Sam Smith – The Thrill of It All 

Davvero nel 2017 c’era bisogno di un brano come HIM, un giochino facile facile in cui scopriamo a poco a poco che quel che canta Sam Smith non è il peso del peccato, ma un banale coming out? Sarebbe ingiusto chiudere qui la recensione, stroncando il giovane crooner del Cambridgeshire colpevole di aver voluto fare una spiega semplificata e semplicistica degli struggimenti del cuore. Sarebbe ingiusto, perché c’è anche tutto il resto che non funziona…

Come per il suo debutto del 2014, In the Lonely Hour, anche il sophomore è “un mero prodotto discografico al servizio di mamma Capitol” (Zagaglia docet), che conferma di aver messo completamente alle spalle il legame degli esordi con il dancefloor. Tutto il lavoro, di altissima produzione industriale che sta alle spalle delle nuove dieci tracce, è teso a occupare lo spazio commerciale che si trova all’incrocio tra talent show, prodigio della tecnica vocale, canzoni bagnate rapidamente nel soul e nel Mississipi, ma in realtà costruite in quasi totale assenza di una melodia degna di questo nome, in nome di un pop/r’n’b pronto per Billboard.

Ci sono luoghi comuni che assomigliano a colpe. Come per esempio la chitarra simil-Creepdi Midnight Train intrufolata in una storia notturna messa lì proprio per stimolare l’effetto già noto, il ritorno confortevole nello struggimento emotivo da quattro soldi. C’è il piano-voce di Burning che è fin troppo carico di acciaccature, tremoli, falsetti mirabolanti per poi chiudere su strati e strati di cori che servono a rafforzare lo spleen, ma poi ti accorgi che si sono dimenticati il ritornello e hanno costruito solo il bridge: come a non riuscire a completare. C’è il duetto (No Peace) con la giovane YEBBA, al secolo Abbey Smith, cantante paciosa, che ricorda tanto i terribili duetti di Celine Dion o Zucchero.

The Thrill of It All è un prodotto che sembra r’n’b bianco marcato UK, ma è background per la promozione di un profumo o di una linea di intimo (maschile o femminile che sia). Potremmo continuare, ma un ulteriore ascolto sa di masochismo, per il quale, tra l’altro, c’è anche la deluxe edition, dove alle dieci tracce originali se ne aggiungono altre quattro: per palati forti.

Originariamente: Sam Smith – The Thrill of It All | Recensione | SENTIREASCOLTARE

Curtis Harding – Face Your Fear

Nemmeno quando ha esordito, nel 2015 con un disco straight-in-your-face come Soul Power, si poteva avere la sensazione di trovarsi di fronte a un esordiente in senso stretto: tanto il mestiere messo in quelle tracce soul e r’n’b che si poteva parlare senza tema di smentita di un disco fuori dal tempo. Erano i primi vagiti personali di un songwriter che aveva già assaggiato la vita on the road del turnista e respirato musica fin dalla più tenera. Il suo secondo album, quindi, non può essere interpretato semplicemente alla luce della domanda se abbia o meno saputo rispondere alle aspettative che, nel frattempo, gli erano cresciute attorno. Anche in questo secondo episodio della sua discografia, cioè, siamo di fronte a una personalità forte, che semplicemente si dà: per certi versi la perfetta storia del soulman di razza, che prima di scrivere e suonare, semplicemente è.

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Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution

Svolta decisa nel sound della contrabbassista: con la pettinatura afro se ne va la classicità jazz. Emerge un’artista black con una visione molto originale della musica

Come può un’artista giovane (da poco ha compiuto i 31 anni) mettere così d’accordo tutti, ma proprio tutti? Eppure, con il suo nuovo album, Esperanza Spalding è riuscita contemporaneamente a strappare recensioni più che positive da critici musicali conservatori e poco aperti alle novità, come quelli del Boston Globe o del New York Times, e contemporaneamente a raccogliere elogi anche dal mondo più indie, di cui possiamo prendere i lustrini patinati di Pitchfork come riferimento. Merito di un disco che davvero travalica i generi (e le generazioni), di un’alchimia sonora e di una rinnovata immagine che ha messo tutti d’accordo? La risposta, come spesso accade in questi casi, è meno scontata di quello che sembra a prima vista. Ma procediamo con ordine.

Quando nel 2011 la sua cofana afro svetta sul palco dei Grammy per ritirare il suo premio come Best New Artist (superando le corazzate Justin Bieber, Florence and The Machine, Mumford & Sons e Drake), l’immagine segna un elemento storico importante: è la prima volta che un’artista di estrazione jazz vince questo riconoscimento. Per la cultura americana, questo tipo di segnale ha un valore forse più alto di quello che pensiamo noi italiani, ma resta il fatto che indica un cambiamento di gusto e percezione dei confini tra i generi (che, almeno per quel che riguarda la black music, sono diventati più labili che mai). Segno che se ai suoi tempi Michael Jackson, in termini di successo ecumenico, era una mosca bianca (!), il lavoro delle Erykah Badu, delle Lauryn Hill (e se vogliamo, l’onda lunga di Bette Davis e Nina Simone) ha sdoganato la musica degli afroamericani verso un pubblico mainstream più ampio rispetto al passato e, forse, quella separazione determinata dalla Black Chart è davvero definitivamente superata.

Esperanza, su quel palco, è arrivata a 26 anni, come giovane promessa di quel non-genere musicale che sta a cavallo tra il jazz (su quel palco ringraziava il grande sassofonista Joe Lovano, con cui ha collaborato) e le nuove leve soul/r’n’b. È un pubblico appena più colto di quello di Norah Jones, quello a cui sembra pensare l’Academy che la nomina. La Spalding si è ritagliata la propria notorietà con un una serie di buonissimi dischi in cui lei, oltre a scrivere qualcosa di suo pugno, soprattutto suona il basso (ora il contrabbasso, ora un basso elettrico a cinque corde) e canta grandi classici della canzone black e non solo. Per esempio, non disdegna di dare un tocco tutto suo a brani di Michael Jackson o David Bowie, ma rimanendo sempre all’interno di un solco jazz/avant che sorprende per la personalità, non per l’originalità.

Poi atterra sul pianeta un disco come Emily’s D+Evolution, inatteso, fuori dagli schemi, diverso, originale. E la nostra musicista da Portland cambia anche look: via la pettinatura afro, benvenuti dread e occhialoni da geek. E poi i suoni, niente a che vedere con tutto quello che aveva fatto sentire fino a quel momento: funk, indie rock, dubstep, progressive e moltissimo altro. Certo, il jazz e la black rimangono, ma più come discorso e meno come proposta puramente musicale. E poi c’è il gioco con Emily, il suo secondo nome, e una sorta di alter ego che fa pensare subito a uno che oltre a essere presentissimo in spiritu nel disco, è anche uno a cui le personalità pubbliche multiple non sono mai dispiaciute: Prince. Il genietto di Minneapolis qui è preso sia dal lato dei suoi dischi calembeur degli anni Ottanta, sia per un gusto della sovrabbondanza che fa sembrare, in certi momenti, questo Emily’s D+Evolution una dieta troppo carica. Ma irresistibile come una pecan pie appena sfornata.

Dentro a queste dodici canzoni si sentono i Funkadelic, i Parliament, le chitarre indie che hanno segnato il volgere del secolo, tantissima Badu, ma anche i Weather Report più sincretisti, il soul più contemporaneo innervato di suoni elettronici. Ma, e non sembri un paradosso retorico, brani come OneNoble Nobles hanno introiettate le stigmate della classicità, quella che passa tra la Motorcity degli anni Cinquanta e Sessanta e la Tin Pan Alley di qualche decennio prima. Per certi versi, e semplificando parecchio, si potrebbe quasi dire che lasciando l’alveo più jazz (e la capigliatura afro), la Spalding abbia scritto il suo disco più black e, sicuramente, più intimo, sorta di viaggio/dialogo tra l’artista e la bambina che si intravvede dietro a Emily.

Basta tutto questo, assieme all’innegabile efficacia di molti dei brani, a giustificare questo successo democristiano di critica? Forse, se il disco fosse perfetto come un Purple Rain. In realtà non lo è. Talvolta, in Farewell DollyI Want It Now per esempio, la musicista esagera e sembra non riuscire del tutto a controllare la teatralità dei brani. Ma Emily’s diventa un argomento sufficiente se, sulla notorietà che un Grammy genera, si inseriscono sapientemente detti e non detti sulla propria omosessualità, una maggiore consapevolezza di appartenenza alla comunità black USA (si veda anche il brano Ebony and Ivy), un look estetico/musicale che strizza l’occhio (senza farsi travolgere) dalle mode del mondo Pitchfork (occhialoni, massimalismi, melting pot di culture musicali, esotismi). Questo discorso extra-musicale nulla toglie – e nulla deve togliere – al disco, quasi un nuovo esordio per un’artista che non ci si aspettava di ritrovare così, ma che sta mostrando di avere ancora molto di nascosto nel manico del basso: sorprendente e corroborante allo stesso tempo.

[Da SentireAscoltare.com]

Mavis Staples – Livin’ on a High Note

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Per inquadrare correttamente la vita, oltre che la carriera, di una cantante come Mavis Staplesservirebbe un libro. O forse un documentario come MAVIS!, che approderà su HBO a fine febbraio. Intanto, dopo un EP di sole quattro canzoni, ma che mostrava ancora tutta la classe di cui è portatrice sana, la ultrasettantenne regina del soul di Chicago torna con l’ennesimo disco lungo, dopo aver ritirato anche il secondo Grammy Award alla carriera (forse un po’ pochino, ma non lamentiamoci troppo).

Il disco è più gioioso di quello che si potrebbe aspettare l’ascoltatore occasionale. Ma, come la signora stessa ha anticipato (ve lo raccontiamo anche noi nella scheda dell’album), è stata una sua espressa richiesta agli autori: canzoni solari, gioiose. Insomma, dopo sessant’anni buoni di carriera passati a calcare i palchi dei club e dei festival di tutto il mondo (Porretta Terme compresa), c’è ancora la voglia di cantare, di trasmettere emozioni, energia. Tanto di cappello.

Cosa aspettarsi allora da queste dodici tracce, che vedono anche la collaborazione di Nick Cave(Jesus Lay Down Beside Me, una ballad poco murder e molto torch), M Ward (Don’t Cry, un programmatico high tempo in salsa country soul), Justin Vernon, Ben Harper, Neko Case (una prescindibile History Now) e tUnE-yArDs (Action, forse uno dei picchi del disco)? Certo non la novità, il guizzo sorprendente, ma tutte le increspature di una voce che non ha mai smesso di declinare in note il verbo della black music. Spesso raccontando di vite difficili, di emarginazione, di scoramenti di fronte a Dio, meno spesso di gioie di vivere su di un acuto. Sempre, però, è valsa la pena di ascoltare.

[Da SentireAscoltare.com]