Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Hope Sandoval and The Warm Inventions – Until The Hunter

Il ritorno a distanza di quasi sette anni dal precedente album sotto la sigla sociale Hope Sandoval & The Warm Inventions vede la metà dei Mazzy StarColm Ó Cíosóig, batterista originale dei My Bloody Valentine, tornare a frequentare un mondo psichedelico fatto di folk essenziale, brani sostanzialmente lineari e un mood (tra)sognante acido ma non troppo. È un disco narcotico, che culla l’ascoltatore attraverso la materia di cui sono fatte le canzoni dei Low, di Bert Jansch e dei Pentangle, degli Arborea, ma anche nel lato oscuro che la band della Sandoval andava a pescare direttamente nei Doorse nei Velvet Underground. 

Il precedente Through The Devil Softly del 2009 era, nelle parole di Antonello Comunale, «un film di cui si conosce già la storia», con un copione tra i Cowboys Junkies Dream Syndicate. Qui, sfumature a parte, il discorso non cambia di molto. Tutto, se volete, si può riassumere in quell «it’s all in the groove» che la Sandoval e l’ospite di lusso Kurt Vile cantano in Let Me Get There: un groove, a volte delicato a volte meno, su cui adagiare circolarmente melodie poco più che accennate. È un lavoro di atmosfera, in cui potete prendere questo o quel brano, e l’equazione non cambierà mai, perfetto per un sottofondo piacevole o un attimo di spleeninatteso, quasi da snack agrodolce nell’aridità dello stress quotidiano. Un disco che, riproponendo una formula già vincente, è già un piccolo classico senza tempo, ma che non crediamo lascerà alcun graffio.

[Da SentireAscoltae.com]

Mimes Of Wine – La Maison Verte

La Maison Verte, non fosse un “semplice” disco di canzoni rock, sarebbe (o dovrebbe essere) una dimostrazione di varie cose: che le barriere tra i paesi (e tra i mercati?) non hanno senso, che c’è ottima musica prodotta in Italia che meriterebbe diffusioni molto più ampie rispetto ai confini patri, che a volte (spesso?) il pubblico si emoziona per il grande artista americano (o mettete quello che preferite voi) ma snobba connazionali di reale spessore. Invece, ci piacerebbe vivere in un mondo in cui si guarda alla qualità della proposta musicale e non al blasone, indipendentemente dalla provenienza e dall’accento, e in cui ad andare sold out negli stadi non siano i concerti dei Coldplay, ma quelli di Laura Loriga e dei suoi Mimes of Wine.

Lo avevamo già scritto qualche mese fa in occasione dell’EP omonimo che ha anticipato il disco, ma vale la pena di ribadirlo qui: i Mimes of Wine non hanno niente da invidiare a nessuno. Anzi, hanno molto da essere invidiati. Intanto una maturità espressiva confermata anche sulla lunga distanza, in cui Laura Loriga pennella atmosfere umbratili, chiaroscurali, che non si fermano alla posa, ma diventano parte integrante della potenza del sound della band. Alla già ottima Birds of Feathers dell’EP, si accompagnano qui il raga di Shemkel, l’aura retrò di Hour, la delicata armonia notturna di Lover’s Eyes e l’oscura forza dell’opener Below A Fire. Il disco è innervato da una teatralità livida, come di brani che vengono rappresentati, messi in scena: segno della bontà del songwriting. Si è detto dei riferimenti, voluti e cercati, ai Devics, del fantasma di Jeff Buckley che è lì a guardare e benedire, dell’accostabilità a una Cat Power, senza dimenticare Joni Mitchell.Tutto vero, tutto giusto, ma oramai la creatura della Loriga cammina con le proprie gambe. Merito, oltre che della certezza rappresentata dall’abbinata voce-piano della Loriga e dell’ottimo interplay con la chitarra di Luca Guglielmino, anche del pregevole lavoro del violoncello di Helen Belangie e del contrabbasso di Matteo Zucconi.

In primavera sono apparse gemme che in autunno, come di vite botaniche dal bizzarro calendario stagionale, sono sbocciate come fiori dai colori screziati, con qualche spina e radici solide.

[da SentireAscoltare.com]

Mimes of Wine – La Maison Verte EP

EP breve che tiene alta l’attenzione in attesa del nuovo disco della band di Laura Loriga: le premesse sono da acquolina alla bocca

Nel 2012, all’altezza dell’ultimo lavoro lungo Memories For The Unseen, su queste colonne Antonello Comunale scriveva che i Mimes of Wine «si confrontano con i classici e stanno lì. Reggono il confronto». C’era un’evoluzione nel sound della band capitanata da Laura Loriga che era uno sbocciare di coesione, profondità di timbri e atmosfere, e che avvinceva fin dal primo ascolto, regalando ancora maggiori soddisfazioni negli ascolti ripetuti.

Questo breve EP, ad anticipare un terzo disco in uscita sempre quest’anno (sia in Europa che in USA, dove la Loriga è di casa da molti anni), mostra che ci potrebbe essere un ulteriore passo in avanti nella definizione di che cosa siano i Mimes of Wine. I tre brani in scaletta mostrano tre lati diversi della creatura. Il pianoforte e la voce della band leader sono sempre in primo piano, eppure ci sembrano la scrittura sempre più sicura e le texture sonore che sostengono i brani ad essere messe ancor meglio a fuoco, per trascinare l’ascoltatore nei testi: scelte che giustificano una cartella stampa che parla di teatralità alla Devics di Dustin O’Halloran e Sara Lov, e conturbante bellezza à la Cat Power.

Birds of a Feather si apre intimista, e fa pensare alle atmosfere di Apocalypse Sets In, con la voce di Laura Loriga che tiene insieme una struttura piuttosto lontana dalla diretta canzone rock e fa pensare proprio a quel Jeff Buckley che spesso ritorna nella storia della band. L’attacco di piano insistito di Kinder Words fa pensare alle ombrose composizioni di Soap&Skin per poi aprirsi, complici i fiati e la chitarra disturbata di Luca Guglielmino che ricorda quella di Giorgio Canali all’altezza dei C.S.I., a una pastorale scura e catartica. Chiude By The Sun’s Rays, quasi un raga di tastiere liquide in dialogo con il violoncello che porta alla mente un Arthur Russell sotto benzodiazepina.

Tre brani, tre mondi diversi infilati come tre gemme nella collana della voce della leader, ma con una band che asseconda, sostiene, suggerisce e regala una prova cristallina. Le premesse per il nuovo disco sono alte. C’è solo da attendere per capire fino a che punto saranno soddisfatte.

[Da SentireAscoltare.com]

Florence and the Machine: un’introduzione

florence

Perché la londinese Florence Welch ha conquistato le platee mondiali? In una biografia per SentireAscoltare.com ho cercato le coordinate del successo alla vigilia della pubblicazione del suo terzo disco.

Secondo la versione che la stessa Florence Mary Leontine Welch ama ricordare, il nome Florence + The Machine deriva da un progetto in cui l’amica Isabella Summers era “Machine” e lei “Robot”. Un act giovanile senza troppe pretese, ma che in qualche modo continua a vivere nella ragione sociale scelta oggi, anche se non v’è dubbio che Florence Welch sia il centro assoluto della musica, con la sua voce potente, e della scena, con la sua persona (e il suo corpo). La Summers, comunque, continua a suonare le tastiere e a venire accreditata come coautrice di alcuni brani.

Le prime attenzioni per il progetto arrivano in Inghilterra, nel corso del 2008, quando il brano Kiss With a Fist, un potente garage-punk pienamente 60s, circola on line e in radio raccogliendo consensi. In realtà il brano era già in giro dall’anno precedente, registrato da Florence con un’altra band (gli Ashok), mentre sarà la versione del 2008 a finire anche nel debutto sulla lunga distanza, Lungs, a nome Florence + The Machine. Il pop britannico di quegli anni è dominato da Lily Allen, Kate Nash e, soprattutto, da Amy Winehouse. Kiss With a Fist aggiunge a questo parterre femminile la testa rossa della londinese Florence Welch.

Il disco che segue questo exploit, Lungs, non è del tutto a fuoco, dominato da anime diverse, non sempre complementari. Per esempio, il sound punk-garage del singolo che lo anticipa rimane un unicum all’interno dell’album. Il resto del disco – estremamente vario – è dominato da sapori 60s e 70s, con l’intenzione dichiarata di emulare Kate Bush e di non rimanere intrappolati nella formula pop strofa-ritornello. Ci sono i brani potenti in crescendo che caratterizzeranno il disco successivo (Rabbit Heart), ma ci sono anche episodi più propriamente indie dalle radici quasi folk (Dogs Days Are Over) o la ballad dalle sfumature notturne e classic-blues/rock (Girl With One Eye). Su tutto domina la voce, potente, a tratti conturbante, della Welch. Vera cifra della formula, già controfirmata dal produttore Paul Epworth (Bloc Party), è la scenografia 70s dei brani come Cosmic Love, che fin dal titolo mettono in evidenza gli elementi che fanno la fortuna della band: romanticismo rock declinato nella sensualità sacralizzata del rito pagano.

La formula è talmente efficace, che diventa l’unica corda (o quasi) toccata dal successivo album, quel Ceremonials (2011) che fin dal titolo esplicita la vocazione da rito collettivo, da religione pubblica. Che in termini commerciali significa l’apertura sempre più necessaria alla arene, con conseguente movimento su un mercato discografico che ha, in quel momento, in Adele (altra voce potente, ma con poco o niente della sensualità della rossa) il faro classic/soul/rock.

Proprio dal confronto con la bionda da talent show, emerge fino in fondo la vera natura del successo di Florence, nel frattempo diventata, And the Machine. Ceremonials è la messa pagana celebrata sulle reliquie di Enya, degli Stones, di Kate Bush (senza averne del tutto l’intelligenza), di Amy Winehouse (senza averne il lato maledetto). E l’altare non può che essere il corpo stesso di Florence, sempre più al centro anche delle immagini ufficiali del gruppo. È così per il video di Seven Devils, con il bianco e nero che spinge verso il mondo idealizzato dei classici, ma anche per la versione a metà strada tra Liberace e la dea egizia di Spectrum (Say My Name). O ancora per la completa iconografia da rocker di Strangeness and Charm.

L’insistenza sulla sensualità e la corporeità viene confermata dai due video che anticipano il terzo disco, How Big, How Blue, How Beautiful, in uscita a marzo del 2015. Il primo, quello che riguarda la title track, mette in scena addirittura due Florence in una danza quasi lesbo-dionisiaca sullo sfondo di un teatro in pietra all’aperto. Il secondo, What Kind Of Man, gioca direttamente con uno dei topoi tipici del blues-rock: gli uomini violenti (e le donne, à la Sandy Denny o Janis Joplin, che non sanno sceglierli). La stessa visual identity, quindi, è piuttosto esplicita nell’indicare gli ingredienti che hanno portato al successo Florence e la sua macchina: melodie di pancia, talvolta con una “botta” davvero potente, che galleggiano in un sound corale da rito sacro, catartico, sublimazione delle limitazioni terrene. Su questa epica rock/religiosa, una donna sola al comando, la sacerdotessa unica di questa chiesa.

The Pack A.D. – Do Not Engage

Da Sentireascoltare.com:

Con il quarto disco (il primo per Nettwerk), il duo formato dalla chitarra di Becky Black e Maya Miller avrebbe dovuto dimostrare definitivamente che i proclami della stampa canadese e del loro management sono fondati. Da anni, infatti, si parla di loro come della next big thing del garage, quasi dovessero raccogliere la semina di White Stripes e The Black Keys per quanto riguarda quel blues suonato a due che ha avuto una certa fortuna durante i 2000. Non sarà così. Non perché Do Not Engage sia un disco mal riuscito, tutt’altro: è calibrato come meglio i Nostri non hanno mai fatto. Il problema è che il settore è piuttosto affollato, oltre che dai due gruppi citati, anche da decine di altri gruppi (pescate a occhi chiusi dal catalogo Sacred Bones o chiedete direttamente al nostro Stefano Pifferi, che ve ne sciorinerà una dozzina all’impronta).

Per mettere in mostra il proprio valore, quindi, servirebbe un guizzo di originalità in più. E va bene assottigliare (solo apparentemente) la componente blues per sottolineare il legame con il grunge di marca 90s che sta tornando di moda, ma la formula a duo comporta comunque una limitazione di possibilità espressive che solo una penna fuori dal comune può far diventare l’occasione per brani che lascino il segno. Non basta nemmeno la strizzata d’occhio colta di una The Water in territorio Suicide (estrema trasfigurazione di blues qui ridotta a citazionismo da aperitivo). Cercare di mettere da parte il blues lo-fi delle origini per suonare come un gruppo alt rock di vent’anni fa, insomma, potrebbe non avere giocato un buon servizio.

Rimane una manciata di buone canzoni da aggiungere alla propria personale playlist garage rock (il singolo Big Shot con un riff di chitarra che si stampa nella memoria, la sincope di Animal eBattering Ram), materiale che basta solo per una sufficienza piena meritata per l’energia (che non manca), ma mancata sul fronte della scrittura e della proposta estetica.

War On Drugs – Lost In The Dream

Il rock non ha tempo o età. E quando lo fai bene, venandolo di psych quel che basta per far volare con te l’ascoltatore, sei già a metà della fatica. Adam Granduciel fa anche l’altra metà, per un terzo disco che sembra il primo di un nuovo corso

Due anni possono essere brevi come un battito di ciglia o infiniti come l’attimo che precede la salita sul palco per un esordio. Possono essere un treno che corre a folle velocità verso il proprio destino, tanto da non accorgervi del tempo che passa. O possono essere una bolla in sospensione, una riflessione di fronte a quei tramonti d’America che abitano tante cartoline. Come siano stati per Adam Granduciel, deus ex machina del progetto, è davvero difficile dirlo. Probabilmente sono stati un mix di opposti, ma di sicuro hanno lasciato un segno profondo.

Dopo il successo di Slave Ambient, disco non perfetto che si sfilacciava nel finale ma figlio di un’intuizione di rock venato psych come per i padri del suono a stelle e strisce, Granduciel si è trasformato in un ramingo della musica, pagando tributo a centinaia di locali, grandi e piccoli, dove il suo suono e le sue idee, progressivamente, si mettevano a fuoco. E per la prima volta dall’esordio Wagonwheel Blues (anno di grazia 2008), quando condivideva l’ideazione e la composizione con Kurt Vile, Granduciel ha sentito l’esigenza diretta di lavorare con qualcuno per costruire la sua idea di rock. Firma sempre lui tutti i brani, ma non sono più figli di una testa sola.

Il risultato è un pellegrinaggio che ha toccato una dozzina di studi di registrazione, in cui Granduciel ha elaborato materiale jammando con i suoi sodali e lavorando con il suo ingegnere del suono preferito, Jeff Zeigler. Ne è venuto fuori un disco più pulito e cesellato rispetto al predecessore, un disco dove si sente che sudare assieme su di un palco serve a rendere uniti, a dare profondità alle proprie visioni, a raggiungere lidi che altrimenti non sarebbero a portata di mano. E in questo caso siamo di fronte a un disco sincretico, di quelli che riescono a mettere insieme Tom Petty e il suo suono profondamente americano con la pulizia dei Pink Floyd e la chitarra di Gilmour (sentire l’inizio di Disappearing per credere), la freschezza di un cavallo di razza come Burning dai sapori springsteeniani come nessuno negli ultimi dieci anni (no, nemmeno gli Arcade Fire sopravvalutati del terzo disco). Ma anche la forza à la Neil Young (citando Dylan nel canto) dell’anthem Eyes To The Wind e il tiro da road song di una An Ocean In Between The Waves che è perfetta per la corsa sulla Califormia State Route 1.

Rispetto al recente passato, Adam Granduciel ha saputo distillare e raffinare la propria arte, grazie anche al contributo di Robbie Bennett (tastiere) e Dave Hartley (basso). Non ha pretese di rivoluzionare la storia o di porsi come pietra di paragone, ma semplicemente di aggiornare con la propria sensibilità l’idea di rock USA. Qualcuno lo chiamerà passatista o nostalgico, lui se ne fregherà altamente. Perché per i rocker come lui il tempo non esiste.

Via sentireascoltare.com