Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald. Leggi tutto “Tori Amos – Native Invader”

Rufus Wainwright – Take All My Loves: 9 Shakespeare Sonnets

Nove sonetti di Shakespeare in musica per celebrarne il 400° anniversario. Si richiedeva grandeur, ma funzionano meglio i brani più lineari

Sapere cosa aspettarsi da Rufus Wainwright, per una volta, non è stato così difficile. Dopo l’opera (intesa come genere del teatro musicale) del 2015, il suo rapporto con l’etichetta discografica della classica per eccellenza continua con la celebrazione diretta dei 400 anni dalla scomparsa di William Shakespeare, l’icona più ingombrante che ci si possa immaginare nella letteratura anglofona. In realtà, con i sonetti del bardo di Stratford-upon-Avon, il canadese aveva già avuto a che fare sei anni fa, in occasione di quel All Days Are Nitghts: Songs For Lulu in cui erano le sofferenze della madre malata a spingere Wainwright a rifugiarsi nella poesia per leccarsi le ferite.

Qui, l’intento celebrativo si manifesta in una pletora di ospiti internazionali che cantano o declamano i sonetti. Per cui, il disco (tolta un’introduzione dai sapori elettronici un po’ fuorviante) risulta una doppia lettura di nove composizioni di Shakespeare recitate in diverse lingue e cantate da Rufus in prima persona o da ospiti del mondo del bel canto. L’operazione, per sua natura, non può che essere riuscita solamente in parte. Paradossalmente, quando Wainwright ha a disposizione l’orchestra e una eccellente voce femminile come quella di Anna Prohaska (specializzata nel repertorio antico), il risultato è meno interessante: canzoni che non rimangono impresse né per la linea melodica, né per l’impianto strutturale originale. Tutt’altra cosa, invece, quando Rufus sceglie di asciugare in tono intimistico per scavare dentro le parole e le immagini che le stesse evocano. Il confronto diretto è reso possibile da un sonetto, Sonnet 20, che è proposto nelle due versioni: quella orchestrale, pur mostrando con la linea di violino iniziale un fascino fragile e di sicuro impatto, non regge la forza della reprise più canonicamente rock in cui sembra di ritrovare i Mercury Rev di Desert’s Songs. Interessante anche la rivisitazione in stile klezmer e in tedesco del sonetto 66, che si tramuta rapidamente in una danza sghemba, o la resa à la Efterklang di una Take All My Loves (Sonnet 40) affidata alla voce di Marius de Vries.

Insomma, per una volta che gli orpelli e gli eccessi che ne hanno caratterizzato gran parte della produzione musicale erano ampiamente giustificati, Wainwright convince di più quando li evita. Era già successo con All Days Are Nights del 2010, chissà che prima o poi non si arrenda a questa evidenza.

[da SentireAscoltare.com]