German Scientists Resign from Elsevier Journals’ Editorial Boards | The Scientist Magazine®

These researchers join around 200 research institutions that have cut ties with the publishing giant to support the ongoing push for open access and favorable pricing.

Da German Scientists Resign from Elsevier Journals’ Editorial Boards | The Scientist Magazine®

L’Italia campione mondiale della ricerca spaziale

Secondi i dati di Sciencewatch, l’Italia produce l’11,6% di tutti gli articoli scientifici nel settore space science. Merito della tradizione e della preparazione dei ricercatori nostrani

[Da Wired.it]

La ricerca italiana nel settore “space science” copre oltre l’11% della produzione mondiale di articoli scientifici del settore. Lo dicono i dati riportati da Sciencewatch.com, servizio di analisi della produzione scientifica realizzato da Thomson Reuters. A completare il podio virtuale sono le neuroscienze (5,98% della produzione mondiale) e le scienze geologiche (5,92%).

Per “space science” dobbiamo pensare a tutte le discipline che si occupano dello spazio, dall’astronomia e l’astrofisica ai viaggi spaziali (come testimoniano gli astronauti italiani) e l’esplorazione dell’universo. Questo risultato non stupisce Patrizia Caraveo, direttore dell’istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) a Milano. La space science italiana conta anche 4 highly cited scientist (su 100 nel mondo) mentre nelle altre discipline il contributo italiano è, in media, meno del 2%”. “Gli scienziati spaziali e gli astrofisici italiani sono preparati, determinati e gioiscono delle scelte fatte anni addietro di partecipare a missioni, spaziali e non, che si sono rivelate dei fantastici successi”. E proprio la Caraveo è una di quei 4 scienziati.

Sempre Sciencewatch, dice che la space science italiana, in termini di pubblicazioni, dà un contributo più alto del 40% rispetto agli altri paesi nel medesimo settore. Un dato che viene superato solamente dal 47% della medicina clinica, un settore dove si pubblica moltissimo e nel quale spesso le ricerche hanno bisogno di grandi numeri di pazienti arruolati.

Questo tipo di analisi sono sempre da prendere con le pinze e dividono anche la stessa comunità scientifica. Da una parte sono uno strumento quantitativo efficace per misurare il lavoro dei gruppi di ricerca e dei singoli scienziati; dall’altra dicono poco della qualità del singolo lavoro. Anche l’impact factor, l’indice di proprietà della stessa Thomson Reuters che misura il numero medio di citazioni da una rivista scientifica, è da alcuni anni oggetto di critiche, soprattutto sul suo uso per valutare i singoli articoli o il singolo ricercatore.

Ma la buona tradizione italiana nelle space science è confermata anche dai dati di SCImago, un portale che analizza e crea indici sulla ricerca scientifica dei paesi a partire dal contenuto di Scopus, un database di abstract e citazioni scientifiche tra i più vasti al mondo.

SCImago prende in considerazione un periodo più lungo, 1996 – 2013, ma come si vede nel grafico, l’aumento della produzione italiana in space science è evidente, e nel periodo 2009 – 2013, si è sforato quota 2000 paper in due occasioni.

In termini generali, sempre secondo SCImago, l’Italia nel 2013 ha prodotto 92.906 articoli scientifici. Un performance che ci pone all’ottavo posto mondiale, dietro all’India, ma con lavori che vengono molto più citati. Viste le difficoltà finanziarie della ricerca in Italia c’è quasi da gridare al miracolo.

Il vero costo del referendum svizzero: meno ricerca

Lo stop elvetico all’immigrazione rischia di ridurre profondamente l’eccellenza elvetica sul fronte hi-tec.

Lo stop elvetico all’immigrazione rischia di ridurre profondamente l’eccellenza elvetica sul fronte hi-tec (da wired.it)

 (Foto: Getty Images)

Calcolare gli effetti sulla vita socio-economica della Svizzeradell’iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa” votato il 9 febbraio scorso non è facile e ci vorrà tempo perché se ne capisca la vera portata. Primo perché la legge federale prevede un tempo di tre anni entro i quali la decisione presa in quello che in Italia si è chiamato per semplificazione “referendum sull’immigrazione” diventerà effettiva. Un periodo durante il quale, confidano coloro che si oppongono al risultato referendario, è probabile che si cerchi di capire la possibile interpretazione di ogni singola parola contenuta nel testo votato. La seconda difficoltà nel comprenderne gli effetti deriva dal fatto che nessuno ci aveva pensato: quello della consultazione popolare sembra un risultato che ha sorpreso tutti.

Uno dei settori in cui gli effetti sono già visibili è quello della ricerca e dell’università. Gli studenti svizzeri sono già fuori dal progetto di scambio europeo Erasmus, ma il governo di Berna è già attivamente al lavoro per una soluzione che potrebbe essere che sia la stessa Svizzera a pagare le borse ai propri studenti che si spostano in Europa. Il problema è più complicato sul fronte della ricerca. Se prendiamo a esempio una delle eccellenze della formazione superiore e della ricerca, il Politecnico federale di Zurigo, si può subito misurare l’impatto di una limitazione di immigrazione. Nato nel 1855 è sempre stato un polo attrattivo e oggi ospita più di 18 mila studenti che provengono da 110 diversi paesi del mondo. I dati dell’ultimo report annuale parlano di 6182 studenti non svizzeri così suddivisi tra bacellariato (la nostra laurea magistrale), master, dottorato e visiting:

Gli studenti stranieri sono quindi il 37% del corpo studentesco. Questo avviene perché il Politecnico di Zurigo, spiega Roland Siegwart (Vice President Research and Corporate Relations), “fin dalla sua nascita si è caratterizzato per una forte capacità di attrarre i cervelli migliori”.  Basta guardare la composizione del corpo docente, dove la percentuale di stranieri è altissima: il 66%.

Effetti dopo il referendum? “Speriamo che non ci siano cambiamenti drastici”, dichiara Siegwart, “ma siamo preoccupati che la nostra capacità attrattiva possa incontrare alcune difficoltà”. Il punto focale non è semplicemente avere la possibilità o meno di accedere a un numero maggiore di bandi dello European Research Council (ERC) o di quanti finanziamenti si riescano a portare in suolo svizzero dal programma Horizon2020, ma il fatto che “portare ricercatori al Politecnico significa portare anche network di relazioni e link” con altre realtà di ricerca che consentono di rimanere su di un lato livello.

Se il Politecnico di Zurigo può essere considerato un esempio in certa parte fuorviante per la sua natura particolare (“è nato quando non avevamo scienziati in Svizzera”), un panorama simile si percepisce anche spostandosi in Canton Ticino, alla giovaneUniversità Sviezzara Italiana. La proporzione di stranieri che viene a studiare nelle sue quattro facoltà non è paragonabile a quella di Zurigo, ma comunque è comunque maggiore dei locali. E dove nell’anno accademico 2007/2008 i soli italiani hanno superato i ticinesi.

Sul fronte dei fondi alla ricerca che finora sono arrivati dall’Europa nel Canton Ticino, spiega il presidente Piero Martinoli che si è già pensato a un ”Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica, con il sostegno della Confederazione, che ovvierà al problema istituendo un programma simile e parallelo” a quello europeo. Nelle commissioni scientifiche figureranno “i massimi esperti internazionali e non di certo solamente quelli con passaporto rossocrociato”. Ancora una volta la necessità di un profilo internazionale per mantenere alta la qualità: “un’università al passo con i tempi non può prescindere dalla dimensione internazionale, sulla quale si gioca la partita della vera competizione e della qualità”, spiega Piero Martinoli. Purtroppo potrebbe aumentare la burocrazia, e in Italia si sa bene che impatto negativo possa avere.

Parlare del referendum, che comunque è passato con un margine piccolo, solleva gli animi sia nella Svizzera italiana che nell’area germanofona e in quella francofona, perché nessuno è riuscito a prevedere che davvero le cose andassero così. I colleghi giornalisti ti raccontano che la spaccatura tra le aree urbane e le valli ha avuto un peso nel risultato. Di sicuro l’intera comunità scientifica svizzera non si aspettava di dover fare i conti con le limitazioni alla possibilità di attirare ricercatori e studenti (ovvero potenziali futuri ricercatori) di valore che potessero avere un impatto positivo sull’economia svizzera. Negli anni passati, tanto per fare un esempio, il Politecnico di Zurigo è stato scelto come unico polo di ricerca di un colosso come la Disney (l’unico altro laboratorio di ricerca è alla Carnegie Mellon di Pittsburgh) proprio per la qualità e la varietà che era in grado di offrire.

Se in Svizzera è difficile capire quale sarà davvero l’impatto di una limitazione all’immigrazione di cervelli, molto più semplice è capire che impatto avrebbe sul sistema della ricerca e dell’innovazione nostrano: praticamente nessuno. Le nostre università e i nostri istituti di ricerca hanno una capacità di attrazione bassa, troppo bassa per un paese economicamente avanzato, mentre una locuzione come “fuga dei cervelli” rende in modo spietato come vadano le cose nella direzione opposta, dall’Italia verso l’estero.

Google non ha il senso dell’umorismo (ma premia la cura dei contenuti)

Foto CC/Flickr di Antonio Manfredonio / Manfris
 

“La seconda pagina di Google è il miglior posto dove nascondere un cadavere, perché non ci guarderà mai nessuno”: con un pizzico di humor nero ci addentriamo nel mondo dei motori di ricercaPensatech (@Pensatech) ci racconta cosa sono, l’evoluzione del Re dei motori, Google, e qualche consiglio per farsi trovare meglio.

Barbara Sgarzi (@BarbaraSgarzi), esperta di digital marketing e social media, ci spiega che Google non ha il senso dell’umorismo, quindi meglio titoli semplici e chiari, senza giochi di parole. E’ importante “il tocco umano“, non lasciatevi tentare dalle applicazioni che pubblicano in contemporanea su diversi social network, pensate a cosa state facendo e a chi vi rivolgete.

Secondo Massimo Carraro (@Maxthemonkey), copywriter e fondatore di Monkey Business, la cosa più importante è la cura dei contenuti, che paga anche sul lungo periodo. Nel web sono cadute le barriere tra siti di informazione, aziendali, di intrattenimento, i contenuti si cercano ovunque, l’importante è la chiarezza su cosa si veicola.

Riascolta la puntata andata in onda venerdì 10 gennaio 2014 su Radio Città del Capo:

L’intreccio tra accademia e industria

con Elisabetta Tola, reportage apparso sul numero di domenica 15 dicembre 2013 di Nòva – Il Sole 24 Ore

Sarà un caso, ma proprio a Grenoble ha sede il secondo editore francese, Glénat, leader nei “bande dessinée”. Caso, perché Glènat qui è nato e vi ha voluto riportare la sua azienda in anni recenti. Sintomo forse che la città oggi è uno dei poli attrattori più dinamici d’Europa. Secondo un’indagine di «Forbes», la patria di Stendhal tra i massicci alpini del Vercors e della Charteuse è quinta al mondo per numero di brevetti pro capite.
Tra i 160mila abitanti, 6mila sono ricercatori, di cui un terzo straniero.

Allargando lo sguardo all’area metropolitana (circa 450mila abitanti) scopriamo che 1 lavoratore su 7 è legato al settore ricerca e sviluppo. Una situazione virtuosa destinata a migliorare nel 2015 con il completamento del nuovo campus dell’innovazione Giant. «Vogliamo costruire un polo di eccellenza per attrarre ricercatori di livello mondiale», ci racconta William Stirling, scientific expert di una delle colonne di Giant, il Cea-Grenoble, istituto che fa ricerca sull’energia.

Non è solo una fusione di istituti e università, ma una rete di specializzazioni che lavorano in modo fluido in una città che lo stesso Giant sta contribuendo a cambiare, con un occhio alla sostenibilità. Una parte dell’elettricità deriverà dallo sfruttamento con una turbina sperimentale della corrente del fiume Drac che costeggia il campus. Quasi nessuna auto in circolazione, ma bici e mezzi elettrici per spostarsi tra il sincrotrone, i laboratori e i nuovi alloggi per i 10mila studenti che li popoleranno. Giant, quindi, «ecosistema dell’innovazione», come lo vede Loick Roche, direttore della Scuola di Management integrata nel progetto per sostenere lo sviluppo del business. Già oggi a fronte di un budget annuo di 1 miliardo e mezzo di euro, il ritorno sulla città è di 4 miliardi. L’intreccio tra accademia e industria è esplicito passando da un laboratorio all’altro. Le biotecnologie si fondono con le nanotech e con la fisica delle alte energie. Il micro e il nano dialogano a distanza ravvicinata.

All’Esrf c’è il sincrotrone a raggi X più brillante del mondo. Sostenuto con 100 milioni l’anno da oltre 40 Paesi, dal 2004 è stato usato da più di 10mila scienziati, tra cui 4 Nobél. Si studiano i cristalli delle proteine, si analizzano fossili rinchiusi nel l’ambra, si indaga a livello atomico la trasformazione della sabbia in vetro e molto altro. Le 40 beam lines collegate ad altrettante stazioni-laboratorio lavorano in contemporanea e il prezioso “tempo-macchina” viene assegnato dopo una selezione molto stringente. Solo i migliori progetti hanno il via libera, e usano la struttura gratuitamente con l’obbligo di pubblicarne i risultati. I privati pagano e in cambio mantengono il segreto industriale.

Il ritorno c’è, come spiega il direttore Francesco Sette: «In Francia gli ordini industriali sono il doppio degli investimenti. La Germania arriva in pari». La nota dolente riguarda noi. L’Italia è il secondo investitore, con il 13% del budget, ma ha un ritorno della metà, a conferma della difficoltà delle nostre istituzioni scientifiche a collaborare con le aziende. In più a Esrf il 50% dei dottorandi e il 30% dei post doc sono italiani.
Dai raggi X alle micro e nanotech l’atmosfera è la stessa. Bardati di tuta bianca per non alterare l’ambiente privo di polveri, entriamo nella clean room del Minatec, dove si studiano e costruiscono micro e nanochip. Qui la collaborazione con i partner industriali è centrale e ai 1.200 ricercatori sono affiancati 600 esperti di trasferimento tecnologico. Il budget annuo è di 300 milioni, ripagato da 300 brevetti e 1.200 pubblicazioni scientifiche, oltre alle decine di startup. Uno dei nomi ricorrenti che sentiamo è quello di StMicroelectronics, legata a Minatec sia sotto il profilo della ricerca che della formazione.

Laboratorio dopo laboratorio, la formula non varia: accento sulla dimensione orizzontale senza barriere tra pubblico e privato, e coraggio di investire anche in una fase di crisi. Fondi che per Giant vanno quasi a metà tra ricerca e sviluppo (700 milioni entro il 2015) e miglioramento di territorio e qualità della vita (600 milioni). La morale si può riassumere così: per creare ricchezza dalla conoscenza si deve anche trasformare l’ambiente urbano in cui è inserita.