Westeros come laboratorio sociale: Il trono di spade tra economia e politica

La letteratura fantastica, come quella della saga di George R. R. Martin, può servire almeno in parte come esperimento sociale, per studiare le relazioni politiche ed economiche nella società umana

STRANIMONDI – La sesta stagione della serie fantasy di HBO basata sull’opera di George R. R. Martin è in piena corsa anche in Italia, trasmessa in contemporanea con gli Stati Uniti sugli schermi di Sky Atlantic. Una delle serie tv più costose e complesse della storia della televisione e della narrativa a puntate, A Song of Ice and Fire è studiata e analizzata nei minimi dettagli da numerosi punti di vista.

La ricchezza del sottotesto, la complessità delle istituzioni e delle società che vengono a contatto nei romanzi e nelle serie tv, come nel caso de Il signore degli anelli di Tolkien, ne fanno un ideale ambito di riflessione anche per l’economia, come ci ha raccontato in una chiacchierata via Skype Matt McCaffrey, economista americano in prestito all’Università di Manchester (Regno Unito), dove insegna alla Business School. Il suo principale interesse è lo studio delle cause che portano al fallimento o al successo delle società e degli stati e ha cercato di analizzare sotto questo punto di vista anche i regni di Westeros in un saggio, scritto in compagnia di Carmen Elena Dorobat, pubblicato nel 2015 all’interno di un volume collettaneo intitolato Capitalismo e commercio nella letteratura fantastica (il capitolo è disponibile per il download a questo indirizzo).

Un laboratorio per l’economista politico

Gli economisti, sia che si occupino di fatti storici, sia che tentino di prevedere gli andamenti futuri, non hanno a disposizione un laboratorio per mettere alla prova le proprie idee. Ma secondo McCaffrey, la letteratura fantastica, come quella scritta da George R. R. Martin, “può servire almeno in parte da esperimento sociale“, a patto di avere costruito universi narrativi complessi e strutturati come quello del Trono di spade. Come scrive nel saggio citato: “il mondo di Martin fornisce molto di più della solita fiction di spada e magia: offre una descrizione delle relazioni politiche ed economiche nella società umana”, nella quale “si esplorano molti problemi sociali” e “si drammatizzano importanti questioni sul potere, i conflitti e lo stato”.

Parte della complessità e della vividezza realistica di questo mondo è dovuta al fatto che Martin per tratteggiare i Sette Regni si è ispirato al passato reale, quello dell’Inghilterra e dell’Europa tardo-medievale e rinascimentale. Le ispirazioni principali, a sentire McCaffrey, sono la Guerra delle Rose (1455 – 1487) e la Guerra dei Cent’anni (1337 – 1453), ma anche le vicende socio-economiche delle città libere del XII secolo come Venezia e Genova. Tratto distintivo, comunque, è che “da nessuna parte in A Song of Ice and Fire sia descritta una regione che abbia un’economia industriale, ancora meno una con un significativo grado di libertà economica e sociale” (We Do Not Sow, pag.3). Ciononostante, o forse proprio per questo, in una riduzione ai minimi termini delle interazioni umane sul piano socio-economico, scrivono ancora McCaffrey e Dorobat, “il mondo di Martin ci mostra le idee chiave delle proprie (e delle nostre) istituzioni, specialmente a proposito dell’organizzazione e del controllo della società”. Andiamo quindi nel dettaglio, confrontando alcuni degli “stati” principali di Westeros, cercando di capire dalla prospettiva socio-economica come l’azione di indirizzo e le scelte dell’aristocrazia, o se volete di una ristretta minoranza, si riflettano su quella società stratifica e più complessa che nei romanzi e nella serie tv rimane un po’ sullo sfondo delle epiche vicende dei protagonisti.

Dothraki e Uomini di Ferro

“Sia il popolo dei Dothraki, sia il regno delle Isole di Ferro”, racconta McCaffrey, “sono isolate rispetto ai Sette Regni principali di Westeros e vivono come predatori e parassiti rispetto alle altre società”. In in parallelo con la storia vera, il popolo di straordinari cavallerizzi ricorda piuttosto da vicino quello dei Mongoli di Gengis Khan: nessuna vera e propria città, un continuo spostamento per depredare e accumulare ricchezze prodotte da altri e una leadership basata non tanto su regole dinastiche chiare, ma sul valore guerresco dei più importanti capi clan.

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Il regno delle Isole di Ferro della saga di George R. R. Martin è un esempio di società fondata sulla pirateria e la predazione, senza alcuna cultura commerciale.

Il motto della famiglia Greyjoy, “noi non seminiamo”, racchiude tutta la filosofia socio-economica degli Uomini di Ferro: una popolazione simile ai Vichinghi che si comporta da pirata e predone nei confronti delle ricchezze, ancora una volta, prodotte da altri. Anzi, la produzione di ricchezza in prima persona, nel codice culturale degli isolani, è meno dignitoso che l’accumulo basato sulla violenza e la guerra. “Entrambe le società”, spiega McCaffrey, “non hanno alcuna cultura commerciale e la loro primitiva forma di governo è una delle più dannose per il popolo che si possa incontrare a Westeros”.

I Targaryen e i Lannister

Due delle più nobili casate del mondo del Trono di spade, pur avendo un’organizzazione socio-politica più evoluta, mostrano comunque sistemi organizzativi ancora piuttosto rozzi. I Targaryen, nel parallelo con il nostro mondo, assomigliano a una delle grandi potenze di qualche decennio o secolo fa, “gli Stati Uniti o la Russia, che hanno avuto un ruolo determinante ma che ora sono in parte decaduti  e cercano di riaffermare con la forza la propria centralità nello scacchiere internazionale”, commenta McCaffrey, che ritiene che anche i Lannister e la loro politica militare aggressiva “siano una metafora degli Stati Uniti, che continuano a garantirsi il benessere con una continua attività bellica al di fuori del proprio territorio”.

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La casata Targaryen è tratteggiata come una delle grandi superpotenze di qualche decennio fa, come gli Stati Uniti o la Russia, impegnate a riaffermare la propria centralità con guerre continue.

La guerra, e in particolare il finanziamento dello sforzo bellico, sono il grande tema economico che coinvolge tutte le casate, ma è più che mai evidente per queste due famiglie. Tyrion Lannister, il nano dalla vita piuttosto avventurosa, per un periodo ricopre anche il ruolo di Maestro del Conio, il ministro delle finanze nella capitale Approdo del Re, e lo scontro con la realtà finanziaria precaria della famiglia impegnata in una guerra per mantenere il potere è il suo principale cruccio quotidiano. E parlando del suo predecessore Petyr Baelish descrive un vero e proprio modello economico: “egli non solo raccoglieva l’oro e lo metteva in cassaforte, […] ma pagava i debiti del re, e metteva l’oro a fruttare. Comperava carri, negozi, navi, case”.

Nonostante questo, però, lo sforzo bellico è un costo economico crescente, che rende sempre più difficile la stabilità di Approdo del Re. Ed entrano così in gioco nuove tasse, in particolare quella sulla prostituzione avrà effetti importanti nella narrazione, che però rendono sempre più aspro il rapporto tra governanti e governati. La dimostrazione, come ricorda lo stesso Tyrion, che “il denaro è pericoloso come una spada se messa nelle mani sbagliate”.

Gli Stark 

Il Grande Nord rappresenta una visione economica diversa, “più vicina all’idea che potrebbe avere un imprenditore, rispetto a un uomo di governo”, racconta McCaffrey. Il motto familiare, “l’inverno sta arrivando”, sembra sottolineare la necessità di una politica economica di piccoli passi, prudenza e una sostanziale neutralità rispetto al principale gioco dei troni. “Il Nord assomiglia a quei piccoli stati europei, come Monaco e Liechtenstein, o Singapore e Hong Kong, che riescono ad assicurarsi benessere rimanendo un po’ in disparte e badando primariamente ai propri interessi”, spiega l’economista.

La Banca di Ferro e gli aspetti internazionali

Uno dei finanziatori che entrano in gioco nel sostegno dello sforzo bellico dei Lannister è la Banca di Ferro, che si trova nella città libera di Braavos, “una specie di Svizzera di Westeros”, sottolinea McCaffrey, che diventa uno dei poteri esterni ai Sette Regni in grado di determinare la politica”. Ancora una volta, Martin sembra dire che in un mondo come quello rappresentato nella sua opera, al limite di una trasformazione epocale alle porte (il famoso inverno che arriva per davvero), più che gli eserciti siano le economie a guidare i destini delle casate/stato.

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Nel mondo rappresentato da Martin più che gli eserciti sono le economie a guidare i destiti delle casate.

Altro aspetto internazionale è la natura “sovranazionale” del trono di spade a cui le casate principali dei Sette Regni ambiscono, ma che è difficile da mantenere e gestire. “Sembrano le difficoltà delle organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea e le Nazioni Unite,” racconta McCaffrey, “in cui territori molto vasti e popoli estremamente diversi per modelli socio-economici e politici fanno estrema fatica a scegliere all’unisono”.

In ultima analisi, ci dice McCaffrey, Martin ha cercato di usare il fantasy per continuare la riflessione sulle domande di base sulle nostre organizzazioni politiche: come si forma una buona società? “Nessuna delle forme di governo messe in atto dalle casate di Westeros,” ricorda McCaffrey, “garantisce benessere al popolo”. Si tratta di società che mostrano, chi più chi meno, grandi diseguaglianze, in cui la povertà la fa da padrona e dove il progresso e l’innovazione non sembrano avere cittadinanza. “In questo senso,” conclude McCaffrey, “assomigliano al 90% della storia dell’umanità prima dell’Ottocento, quando le idee illuministe si sono fatte largo in un contesto sociale che per la prima volta permetteva e prometteva miglioramenti delle condizioni socio-economiche di larghe fette della popolazione”. Ma, proseguendo nel parallelo, quelle di Westeros sono le condizioni di “gran parte dei popoli della Terra oggi, che vivono disuguaglianze enormi tra una maggioranza povera, esclusa dal benessere, e una minoranza che detiene il potere”. Martin e la sua saga non forniscono risposte sulla migliore forma di governo, ma pongono assai bene le domande.

[da Oggiscienza.it]

 

Ocse: sulla Sanità il federalismo italiano è un fallimento

A 14 anni dalla riforma federalista il bilancio è disastroso: qualità disomogenea, 10 regioni con buchi di bilancio, mancanza di un indirizzo generale e troppo pochi i dati raccolti

A 14 anni dalla riforma federalista il bilancio è disastroso: qualità disomogenea, 10 regioni con buchi di bilancio, mancanza di un indirizzo generale e troppo pochi i dati raccolti

Da Wired.it:

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Immagine Corbis Images

L’analisi dell’Ocse presentata oggi a Roma mostra i limiti nella realizzazione del federalismo sanitario che, dall’intervento sul Titolo V della Costituzione del 2001, non ha prodotto gli effetti sperati: troppe le sanità regionali che hanno dovuto ricorrere a un piano di rientro e troppe ancora le differenze tra il Nord e il Sud del Paese, con una “differenza in attività e risultati tra le regioni e le province autonome che è contemporaneamente inefficiente e iniqua”.

Sempre secondo quanto si legge nel documento, in questi anni è mancato lo sforzo di monitorare puntualmente l’andamento della sanità. L’integrazione dei dati, collegando tra di loro dataset diversi “è sempre più riconosciuto come una capacità che deve essere sviluppata per costruire un’immagine più ricca della qualità e degli esiti dell’assistenza ai pazienti”. Ma in Italia manca.

Una sanità spaccata a metà tra Nord e Sud

Lo mostrava il grafico che abbiamo già pubblicato all’epoca dell’inchiesta #Doveticuri sulla qualità degli ospedali italiani e l’analisi del decennio 2001 – 2011 fatta dall’OCSE lo conferma. “Sebbene non sia possibile indicare una regione con un sistema sanitario ‘scadente’, emerge un tipico pattern di qualità ed esiti relativamente peggiori nelle regioni meridionali”.

Un esempio fulminante è l’attesa per un’intervento per ricomporre una frattura all’anca. In Valle d’Aosta e nella provincia di Bolzano l’attesa media è di 3 giorni, in Molise e Campania di 7: più del doppio.

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O ancora la quantità di parti con il cesareo, un’indicatore di rischio per il parto stesso, con una media nazionale attorno al 25%. A Bolzano (13,6%) e Trento (14,5%) si registrano le medie più basse, mentre quella più alta è della Campania: 45% (dati Programma Nazionale Esiti). Si tratta della variabilità geografica “più alta di qualsiasi altro paese OCSE”.

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Il federalismo sanitario avrebbe dovuto ridurre il gap, ma il risultato di questa variabilità è che gli italiani “si muovono tra le regioni e le province” alla ricerca di quello che sentono essere un servizio migliore: da Sud a Nord, ma spesso anche all’interno delle stesse aree geografiche.

Ritorno della centralizzazione

Sul piano economico, il federalismo sanitario avrebbe dovuto migliorare la spesa, limitando quella inutile e razionalizzando l’offerta sul territorio. Ma sono mancati “meccanismi centrali efficaci di sorveglianza e di indirizzo”. Il risultato è che Piemonte, Liguria, Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno fatto ricorso ai Piani di rientro.

Sono state, nei fatti, commissariate per rimettere in ordine i conti, con un “brusco ri-bilanciamento del governo centrale rispetto alle autorità regionali in termini finanziari”. Su questo il federalismo non ha funzionato, conclude l’OCSE, e si chiede se la stessa importanza che viene data al lato economico verrà accordata alla qualità dei servizi erogati, con l’obiettivo, appunto, di eliminare differenze regionali pronunciate. È l’auspicio per il Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS), lanciato a fine 2014.

Servono linked data

Per monitorare il proprio operato e metterlo adeguatamente in relazione con il contesto in cui viene offerto, la sanità italiana dovrebbe sfruttare di più i linked data. La svolta federalista ha visto nascere una serie di report periodici che dovevano servire proprio a questo scopo. Ma i “dataset esistenti non sono sfruttati adeguatamente, soprattutto per i limiti nel collegamento” con altre fonte di dati.

Anche i registri clinici presenti in Italia non “sono sufficientemente sviluppati per un monitoraggio generale e per il miglioramento delle qualità del servizio sanitario”.

A questo si aggiunge una variabilità piuttosto alta nella raccolta di dati sulle performance. Solo Emilia-Romagna, Toscana e Umbria li pubblicano regolarmente, mentre Marche e Piemonte producono “occasionalmente” statistiche. In più, “Abruzzo, Calabria, Campania e Piemonte non hanno un’unità dedicata alla valutazione delle performance”.

Questa carenza dovrebbe essere superata, secondo le intenzioni del ministro Lorenzin, con il NSIS. Per l’OCSE la direzione è quella giusta, ma per essere la vera svolta culturale auspicata, bisogna che integri i dataset che già esistono e che vengano raccolti “più indicatori di qualità dei processi e degli esiti sia a livello di assistenza primaria che a livello servizi di comunità”.

L’angolo della buona notizia

Quella dell’OCSE, però, non deve essere letta come una bocciatura su tutta la linea della sanità italiana, ma uno sprone a migliorare laddove ci siamo comportanti con pigrizia. In fin dei conti, si può leggere così il documento, il sistema sanitario nazionale funziona mediamente bene. Le carenze sono nel management e nel monitoraggio della qualità: le aree dove si può migliorare ancora molto.

FantaRisiko, parte 2: chi vince in Ucraina, Kashmir e mar della Cina

Nella seconda puntata del nostro Fantarisiko si sfidano Russia e Ucraina, India e Pakistan, Cina e Giappone

Nella seconda puntata del nostro Fantarisiko si sfidano Russia e Ucraina, India e Pakistan, Cina e Giappone

(Foto: Ap/LaPresse - Omar Abdullah, governatore della regione Jammu-Kashmir)
(Foto: Ap/LaPresse – Omar Abdullah, governatore della regione Jammu-Kashmir)

Dopo aver immaginato uno scontro “all star” tra l’esercito USA e un ipotetico esercito degli Stati Uniti d’Europa, proseguiamo nel nostro FantaRisiko con gli scontri tra le cosiddette “aree calde” del pianeta. Manca Israele – Palestina, perché di quest’ultima non vi sono a disposizione i dati. Si conoscono i numeri del personale comandato dall’Autorità Nazionale Palestinese (e quindi gestito dalla polizia), mentre non vi sono informazioni ufficiali su organizzazioni come Hamas.

Questi scontri non hanno alcuna attendibilità sul fronte dell’analisi militare delle situazioni. Come nel famoso gioco da tavolo abbiamo considerato carriarmatini, aeroplanini e navi per comparare la forza militare dei paesi presi in considerazione in maniera un po’ brutale. Ciò nonostante, guardare queste infografiche rende l’idea delle forze (potenzialmente) in campo.

Russia vs. Ucraina

Le tensioni nel settore sono vive dal crollo dell’ex Unione Sovietica, ma la cronaca si è fatta più frenetica negli ultimi mesi, dalle proteste di piazza Maidan alle voci di invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Ultimo episodio, tra i più gravi, l’abbattimento del volo MH17 diretto a Kuala Lumpur e in transito nei cieli ucraini.

I dati a disposizione raccontano di un divario enorme. Se sul fronte del numero dei militari ogni mille abitanti il divario non pare così incolmabile, basta guardare al budget della difesa per rendersi conto che uno scontro tra i due paesi può avere un solo esito finale.

Corea del Nord vs. Corea del Sud

A marzo Kim Jong-un fa lanciare in mare un missile in risposta alle manovre militari congiunte USA – Corea del Sud. Durante le ultime esercitazioni dell’esercito di Pyongyang, guidate dallo stesso dittatore in prima persona, si è simulata l’invasione di un’isola, sottolineando che in caso di attacco, Seoul “si pentirebbe amaramente” delle proprie azioni.

E forse non ha tutti i torti. Oltre alla minaccia atomica, la Corea del Nord dispone di un esercito (in proporzione sulla popolazione totale)  tra i più “grossi” del mondo. Certo, Seoul può rispondere con un’aviazione e una marina più consistente (e più ricche), ma se pensiamo all’invasione di terra lo scontro non è scontato. Certo, poi bisognerebbe anche considerare gli alleati, ma questo vale per qualsiasi scontro.

Cina vs. Giappone

L’ultimo tassello della tensione tra le due potenze dell’estremo oriente è un piccolo arcipelago di isole al largo delle coste di Taiwan. Si chiamano ‘Senkaku’ in giapponese, ma ‘Diaoyu’ in cinese. Nel settembre scorso il Giappone le ha “nazionalizzate”, suscitando le ire di Pechino. Secondo l’Economist una guerra non sarebbe stata poi così fuori dalll’orizzonte degli eventi possibili.

In proporzione, Cina e Giappone hanno eserciti numericamente simili. Tokyo, per ovvi motivi geografici, ha però una dotazione inferiore di carri armati. Quello che fa la differenza potrebbero essere il budget e la tecnologia. Sul primo, la Cina batte di gran lunga il vicino di casa, ma deve stipendiare molti più uomini. Sul secondo fronte, i passi da gigante fatti sul fronte tecnologico dalla Cina, che come raccontato da Wired è oramai la prima superpotenza del mondo, mettono più in bilico questo settore di confronto di quanto non lo sarebbe stato solo un decennio fa.

 

India vs. Pakistan

Da quando l’Impero Britannico si è ritirato come potenza coloniale da quel settore, le dispute territoriali tra il Pakistan (teoricamente il paese musulmano che usciva dai domini di Sua Maestà) e l’India non sono mai cessati. Basti solo ricordare che le vicende legate al territorio del Kashmir (che però coinvolgere anche la Cina) hanno portato a tre vere e proprie guerre (1947, 1956 e 1999).

Nonostante le differenze di taglia (poco più di 186 milioni di pakistani a fronte del miliardo e rotti di indiani), la taglia degli eserciti non differisce molto sotto il profilo delle navi, degli aerei e dei carri armati a disposizione. Certo, sullo sfondo rimane la minaccia atomica: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), siamo sull’ordine del centinaio di testate nucleari a testa (dati aggiornati al 2014).

 

Da Wired.it