Kele Okereke – Fatherland

Delusione per il disco dedicato alla paternità del Bloc Party: tanta grandeur che si traduce in presunzione

Cosa succede quando la grandeur artistica incontra una melassa di sentimenti paterni e li declina in folk-soul? Succede che arriva un disco mediocre come Fatherland, il terzo album solo del singer dei Bloc Party, che vuole dirci qualcosa di profondo e straordinario sui buoni sentimenti, ma si abbandona senza indugi a una pletora di cliché. Dopo le incursioni nell’EDM di Trick del 2014, culmine di un continuo tentativo di riuscire a dire qualcosa di rilevante (leggasi dell’inconsistenza autoriale di The Boxer e dell’EP The Hunter) sempre alla caccia dello zeitgeist, ma senza riuscire a prenderlo mai, Kele Okerere diventa padre di Savannah e tutto si fa zuccherino, intimistico pensiero e sussurri dell’animo. I punti di riferimento sono quelli del genere, da Joni Mitchell Elliott Smith, ma con qualche incursione nel cabaret, come accade in Caspers (che sembra uno scarto di una cover band dei Divine Comedy di questi anni), e nel soft rock, come avviene in una Do U Right (che va bene giusto come colonna sonora di un rifacimento – brutto – di Blues Brothers). Leggi tutto “Kele Okereke – Fatherland”

Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale. Leggi tutto “Ibeyi – Ash”

Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via. Leggi tutto “Lana Del Rey – Lust For Life”

Agnes Obel – Citizen of Glass

Sarebbe facile, giunti a questo punto del racconto della parabola artistica di Agnes Obel, prendere questo titolo, con i suoi riferimenti al vetro, e sommarlo alla foto di copertina, per parlare di un album più sfaccettato, quasi un caleidoscopio di emozioni, rispetto ai monoliti folk pop innestati di musica filarmonica e da camera del passato. Ma sarebbe un abbaglio, prendere un granchio mediatico per sottostare a un racconto promozionale che sta avendo una certa fortuna in alcuni ambiti, stampa anglosassone in primis. A noi pare che, con alcune differenze di cui diremo, la sostanza sia sempre grossomodo la stessa: docili melodie che si incastrano in piccole composizioni classicheggianti, ora più dark, ora eteree, con sullo sfondo il Nord fatto di miti ancestrali e lontani, di poche note evocative e lunghi carrelli della macchina da presa musicale. Musica dell’anima, colta e raffinata: come di una Johanna Newsom agli esordi con il folk norreno e la classica al posto del medioevo.

Dopo un esordio, Philarmonics, che nessuno si aspettava sapesse così sapientemente incastonarsi tra gli amanti di Tori Amos e l’hipsteria da fine 2000, e un Aventine (secondo noi il migliore del lotto), che giocava con gli angoli più oscuri della sua anima danese, Agnes Obel aggiorna un poco l’apparato strumentale con un po’ di timida elettronica (ecco una delle differenze rispetto al passato) e si affida senza tema di smentita alle sue capacità pianistiche e a quelle scenografiche. Lo scarto sui dischi precedenti si consuma nell’orizzonte a cui si fa riferimento. Se prima era “classico”, ovvero quello della songwriter à la Joni Mitchell, qui si punta più decisamente verso Julia Holter (con i riferimenti letterari e gli anni Venti dichiaratamente tra le ispirazioni) e Julianna Barwick (con la stratificazione delle tessiture d’archi e le atmosfere).

Che Agnes Obel sappia scrivere buone canzoni (la scura Familiar, una Mary che rimanda più direttamente ad Aventine), che sappia maneggiare la materia come una prima della classe (l’equilibrio di voce e piano della titletrack), non lo si scopre con questo terzo disco. Eppure, quando si lascia prendere troppo la mano con i puzzle musicali (come per esempio in Trojan Horses), il rischio – solo un rischio – di scivolare nei territori di Enya esiste. Con questo controllo, con questa materia di partenza e la sua cultura musicale siamo sicuri che, dettagli a parte, la Obel potrebbe sfornare album come questo da qui alla fine della carriera, nel bene e nel male.

[Da SentireAscoltare.com]

DM Stith – Pigeonheart

Forse tutto è cominciato durante un tour importante, di quelli che hanno lasciato un segno tangibile nella storia recente della musica indie. Non era certo lui – troppo timido, troppo introverso – il protagonista di quei concerti, ma Sufjan Stevens nel 2010-2011, all’altezza di quella fenomenale (e controversa) meteora che è stato Age of Adz. DM Stith era uno dei membri della tour band e ha dato il suo contributo per percorrere quella sottile linea sospesa tra le radici folk, il post-psych, elettro-funk e tanto altro che era quel disco e quel tour. Stith, grafico, illustratore e musicista timido, aveva da poco pubblicato un disco d’esordio, Heavy Ghost, in cui metteva in mostra tutte le proprie doti tecniche e poetiche, e si era ricavato un posticino al caldo sotto l’ala protettiva di Stevens, assorbendo sicuramente qualcosa. Ma è stato in quel tour, dopo aver già messo a fuoco le coordinate principali del songwrinting, che DM Stith ha cominciato a flirtare con i synth, l’elemento centrale di questo suo secondo album, pubblicato in proprio a distanza di sette anni dall’esordio.

La collezione di synth è quella personale del produttore Ben Hillier (uno che ha lavorato per Depeche ModeGraham Coxon, tra gli altri), che collabora con Stith nel tempo libero tra i progetti che gli danno da mangiare. In quelle sessioni, tra Londra e New York, con quella strumentazione e con un accumulo di anni di idee, DM Stith scolpisce un saggio che per la seconda volta torna a interrogarci su cosa sia la canzone. Il flusso di brani ispirati da alcuni episodi personali in cui l’autore è entrato in contatto con i piccioni del titolo è un’oscillazione continua dentro e fuori dalla canzone: Stith è perfettamente consapevole, come già lo era sette anni fa, di procedere a zig zag sul confine tra ciò che è e ciò che non è una canzone. Lo testimoniano i due intermezzi (Murmurations Nimbus, oltre all’outro che dà il titolo all’album), ma anche per esempio un brano come Human Touch, che sembra procedere come una canzone canonica, poi si rompe, si ferma, cambia tempo, ritorna sul binario e quindi finisce come la sirena di una nave che lascia il porto, tra finto field recording e ambient. Ma anche una Cormorant la cui atmosfera acustica e intima lascia progressivamente spazio a una stratificazione di voci tale che sembra di star dentro a un brano della Barwick.

Ne viene fuori una summa personalissima, un frullato saporito dei tanti ingredienti che si raccolgono soprattutto nella sua Brooklyn e dintorni, ma non solo. C’è la drum frenzynessdi Rooster sostenuta da bordoni quasi materici di synth che ricordano i TV On The Radio di Dear Science, c’è la sospensione tra cantautorato folk e corale di marca Animal Collective spruzzata del soul minimale di oggi (Cormorant), qualche sottile riferimento al passato musicale americano che fa capolino qua e là, la tradizione insomma, che non è mai dimenticata. Ma c’è anche molto altro: la world music di Peter Gabriel (riferimento anche per il falsetto, per esempio, di Human Touch) remixata dai Vampire Weekend, la cinematicità liquida di un altro one-man show come Matt Johnson (ascoltate Sawtooth e poi recuperate Soul Mining dei The The), la pastoralità in technicolor di Summer Madness, l’intimità “acustica” di Up to the Letters.

Lo stesso DM Stith ha raccontato che dopo Heavy Ghost ha avuto il blocco dello scrittore, superato solamente grazie al lavoro di grafico e illustratore. La speranza è che non succeda nuovamente e che il Nostro possa proseguire nel suo personalissimo percorso regalando presto un nuovo capitolo della storia.

[Da SentireAscoltare.com]

Agnes Obel – Citizen of Glass

Sarebbe facile, giunti a questo punto del racconto della parabola artistica di Agnes Obel, prendere questo titolo, con i suoi riferimenti al vetro, e sommarlo alla foto di copertina, per parlare di un album più sfaccettato, quasi un caleidoscopio di emozioni, rispetto ai monoliti folk pop innestati di musica filarmonica e da camera del passato. Ma sarebbe un abbaglio, prendere un granchio mediatico per sottostare a un racconto promozionale che sta avendo una certa fortuna in alcuni ambiti, stampa anglosassone in primis. A noi pare che, con alcune differenze di cui diremo, la sostanza sia sempre grossomodo la stessa: docili melodie che si incastrano in piccole composizioni classicheggianti, ora più dark, ora eteree, con sullo sfondo il Nord fatto di miti ancestrali e lontani, di poche note evocative e lunghi carrelli della macchina da presa musicale. Musica dell’anima, colta e raffinata: come di una Johanna Newsom agli esordi con il folk norreno e la classica al posto del medioevo.

Dopo un esordio, Philarmonics, che nessuno si aspettava sapesse così sapientemente incastonarsi tra gli amanti di Tori Amos e l’hipsteria da fine 2000, e un Aventine (secondo noi il migliore del lotto), che giocava con gli angoli più oscuri della sua anima danese, Agnes Obel aggiorna un poco l’apparato strumentale con un po’ di timida elettronica (ecco una delle differenze rispetto al passato) e si affida senza tema di smentita alle sue capacità pianistiche e a quelle scenografiche. Lo scarto sui dischi precedenti si consuma nell’orizzonte a cui si fa riferimento. Se prima era “classico”, ovvero quello della songwriter à la Joni Mitchell, qui si punta più decisamente verso Julia Holter (con i riferimenti letterari e gli anni Venti dichiaratamente tra le ispirazioni) e Julianna Barwick (con la stratificazione delle tessiture d’archi e le atmosfere).

Che Agnes Obel sappia scrivere buone canzoni (la scura Familiar, una Mary che rimanda più direttamente ad Aventine), che sappia maneggiare la materia come una prima della classe (l’equilibrio di voce e piano della titletrack), non lo si scopre con questo terzo disco. Eppure, quando si lascia prendere troppo la mano con i puzzle musicali (come per esempio in Trojan Horses), il rischio – solo un rischio – di scivolare nei territori di Enya esiste. Con questo controllo, con questa materia di partenza e la sua cultura musicale siamo sicuri che, dettagli a parte, la Obel potrebbe sfornare album come questo da qui alla fine della carriera, nel bene e nel male.

[da SentireAscoltare.com]