Bette Davis e Nina Simone) ha sdoganato la musica degli afroamericani verso un pubblico mainstream più ampio rispetto al passato e, forse, quella separazione determinata dalla Black Chart è davvero definitivamente superata.

Esperanza, su quel palco, è arrivata a 26 anni, come giovane promessa di quel non-genere musicale che sta a cavallo tra il jazz (su quel palco ringraziava il grande sassofonista Joe Lovano, con cui ha collaborato) e le nuove leve soul/r’n’b. È un pubblico appena più colto di quello di Norah Jones, quello a cui sembra pensare l’Academy che la nomina. La Spalding si è ritagliata la propria notorietà con un una serie di buonissimi dischi in cui lei, oltre a scrivere qualcosa di suo pugno, soprattutto suona il basso (ora il contrabbasso, ora un basso elettrico a cinque corde) e canta grandi classici della canzone black e non solo. Per esempio, non disdegna di dare un tocco tutto suo a brani di Michael Jackson o David Bowie, ma rimanendo sempre all’interno di un solco jazz/avant che sorprende per la personalità, non per l’originalità.

Poi atterra sul pianeta un disco come Emily’s D+Evolution, inatteso, fuori dagli schemi, diverso, originale. E la nostra musicista da Portland cambia anche look: via la pettinatura afro, benvenuti dread e occhialoni da geek. E poi i suoni, niente a che vedere con tutto quello che aveva fatto sentire fino a quel momento: funk, indie rock, dubstep, progressive e moltissimo altro. Certo, il jazz e la black rimangono, ma più come discorso e meno come proposta puramente musicale. E poi c’è il gioco con Emily, il suo secondo nome, e una sorta di alter ego che fa pensare subito a uno che oltre a essere presentissimo in spiritu nel disco, è anche uno a cui le personalità pubbliche multiple non sono mai dispiaciute: Prince. Il genietto di Minneapolis qui è preso sia dal lato dei suoi dischi calembeur degli anni Ottanta, sia per un gusto della sovrabbondanza che fa sembrare, in certi momenti, questo Emily’s D+Evolution una dieta troppo carica. Ma irresistibile come una pecan pie appena sfornata.

Dentro a queste dodici canzoni si sentono i Funkadelic, i Parliament, le chitarre indie che hanno segnato il volgere del secolo, tantissima Badu, ma anche i Weather Report più sincretisti, il soul più contemporaneo innervato di suoni elettronici. Ma, e non sembri un paradosso retorico, brani come OneNoble Nobles hanno introiettate le stigmate della classicità, quella che passa tra la Motorcity degli anni Cinquanta e Sessanta e la Tin Pan Alley di qualche decennio prima. Per certi versi, e semplificando parecchio, si potrebbe quasi dire che lasciando l’alveo più jazz (e la capigliatura afro), la Spalding abbia scritto il suo disco più black e, sicuramente, più intimo, sorta di viaggio/dialogo tra l’artista e la bambina che si intravvede dietro a Emily.

Basta tutto questo, assieme all’innegabile efficacia di molti dei brani, a giustificare questo successo democristiano di critica? Forse, se il disco fosse perfetto come un Purple Rain. In realtà non lo è. Talvolta, in Farewell DollyI Want It Now per esempio, la musicista esagera e sembra non riuscire del tutto a controllare la teatralità dei brani. Ma Emily’s diventa un argomento sufficiente se, sulla notorietà che un Grammy genera, si inseriscono sapientemente detti e non detti sulla propria omosessualità, una maggiore consapevolezza di appartenenza alla comunità black USA (si veda anche il brano Ebony and Ivy), un look estetico/musicale che strizza l’occhio (senza farsi travolgere) dalle mode del mondo Pitchfork (occhialoni, massimalismi, melting pot di culture musicali, esotismi). Questo discorso extra-musicale nulla toglie – e nulla deve togliere – al disco, quasi un nuovo esordio per un’artista che non ci si aspettava di ritrovare così, ma che sta mostrando di avere ancora molto di nascosto nel manico del basso: sorprendente e corroborante allo stesso tempo.

[Da SentireAscoltare.com]

Mavis Staples – Livin’ on a High Note

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Per inquadrare correttamente la vita, oltre che la carriera, di una cantante come Mavis Staplesservirebbe un libro. O forse un documentario come MAVIS!, che approderà su HBO a fine febbraio. Intanto, dopo un EP di sole quattro canzoni, ma che mostrava ancora tutta la classe di cui è portatrice sana, la ultrasettantenne regina del soul di Chicago torna con l’ennesimo disco lungo, dopo aver ritirato anche il secondo Grammy Award alla carriera (forse un po’ pochino, ma non lamentiamoci troppo).

Il disco è più gioioso di quello che si potrebbe aspettare l’ascoltatore occasionale. Ma, come la signora stessa ha anticipato (ve lo raccontiamo anche noi nella scheda dell’album), è stata una sua espressa richiesta agli autori: canzoni solari, gioiose. Insomma, dopo sessant’anni buoni di carriera passati a calcare i palchi dei club e dei festival di tutto il mondo (Porretta Terme compresa), c’è ancora la voglia di cantare, di trasmettere emozioni, energia. Tanto di cappello.

Cosa aspettarsi allora da queste dodici tracce, che vedono anche la collaborazione di Nick Cave(Jesus Lay Down Beside Me, una ballad poco murder e molto torch), M Ward (Don’t Cry, un programmatico high tempo in salsa country soul), Justin Vernon, Ben Harper, Neko Case (una prescindibile History Now) e tUnE-yArDs (Action, forse uno dei picchi del disco)? Certo non la novità, il guizzo sorprendente, ma tutte le increspature di una voce che non ha mai smesso di declinare in note il verbo della black music. Spesso raccontando di vite difficili, di emarginazione, di scoramenti di fronte a Dio, meno spesso di gioie di vivere su di un acuto. Sempre, però, è valsa la pena di ascoltare.

[Da SentireAscoltare.com]

Willis Earl Beal – Noctunes

L’ultimo episodio del busker vagabondo è una lunga session allo specchio dell’anima che convince solo a metà

Che Willis Earl Beal non fosse un personaggio facile, lo avevamo capito: homeless, alcolista redento, fondatore della Church of Nobody, attore alla bisogna. Un “precario della black music sfuggito ai meccanismi dello showbiz solo per entrarvi dalla finestra dell’hype 2.0“, come lo ha giustamente definito il nostro Stefano Solventi all’epoca di Nobody Knows. Ma che cosa aspettarci dopo la rottura (apparentemente) consensuale con la XL, l’arresto a Portland con le accuse di molestie, i tour cancellati, i dischi distribuiti gratuitamente ai fan?

Se pensavate che Willis Earl Beal cambiasse vita, in una sorta di redenzione in perfetto stile black America, beh, vi sbagliavate. Nel senso che probabilmente l’uomo, larger than life, non cambierà davvero mai. Ma si prodigherà in riflessioni, commiserazioni e spergiuri di mettere la testa a posto, come avviene in questo Noctunes. Anche questa, una storia tipicamente black America (e non solo). In queste dodici canzoni che sembrano fatte solo della voce di Beal e di un lungo tappeto di synth, qualche rara percussione elettronica e poco altro, si canta l’amore come, forse, unica forza che può salvarci (Love Is All Around), lo stooping esistenzialista (vedi Lust: “Ever since I was a kid, I could not keep my eyes away/ I told myself I was alright/ I told myself I was normal inside“), il bisogno di conferme (Say The Word).

Tra vaghi riferimenti cinematici, ugge Chesnuttiane, tentazioni orchestrali mai davvero compiute, i 63 minuti del disco fluiscono via come un unico flusso di coscienza, forse identico allo stesso flusso che li ha generati in una casa in riva al lago, dove sono stati concepiti. Pur dovendo ancora una volta riconoscere l’originalità e il fascino del personaggio e della sua visione del mondo, cominciamo a sospettare che la spinta si stia esaurendo e che di bello, qui, ci siano più l’idea che la realizzazione.

[Da SentireAscoltare.com]

Il peso della cultura. Intervista a Lisa-Kaindé Díaz metà delle Ibeyi

Il papà musicista dei Buena Vista Social Club, la mamma francese/venezuelana, ma anche l’hip hop, il jazz e la classica: l’esordio delle sorelle Díaz è un manifesto della contaminazione post-2000. Ma tutto parte dalle radici Yoruba

Il papà musicista dei Buena Vista Social Club, la mamma francese/venezuelana, ma anche l’hip hop, il jazz e la classica: l’esordio delle sorelle Díaz è un manifesto della contaminazione post-2000. Ma tutto parte dalle radici Yoruba

Dall’altra parte del telefono la voce è allegra, musicale in modo naturale. Ci si saluta cordialmente e colpisce la franchezza, il non tirarsi indietro dal raccontarsi, dal dire. Per una ragazza che ha solamente 19 anni e che sei mesi fa nemmeno immaginava di poter o voler tentare la carriera musicale, è un bel segno di interezza: non c’è costruzione attorno alla storia sua e di sua sorella gemella Naomi, non ci sono ragionamenti a tavolino, ma l’irrefrenabile necessità di mettere se stesse in musica, perché la musica definisce la tua identità. Così, dentro a un esordio che sembra confezionato da delle veterane, nel progetto Ibeyi, finiscono le profonde e multietniche radici di famiglia, in un affresco sincretico che unisce Parigi, il Mississippi, l’Africa occidentale (dall’area di Nigeria, Benin e Togo), l’hip hop urbano contemporaneo, il pianismo classico, l’elettronica lieve e le strade di Cuba.

Proprio dall’isola caraibica tutto avrebbe potuto avere origine, per ben altre vie rispetto a quelle che invece hanno preso forma. Il padre, Anga Díaz, è stato (è scomparso a soli 45 anni nel 2006) percussionista nelle fila del Buena Vista Social Club. Ottimo conguero e suonatore di cajon, lo strumento di derivazione sudamericana che ha preso piede a Cuba quando sono stati vietati i tamburi, non ha mai forzato le figlie, nate con la madre francese di radici venezuelane, a imboccare la carriera musicale. Ma quando se n’è andato, senza dire niente, «Naomi ha preso il cajon e ha cominciato a suonare», ci racconta Lisa, «è nata per questo». In realtà, alle spalle ci sono solidi studi classici, che hanno gettato le basi di una musicalità dai pronunciati toni spontanei. Questo “spirito musicale” ha preso pian piano sempre più piede nella vita delle ragazze, finendo per definire un’identità che ha radici in quella cultura Yoruba che gli schiavi dell’Africa occidentale si sono portati a Cuba e nei Caraibi, e che «è parte della [loro] vita quotidiana».

La musica che scaturisce da questa fusione particolarissima è un soul/gospel urbano moderno che mostra come una delle poche vene feconde di questi anni frammentati sia la contaminazione: come si sono ridotte le distanze geografiche tra i continenti, così anche i generi musicali hanno visto progressivamente perdere netti confini di appartenenza. La mezcla messa in scena da Ibeyi ha la forza urbana della patchanka al netto delle intenzioni politiche, l’immediatezza e la freschezza delle nuove scene musicali africane che stanno recuperando repertori sterminati di enorme valore, il blues di razza del Delta del Mississippi con Nina Simone a farsi Caronte intellettuale, una sfumatura hip hop che guarda tanto ai contenuti urbani contemporanei quando alla Bristol di fine Novanta e – non sia che un pregio – un’orecchiabilità pop che ha fatto innamorare XL Recordings. Forse non sarà un disco storico, ma questo modo di pensare alla musica potrebbe essere una delle idee musicali che oggi possono ancora dare scosse concrete. La cosa migliore, ora, è sentire la loro storia direttamente dalla voce di Lisa. Per il resto ci sarà tempo. Eccome se ci sarà tempo.

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Per prima cosa vorrei che mi raccontassi la vostra storia: siete francesi di nazionalità, ma di origine cubana, e in particolare venite dalla cultura Yoruba…

Nostra madre è francese e venezuelana, mentre nostro padre era cubano. A Cuba la cultura Yoruba è molto presente: l’hanno portata gli schiavi dal Benin e dalla Nigeria, nell’Africa Occidentale, quando sono stati mandati a Cuba. È una cultura molto presente, ma la gente ne parla poco: non so perché. Noi siamo cresciute nella cultura Yoruba, fa parte di noi.

E questo spiega perché cantiante anche in quella lingua. Quello che mi ha colpito è che due musiciste così giovani – come siete tu e tua sorella – siano così interessate alle proprie tradizioni e a una cultura antica come la Yoruba. Che cos’è che vi lega a questa cultura, oltre alla vostra famiglia?

Non lo so di preciso. Credo che in qualche modo mi affascini e, contemporaneamente, è anche la mia cultura. Voglio dire che non si tratta di una cosa che ho scoperto cinque anni fa o qualcosa del genere. Ci sono cresciuta dentro e sono legata ad essa in maniera personale. E allo stesso tempo, come dire, è cubana, è mio padre ed è anche la mia eredità. Credo che sia qualcosa che sono nata per cantare. È stato importante per me, soprattutto mentre crescevo. Credo che sia per questo che sono legata alla cultura Yoruba ed è parte della mia vita quotidiana.

Vivendo in Europa hai mai avuto problemi per essere cubana, venezualana e Yoruba?

No, no no. Era un di più, un grande, grande più. Appartenere a due culture è stato davvero avere qualcosa in più. In parte, credo, perché essere cubana è così cool in Francia! La gente è felice quando dico che sono di Cuba, per cui è sempre un bonus, e credo che essere una mescolanza di culture sia fantastico. Credo che se provieni da due diverse culture puoi fare cose davvero interessanti, puoi essere un artista che fa cose incredibili.

Che cos’è la musica per te?

Credo che sia qualcosa che mi mette in comunicazione con me stessa e mi connette con le persone. È un modo per sentirsi bene, per esprimere me stessa e miei sentimenti. E per connettermi con mia sorella. È un modo di essere felice e diventare più felice.

A proposito della tua relazione con la tua gemella: ho letto che litigate molto, ma com’è essere gemelle e creare insieme?

A volte è difficile. Ogni giorno cresciamo molto e stiamo imparando come lavorare insieme giorno dopo giorno. È un aspetto che sta cambiando e spero che litigheremo sempre meno. Non è facile, ma allo stesso tempo è eccitante, perché quando parliamo di musica ogni litigio è interessante e ogni singolo alterco rende la nostra musica migliore. Quindi, alla fine, quando riguarda la musica, va bene. In altri momenti della nostra vita, invece, è un aspetto irrisorio.

Ibeyi copertina-cd

Quando avete cominciato a cantare e a suonare?

Abbiamo cominciato a sette anni, con la musica classica: mia sorella suonava percussioni classiche, io il pianoforte. Poi sono anche andata a lezione di canto jazz e l’ho adorato. Poi, quando avevamo circa 16 anni, ho cominciato a comporre la musica di Ibeyi, ma all’epoca non sapevo che lo stavo facendo.

Che cosa ti ha fatto scrivere la prima canzone?

Credo che sia cominciato in un momento in cui ero molto annoiata. Intendo molto, molto annoiata, perché Naomi era spesso fuori. Così ho detto a mia madre: «sono così annoiata. Non so cosa fare, ho già fatto tutto». E lei mi ha detto: «componi, scrivi della musica». E così ho cominciato la mia prima canzone, che mi ha fatto sentire così bene, e ho capito che comporre mi rendeva felice. È stata una specie di terapia. Mi ha fatto stare bene e mi ha reso felice perché era un modo per dire a me stessa: «posso fare qualcosa. Ho scritto una canzone». Ma non pensavo che sarebbe stato niente più di questo, un modo per avere un’identità. Così mi sono ritrovata ad essere Lisa, ma anche un’altra Lisa per gli amici, quella che scriveva le canzoni. Non pensavo che avrei fatto un album. Pensavo di fare la maestra di musica.

Come ti senti adesso, in giro per il mondo e con l’album che sta per uscire?

È faticoso, ma è magico allo stesso tempo: tutto cambia così velocemente. In quattro mesi le nostre vite sono completamente cambiate. Mi sento benedetta e sono così felice. Anche Naomi è felice. É incredibile poter volare ovunque e incontrare tante persone vivendo della propria musica. Credo di stare ancor aspettando il momento in cui dirò «okay, adesso questa è la mia vita!».

Il vostro album di debutto sembra scritto da un artista più maturo, non da due musiciste di 19 anni. Ti senti diversa dalle altre teenager?

Per certi versi credo di essere davvero un po’ più matura, ma per molti aspetti sono veramente normale. Forse si tratta di un modo di guardare alla vita, alla morte e all’amore un po’ differente. Ma mi sento normale e credo che la normalità sia strabiliante. Penso davvero che tutti abbiamo qualcosa di importante da dire e da esprimere. Tutti i miei amici sono fantastici, vivo vicino a molti artisti e sono tutti bravi.

È interessante quello che dici, perché c’è una specie di stereotipo secondo cui i musicisti si sentono diversi e unici. E tu mi stai dicendo che sei diversa perché sei unica come tutti sono unici…

Lo credo davvero: ognuno è unico e tutti possono dire qualcosa e avere un modo originale di dirlo. Credo che probabilmente gli artisti siano persone che cercano di tirare fuori queste cose, ma penso che tutti possiamo farlo.

 

[Da SentireAscoltare.com]

Cold Specks. Non sono una cantante soul

Con il suo secondo disco, l’artista canadese ha inspessito il sound e preso le distanze, almeno verbalmente, dalla soul music. L’abbiamo contatta alla vigilia del tour italiano, cercando di capire perché il suono minimal e la rarefazione oggi l’annoiano tanto.

Con il suo secondo disco, l’artista canadese ha inspessito il sound e preso le distanze, almeno verbalmente, dalla soul music. L’abbiamo contatta alla vigilia del tour italiano, cercando di capire perché il suono minimal e la rarefazione oggi l’annoiano tanto.

Deve essere un po’ stanca di essere sempre limitata all’ambito soul/black, che comunque rimane una matrice indelebile del sound che Al Spx, in arte Cold Specks, propone in una versione più personale e inspessita (nel sound) con il suo ultimo disco, Neuroplasticity. Probabilmente alla musicista di base a Montreal, una città in cui l’effervescenza della scena musicale non favorisce certo la costruzione di steccati tra i generi, deve dare soprattutto fastidio l’essere paragonata a prodotti di stampo nettamente meno autoriale e più commerciale, in primis Adele.

Ma il sound di Cold Specks ha in effetti anche molto altro da dire, a cominciare da pulsazioni ambient e contaminazioni electro che fanno capolino nell’ultimo album. Manca forse ancora un po’ di originalità sul fronte della composizione, ma Cold Specks è sicuramente un nome da tenere in considerazione per quanto riguarda il cantautorato al femminile internazionale. L’abbiamo raggiunta per qualche veloce considerazione, in previsione delle sue tre date italiane tra Milano, Torino e Bologna.

Qual è stata la maggior ispirazione per il tuo ultimo disco? Che cosa è cambiato rispetto al passato?

Credo che la principale fonte di ispirazione per il disco derivi dalla mia voglia di cambiare. Ho voluto a tutti i costi un suono più comunicativo e ho cercato di raggiungere questo scopo prima ancora di scrivere qualcosa. Ho passato anni portando in tour canzoni acustiche e non lo potevo più sopportare. Trovo che la rarefazione e la minimal siano noiosi.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un nuova riscoperta del soul: che cosa ne pensi? L’idea di “nu soul” o “new soul” ha qualche significato per te?

Assolutamente no. Per essere onesta con te, credo che sia assurdo: non faccio davvero soul music e non so che cosa sia il “nu soul”. A volte mi ritrovo relegata in questa categoria solamente perché sono nera, ma non è per nulla rappresentativa della musica che produco. Credo che sia un po’ una visione limitata.

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Montreal è una città con una importante ed effervescente scena musicale. Credi che ti abbia influenzato nel tuo modo di approcciare la musica e di scriverla?

Assolutamente. Non credo che questo disco sarebbe stato lo stesso senza Montreal. Siamo stati agli Hotel2Tango studio per circa cinque mesi. È stata un’esperienza fantastica. Credo, poi, che sia normale che ciò che ci circonda filtri nel songwriting.

Stai portando in tour il tuo ultimo disco. Ti piace l’approccio live? Dove ti piace di più suonare? Che aspettative hai per i tuoi concerti italiani?

Sì, mi sto molto divertendo a portare in giro questo disco. È tutto molto eccitante e nuovo: finora mi è sembrata una favola. Mi piace andare in Paesi che ho visitato raramente. La parte italiana del tour sarà molto speciale. Senza dimenticare che il giorno della mia data a Torino sarà anche il mio compleanno!

 

[Da Sentireascoltare.com].