Se Clark Kent mette gli occhiali è irriconoscibile. O forse no

Uno studio sul riconoscimento di volti con o senza occhiali potrebbe salvare uno dei casi più assurdi di sospensione dell’incredulità nella storia della fiction

16398256706_ffdc0275c3_z
Un paio di occhiali rende effettivamente più difficile riconoscere un volto, come accadeva per Clark Kent quando lasciava i panni di Superman. Crediti immagine: Cory Denton, Flickr

Una sera di qualche tempo fa mi trovavo a Udine. Ero seduto a un tavolino di un bar all’aperto in piazza San Giacomo (anche se bisognerebbe chiamarla piazza Matteotti, ma è un altro discorso…) e, con un gruppetto di persone, stavo aspettando l’arrivo di A., un’amica comune. Circa un quarto d’ora dopo l’appuntamento previsto, una ragazza bionda si dirige verso di noi. Per come eravamo seduti, solo io la potevo notare mentre arrivava tagliando in diagonale la piazza. Lei, arrivata vicino al tavolo ma ancora invisibile agli altri, mi guarda. Penso che stia controllando se mi conosce, ma io non so chi sia. Si sarà sbagliata: in fondo a Udine non conosco molte persone. Ma lei, imperterrita, mi saluta con la mano e, fattasi ancora più vicina, saluta: “Ciao!”. Ma chi è questa? Che vuole?, penso io. Gli altri, a quel punto, si girano e la salutano: era A., ovviamente. A guardarla bene, a sentirla parlare e tutto il resto, me ne rendo conto anch’io, ma il fatto che sia la prima volta che la vedo portare gli occhiali da vista mi ha creato non pochi problemi nel riconoscerla.

La serata è poi proseguita parlando di tutt’altro e i miei amici hanno attribuito la mia difficoltà nel riconoscere A. alla quantità di spritz che avevo bevuto. Grasse risate e storia che finisce lì. Se non fosse che qualche giorno fa incrocio online un articolo scientifico che mi fa tornare alla mente l’episodio di piazza San Giacomo: Disguising Superman: How Glasses Affect Unfamiliar Face Matching. “Può un paio di occhiali davvero gabbarci e farci credere che Superman è Clark Kent?”, si chiedono gli autori nella premessa dell’articolo pubblicato su Applied Cognitive Psychology? Cioè, dobbiamo salvare gli sceneggiatori del fumetto (e delle varie versioni cinematografiche e televisive) che, senza saperlo, avevano escogitato il più banale dei travestimenti a prova di esperimento scientifico? Quante volte ho pensato che si trattasse di un’eredità poco credibile degli anni Trenta, quando i lettori erano (forse) meno esigenti di oggi, ma che se Superman fosse stato creato anche solo negli anni Cinquanta, avrebbe avuto una bella maschera come l’Uomo Ragno o come Batman. Invece, la scienza sembra dimostrare che basta un paio di occhiali. Forse.

christopher-reeve-superman-clark-kent
Superman/Clark Kent nella “versione” Christopher Reeves

Robin Kramer e Kay Ritchie dell’Università di New York ci hanno voluto costruire sopra un esperimento scientifico, per capire quanto un semplice paio di occhiali possa ingannarci. Nei loro laboratori hanno sottoposto a un semplice test le loro cavie, un gruppetto di volontari, che guardando coppie di fotografie di volti dovevano semplicemente dire se si trattasse o meno della stessa persona. Le immagini mostravano due persone senza occhiali, due con occhiali o una coppia “mista”, una con e l’altra senza. Bene, la capacità di riconoscere la stessa persona se si trattava di immagini “miste” è risultata sensibilmente più bassa. Nel caso in cui entrambi i volti avessero o meno gli occhiali, l’accuratezza delle risposte è stata attorno all’80%, una percentuale compatibile con la letteratura. Ma nel caso delle immagini miste, l’accuratezza scende. Quello che fa la differenza, quindi, è la piccola alterazione del volto dovuto alla presenza, o meno, degli occhiali. Praticamente quello che è successo a me quella sera a Udine.

acp3261-fig-0001
Esempio di immagini dell’esperimento di Kramer e Ritchie

Innanzitutto, quindi, mille scuse a Jerry Siegel e Joe Shuster: la vostra soluzione non era così male, dopotutto. Ma siamo proprio convinti? Rispetto agli altri casi, in cui entrambi i volti hanno o non hanno gli occhiali, la coppia “mista” di facce porta a una riduzione del 6% nell’accuratezza. Un valore statisticamente significativo, ci fanno sapere gli autori dello studio, abbastanza per poter dire che nel riconoscere un volto, gli occhiali possono essere un elemento di disturbo capace di farci sbagliare in alcuni casi. Il riconoscimento, comunque, non è così basso: l’accuratezza scende infatti solo al 74%. Quindi, cari Jerry Siegel e Joe Shuster, non vi possiamo salvare:  di tutte le persone che avevano visto Superman, circa 3 su 4 lo avrebbero potenzialmente riconosciuto!

Per quanto riguarda me, invece, il fatto di non aver riconosciuto A. rientra quindi in quel 26% di casi, secondo gli autori dello studio, in cui gli occhiali si rivelano un travestimento efficace. Pensando a Superman/Clark Kent, mi sento un po’ come Lois Lane fino a quando non scopre tutto…

2140643-s3
Ecco Superman che si toglie gli occhiali e svela alla fidanzata di Clark Kent la sua doppia identità!

 

[Da Oggiscienza.it]

Westeros come laboratorio sociale: Il trono di spade tra economia e politica

La letteratura fantastica, come quella della saga di George R. R. Martin, può servire almeno in parte come esperimento sociale, per studiare le relazioni politiche ed economiche nella società umana

STRANIMONDI – La sesta stagione della serie fantasy di HBO basata sull’opera di George R. R. Martin è in piena corsa anche in Italia, trasmessa in contemporanea con gli Stati Uniti sugli schermi di Sky Atlantic. Una delle serie tv più costose e complesse della storia della televisione e della narrativa a puntate, A Song of Ice and Fire è studiata e analizzata nei minimi dettagli da numerosi punti di vista.

La ricchezza del sottotesto, la complessità delle istituzioni e delle società che vengono a contatto nei romanzi e nelle serie tv, come nel caso de Il signore degli anelli di Tolkien, ne fanno un ideale ambito di riflessione anche per l’economia, come ci ha raccontato in una chiacchierata via Skype Matt McCaffrey, economista americano in prestito all’Università di Manchester (Regno Unito), dove insegna alla Business School. Il suo principale interesse è lo studio delle cause che portano al fallimento o al successo delle società e degli stati e ha cercato di analizzare sotto questo punto di vista anche i regni di Westeros in un saggio, scritto in compagnia di Carmen Elena Dorobat, pubblicato nel 2015 all’interno di un volume collettaneo intitolato Capitalismo e commercio nella letteratura fantastica (il capitolo è disponibile per il download a questo indirizzo).

Un laboratorio per l’economista politico

Gli economisti, sia che si occupino di fatti storici, sia che tentino di prevedere gli andamenti futuri, non hanno a disposizione un laboratorio per mettere alla prova le proprie idee. Ma secondo McCaffrey, la letteratura fantastica, come quella scritta da George R. R. Martin, “può servire almeno in parte da esperimento sociale“, a patto di avere costruito universi narrativi complessi e strutturati come quello del Trono di spade. Come scrive nel saggio citato: “il mondo di Martin fornisce molto di più della solita fiction di spada e magia: offre una descrizione delle relazioni politiche ed economiche nella società umana”, nella quale “si esplorano molti problemi sociali” e “si drammatizzano importanti questioni sul potere, i conflitti e lo stato”.

Parte della complessità e della vividezza realistica di questo mondo è dovuta al fatto che Martin per tratteggiare i Sette Regni si è ispirato al passato reale, quello dell’Inghilterra e dell’Europa tardo-medievale e rinascimentale. Le ispirazioni principali, a sentire McCaffrey, sono la Guerra delle Rose (1455 – 1487) e la Guerra dei Cent’anni (1337 – 1453), ma anche le vicende socio-economiche delle città libere del XII secolo come Venezia e Genova. Tratto distintivo, comunque, è che “da nessuna parte in A Song of Ice and Fire sia descritta una regione che abbia un’economia industriale, ancora meno una con un significativo grado di libertà economica e sociale” (We Do Not Sow, pag.3). Ciononostante, o forse proprio per questo, in una riduzione ai minimi termini delle interazioni umane sul piano socio-economico, scrivono ancora McCaffrey e Dorobat, “il mondo di Martin ci mostra le idee chiave delle proprie (e delle nostre) istituzioni, specialmente a proposito dell’organizzazione e del controllo della società”. Andiamo quindi nel dettaglio, confrontando alcuni degli “stati” principali di Westeros, cercando di capire dalla prospettiva socio-economica come l’azione di indirizzo e le scelte dell’aristocrazia, o se volete di una ristretta minoranza, si riflettano su quella società stratifica e più complessa che nei romanzi e nella serie tv rimane un po’ sullo sfondo delle epiche vicende dei protagonisti.

Dothraki e Uomini di Ferro

“Sia il popolo dei Dothraki, sia il regno delle Isole di Ferro”, racconta McCaffrey, “sono isolate rispetto ai Sette Regni principali di Westeros e vivono come predatori e parassiti rispetto alle altre società”. In in parallelo con la storia vera, il popolo di straordinari cavallerizzi ricorda piuttosto da vicino quello dei Mongoli di Gengis Khan: nessuna vera e propria città, un continuo spostamento per depredare e accumulare ricchezze prodotte da altri e una leadership basata non tanto su regole dinastiche chiare, ma sul valore guerresco dei più importanti capi clan.

maxresdefault
Il regno delle Isole di Ferro della saga di George R. R. Martin è un esempio di società fondata sulla pirateria e la predazione, senza alcuna cultura commerciale.

Il motto della famiglia Greyjoy, “noi non seminiamo”, racchiude tutta la filosofia socio-economica degli Uomini di Ferro: una popolazione simile ai Vichinghi che si comporta da pirata e predone nei confronti delle ricchezze, ancora una volta, prodotte da altri. Anzi, la produzione di ricchezza in prima persona, nel codice culturale degli isolani, è meno dignitoso che l’accumulo basato sulla violenza e la guerra. “Entrambe le società”, spiega McCaffrey, “non hanno alcuna cultura commerciale e la loro primitiva forma di governo è una delle più dannose per il popolo che si possa incontrare a Westeros”.

I Targaryen e i Lannister

Due delle più nobili casate del mondo del Trono di spade, pur avendo un’organizzazione socio-politica più evoluta, mostrano comunque sistemi organizzativi ancora piuttosto rozzi. I Targaryen, nel parallelo con il nostro mondo, assomigliano a una delle grandi potenze di qualche decennio o secolo fa, “gli Stati Uniti o la Russia, che hanno avuto un ruolo determinante ma che ora sono in parte decaduti  e cercano di riaffermare con la forza la propria centralità nello scacchiere internazionale”, commenta McCaffrey, che ritiene che anche i Lannister e la loro politica militare aggressiva “siano una metafora degli Stati Uniti, che continuano a garantirsi il benessere con una continua attività bellica al di fuori del proprio territorio”.

19043-targaryen-crest-game-of-thrones-1920x1080-tv-show-wallpaper
La casata Targaryen è tratteggiata come una delle grandi superpotenze di qualche decennio fa, come gli Stati Uniti o la Russia, impegnate a riaffermare la propria centralità con guerre continue.

La guerra, e in particolare il finanziamento dello sforzo bellico, sono il grande tema economico che coinvolge tutte le casate, ma è più che mai evidente per queste due famiglie. Tyrion Lannister, il nano dalla vita piuttosto avventurosa, per un periodo ricopre anche il ruolo di Maestro del Conio, il ministro delle finanze nella capitale Approdo del Re, e lo scontro con la realtà finanziaria precaria della famiglia impegnata in una guerra per mantenere il potere è il suo principale cruccio quotidiano. E parlando del suo predecessore Petyr Baelish descrive un vero e proprio modello economico: “egli non solo raccoglieva l’oro e lo metteva in cassaforte, […] ma pagava i debiti del re, e metteva l’oro a fruttare. Comperava carri, negozi, navi, case”.

Nonostante questo, però, lo sforzo bellico è un costo economico crescente, che rende sempre più difficile la stabilità di Approdo del Re. Ed entrano così in gioco nuove tasse, in particolare quella sulla prostituzione avrà effetti importanti nella narrazione, che però rendono sempre più aspro il rapporto tra governanti e governati. La dimostrazione, come ricorda lo stesso Tyrion, che “il denaro è pericoloso come una spada se messa nelle mani sbagliate”.

Gli Stark 

Il Grande Nord rappresenta una visione economica diversa, “più vicina all’idea che potrebbe avere un imprenditore, rispetto a un uomo di governo”, racconta McCaffrey. Il motto familiare, “l’inverno sta arrivando”, sembra sottolineare la necessità di una politica economica di piccoli passi, prudenza e una sostanziale neutralità rispetto al principale gioco dei troni. “Il Nord assomiglia a quei piccoli stati europei, come Monaco e Liechtenstein, o Singapore e Hong Kong, che riescono ad assicurarsi benessere rimanendo un po’ in disparte e badando primariamente ai propri interessi”, spiega l’economista.

La Banca di Ferro e gli aspetti internazionali

Uno dei finanziatori che entrano in gioco nel sostegno dello sforzo bellico dei Lannister è la Banca di Ferro, che si trova nella città libera di Braavos, “una specie di Svizzera di Westeros”, sottolinea McCaffrey, che diventa uno dei poteri esterni ai Sette Regni in grado di determinare la politica”. Ancora una volta, Martin sembra dire che in un mondo come quello rappresentato nella sua opera, al limite di una trasformazione epocale alle porte (il famoso inverno che arriva per davvero), più che gli eserciti siano le economie a guidare i destini delle casate/stato.

got-s4e6-iron-bank
Nel mondo rappresentato da Martin più che gli eserciti sono le economie a guidare i destiti delle casate.

Altro aspetto internazionale è la natura “sovranazionale” del trono di spade a cui le casate principali dei Sette Regni ambiscono, ma che è difficile da mantenere e gestire. “Sembrano le difficoltà delle organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea e le Nazioni Unite,” racconta McCaffrey, “in cui territori molto vasti e popoli estremamente diversi per modelli socio-economici e politici fanno estrema fatica a scegliere all’unisono”.

In ultima analisi, ci dice McCaffrey, Martin ha cercato di usare il fantasy per continuare la riflessione sulle domande di base sulle nostre organizzazioni politiche: come si forma una buona società? “Nessuna delle forme di governo messe in atto dalle casate di Westeros,” ricorda McCaffrey, “garantisce benessere al popolo”. Si tratta di società che mostrano, chi più chi meno, grandi diseguaglianze, in cui la povertà la fa da padrona e dove il progresso e l’innovazione non sembrano avere cittadinanza. “In questo senso,” conclude McCaffrey, “assomigliano al 90% della storia dell’umanità prima dell’Ottocento, quando le idee illuministe si sono fatte largo in un contesto sociale che per la prima volta permetteva e prometteva miglioramenti delle condizioni socio-economiche di larghe fette della popolazione”. Ma, proseguendo nel parallelo, quelle di Westeros sono le condizioni di “gran parte dei popoli della Terra oggi, che vivono disuguaglianze enormi tra una maggioranza povera, esclusa dal benessere, e una minoranza che detiene il potere”. Martin e la sua saga non forniscono risposte sulla migliore forma di governo, ma pongono assai bene le domande.

[da Oggiscienza.it]

 

Che cosa sono i numeri?

Nel suo libro “Numeri. Raccontare la matematica”, Umberto Bottazzini raccoglie numerose storie sui numeri e su come la matematica sia stata una possibilità e una sfida per il pensiero umano

numeri_bottazziniDati due gruppi di oggetti, riuscire a riconoscere a colpo d’occhio quale sia più numeroso ha sicuramente avuto un impatto sulla storia umana fin dalla preistoria. Basta sostituire la parola ‘oggetti’ con ‘predatori feroci’ o ‘cose commestibili’ e se ne può immediatamente intuire l’utilità pratica. Un salto di livello, per così dire, è stata però l’invenzione di modi per fare di conto: quanti sacchi di cerali ho immagazzinato? Quante pecore compongono il mio gregge? Nella storia della ragioneria, se così possiamo dire, la nostra specie ha saputo inventare metodi tra i più stravaganti per assolvere al compito, cercando di limitare le fregature e gli errori. Un sistema particolarmente efficace, per quanto apparentemente rudimentale, è stato utilizzato dal Tesoro Britannico fino a un paio di secoli fa. Su di un bastoncino di legno venivano praticati degli intagli trasversali che indicavano la quantità di denaro che il prestatore consegnava al funzionario, acquistando così buoni del tesoro. Il bastoncino veniva quindi diviso a metà per il lungo: una metà rimaneva all’ufficio del Tesoro, l’altra consegnata al sottoscrittore, quale sorta di titolo al portatore. Ma tutte queste storie dei metodi che abbiamo sviluppato per contare che cosa ci dicono di che cosa siano i numeri?

Parte da qui Umberto Bottazzini, storico della matematica dell’Università Statale di Milano, per “raccontare la matematica“, come recita il sottotitolo del suo ultimo libro, in finale al Premio Galileo 2016. Il problema principale, che studi di psicologia cognitiva e biologia – segnatamente quelli condotti dal laboratorio di Giorgio Vallortigara a Trento – hanno cominciato a chiarire, è se i numeri, e tutta la matematica, esistano di per sé o si tratti di un’invenzione umana. Un po’ pragmatismo contro platonismo, per semplificare: i numeri e la matematica sono strumenti razionali utili a risolvere (inizialmente e non solo) problemi pratici oppure idee astratte che esistono indipendentemente da noi?

Gli esperimenti mostrano che è possibile insegnare a contare ad alcune specie animali non umane, ma che nessuna ha sviluppato la capacità di risolvere una semplice sottrazione o una semplice addizione. Come dire: hanno la capacità di associare un’etichetta numerica a un gruppo di oggetti (che rappresenta una certa ‘numerosità‘), ma non riescono a comprendere che 3 = 2 + 1, cioè che ogni numero naturale si può ottenere sommando uno al numero precedente.

Da qui, la questione si fa più complicata, ma non si pensi che Numeri sia una pedante storia della matematica che ripercorra in modo diacronico e progressivo lo svolgersi dei fatti. Non siamo di fronte a una collana di scoperte e avanzamenti concatenati l’uno all’altro. Il libro di Bottazzini è una raccolta di storie sui numeri e sulle scoperte (o invenzioni?) della matematica che raccontano come la ragione umana abbia contemporaneamente cercato di soddisfare due esigenze. Da una parte quella pragmatica di risolvere problemi della vita quotidiana, dall’altra soddisfare la curiosità di domande del tipo: “e se la penso così o colà?”. Il risultato è una delle grandi avventure del pensiero umano, scientifico e non, che si è progressivamente intrecciato con la storia dell’umanità stessa, raccontandoci incidentalmente anche come siamo fatti noi esseri umani.

 

da Oggiscienza.it

Dobbiamo avere paura delle piante?

Due storie di fantascienza molto diverse tra loro hanno per protagoniste le piante. Buona scusa per una chiacchierata con Renato Bruni sul tema “piante assassine”

Nel nostro immaginario collettivo, raramente le piante vengono percepite come pericolose. Certo, la storia del giallo è sempre lì a ricordarci che una buona dose di veleni deriva da qualche pianta, a cominciare da quella cicuta che Socrate beve dopo la sentenza del tribunale e che Platone trasforma in uno dei primi casi letterari di avvelenamento: in fondo, chi ha davvero ucciso il “tafano” di Atene? Per il resto, solo raramente il cinema – e quasi esclusivamente quello di serie B – si è occupato del tema. Si ricordano, tra quelli che per un motivo o un altro sono diventati (più o meno) famosi, Il giorno dei trifidi (1951) di John Wyndham; un Attacco dei pomodori assassini (1978) e qualche suo seguito; L’albero del male (1990), dove però è lo spirito maligno che vive nell’albero a essere il cattivo del caso; ma forse gli unici veri casi di film con piante assassine sono The Happening diretto nel 2008 da M. Night Shyamalan e un episodio del Doctor Who, The Seeds of Doom, del 1976.

Pochi esempi, forse perché “tendiamo a vedere le piante come agenti passivi: sei tu che ti avveleni perché entri in contatto con me, non io che attivamente mi avvicino a te”. Lo dice Renato Bruni, del Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Parma, ma per questa rubrica soprattutto blogger e autore di Erba Volant. Imparare l’innovazione dalle piante (Codice editore, 2015). Eppure “le piante sono quanto di più vicino a un alieno che possiamo incontrare, visto che la loro vicenda evolutiva e la nostra si sono così diversificate nel corso della storia”. A pensarci bene, infatti, raggiungono i loro obiettivi nutritivi e riproduttivi in modo completamente diverso da come fanno gli animali come noi.

Due recenti uscite, però, cercano di dare vita a incubi alla clorofilla con i mezzi del fumetto e del romanzo. Il primo si intitola semplicemente Trees, un fumetto firmato dallo sceneggiatore di culto Warren Ellis (uno che ha dato tantissimo sia alla DC sia alla Marvel, oltre che a molte altre produzioni meno mainstream) e disegnato da Jason Howard, di cui Saldapress ha appena pubblicato il primo (mezzo) volume in italiano. La storia è davvero agli inizi, ma da qualche tempo sul pianeta sono arrivati dei giganteschi alberi, alti chilometri e dal fusto gigantesco. Si sono piantati, è il caso di dirlo, nei più disparati angoli del pianeta, ma nessuno sa che cosa siano davvero. Si sa solamente che vengono dallo spazio, ma paiono disinteressati a qualsiasi attività umana.

trees_rio
Gli enormi alberi immaginati da Warren Ellison che hanno messo radici a Rio de Janeiro

Renato Bruni ricorda, tra le differenze tra animali e piante, anche la sostanziale immobilità di queste ultime. Un elemento che Ellis sembra intenzionato a sfruttare: gli alberi sono inquietanti quasi esclusivamente per la loro presenza sinistra, senza che abbiano bisogno di fare niente. Le licenze narrative, invece, hanno fatto immaginare a Ellis che queste piante giganti, ciclicamente, rilascino fiumi di liquidi di scarto, distruggendo tutto quello che incontrano. “È completamente diverso da quello che avviene nella realtà”, spiega Bruni, “in cui le piante non sono dotate di un apparato escretore, ma riciclano praticamente tutto”. Le storie che si intrecciano in Trees sono molte, comprese quelle di un gruppo di ricercatori che stanno lavorando in una base antartica, dove, tra le altre cose, si studiano degli stranissimi papaveri neri. Siamo davvero all’inizio, e difficile dire dove andrà a parare la penna di Ellis. Per il momento l’impressione è quella di un grande racconto collettivo che rimanda alle atmosfere di Independence Day ma senza che si arrivi (ancora) allo scontro armato. Vedremo come proseguirà.

27534-meridiano-zero---clorofilia

 

La seconda “storia botanica” è intitolata Clorofilia ed è un romanzo dello scrittore russo Andrej Rubanov. Qui, lo scenario messo sulla pagina è quello di una distopia allucinata. Ambientato in una Mosca del XXII secolo, Clorofilia racconta di una Russia ricchissima dopo aver dato in concessione  la Siberia alla Cina: nessuno lavora più, ma tutti consumano la droga derivata dall’erba. Nessuno sa da dove sia arrivata, ma ricopre praticamente ogni angolo libero, con fusti di diverse centinaia di metri che hanno spinto i moscoviti a costruire palazzi sempre più alti (oltre i cento piani) per arrivare a ricevere irraggiamento solare. Rubanov, diventato famoso per il suo romanzo autobiografico sui suoi anni di carcere, è un autore prolifico e molto attento a usare il genere (ha scritto anche polizieschi e fa anche il giornalista) per analizzare la società contemporanea. In questo romanzo, il secondo pubblicato in Italia da Meridiano Zero, i toni del thriller urbano sfociano presto in una critica sociale irriverente.

Uno degli elementi inquietanti è che il tronco delle piante è ricoperto di squame, un elemento che appartiene al mondo animale, ai rettili. “Fa pensare che la pianta, in questo caso, debba attingere a un elemento animale per essere spaventosa”, dice Bruni. E in effetti, uno dei protagonisti di Clorofilia li definisce come degli “enormi serpenti che escono dalla terra”. “Le piante”, prosegue Bruni, “di solito non fanno scattare l’allarme come lo fanno invece i modi di comunicare degli animali: mostrano i denti, ringhiano, rizzano il pelo e così via. E, a pensarci bene, nelle storie di fantascienza con piante assassine, queste uccidono comportandosi come esseri umani o animali, non propriamente come piante”. Basti pensare a due altri personaggi dei fumetti, in questo caso sostanzialmente buoni, come Swamp Thing, lo spirito della palude reso celebre dal ciclo di storie scritte da Alan Moore all’inizio della sua carriera, e Groot, uno dei membri dei Guardiani della Galassia: sono entrambi piante antropomorfizzate.

Altro elemento inquietante delle piante invasive di Clorofilia è la velocità irreale con cui ricrescono se tagliate. I moscoviti, ci racconta Rubanov, hanno provato a estirparle, ma ricrescevano con una velocità tale per cui hanno deciso di lasciare perdere. “Questo è uno degli aspetti per certi versi più inquietanti delle piante, che le possono addirittura far sembrare magiche,” racconta Bruni, “perché se io mi taglio un braccio, non mi ricresce; ma a molte piante, se tagliate un ramo, questo può ricrescere uguale a prima”. Un elemento che Rubanov utilizza, ma che potrebbe essere alla base di qualche altra storia inquietante ancora da scrivere.

 

da Oggiscienza.it

STRANIMONDI – Partendo dal centro di Bologna, in poco più di 26 ore siamo riusciti a giungere al collasso mondiale e a uccidere oltre 700 milioni di persone. A nulla è valso ogni nostro tentativo di fuga verso città lontane: l’epidemia ha continuato a diffondersi ovunque, i governi sono crollati, le infrastrutture mondiali sono state annientate. Con un piccolo fatto inquietante: noi eravamo il paziente zero.

4845169313054720
Il nostro risultato finale riassunto in una schermata

Non preoccupatevi, non si tratta di nulla di reale, ma di Collapse, un simulatore di pandemia mondiale che la software house UbiSoft ha realizzato per promuovere The Division, l’ultimo titolo della serie di videogiochi ispirata ai romanzi di Tom Clancy appena uscito. La storia di The Division è quella di una New York post apocalittica, in cui la società è stata decimata da un virus-arma, il vaiolo Chimera, sfuggito al controllo e un pugno di uomini e donne lotta per la sopravvivenza del genere umano. Il videogioco sembra quindi essere una nuova rivisitazione del classico action/sparatutto con giganteschi ambienti tridimensionali da esplorare. Potete vederne qualche scorcio nel videotrailer, reso ancora più inquietante da una musica che ricorda molto da vicino, ma trasfigurata, la canzone Ordinary World dei Duran Duran:

Collapse nasce, invece, come antipasto promozionale al videogioco, quasi un prequel, in cui il giocatore/visitatore genera uno scenario simile a quello del videogioco. Si parte inserendo un indirizzo, e noi siamo partiti dal centro di Bologna, dove si diventa il paziente zero del contagio del vaiolo Chimera. Tutto comincia con un po’ di febbre e i classici sintomi influenzali. Ma Chimera è stato progettato per essere una vera e propria arma a partire proprio dal vaiolo: ha un tempo di incubazione di 7 giorni anziché 11, un tasso di mortalità del 90% contro il 30% e non esiste alcun vaccino. A parte questo identikit, frutto della fantasia dei programmatori, il resto della simulazione è realistico, “ispirato ai modelli epidemici esistenti e sviluppato usando dati di Open Street Map, NASA e rotte aeree IATA, e grazie alla consulenza di esperti di crisi e operatori pubblici”.

5703805618880512
Una Bologna oramai completamente infetta

Le simulazioni e i modelli di propagazione, oltre a farci divertire in modo un po’ macabro, sono diventati sempre più importanti per prevedere l’andamento delle epidemie. In Italia, il progetto Influweb della Fondazione ISI ha acquisito sempre più efficacia nel corso degli ultimi anni. Il sistema si basa sulla raccolta dei sintomi degli utenti del sito e permette di fare previsioni piuttosto accurate sulla diffusione stagionale del virus influenzale in Italia, tanto da essere diventato uno dei sistemi di monitoraggio delle infezioni. Google Flu Trends, cominciato dalla grande G nel 2008, oggi è diventato parte integrante di progetti di ricerca della Columbia University, dei CDC e di altri istituti di ricerca americani, mostrando come questo tipo di previsioni, chiamate in gergo geek “nowcasting“, siano oramai una tecnologia matura: un mix tra computer science, modelli previsionali, algoritmi matematici e una buona dose di capacità di calcolo.

jpg
La “pioggia rossa” di infezioni che comincia a essere ovunque in Asia

Ma se il vostro scopo è quello di divertirvi, e trovate le opzioni di Collapse limitate, potete provare un gioco da tavolo segnalato da Michele Bellone qualche mese fa, oppure la sua versione elettronica: Plague Inc., di cui è da poco (18 febbraio) uscita la versione “evolved“. Qui, a differenza che in Collapse, potrete scegliere che tipo di patogeno utilizzare, come farlo evolvere (trasmissibilità, sintomi, resistenze) per cercare di sterminare l’umanità prima che i centri di ricerca riescano a mettere in piedi una cura efficace.

jpg
La schermata dove potete tenere sotto controllo le infezioni e l’andamento della ricerca della cura.

Uno dei lati interessanti di un gioco come Plague Inc. è che ribalta completamente la prospettiva di un videogioco classico, in cui di solito si deve cercare di salvare il mondo. Qui si deve invece sconfiggere l’umanità a suon di infezioni letali: un passo avanti rispetto anche a un gioco come Dungeon Keeper di fine anni Novanta, dove lo scopo era organizzare le migliori difese del dungeon per tenere fuori i buoni. In Plague Inc. il giocatore è una specie di mastermind potentissimo che ha come solo obiettivo infettare e uccidere. Ma non crediate che sia così facile: bisogna trovare il giusto equilibrio, altrimenti si rischia di avere tra le mani un patogeno estremamente letale ma con contagi non troppo frequenti, oppure una malattia estremamente contagiosa, ma poco mortale. Il giusto mix lo potete trovare inducendo nel patogeno le giuste mutazioni (oltre a quelle casuali che occorrono nelle partite) e cercando di non attivare troppo presto le difese dell’umanità. Buona epidemia a tutti.

[Da Oggiscienza.it]

 

E son 3000 comete scoperte per SOHO

Lanciato in orbita per studiare il Sole, nel suo percorso nello spazio SOHO ha rilevato la presenza di moltissime comete

1041_soho-3000_box_suninset_fullres-crop_med
Quando è stato lanciato il 2 dicembre 1995, nessuno si aspettava che il Solar & Heliospheric Observatory (SOHO), un progetto realizzato in cooperazione tra l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e quella americana (NASA), sarebbe diventato lo strumento più efficace per individuare le comete che passano vicino al Sole. Eppure l’annuncio del 15 settembre 2015 è, per certi versi, sorprendente: SOHO ha individuato la cometa numero 3000.

Lo scopo per cui è stato progettato e lanciato in orbita, come il suo nome completo fa intuire, era (e rimane) lo studio del Sole sotto vari aspetti. Orbitando a 1,5 milioni di kilometri dalla superficie terrestre, in un punto specifico vicino al punto langrangiano L1, SOHO mantiene una posizione relativa stabile rispetto al Sole e alla Terra. Ciò gli permette di avere una chiara visione della nostra stella e dello spazio nelle immediate vicinanze: condizioni ideali per studiarne la struttura interna, ma anche per osservare al meglio i venti solari. Quello che non ci si aspettava era che questo occhio puntato sul Sole riuscisse a raccogliere dati utili per individuare le comete.

Prima del lancio di SOHO le comete sono state individuate a Terra e il numero di quelle conosciute si aggirava attorno alle 900 unità. Nel corso dei vent’anni dalla presa di servizio del telescopio, questo numero è aumentato vertiginosamente, toccando appunto quota 3000 e mostrando come il traffico attorno al Sole sia piuttosto intenso. Per celebrare questo evento, la NASA ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video di alcuni minuti in cui sono ricostruiti i movimenti di tutte le comete note:

La voce narrante è di Karl Battams, data scientist del Naval Research Lab, che spiega come le comete siano state raggruppate in diverse famiglie. Ma l’aspetto più sorprendente della vita lavorativa di SOHO rimane la quantità di comete scoperte: “SOHO ha una visione di circa 12 milioni e mezzo di miglia (circa 20 milioni di kilomentri, NdA) oltre il Sole”, ha dichiarato Joe Gurman, uno dei ricercatori che lavora alla missione SOHO presso il Goddard Space Flight Center di Greenbelt negli Stati Uniti, “per cui ci aspettavamo che di tanto in tanto avremmo individuato una cometa vicino al sole, ma nessuno aveva nemmeno sognato di scoprirne 200 all’anno”.

Crediti immagine: NASA

[da Oggiscienza.it]

 

 

Wikipedia chiede aiuto agli scienziati

Quanta diffidenza esiste ancora da parte degli scienziati sui contenuti scientifici della più famosa enciclopedia digitale?

Quanta diffidenza esiste ancora da parte degli scienziati sui contenuti scientifici della più famosa enciclopedia digitale?

Da quando è stata fondata nel 2001, Wikipedia è diventata un punto di riferimento imprescindibile in Rete, e non solo, quando si è a caccia di informazioni. Nonostante uno studio del 2005 indicasse come, allora, il numero di errori tra il sito online e un monumento del sapere come l’Encyclopedia Britannica fosse paragonabile, la diffidenza di molti ricercatori è rimasta.

Il punto debole, secondo i detrattori, è proprio il principio basilare di Wikipedia, secondo il quale chiunque, indipendentemente dalla competenza e dal curriculum, può editare qualsiasi voce. Per ovviare al problema, qualche anno fa è nata anche Scholarpedia, una wiki che si basa sullo stesso motore informatico di Wikipedia, ma prevede un processo di peer review in cui il “sapere è curato da comunità di esperti”. Finora, però, non è diventata così popolare da insidiarla.

Studi più recenti, sul fronte dell’informazione farmacologica, hanno dimostrato l’affidabilità delle voci dell’enciclopedia online, ma molti scienziati rimangono scettici, perché in alcuni casi il peer review caro alla comunità scientifica sembra dare torto ai sostenitori di Wikipedia. Alla recente Wikipedia Science Conference tenutasi a Londra all’inizio di settembre, quindi, i volontari di Wikipedia hanno quindi pensato di chiedere aiuto direttamente agli scienziati.

Un primo passo per cercare di costruire una strada comune è stato quello di convincere laRoyal Society ad accettare un wikipediano “in residence” che emenderà dagli errori le schede biografiche degli scienziati viventi. Ma dovrà anche introdurre molte voci mancanti: degli ultimi mille nuovi membri, uno su 3 non ha la voce Wikipedia. La speranza è che si tratti di una dimostrazione sufficiente di buona volontà da indurre la comunità degli scienziati a prendere un ruolo più attivo sull’enciclopedia online.

I progetti wiki che hanno coinvolto direttamente gli scienziati, come i database di famiglie di proteine (Pfam) e di RNA (Rfam) ospitati dallo European Molecular Biology Laboratory (EMBL) hanno evidenziato il potenziale di avere gli scienziati a bordo. Un rapporto di aiuto reciproco tra ricercatori e wikipediani ancora più intenso di quello odierno non può che far pensare a benefici per entrambi: strumenti agili ed efficaci da una parte, informazione scientifica affidabile dall’altra.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Wikipedia

[Da Oggiscienza.it]