#ClassiciRiscoperti: La lingua usata come arma in Babel-17 di Samuel R. Delany

L’ipotesi di Sapir-Whorf ispira un’arma micidiale in un classico vincitore del Premio Nebula nel 1967

Con questo articolo si apre una serie di approfondimenti sulle idee scientifiche alla base di alcuni classici più o meno noti della fantascienza internazionale.

La guerra che ha messo di fronte l’Alleanza terrestre agli Invasori ha oramai raggiunto uno stallo, con le due fazioni divise rigidamente che cercano senza successo di prevalere sul nemico, diventando così padroni dello spazio cosmico. L’equilibrio però rischia di essere rotto da un misterioso codice cifrato che il comando terrestre ha intercettato e battezzato Babel-17: potrebbe nascondere le coordinate del prossimo forse decisivo attacco per un’umanità che è oramai stanca della guerra. Rydra Wong, la poetessa esperta di linguaggi che viene incaricata dall’Alleanza di decifrare Babel-17, scopre però presto che non si tratta di un codice cifrato, ma di una lingua vera e propria, che ha il potere di modificare la struttura del pensiero di chi la parla e trasformarlo in un automa che ha come solo scopo attaccare e distruggere i terrestri. Leggi tutto “#ClassiciRiscoperti: La lingua usata come arma in Babel-17 di Samuel R. Delany”

La teoria del melò

Il film biografico su Stephen Hawking riduce il lavoro scientifico al cliché del genio e si concentra invece sul lessico di un dramma familiare segnato dalla malattia

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – La moglie Jane sta aiutando un giovane Stephen Hawking a infilarsi un maglione. Il cosmologo, già sofferente nel corpo, è seduto in pigiama sul letto, da qualche tempo spostato in soggiorno perché le scale non sono più una via praticabile. In quel momento, con la maglia infilata a metà, la figlia Lucy ancora piccolissima, comincia a piangere nell’altra stanza. «Vai», dice Stephen: può aspettare. E lì, osservando il fuoco scoppiettare nel caminetto attraverso le trame della lana, capisce qualcosa, arriva a una conclusione determinante nel suo studio sulla natura del tempo. «Jane, ho avuto un’idea» è l’eureka lanciato al ritorno della moglie. Così, la sceneggiatura di La teoria del tutto risolve con l’epifania, affidando all’ispirazione del genio al momento o alla mano invisibile di qualche musa la risoluzione di un problema scientifico e intellettuale.

stephen

Lo scienziato Stephen Hawking del film, interpretato da un bravissimo Eddie Redmayne che riesce a recitare con le sopracciglia e poco altro, come già è avvenuto per l’Alan Turing di The Imitation Game o il John Nash di A Beautiful Mind, viene ridotto a un genio chiuso ermeticamente nelle proprie elaborazioni cerebrali che, alla stregua di un poeta maledetto o un pittore romantico, trova il lampo in un dettaglio ignorato dai più. Questo stereotipo della genialità è forse figlio di un equivoco di fondo che riguarda una pellicola come La teoria del tutto: è un bio-pic, come si dice in gergo, pensato per raccontare a un grande pubblico la vita di un uomo diventato grande scienziato. Per quella non serve accettare la sfida di cercare di raccontare i mille pensieri, le sconfitte intellettuali o i piccoli avanzamenti quotidiani del lavoro in una maniera originale, ma è sufficiente accontentarsi del luogo comune del genio (malato) che da solo riesce laddove mille altri hanno fallito.

La conferma dell’interesse per l’uomo Stephen Hawking (e meno per lo scienziato) viene dall’ispirazione originale per il film, il libro di memorie della prima moglie Jane Wilde, Travelling to Infinity: My Life with Stephen. A interpretarla è una brava Felicity Jones che ha il volto giusto per interpretare quel sergente di ferro che a poco più di vent’anni decide che il fidanzato nerd non morirà dopo due anni, come pronosticato dal medico che diagnostica la malattia del motoneurone al giovane fisico, ma che riuscirà ad avere una vita e una famiglia normale assieme a lei. E allora il film assume soprattutto una connotazione da melodramma, con la malattia sullo sfondo di una grande storia d’amore che, però, si interrompe dopo oltre vent’anni e tre figli perché il cosmologo “paziente ideale” si innamora dell’infermiera Elaine, che diventerà sua seconda moglie.

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Il film, quindi, qui traballa ancora una volta, perché di Stephen Hawking impariamo a conoscere lati del carattere insospettabili in un uomo così colpito nel corpo: un umorismo e un’ironia sempre pronti, una grande passione per le donne (vedi alla voce: abbonamento a Penthouse in combutta con l’amico fisico Kip Thorne), una voglia di comunicare fuori dall’ordinario. Sappiamo, invece, poco delle motivazioni delle sue scelte (non era più innamorato di Jane? Che rapporto ha con gli amici, che sono poco più che comparse nel film? E con i colleghi?). Ma ancora una volta, si tratta di un equivoco, perché il film tratto dal racconto della prima moglie non può che essere un resoconto parziale, monco per definizione.

La storia di Stephen Hawking e Jane Wilde è soprattutto la storia di una coppia che negli anni Sessanta di Cambridge cerca di vivere una vita familiare normale, quando uno dei due normale non è: perché malato di una malattia che, sulla carta, non ammette speranze di vecchiaia e perché il cervello di Stephen, sempre lucido, è uno dei più brillanti della sua generazione. La macchina da presa sorvola rapidamente i risultati scientifici di Hawking (la “brillante” tesi di dottorato, il cambiamento di prospettiva negli anni successivi, le scoperte su Big Bang e singolarità) e invece si concentra sull’umanità di un amore che sfiorisce, un rapporto frustrante con il proprio corpo e la semplice difficoltà di essere Stephen Hawking.

La teoria del tutto è un film che probabilmente porterà John Marsh, famoso come documentarista per due capolavori come Project Nim e The Man On Wire, a fare il salto definitivo verso il lungometraggio di fiction, previo ritiro di qualche premio. È merito soprattutto suo, e di due interpretazioni molto solide, se il film non deraglia davvero, appoggiato com’è su di una sceneggiatura di routine che si ferma sempre sulla soglia del coraggio e della sfida, ma anzi rimane godibile nella sua struttura romantica da superamento delle avversità. Da spettatori, basta semplicemente non aver coltivato le aspettative sbagliate.

 

Ascension: una mini-serie TV ripesca un vecchio progetto per esplorare i pianeti

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – Sono passati cinquantun’anni da quando la nave ha lasciato la Terra e tutto l’equipaggio e i passeggeri dell’astronave sta per festeggiare la ricorrenza, quando un evento sconvolge la regolare e regolata vita di bordo: il corpo senza vita di Lorelei viene ritrovato sulla spiaggia artificiale. Un sopralluogo del secondo in comando non lascia scampo a equivoci: è omicidio, il primo mai commesso a bordo della nave. Chi è l’assassino? Perché ha ucciso? Comincia così lo special event, come si dice nel gergo televisivo americano, del canale tematico SyFy che prende il nome dall’astronave protagonista delle tre serate, Ascension.

Siamo a metà del suo viaggio centenario verso Proxima Centauri con lo scopo di creare una colonia umana e oramai tutti i più giovani sono nati direttamente sull’astronave e non hanno mai visto la Terra. Probabilmente molti di loro non vedranno nemmeno la “terra promessa”, e quindi non stupisce che abbiano molti dubbi e siano irrequieti. E non la vedrà nemmeno il capitano Denninger (“Contano solo due capitani: quello che è partito dalla Terra e quello che atterrerà su Proxima”) e sua moglie Viondra (interpretata da Tricia Helfer, che i fan di Battlestar Galactica ricorderanno come interprete di Numero 6), ma si adoperano perché la missione abbia successo e per gestire il fragile potere politico continuamente sotto attacco da più lati.

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Ascension segna il ritorno alla fantascienza classica del canale tematico americano dopo anni difficili per scelte e successi commerciali. E lo fa con una grande co-produzione americana e canadese. La particolarità di questa mini-serie, che se avrà fortuna potrà essere prolungata in una serie regolare, è che l’idea di costruire un’astronave generazionale così fatta non è del tutto fantascientifica, ma prende ispirazione da un progetto americano degli anni Cinquanta che aveva il nome in codice di Orion. Non ha nulla a che vedere con la capsula spaziale recentemente testata dalla NASA e, anzi, quando il progetto è iniziato nella primavera del 1958 l’agenzia spaziale americana non era ancora nata. Tutto nasceva dall’ipotesi che una serie di esplosioni nucleari potessero fornire la spinta necessaria a muovere l’astronave alla scoperta del Sistema Solare. Prima ancora di mettere un uomo sulla Luna, insomma, gli americani già pensavano al futuro dell’esplorazione spaziale.

Con l’atomic drive “Marte nel 1965, Saturno nel 1970”

L’idea è venuta nel 1953 a Theodor Taylor, un esperto degli effetti delle bombe atomiche: sarebbe possibile sfruttare una serie di esplosioni atomiche per far viaggiare nello spazio una nave di grandi dimensioni? L’idea dell’atomic drive era già nell’aria dagli anni Quaranta, grazie alle riflessioni di Stanislaw Ulan e Frederick de Hoffman derivanti da una piccola serie di esperimenti del 1944, condotti all’interno del Progetto Manhattan. L’idea azzardata, ma teoricamente efficace, era di eliminare la camera di combustione: le bombe atomiche sarebbero dovuto esplodere fuori dall’astronave e fornire la spinta necessaria a spingere l’astronave in avanti. Per usare le parole di George Dyson, noto divulgatore scientifico che sul progetto Orion ha scritto un intero libro, l’astronave atomica sarebbe dovuta essere l’unico pistone all’interno di una camera di combustione enorme: l’intero universo.

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Al progetto partecipò anche il fisico teorico di Princeton Freeman Dyson, il padre di George, che nell’anno accademico ’58 – ’59 si recò addirittura a San Diego, alla sede locale dell’Advanced Research Projects Agency (ARPA) del Dipartimento della Difesa, dove il progetto aveva preso casa. La NASA non era ancora nata e i militari erano gli unici che dimostravano un certo piccolo interesse per l’astronave atomica. Secondo Dyson, l’idea era tutt’altro che balzana e meritava di essere studiata. Mentre i sovietici stavano vincendo alla grande la corsa allo spazio con i successi degli Sputnik e gli americani si stavano concentrando sui razzi a combustibile chimico (come quelli ancora oggi impiegati), la propulsione atomica prometteva di essere libera dalle limitazioni di temperatura e di potenza. In più avrebbe permesso di trasportare molto più materiale, fino a 100 tonnellate per i viaggi più brevi, diverse migliaia nelle configurazioni immaginate per Marte e Saturno. Insomma, in un pacifismo un po’ retorico lo stesso Dyson immaginava, in un articolo apparso su Science il 9 luglio del 1965, che “le bombe che avevano ucciso e menomato a Hiroshima e Nagasaki un giorno avrebbero potuto aprire i cieli per l’umanità”.

Una questione politica

Il “reasonable program”, come lo definisce lui stesso in quell’articolo, non ha però mai superato la fase di studio iniziale, sebbene i test condotti sui modelli si siano rivelati più che buoni. Dyson individua diversi motivi per il fallimento del progetto, chiuso definitivamente nel 1963. Il principale è l’accordo siglato tra USA, URSS e Regno Unito che bandiva gli esperimenti nucleari: il progetto Orion era diventato fuorilegge. Contemporaneamente, il progetto iniziato come militare era passato nelle mani della NASA, che per sua natura non può occuparsi di progetti top-secret. Un ultimo fattore decisivo, dice Dyson, è che la comunità scientifica non vedeva l’interessa nel lavorare sulla propulsione dei viaggi spaziali: si trattava di questioni da ingegneri. Così facendo, correttamente, cinquant’anni fa individuava il limite principale che l’esplorazione umana dello spazio che permane ancora oggi: i limiti dei razzi a propulsione chimica.

La politica gioca un ruolo determinante anche nella serie TV che, oltre che per quest’affascinante citazione storica, merita di essere visto. Prima di tutto perché permette di osservare i rapporti umani e le vicende di un gruppo di americani che sono rimasti fermi alla tecnologia, ma soprattutto ai costumi degli anni Cinquanta: niente battaglie per i diritti civili degli afroamericani, niente liberazione sessuale, niente Summer of Love, niente Torri Gemelle. L’ambiente ristretto, poi, permette di analizzare le tensioni che l’idea utopica di un manipolo di coraggiosi, “eroi” vengono definiti sullo schermo, genera su chi quell’idea la sta subendo senza averla potuta scegliere. Il tutto, sullo sfondo di un ambiente fantascientifico classico ben congegnato, in cui le cose non sono del tutto come sembra. A cominciare dalla stessa astronave…

@ogdabaum

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Immagini: SyFy