Lo studio del corpo umano e le cere anatomiche di Anna Morandi Manzolini | Zanichelli Aula di scienze

«Donna bella e piena d’ingegno tratta infatti con vigore i cadaveri e anche le membra in decomposizione, per poterli riprodurre e consegnare ai posteri. Allestì quindi la propria casa con parti del corpo umano, eseguite con arte mirabile e disposte nel modo più elegante; e le spiega … utilizzando un linguaggio semplice, nativo e puro, in cui nulla resta oscuro, ma con tanta chiarezza come se ne trova in uno studioso di anatomia»

Francesco Zanotti (da De re ostetricia, in Commentarii dell’Istituto di Scienze di Bologna, III tomo, 1755)

 

L’abito è di un rosa antico con dettagli in pizzo. Lo sguardo è dritto di fronte a sé, privo di qualsiasi timore. Nelle mani regge gli strumenti propri del mestiere, un forcipe e un bisturi, probabilmente quelli che ha appena usato per aprire la scatola cranica che ha di fronte a sé ed esporne il cervello per lo studio.  Decide di presentarsi così Anna Morandi Manzolini nel proprio autoritratto in cera del 1750, una scienziata che ha studiato l’anatomia del sistema nervoso umano – e non solo – applicando in prima persona lo spirito empirico dell’Illuminismo e una donna che non teme di sovvertire gli stereotipi di genere della sua epoca guardando dritto negli occhi, a testa alta, chi le fa visita.

Nel corso della sua attività scientifica Anna Morandi ha realizzato decine di opere in cera che rappresentano fedelmente e con un dettaglio per l’epoca straordinario parti del corpo umano, contribuendo all’avanzamento delle conoscenze anatomiche del tempo e in particolare del funzionamento degli organi di senso e di quelli riproduttivi maschili. Ma è stata anche una scienziata in un mondo dominato dai pregiudizi sul contributo intellettuale che le donne potevano dare alla scienza e, per questo, presto dimenticata dalla storia.

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Più che un film, uno spot: The Martian è nei cinema italiani

Il film di Ridley Scott girato con la consulenza NASA si rivela un quasi-Western sempliciotto che non convince

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ARTE, MUSICA E SPETTACOLI – L’accostamento del nome di Ridley Scott, regista di capolavori del cinema di fantascienza come Blade Runner e Alien, con la storia di esplorazione marziana scritta da Andy Weir – libro inizialmente autopubblicato e poi grande successo editoriale globale – ha fatto sperare molti fan e gli appassionati di spazio. La collaborazione della stessa agenzia spaziale americana con la produzione ha fatto pensare che ci si potesse trovare di fronte a un film che raccontasse in maniera piuttosto realistica come potrebbe essere un futuro viaggio umano verso il Pianeta Rosso. Sopravvissuto – The Martian delude sotto entrambi gli aspetti, trasformando il potenziale originario in un’avventura problem solving con uno scarso tasso di dramma, che spinge l’acceleratore su di un generico ottimismo nelle capacità degli esseri umani di superare gli ostacoli.

Mark Watney (Matt Damon) è uno dei sei astronauti che a bordo dell’Ares III hanno raggiunto Marte per la prima missione umana sul pianeta. Stanno svolgendo le proprie attività di ricerca quotidiana, in un clima da campo di boyscout, quando all’orizzonte si profila una tempesta talmente potente da superare il livello di guardia, motivo per cui il protocollo prevede di abortire la missione e cominciare il lungo viaggio di ritorno a casa. La situazione precipita velocemente e nel tentativo di raggiungere il veicolo Mark viene colpito da alcuni detriti dell’antenna di comunicazione che lo fanno sparire alla vista degli altri e dei monitor biometrici. Creduto morto, il capitano Melissa Lewis (Jessica Chastain) dà l’ordine di partire. Ma, come sappiamo già dal trailer, Mark è sopravvissuto e dovrà trovare modo di resistere in solitudine, novello Robinson Crusoe, riuscendo a produrre cibo per i quattro anni che lo separano dall’arrivo sul cratere Schiaparelli della prossima missione Ares.

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A differenza di una certa tradizione hollywoodiana di film in cui il protagonista deve affrontare in solitudine la prova della sopravvivenza, il Watney/Crusoe di Sopravvissuto ha come freccia al proprio arco il pensiero razionale. Il botanico Watney sembra essere il simbolo di un passaggio di sensibilità nell’immaginario collettivo: meno Rambo, meno Armageddon Space Cowboys e più nerd, più Big Bang Theory. I problemi si affrontano smontandoli e ragionando, strategia simboleggiata dalle sequenze in cui Mark compila liste di risorse alimentari, si ingegna per creare una serra per coltivare le patate su Marte.

Quello che risulta incredibile, in un personaggio che non è muscolare o sbruffone, è che non abbia (o almeno non li vediamo) cedimenti psicologici. In fin dei conti sarebbe umano sentirsi abbandonato e dubitare del proprio futuro. Ma è un pensiero che Scott e lo sceneggiatore Drew Goddard preferiscono lasciare a Vincent Kapoor (Chiwetel Ejiofor), uno dei dirigenti NASA che a Terra si organizzano per aiutare Watney. Certo, il cinema prevede sempre una certo grado di sospensione dell’incredulità di fronte a quello che vediamo sullo schermo e questo può essere uno di quei casi in cui si chiede troppo allo spettatore. O forse è il segno di un cambiamento dei tempi, per cui l’eroe di oggi è razionale laddove pochi anni fa sarebbe stato semplicemente una “macchina da guerra”.

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Della scienza esce un ritratto realistico, ma solo a tratti.  Scott e Goddard sono bravi a rappresentare l’impresa spaziale come il risultato del lavoro di immensi gruppi di ricercatori, ingegneri e tecnici. Ci sono i controllori di volo di Houston, gli esperti di tecnologia spaziale del JPL di Pasadena, ci sono gli attuali concorrenti del programma spaziale cinese. Ma lo stratagemma decisivo per la risoluzione del film (non sveliamo niente) non viene raggiunto con il lavoro di gruppo, attraverso la discussione e il confronto, ma attraverso il più classico degli “Eureka!” lanciato da un esperto di astrodinamica. È una tentazione che abbiamo già riscontrato tante volte nel cinema (vedi alla voce La teoria del tutto), ma che ci si poteva aspettare che la collaborazione con la NASA avrebbe potuto mettere da parte.

Anche sul fronte della tecnologia, non tutto fila liscio. Vero che molte delle cose che si vedono sullo schermo sono rappresentazioni di progetti reali della NASA, come raccontano loro stessi, ma ci sono comunque alcuni passaggi che, forse per semplici esigenze di far quadrare il tutto dal punto di vista filmico, sono fragili. Per esempio, con tutta la grande tecnologia a disposizione di Watney e soci, il sistema migliore per andare dall’Hab (la base dove vivono e lavorano su Marte) al MAV (il veicolo che li riporterà verso la nave Ares III) è uscire a piedi nel mezzo della tempesta? Possibile che non si sia pensato a nessun sistema di segnalazione del percorso con luci, funi, altri stratagemmi?

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C’è poi l’aspetto dell’acqua, elemento fondamentale nella narrazione di Sopravvissuto. Ma a fronte dei continui annunci della presenza di acqua su Marte, si poteva dedicare qualche minuto a spiegare perché l’astronauta se la procuri con un complesso processo chimico a partire dal combustibile del MAV. Forse è solo un dettaglio, ma per chi segue le ricerche sul nostro sistema solare, la situazione non può non far affiorare un sorriso.

Alla fine delle oltre due ore di proiezione (forse si poteva asciugare qualche passaggio), che cosa rimane? Dal punto di vista cinematografico, il film riesce a metà. La mano di Ridley Scott è ancora sicura e ci mostra un Marte estremamente bello dal punto di vista estetico. Manca, però, la tensione necessaria a tenere vivo il rapporto empatico tra spettatore e protagonista. Alla fine parteggiamo per Watney, ovvio, ma è troppo ottimista e fiducioso da poter sembrare un Candid voltairiano. Dal punto di vista della NASA, invece, crediamo che il messaggio pubblicitario sia forte e chiaro: stiamo per andare su Marte con dei nostri ragazzi, ma non dovete preoccuparvi, perché qualsiasi cosa accada li riportiamo sempre tutti a casa. Consolatorio, ma forse semplicistico.

[Da Oggiscienza.it]

 

Wikipedia chiede aiuto agli scienziati

Quanta diffidenza esiste ancora da parte degli scienziati sui contenuti scientifici della più famosa enciclopedia digitale?

Quanta diffidenza esiste ancora da parte degli scienziati sui contenuti scientifici della più famosa enciclopedia digitale?

Da quando è stata fondata nel 2001, Wikipedia è diventata un punto di riferimento imprescindibile in Rete, e non solo, quando si è a caccia di informazioni. Nonostante uno studio del 2005 indicasse come, allora, il numero di errori tra il sito online e un monumento del sapere come l’Encyclopedia Britannica fosse paragonabile, la diffidenza di molti ricercatori è rimasta.

Il punto debole, secondo i detrattori, è proprio il principio basilare di Wikipedia, secondo il quale chiunque, indipendentemente dalla competenza e dal curriculum, può editare qualsiasi voce. Per ovviare al problema, qualche anno fa è nata anche Scholarpedia, una wiki che si basa sullo stesso motore informatico di Wikipedia, ma prevede un processo di peer review in cui il “sapere è curato da comunità di esperti”. Finora, però, non è diventata così popolare da insidiarla.

Studi più recenti, sul fronte dell’informazione farmacologica, hanno dimostrato l’affidabilità delle voci dell’enciclopedia online, ma molti scienziati rimangono scettici, perché in alcuni casi il peer review caro alla comunità scientifica sembra dare torto ai sostenitori di Wikipedia. Alla recente Wikipedia Science Conference tenutasi a Londra all’inizio di settembre, quindi, i volontari di Wikipedia hanno quindi pensato di chiedere aiuto direttamente agli scienziati.

Un primo passo per cercare di costruire una strada comune è stato quello di convincere laRoyal Society ad accettare un wikipediano “in residence” che emenderà dagli errori le schede biografiche degli scienziati viventi. Ma dovrà anche introdurre molte voci mancanti: degli ultimi mille nuovi membri, uno su 3 non ha la voce Wikipedia. La speranza è che si tratti di una dimostrazione sufficiente di buona volontà da indurre la comunità degli scienziati a prendere un ruolo più attivo sull’enciclopedia online.

I progetti wiki che hanno coinvolto direttamente gli scienziati, come i database di famiglie di proteine (Pfam) e di RNA (Rfam) ospitati dallo European Molecular Biology Laboratory (EMBL) hanno evidenziato il potenziale di avere gli scienziati a bordo. Un rapporto di aiuto reciproco tra ricercatori e wikipediani ancora più intenso di quello odierno non può che far pensare a benefici per entrambi: strumenti agili ed efficaci da una parte, informazione scientifica affidabile dall’altra.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Wikipedia

[Da Oggiscienza.it]

Prevedere il risultato finale nel basket

Mentre si gioca la finale del campionato italiano tra Sassari e Reggio Emilia, e poco dopo la conclusione del campionato NBA, un gruppo di fisici americani ha studiato l’andamento del punteggio per capire chi ha più chance di vincere

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Gli appassionati di pallacanestro, e di sport in generale, sanno quanto è difficile predire il risultato finale di una partita: troppi i fattori da tenere in considerazione, non ultimo l’errore umano che non ti aspetti, il tiro più improbabile che va a segno, un fattore esterno che non era possibile prendere in considerazione a priori. Tutto ciò alimenta sicuramente l’attesa per il risultato, che è ancora più adrenalinico quando ci si gioca la finale del campionato in uno scontro faccia a faccia ripetuto come avviene nei playoff.

Ora la fisica sembra aver trovato alcuni elementi statistici che possono aiutare a prevedere il vincitore finale di una partita di pallacanestro. Li hanno individuati un gruppo di fisici in un articolo in uscita su Physical Review Eanalizzando l’andamento del punteggio di oltre 40 mila partite degli sport americani giocati a livello professionistico o semiprofessionistico. In particolare, i ricercatori hanno studiato il rapporto che esiste tra il numero di volte in cui cambia la squadra in vantaggio, il numero di punto di distacco tra le due avversarie e il risultato finale. Nella pallacanestro, il risultato è che si possono individuare alcuni precisi momenti della partita in cui la distanza che separa le due squadre rende molto meno probabile che chi è in vantaggio finisca per perdere il match.

Un aspetto è già noto agli appassionati di basket con una regola che Dan Peterson, grande allenatore americano che ha vinto tantissimo sulla panchina dell’Olimpia di Milano, continuava a ricordare durante i suoi commenti sportivi: “se a 10 minuti dalla fine sei indietro di 10 punti, puoi recuperare; se sono di più è molto difficile”. Le analisi dei fisici americani sono praticamente la conferma statistica delle parole di Peterson: se a 8 minuti dalla fine c’è una squadra in vantaggio, vincerà nel 90% delle partite.

Un altro momento davvero determinante delle partite di basket è l’inizio. Potrebbe sembrare strano che il punteggio del primo e del secondo quarto di gioco sia così importante, considerando tutto il tempo che c’è per recuperare. Eppure i dati analizzati parlano chiaro: grandi strappi nel punteggio durante la prima parte favoriscono enormemente chi è in vantaggio. E se si arriva a metà partita con un vantaggio di almeno 18 punti il risultato, come si dice in gergo, si può dire che “è in ghiaccio”.

Certo, tutta questa analisi prescinde anche da altri fattori che possono influenzare la singola partita, come quelli psicologici. Ma andate a spiegare ai Golden State Warriors che quest’anno hanno vinto il titolo professionistico del basket americano dopo 40 anni dall’ultima volta che l’idea della striscia vincente è un’illusione psicologica, come abbiamo raccontato qualche tempo fa. Tiratori “di striscia”, come si dice nell’ambiente, tipo Stephen Curry o Kay Thompson, due dei più precisi nel tiro da 3 punti, sono stati cardini delle vittorie della squadra della Bay Area di San Francisco. E, per inciso, non hanno mai perso tre partite di fila nella stagione.

Queste nuove analisi forse mettono in dubbio che tanti altri parametri che i professionisti della classifica prendono in considerazione quando analizzano il gioco siano davvero importanti. O forse ci insegna che non si possono prendere per oro colato. Nel frattempo godiamoci quel che rimane della finale scudetto italiana: se le cose vanno come sono andate in gara-3, con un continuo cambio di leadership e continui strappi da una parte e dell’altra, dobbiamo metterci il cuore in pace e aspettare il suono della sirena finale per sapere chi vincerà tra Sassari e Reggio Emilia.

[da Oggiscienza.it]

 

La teoria del melò

Il film biografico su Stephen Hawking riduce il lavoro scientifico al cliché del genio e si concentra invece sul lessico di un dramma familiare segnato dalla malattia

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – La moglie Jane sta aiutando un giovane Stephen Hawking a infilarsi un maglione. Il cosmologo, già sofferente nel corpo, è seduto in pigiama sul letto, da qualche tempo spostato in soggiorno perché le scale non sono più una via praticabile. In quel momento, con la maglia infilata a metà, la figlia Lucy ancora piccolissima, comincia a piangere nell’altra stanza. «Vai», dice Stephen: può aspettare. E lì, osservando il fuoco scoppiettare nel caminetto attraverso le trame della lana, capisce qualcosa, arriva a una conclusione determinante nel suo studio sulla natura del tempo. «Jane, ho avuto un’idea» è l’eureka lanciato al ritorno della moglie. Così, la sceneggiatura di La teoria del tutto risolve con l’epifania, affidando all’ispirazione del genio al momento o alla mano invisibile di qualche musa la risoluzione di un problema scientifico e intellettuale.

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Lo scienziato Stephen Hawking del film, interpretato da un bravissimo Eddie Redmayne che riesce a recitare con le sopracciglia e poco altro, come già è avvenuto per l’Alan Turing di The Imitation Game o il John Nash di A Beautiful Mind, viene ridotto a un genio chiuso ermeticamente nelle proprie elaborazioni cerebrali che, alla stregua di un poeta maledetto o un pittore romantico, trova il lampo in un dettaglio ignorato dai più. Questo stereotipo della genialità è forse figlio di un equivoco di fondo che riguarda una pellicola come La teoria del tutto: è un bio-pic, come si dice in gergo, pensato per raccontare a un grande pubblico la vita di un uomo diventato grande scienziato. Per quella non serve accettare la sfida di cercare di raccontare i mille pensieri, le sconfitte intellettuali o i piccoli avanzamenti quotidiani del lavoro in una maniera originale, ma è sufficiente accontentarsi del luogo comune del genio (malato) che da solo riesce laddove mille altri hanno fallito.

La conferma dell’interesse per l’uomo Stephen Hawking (e meno per lo scienziato) viene dall’ispirazione originale per il film, il libro di memorie della prima moglie Jane Wilde, Travelling to Infinity: My Life with Stephen. A interpretarla è una brava Felicity Jones che ha il volto giusto per interpretare quel sergente di ferro che a poco più di vent’anni decide che il fidanzato nerd non morirà dopo due anni, come pronosticato dal medico che diagnostica la malattia del motoneurone al giovane fisico, ma che riuscirà ad avere una vita e una famiglia normale assieme a lei. E allora il film assume soprattutto una connotazione da melodramma, con la malattia sullo sfondo di una grande storia d’amore che, però, si interrompe dopo oltre vent’anni e tre figli perché il cosmologo “paziente ideale” si innamora dell’infermiera Elaine, che diventerà sua seconda moglie.

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Il film, quindi, qui traballa ancora una volta, perché di Stephen Hawking impariamo a conoscere lati del carattere insospettabili in un uomo così colpito nel corpo: un umorismo e un’ironia sempre pronti, una grande passione per le donne (vedi alla voce: abbonamento a Penthouse in combutta con l’amico fisico Kip Thorne), una voglia di comunicare fuori dall’ordinario. Sappiamo, invece, poco delle motivazioni delle sue scelte (non era più innamorato di Jane? Che rapporto ha con gli amici, che sono poco più che comparse nel film? E con i colleghi?). Ma ancora una volta, si tratta di un equivoco, perché il film tratto dal racconto della prima moglie non può che essere un resoconto parziale, monco per definizione.

La storia di Stephen Hawking e Jane Wilde è soprattutto la storia di una coppia che negli anni Sessanta di Cambridge cerca di vivere una vita familiare normale, quando uno dei due normale non è: perché malato di una malattia che, sulla carta, non ammette speranze di vecchiaia e perché il cervello di Stephen, sempre lucido, è uno dei più brillanti della sua generazione. La macchina da presa sorvola rapidamente i risultati scientifici di Hawking (la “brillante” tesi di dottorato, il cambiamento di prospettiva negli anni successivi, le scoperte su Big Bang e singolarità) e invece si concentra sull’umanità di un amore che sfiorisce, un rapporto frustrante con il proprio corpo e la semplice difficoltà di essere Stephen Hawking.

La teoria del tutto è un film che probabilmente porterà John Marsh, famoso come documentarista per due capolavori come Project Nim e The Man On Wire, a fare il salto definitivo verso il lungometraggio di fiction, previo ritiro di qualche premio. È merito soprattutto suo, e di due interpretazioni molto solide, se il film non deraglia davvero, appoggiato com’è su di una sceneggiatura di routine che si ferma sempre sulla soglia del coraggio e della sfida, ma anzi rimane godibile nella sua struttura romantica da superamento delle avversità. Da spettatori, basta semplicemente non aver coltivato le aspettative sbagliate.

 

Kardashian Index: ecco gli scienziati top su Twitter

Da Wired.it:

Tutto è partito da una proposta scherzosa che Nail Hall, un esperto di genomica dell’Università di Liverpool, ha fatto durante l’estate su Genome Biology: un Kardashian Index che mettesse in relazione il numero di follower con quello delle citazione degli scienziati più popolari del web.

La rivista Science ha preso al balzo la sfida e compilato una classifica dei 50 scienziati con più follower su Twitter. Noi abbiamo preso in esame i primi venti (che potete vedere con le loro fotine nella gallery) e abbiamo fatto qualche semplice analisi.

La prima cosa che salta agli occhi è che Neil deGrasse Tyson è fuori scala: ha un numero enorme di follower e twitta parecchio. Grazie anche alla sua popolarità come conduttore di Cosmos: A Spacetime Odissey. La popolarità televisiva è probabilmente anche alla base dell’alto Indice K di Brian Cox, fisico inglese con la passione per la divulgazione.

Altri scienziati sono popolari anche perché fortunati scrittori di libri e editoriali per grandi giornali internazionali: Ben Goldacre, Oliver Sacks, Sean Carroll, Steven Pinker, Richard Dawkins, per citare quelli più famosi. Sean Carroll, in particolare, è lo scienziato della top20 che twitta di più, seguito da Ben Goldacre (ma viene citato poco, in proporzione) e Phil Plait.

Ci sono poi casi interessanti. Come quello di Tim Barners-Lee, il papà del web, che cinguetta poco (542) ma viene citato moltissimo (oltre 50 mila). Ma il campione delle citazioni è Eric Topol con oltre 151 mila, nonostante sia l’ultimo in classifica nell’Indice K. Il contrario di deGrasse Tyson, che viene citato solo 151 volte: roba da comuni mortali. Questo spiega, almeno in parte, la scarsa affidabilità di questo indice e, forse, l’ondata di polemiche che la proposta di Neil Hall ha suscitato nella comunità scientifica internazionale.

Interessante da notare che il monopolio USA/Regno Unito è pressoché totale, con la sola presenza di uno svedese (Hans Rosling) a rompere la monotonia. In generale, in tutta la classifica elaborata da Science la fanno totalmente da padrone solamente coloro che twittano in inglese, come fa anche Hans Rosling.

Sul fronte delle diverse aree disciplinari, vince facile la fisica (comprendendo anche astronomi e astrofisici), seguita dall’area cervello (psicologia, neurologia e simili). Un solo matematico in classifica (Marcus du Sautoy, autore di fortunati bestseller di storia della disciplina) e un solo genetista (Eric Topol), nonostante sia uno dei settori più attivi sul fronte scientifico.

E Neil Hall, colui che aveva proposta il Kardashian Index? Al momento (18 settembre 2014) il suo account dice: 1664 follower e 2639 twit dall’ottobre del 2009. In termini di follower, vale circa la millequattrocentoquarantaduesima parte di Neil deGrasse Tyson. Ma in compenso twitta 17,5 volte di più. Per quel che può valere.

Quando l’anatomia umana è una camera delle meraviglie

Recensione di “Organi vitali” di Francisco Gonzalez-Crussì

 

 

Dal numero di LeScienze di Marzo 2014:

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