Linda Perhacs – I’m A Harmony

Linda Perhacs è uno di quei personaggi tipicamente americani a cui è molto difficile volere male. Dimenticata da tutto e da tutti, in parte forse anche per sua stessa volontà, scompare praticamente per quarant’anni dopo un solo disco nel 1970. Certo, quel Parallelogramsha viaggiato sotterraneamente lungo i canali della psichedelia californiana fino al momento in cui Julia Holter e un piccolo gruppo di intellettuali della composizione suoi sodali la è andata a ripescare dalla (non troppo metaforica) vita dimessa che ha condotto come assistente alla poltrona. Ma lei ha continuato ad avere dentro di sé un mondo musicale che prima o poi doveva tornare alla ribalta.

Seguito del sophomore di tre anni fa, I’m A Harmony ritorna sui solchi dell’America Weird, del folk psichedelico e stralunato. Come si mostra fin dal titolo non si dimentica anche della componente spirituale che ha sempre avuto un ruolo nella musica e nel movimento psichedelico. Anche per questo che, a settantacinque anni, risulta essere il “difficile terzo album”, la strada seguita è sempre la stessa: vagheggiamenti cosmici, tour del sistema solare appoggiati su un folk minimale dilatato percettivamente dal sostegno di un’elettronica colta. E qui c’è il tasto negativo, all’interno di un disco che comunque risulta più che dignitoso: quando in sella ai suoni sale la Holter si avverte quasi uno scarto netto. Avviene, per esempio, nell’ottima Beautiful Play che sarebbe potuta stare in un album della Holter stessa, come anche nella lunga coda di Visions o nella struttura della titletrack che ricordano sì Parallelograms, ma anche Ekstasis

A questo punto, però, sarebbe quasi “moralmente” ingiusto dire che I’m A Harmony è un disco della Holter interpretato dalla Perhacs. Il suo contributo personale si sente (oltre che nei testi) nel grazioso fingerpicking di One Full Cirle Around The Sun, nei profumi caraibici di Crazy Love e nella ieraticità classica di Eclipse Of All Love, uno dei pezzi più scuri che la songwriter abbia mai interpretato. Se poi il disco funziona ancora di più quando la Holter tira dalla propria parte, bisogna riconoscere alla Perhacs il merito di assecondarla e seguirla, che non è poco. Ma, era da immaginarlo, una come Linda non sembra il tipo da mettere di mezzo il proprio ego.

[Originariamente: Linda Perhacs – I’m A Harmony | Recensione | SENTIREASCOLTARE]

Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale. Leggi tutto “Ibeyi – Ash”

Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald. Leggi tutto “Tori Amos – Native Invader”

Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via. Leggi tutto “Lana Del Rey – Lust For Life”

M Ward – More Rain

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Nel corso della sua carriera iniziata al crepuscolo dei Nineties, Matthew Stephen Ward ha sempre mantenuto fede a un credo ben preciso: canzoni semplici, dirette, registrare rigorosamente in analogico, alla ricerca di un sound magicamente folk che sapesse parlare del presente attraverso un’apparente lente del passato. Fuori sincrono rispetto al dilagare di pade laptop anche nel mondo del rock più classico, il suo mix di Americana, folk e country si è sempre mantenuto fresco grazie a un songwriting di caratura superiore. Quello che gli ha fatto raggiungere il successo commerciale in compagnia della sodale Zooey Deschanel con il loro progetto She and Him e che lo ha portato a scrivere canzoni per diversi big USA, tra cui la signora Mavis Staples, cui ha dato anche una mano produttiva per l’ultimo Livin’ on a High Note.

Rispetto al precedente A Wasteland Companion (2012), in More Rain Ward comprime il minutaggio, condensando in poco più di mezz’ora dodici bozzetti agrodolci che sanno di New Pornographers, Giand Sand e Roy Orbison. Il tutto, senza rinunciare alle abituali collaborazioni con, questa volta, k.d. Lang, l’ex R.E.M. Peter Buck, Neko Case (con cui sembra sempre di più condividere una visione della musica), il duo country The Secret Sisters e quella vecchia volpe diJoey Spampinato (che nella sua lunga carriera ha incrociato la chitarra con, tra gli altri, Eric Clapton e Chuck Berry). Ne escono brani stomp allegri che sanno di anni Cinquanta californiani (You’re So Good To Me), follk rock à la New Pornographers come il singolo Girl From Conejo Valley, acquerelli intimisti (Slow Driving Man), il crooning di Little Baby, il rock rumorosamente college di Confession.

L’attualità di M Ward, scriveva quattro anni fa Stefano Solventi, «sta nella capacità di stemperare ricerca, profondità e devozione in un linguaggio a pronta presa che non indulge in nostalgie». Un linguaggio che permette al cantautore dell’Oregon di vivere il presente e contemporaneamente raccontarlo come se lo osservasse da una finestra: entrano odori e suoni, ma si può sempre decidere di chiudere per non far entrare quello che non piace.

[Da SentireAscoltare.com]

Mavis Staples – Livin’ on a High Note

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Per inquadrare correttamente la vita, oltre che la carriera, di una cantante come Mavis Staplesservirebbe un libro. O forse un documentario come MAVIS!, che approderà su HBO a fine febbraio. Intanto, dopo un EP di sole quattro canzoni, ma che mostrava ancora tutta la classe di cui è portatrice sana, la ultrasettantenne regina del soul di Chicago torna con l’ennesimo disco lungo, dopo aver ritirato anche il secondo Grammy Award alla carriera (forse un po’ pochino, ma non lamentiamoci troppo).

Il disco è più gioioso di quello che si potrebbe aspettare l’ascoltatore occasionale. Ma, come la signora stessa ha anticipato (ve lo raccontiamo anche noi nella scheda dell’album), è stata una sua espressa richiesta agli autori: canzoni solari, gioiose. Insomma, dopo sessant’anni buoni di carriera passati a calcare i palchi dei club e dei festival di tutto il mondo (Porretta Terme compresa), c’è ancora la voglia di cantare, di trasmettere emozioni, energia. Tanto di cappello.

Cosa aspettarsi allora da queste dodici tracce, che vedono anche la collaborazione di Nick Cave(Jesus Lay Down Beside Me, una ballad poco murder e molto torch), M Ward (Don’t Cry, un programmatico high tempo in salsa country soul), Justin Vernon, Ben Harper, Neko Case (una prescindibile History Now) e tUnE-yArDs (Action, forse uno dei picchi del disco)? Certo non la novità, il guizzo sorprendente, ma tutte le increspature di una voce che non ha mai smesso di declinare in note il verbo della black music. Spesso raccontando di vite difficili, di emarginazione, di scoramenti di fronte a Dio, meno spesso di gioie di vivere su di un acuto. Sempre, però, è valsa la pena di ascoltare.

[Da SentireAscoltare.com]