Basta un click per combattere la malaria

Il 24 aprile si è celebrata la giornata mondiale contro la malaria: con la campagna Power of One, una ong americana, sta cambiando lo scenario della guerra contro uno dei tre più grandi killer dell’umanità

Foto: Esther Havens per Malaria No More

Il 24 aprile si è celebrata la giornata mondiale contro la malaria: con la campagna Power of One, una ong americana, sta cambiando lo scenario della guerra contro uno dei tre più grandi killer dell’umanità

Mio reportage dallo Zambia pubblicato su Wired.it (già apparso sul numero di marzo di carta):

Economico: basta un dollaro per salvare la vita a un bambino dello Zambia. Facile: la donazione si fa da mobile o da Facebook.

Power of One è la prima campagna di fundraising per la malaria pensata come mobile first. Grazie alla partnership con Venmo (wallet app recentemente acquisita da PayPal) si possono effettuare pagamenti da mobile con un solo click.

Con una donazione si crea il proprio profilo nel network dei donatori. L’integrazione con i social network permette di comunicare in diretta ai propri amici e follower le donazioni e invitarli a fare altrettanto. è possibile effettuare una donazione anche direttamente dalle pagine Facebook.

Riuscite a immaginare qualcosa di più semplice? Con un dollaro consegni a un bambino in Zambia una dose di medicinale contro la malaria e gli salvi la vita. E per farlo basta un click“. Quando il 17 ottobre dello scorso anno Martin Edlund pronuncia queste parole nella sala conferenze di un grande albergo di Lusaka, la capitale dello Zambia, ottiene lo stesso effetto di tutte le infinite volte che le ha pronunciate.

È diventato ceo di Malaria No More da neanche dodici mesi, eppure questo discorso, e soprattutto questa frase, può ripeterli a memoria anche nel sonno. La sua capacità di tenere in pugno il pubblico, però, lo rende assai persuasivo nel convincere che risolvere i problemi dell’Africa è possibile. Ma per farlo serve guardarli dalla giusta angolazione: non quella occidentale, che deforma pregi e difetti del continente, ma quella dell’innovazione, che riesce a prendere strade laterali, insospettate quanto efficaci.

Malaria No More è una ong americana, piccola se paragonata ad altre organizzazioni, ma si è scelta un obiettivo enorme: la sconfitta di uno dei tre maggiori killer della storia dell’umanità. “Capace di uccidere più esseri umani della fame, delle guerre e di qualsiasi altra malattia“, precisa Edlund guardandoti serio. In Europa e negli Stati Uniti la malaria è una questione marginale nel dibattito pubblico. Ovvio che sia così, visto che i casi di contagio si possono contare sulle dita di una mano.

Il peso delle morti è altrove, e per oltre l’85% in Africa. Esistono organizzazioni internazionali efficaci, come il Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria di Ginevra, che si occupa del fundraising presso i governi più ricchi. Ma il grande pubblico continua a rimanere lontano da questi temi. Anche se un abitante su due del pianeta vive in un ambiente che lo pone a rischio di contagio, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Solo nel 2012, 207 milioni di esseri umani, tre volte e mezzo l’Italia, sono stati punti da una zanzara infetta dal plasmodio che causa la malattia. E oltre 620 mila sono morti. Una Genova fatta soprattutto di bambini con meno di cinque anni.

L’idea della campagna Power of One, ideata con l’aiuto di fuoriusciti da Blue State Digital, social media strategist dietro ai successi elettorali di Obama, è di sfruttare l’innovazione dei social network. Scegliendo per la prima volta di non rivolgersi ai governi e ai fondi internazionali, ma direttamente alle persone chiedendo il contributo di un dollaro, ha tutte le carte in regola per diventare virale su Twitter e Facebook. “Chiedere una cifra così piccola“, racconta Edlund, “significa anche pensare di poter coinvolgere gli stessi africani“. Un dollaro è una cifra che una classe media in costante crescita si può permettere di donare con una tecnologia disponibile facilmente anche in Africa.

Continuare a vedere il continente africano come un territorio arretrato sul fronte tecnologico significa non avere smesso gli occhiali deformanti dell’Occidente sull’Africa. “C’è tanta innovazione qui”, si infervora Edlund, “quanta ce n’è nella Silicon Valley“. Magari non è così cool, ma è altrettanto efficace. Prendiamo il sistema di distribuzione dei medicinali che ha adottato il governo dello Zambia. In un territorio enorme, segnato da periodiche alluvioni dei grandi fiumi che lo attraversano, sapere quante dosi di farmaco sono disponibili in un magazzino è un’informazione vitale. Perciò è stato ideato un sistema gerarchico di punti di approvvigionamento che ogni settimana effettuano un report dettagliato via sms alla casa base.

Un sistema simile a quello che utilizza anche Dismus Mwalukwanda, volontario al centro medico del villaggio di Njovo, 800 abitanti sparsi nella pianura rossa a un’ora di macchina dalla capitale. Quando un paziente presenta sintomi compatibili con la malaria, Mwalukwanda somministra immediatamente un test di diagnosi rapida (Rdt). Assomiglia a un test per la gravidanza: una sola goccia di sangue e nel giro di 15 minuti si sa se la febbre è causata dalla malaria ed è necessario il medicinale. Ogni settimana, via sms, il registro dei casi di malaria viene inviato all’ospedale più vicino, che li raccoglie e li invia alla struttura di livello superiore.

Gli Rdt sono stati una rivoluzione per la lotta alla malaria“, racconta Duncan Earle della Malaria Control and Evaluation Partnership in Africa (Macepa), una delle tante organizzazioni americane che se ne occupano. “Hanno permesso di identificare i casi reali di malaria e di impiegare i medicinali solo quando sono davvero necessari“. Ma anche di avere una raccolta di dati che fotografano la situazione effettiva: “asta fare il report periodico via sms“. Un test come un data point che permette per la prima volta al ministero della Sanità di avere dati oggettivi sulla diffusione.

Negli ultimi dieci anni, un’altra grande rivoluzione è avvenuta nella lotta alla malaria. Alla fine degli anni Novanta i farmaci basati sul chinino cominciavano a dimostrarsi inefficaci: il patogeno stava sviluppando una resistenza al principio attivo. Alcuni ricercatori scoprirono che l’estratto di artemisia, una pianta utilizzata da millenni nella medicina tradizionale cinese, era efficace contro la malaria. Ma non da sola, perciò nascevano le Artemisin-based combination therapies (Act), farmaci basati sulla combinazione di artemisinina e altre molecole con effetti antimalarici.

In breve tempo Novartis, una delle maggiori aziende farmaceutiche del mondo, cominciò a produrre un farmaco, il Coartem, che non brevettò e mise in commercio sui mercati africani al prezzo irrisorio di un dollaro. Il Coartem è uno dei casi molto rari in cui l’Oms indica esplicitamente un prodotto commerciale. Non è sbagliato, in un mercato come quello africano, in cui la diffusione di medicinali contraffatti e potenzialmente inefficaci o pericolosi è una piaga.

Una delle grandi preoccupazioni nella lotta alla malaria è che il plasmodio che la provoca possa sviluppare resistenza ai farmaci. Per questo motivo è fondamentale utilizzare i medicinali solo quando sono effettivamente necessari, ma è indispensabile anche continuare a fare ricerca. Come avviene a Ndola, un’ora di aereo da Lusaka, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Zona di miniere di rame e cobalto, innervata di corsi d’acqua e da zone acquitrinose chiamate dumbos.

Qui c’è il Tropical Diseases Research Centre, ospitato nel grigio edificio dell’ospedale locale, che con i sui 600 posti letto è il secondo del paese. Fondato nel 1977, è una di quelle rare strutture in cui sono i ricercatori locali a effettuare studi sui farmaci antimalarici in collaborazione con università europee e americane. “Oggi il Coartem è efficace“, spiega con una punta di apprensione il direttore scientifico Eric Njunju, “ma per quanto lo sarà ancora?”.

Ma oltre alla ricerca, fondamentale dentro e fuori dall’Africa, è determinante che si diffonda una capillare educazione alla prevenzione, perché “in troppe comunità non si crede che siano le zanzare a portare la malattia“. Ancora una volta, invece, la tecnologia da impiegare è semplice: bonifica delle zone umide dove si riproducono le zanzare e diffusione delle zanzariere.

Power of One finirà tra circa tre anni, avendo coinvolto assieme a Novartis e Alere anche la Bill & Melinda Gates Foundation e grandi aziende come ExxonMobil e Time Warner, oltre ad avere trovato testimonial come Hillary Clinton. Malaria No More, a quel punto, uscirà dallo Zambia e si sposterà in un altro paese. “Non vogliamo presidiare il territorio: vogliamo fare il nostro lavoro e poi ricominciare altrove“, racconta Edlund sull’aereo che lo sta riportando a New York. Smesso l’abito formale, ripensa a se stesso da ragazzo quando al college voleva cambiare il mondo con la politica. Ora sa che bastano un dollaro e un click.

L’intreccio tra accademia e industria

con Elisabetta Tola, reportage apparso sul numero di domenica 15 dicembre 2013 di Nòva – Il Sole 24 Ore

Sarà un caso, ma proprio a Grenoble ha sede il secondo editore francese, Glénat, leader nei “bande dessinée”. Caso, perché Glènat qui è nato e vi ha voluto riportare la sua azienda in anni recenti. Sintomo forse che la città oggi è uno dei poli attrattori più dinamici d’Europa. Secondo un’indagine di «Forbes», la patria di Stendhal tra i massicci alpini del Vercors e della Charteuse è quinta al mondo per numero di brevetti pro capite.
Tra i 160mila abitanti, 6mila sono ricercatori, di cui un terzo straniero.

Allargando lo sguardo all’area metropolitana (circa 450mila abitanti) scopriamo che 1 lavoratore su 7 è legato al settore ricerca e sviluppo. Una situazione virtuosa destinata a migliorare nel 2015 con il completamento del nuovo campus dell’innovazione Giant. «Vogliamo costruire un polo di eccellenza per attrarre ricercatori di livello mondiale», ci racconta William Stirling, scientific expert di una delle colonne di Giant, il Cea-Grenoble, istituto che fa ricerca sull’energia.

Non è solo una fusione di istituti e università, ma una rete di specializzazioni che lavorano in modo fluido in una città che lo stesso Giant sta contribuendo a cambiare, con un occhio alla sostenibilità. Una parte dell’elettricità deriverà dallo sfruttamento con una turbina sperimentale della corrente del fiume Drac che costeggia il campus. Quasi nessuna auto in circolazione, ma bici e mezzi elettrici per spostarsi tra il sincrotrone, i laboratori e i nuovi alloggi per i 10mila studenti che li popoleranno. Giant, quindi, «ecosistema dell’innovazione», come lo vede Loick Roche, direttore della Scuola di Management integrata nel progetto per sostenere lo sviluppo del business. Già oggi a fronte di un budget annuo di 1 miliardo e mezzo di euro, il ritorno sulla città è di 4 miliardi. L’intreccio tra accademia e industria è esplicito passando da un laboratorio all’altro. Le biotecnologie si fondono con le nanotech e con la fisica delle alte energie. Il micro e il nano dialogano a distanza ravvicinata.

All’Esrf c’è il sincrotrone a raggi X più brillante del mondo. Sostenuto con 100 milioni l’anno da oltre 40 Paesi, dal 2004 è stato usato da più di 10mila scienziati, tra cui 4 Nobél. Si studiano i cristalli delle proteine, si analizzano fossili rinchiusi nel l’ambra, si indaga a livello atomico la trasformazione della sabbia in vetro e molto altro. Le 40 beam lines collegate ad altrettante stazioni-laboratorio lavorano in contemporanea e il prezioso “tempo-macchina” viene assegnato dopo una selezione molto stringente. Solo i migliori progetti hanno il via libera, e usano la struttura gratuitamente con l’obbligo di pubblicarne i risultati. I privati pagano e in cambio mantengono il segreto industriale.

Il ritorno c’è, come spiega il direttore Francesco Sette: «In Francia gli ordini industriali sono il doppio degli investimenti. La Germania arriva in pari». La nota dolente riguarda noi. L’Italia è il secondo investitore, con il 13% del budget, ma ha un ritorno della metà, a conferma della difficoltà delle nostre istituzioni scientifiche a collaborare con le aziende. In più a Esrf il 50% dei dottorandi e il 30% dei post doc sono italiani.
Dai raggi X alle micro e nanotech l’atmosfera è la stessa. Bardati di tuta bianca per non alterare l’ambiente privo di polveri, entriamo nella clean room del Minatec, dove si studiano e costruiscono micro e nanochip. Qui la collaborazione con i partner industriali è centrale e ai 1.200 ricercatori sono affiancati 600 esperti di trasferimento tecnologico. Il budget annuo è di 300 milioni, ripagato da 300 brevetti e 1.200 pubblicazioni scientifiche, oltre alle decine di startup. Uno dei nomi ricorrenti che sentiamo è quello di StMicroelectronics, legata a Minatec sia sotto il profilo della ricerca che della formazione.

Laboratorio dopo laboratorio, la formula non varia: accento sulla dimensione orizzontale senza barriere tra pubblico e privato, e coraggio di investire anche in una fase di crisi. Fondi che per Giant vanno quasi a metà tra ricerca e sviluppo (700 milioni entro il 2015) e miglioramento di territorio e qualità della vita (600 milioni). La morale si può riassumere così: per creare ricchezza dalla conoscenza si deve anche trasformare l’ambiente urbano in cui è inserita.

Braveheart scende in campo

Si chiamano Crofters e sono i battaglieri piccoli agricoltori delle highlands scozzesi. Le loro pratiche per preservare la biodiversità agricola locale e gestire in modo comunitario le terre sono un riferimento per le reti rurali europee. Come raccontano Patrick Krause, a capo della Scottish Crofting Foundation, Annie Tindlay, storica della Glasgow Caledonia University,  Andrea Ferrante, presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica, e Riccardo Bocci, agronomo della Rete semi rurali.

Un radiodocumentario di Elisabetta Tola e Marco Boscolo per Radio3Scienza

Crofters e sementi libere: un radioreportage

Strathpeffer. Highlands Scozzesi. Dal 9 all’11 marzo si sono celebrate le sementi coltivate e le razze allevate dai Crofter. Reportaga da Let’s Liberate Diversity 2012.

Ascolta l’audio sul blog di jalla! jalla! – Popolare Network