17 anni e 22 giorni per il riconoscimento di un diritto

La storia di Eluana Englaro e la lotta per l’autodeterminazione terapeutica raccontata in un fumetto di 001 Edizioni

La storia di Eluana Englaro e la lotta per l’autodeterminazione terapeutica raccontata in un fumetto di 001 Edizioni

eluana6233 giorni sono tanti, tantissimi. Chi di noi diciassette anni fa sarebbe riuscito a immaginarsi com’è davvero oggi? Molto difficile: troppe le variabili, troppi gli eventi esterni che ci hanno condizionati. Per questo, Claudio Falco e Marco Ferrandino, assieme alla disegnatrice Martina Sorrentino, hanno fatto ricorso a un’invenzione narrativa, Laura, nata lo stesso giorno di Eluana, nella stessa clinica. Ma non ha avuto nessun incidente il 18 gennaio 1992: ha vissuto una vita come una qualsiasi delle nostre. Il fumetto segue questo doppio binario, realtà e finzione narrativa, che permette di vedere dagli occhi delle due donne com’è cambiato il mondo, com’è cambiata l’Italia in questi 17 anni. Anzi, quasi 19 se consideriamo i due che sono passati dalla sentenza della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007 e il 9 febbraio 2009 in cui Eluana è effettivamente morta dopo la sospensione dell’alimentazione forzata.

Eluana 6233 giorni (001 Edizioni, 2015) è un altro racconto, che si aggiunge ai molti che già sono stati fatti (come il discusso film di Marco Bellocchio del 2012, Bella addormentata), ma con uno sguardo meno diretto. Non si accanisce nei dettagli, nella ricostruzione. Si concentra piuttosto sul dipingere il clima e l’atmosfera della vicenda. In questo senso, dal punto di vista narrativo, Eluana non sembra nemmeno essere la protagonista, quanto piuttosto un elemento, un elemento di scardinamento di una situazione rimasta immutata fuori tempo massimo.

Nell’introduzione, Maurizio Mori, ordinario di bioetica a Torino e dal 2006 presidente della Consulta di bioetica, parla di una vera e propria “breccia di Porta Pia”come allora (20 settembre 1870) l’ingresso dei bersaglieri in Roma ha segnato la fine dello Stato Pontificio e con essa l’affermazione della libertà politica di cittadinanza, così oggi (9 febbraio 2009) l’attuazione di quanto previsto dalle legittime sentenze circa il caso Eluana ha segnato la fine del paternalismo medico vitalista che subordinava la libertà dell’interessato alla tutela della vita, per affermare che il consenso informato e la libertà sta al vertice e ha la precedenza su tutto il resto”.

Una rottura che si è cercato di impedire con proteste, manifestazioni, una legge (il famoso decreto “salva Eluana”), pressioni di ogni tipo, ma che alla fine di quei 6233 giorni si è realizzata. Ma che cos’è cambiato nel frattempo? Tanto, ma soprattutto le capacità della medicina. In questi ultimi quarant’anni, com’è tipico nello storia delle discipline scientifiche, gli avanzamenti tecnici e teorici hanno permesso di spostare più in là i limiti di ciò che l’uomo riesce a fare. E, quindi, capita che il corpo respiri, che il cuore pulsi, ma che il cervello non si risvegli. E che fare in questi casi? La lotta che Beppino Englaro ha condotto al posto della figlia è la lotta perché “l’autodeterminazione terapeutica non può incontrare un limite anche se ne consegue la morte”, come appunto voleva Eluana. La sentenza arrivata al termine di quei 6233 dice che questa scelta “non ha niente a che vedere con l’eutanasia”. Sono virgolettati dall’intervista con Beppino in coda al volume che ricordano la determinazione di chi, con coraggio, ha fatto questa battaglia per sua figlia, ma anche perché tutti noi potessimo scegliere.

 

[Da Oggiscienza.it]

Un nuovo spazio per scienza e cultura a Bologna

Aperto in anteprima il 26 giugno per una presentazione ufficiale, l’Opificio Golinelli ha una superficie di 9 mila mq e verrà inaugurato a ottobre

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È ancora vuoto, ma già mostra la sua personalità: un ex edificio industriale che si trasforma in “un centro per la conoscenza e la cultura”, dove chiunque, da zero a 99 anni, possa studiare “le interconnessioni tra arte e scienza”, sviluppando “metodi didattici innovativi per stimolare la creatività, la passione, lo spirito critico, la capacità di imparare, i valori etici, l’apertura a una visione multiculturale della società”. Parole di Marino Golinelli, l’imprenditore che attraverso la sua omonima fondazione è l’artefice di questa nascita in via Paolo Nanni Costa a Bologna, in un’area che Bologna ha cominciato a riqualificare.

L’inaugurazione ufficiale arriverà il primo fine settimana di ottobre, ma la Fondazione ha deciso di mostrarlo in anteprima, come si fa per le grandi gallerie e i grandi musei internazionali dopo una ristrutturazione. Sviluppato su 9 mila metri quadrati (di cui 3 mila dedicati alle aule didattiche) e costato complessivamente 12 milioni di euro, accoglierà 150 mila visitatori all’anno, con una capienza massima di 750 persone in contemporanea. Un luogo dal nome antico, opificio, un luogo dove si fanno le cose e che rimanda all’idea fissa di Marino Golinelli, quella di coniugare “sapere e saper fare”.

In Italia, quella di Marino Golinelli è una figura rara: il filantropo. Dopo una lunghissima carriera nel campo della farmaceutica (la sua Alfa Biochimici è stata fondata da lui stesso nel 1948), nel 1988 apre una fondazione che in questi 27 anni si è occupato di sostegno alla ricerca, divulgazione scientifica (tra le attività più note, il festival Arte e Scienza in Piazza) e oggi si vuole concentrare sull’educazione e l’innovazione. A 95 anni, durante la presentazione, si è detto “fortunato e felice”. Fortunato per la sua vita di successi, di curiosità appagate, di soddisfazioni con la sua impresa e con la sua Fondazione. Felice, perché si realizza il sogno di una “cittadella dei saperi”, di tutti i saperi, in cui coltivare le conoscenze, le capacità e gli strumenti che serviranno ai giovani di oggi per affrontare il futuro. È una visione, questa del restituire alla società una parte della propria fortuna, che ha uno stampo più anglosassone, dove è normale che chi ha avuto molto condivida con la società.

Gongolava il sindaco di Bologna Virginio Merola, che ha ringraziato Golinelli e ha voluto sottolineare come saper attrarre e saper accogliere, come è nella vocazione dell’Opificio, sono due tratti essenziali perché una città, un territorio, un paese possano guardare con fiducia al proprio futuro. Ed è stato fortunato, dato che nemmeno due anni fa, a pochi passi da qui inaugurava il MAST, la Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia, anche quella volontà di un’industriale, Isabella Seragnoli. Luoghi che possono contribuire a cambiare il volto della città, con una forte vocazione ai saperi scientifici, alla tecnologia e al superamento di barriere tra i saperi.

Di fronte a rappresentanti di altre decine di realtà imprenditoriali di tutt’Italia, a presidenti e direttori di diverse fondazioni bancarie e private, il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, invitato alla serata, ha semplicemente chiesto loro “di fare come Marino Golinelli”. Adesso che c’è anche l’agevolazione fiscale se si investe in cultura le scuse non dovrebbero più esserci, ma “non è che ho la fila di imprenditori che bussano alla mia porta”. La visione di Marino Golinelli assume allora un peso specifico anche maggiore, in un paese in cui ci si lamenta dalla scarsa valorizzazione del nostro patrimonio, materiale e immateriale, ma dove poi le azioni concrete sono sempre insufficienti.

Ma a lasciare a bocca aperta, in questi locali investiti dalla luce della serata bolognese, è l’orizzonte temporale con cui opera la Fondazione. Antonio Danieli, il direttore, ha parlato esplicitamente del 2065. Non è una data presa a caso, ma quella distanza temporale per cui i bambini di oggi saranno la fascia adulta: bisogna costruire ora, per loro e con loro, le conoscenze e le capacità per arrivare là e avere in mano qualche strumento che permetta loro di orientarsi. Da qualche decennio si parla sempre più intensamente della società della conoscenza. Dovrebbe essere quella in cui viviamo già oggi o ci apprestiamo a vivere. Mentre molti arrancano, dentro e fuori al mondo della cultura e della politica, Marino Golinelli e la sua Fondazione ci hanno già messo casa.

 

[da oggiscienza.it]

Crediti immagine: Fondazione Golinelli

Quando riusciremo ad eradicare la polio?

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Immagine: John Megahan

Nel 2015 sono solo tre i paesi al mondo in cui la poliomielite è dichiarata “endemica” (Pakistan, Afghanistan e Nigeria) e la conta dei casi è di poco superiore ai 400 casi all’anno. Siamo vicini a sconfiggere la malattia, ma questo potrebbe essere proprio un passaggio delicato. Secondo quanto afferma uno studio pubblicato da PLoS Biology da gruppo di ricercatori dell’università del Michigan (USA), infatti, quando non si presenteranno più nuovi casi, sarà uno dei momenti in cui la sorveglianza ambientale dovrà essere massima.

Quando nel 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato definitivamente eradicato il vaiolo, il direttore generale di allora, Halfdan Mahler, ha usato giustamente toni trionfalistici. È una vittoria dell’organizzazione sanitaria e degli sforzi internazionali contro una malattia che ha segnato secoli di storia umana. Appena otto anni più tardi, nel 1988, è cominciato il programma per l’eradicazione della poliomielite, con risultati rapidi: non si è raggiunto l’obiettivo entro il 2000, ma i casi sono diminuiti del 99%. Legittimo, quindi, immaginare che il risultato sia a portata di mano.

Usando modelli che simulano la trasmissione della malattia, Micaela Martinez-Bakker e due colleghi hanno dimostrato che “si possono verificare trasmissioni silenziose nella popolazione per oltre tre anni, senza che nessun nuovo caso di polio venga registrato”. Una volta che “avremo eradicato la polio, o pensato di averla eradicata, sarà il momento in cui bisognerà intensificare la sorveglianza, per essere sicuri che il virus non sia invece in agguato”, spiega la Martinez-Bakker, che aggiunge: “eradicare la polio significa eradicare il virus, non semplicemente liberarci della malattia”.

Per raggiungere questi risultati, il team americano ha sfruttato l’enorme banca dati sulla polio rappresentata dai casi americani nell’era pre-vaccino, introdotto negli anni Cinquanta del secolo scorso. In questo modo hanno potuto studiare l’ecologia del virus in una sostanziale assenza di intervento umano. Su questo fronte, il risultato principale è aver dimostrato l’infondatezza dell’Hygiene hypothesis, la teoria secondo la quale la mancanza di esposizione dei bambini agli agenti patogeni li renderebbe più proni ad ammalarsi. Durante il periodo preso in considerazione, si è assistito a un aumento dell’igiene delle famiglie americane e a un contemporaneo aumento dei casi di polio. Ma secondo lo studio della Martinez-Bakker e dei suoi colleghi, il punto è un altro: se hai più alberi da bruciare, l’incendio può espandersi. Ovvero, la crescita della natalità di quel periodo avrebbe offerto al virus più potenziali ospiti da infettare.

“Raggiungere l’eradicazione e prevenire un eventuale ritorno della polio richiede un profonda conoscenza del comportamento del virus, e di come si mantenga” all’interno della popolazione. Martinez-Bakker conclude le sue dichiarazioni alla stampa sottolineando come le “epidemie storiche precedenti all’introduzione del vaccino siano utili per comprendere l’epidemiologia della patologia e ci permettono di identificare un punto di partenza per studiare il sistema in assenza di un intervento”.

 

[da Oggiscienza.it]

Esplode il cargo Space X diretto all’ISS: persi 35 esperimenti scientifici

Il Falcon 9 è scoppiato in aria il 28 giugno dopo il lancio dalla base di Wallops. Gli astronauti sull’ISS non sono in pericolo per il mancato rifornimento.

Il video del lancio del razzo Falcon 9 dell’azienza Space X. Dal minuto 23:45 si cominciano a vedere i problemi al propulsore che hanno provocato l’esplosione.

ATTUALITÀ – È durato pochi minuti il volo del Falcon 9, mezzo completamente privo di personale di volo, che doveva raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) portando rifornimenti e un carico di nuovi esperimenti ed apparecchiature scientifiche, per un totale di circa 1800 kg. Ma un problema al razzo propulsore ha fatto esplodere nel cielo sopra l’Atlantico il mezzo con tutto il suo contenuto.

Il cargo di proprietà dell’azienda americana Space X, uno dei vettori commerciali sotto contratto con la NASA per il servizio di trasporto all’ISS, si è staccato da terra dalla base di Wallops, in Virginia, la stessa dove si è verificato l’incidente dell’Antares di Orbital Sciences nello scorso ottobre. Il danno sotto il profilo economico è grande, ma come ha sottolineato a Nature Bill Gerstenmaier, il responsabile delle operazioni di esplorazione umana dello spazio della NASA, il danno è soprattutto l’impossibilità di lavorare agli esperimenti che si trovavano sul cargo esploso.

Tra di essi, una PCR per studiare l’espressione genica in orbita, una piccola serra per provare a coltivare i cavoli (e poi nutrirsene) in orbita (e uno studio sulla nanomedicina di cui avevamo parlato qui). Alcuni dei 35 esperimenti che dovevano arrivare sull’ISS, ironia della sorte, erano al secondo lancio, dopo che erano andati distrutti nell’esplosione dello scorso ottobre dell’Antares. Space X ha dichiarato di aver aperto un’indagine per comprendere le cause dell’incidente e di fermare ogni attività di volo per almeno tre mesi.

Se ai due incidenti di Wallops aggiungiamo anche quello della navetta Virgin Galactic del novembre del 2014, tutti e tre i vettori commerciali americani per il trasporto all’ISS hanno subito un incidente molto importante in meno di un anno, mettendo in evidenza le difficoltà tecniche dell’impresa e la problematiche logistiche che si stanno cominciando a profilare all’orizzonte. Il caso del Falcon 9 è problematico anche perché nell’esplosione sono andati distrutti due moduli che avrebbero dovuto costituire i primi step dei dock per i veicoli commerciali sull’ISS, una delle previste fonti di guadagno per tutte queste compagnie.

Non ci sono problemi per il rifornimento degli astronauti dell’ISS, che hanno sufficienti scorte di materiali e cibo per sopportare il ritardo. In ogni caso, il prossimo 3 luglio è previsto un lancio del vettore russo Progress dalla base nel Kazakistan.

[da Oggiscienza.it]

 

Monfardini: “Gli anziani malati di cancro hanno il diritto a un approccio geriatrico integrato”

A Chicago al meeting degli oncologi americani Silvio Monfardini riceve il B.J. Kennedy Award per il suo straordinario contributo alla disciplina

Quando ad ammalarsi di tumore è un anziano, le cose si complicano. Il corpo è più fragile, perché affetto da altre malattie o da una forma di disabilità. E non si devono dimenticare gli aspetti psicologici, con una più facile inclinazione a stati depressivi. Per tutti questi motivi, il malato di cancro sopra i 65 anni non è un paziente come gli altri e ha bisogno di un sostegno clinico diverso che passa attraverso un dialogo più stretto tra oncologia e geriatria. Silvio Monfardini lo afferma dal palco del McCormick Place, il centro congressi di Chicago, durante la lezione magistrale tenuta dopo aver ricevuto il B.J. Kennedy Award 2015, un premio speciale che l’American Society for Clinical Oncology (ASCO) assegna durante la propria conferenza annuale a chi si è distinto nel campo dell’oncologia geriatrica. E Silvio Monfardini, direttore del programma di Oncologia Geriatrica dellIstituto “Palazzolo-Don Gnocchi” di Milano, è uno dei padri riconosciuti della disciplina.

Tutto è iniziato più di trent’anni fa, quando ad Aviano, in Friuli, Monfardini si è trovato a dover valutare la tossicità dei trattamenti sui pazienti in terapia intensiva. “In oncologia si tengono in conto i problemi dovuti alla neoplasia, ma quando l’ospite è anziano”, racconta, “bisogna tenere conto di entrambi gli aspetti”. Serve quindi “una nuova interdisciplinarietà“, per cui oltre al chirurgo, al radiologo, al patologo e a tutte le altre figure che compongono l’equipe “in futuro non si potrà prescindere dall’inserire l’aspetto geriatrico”.

Numeri e scale

I numeri degli ammalati di tumore over 65 parlano da soli. Secondo i dati, aggiornati allo scorso gennaio, di GLOBOCAN, dell’oltre milione e mezzo di nuovi casi verificatisi in Europa nel 2012 il 59,6% era un paziente geriatrico. E gli anziani contano per il 73% dei morti. Le proiezioni al 2020 e al 2030 realizzate dallo stesso istituto e presentate da Silvio Monfardini mostrano che questi numeri sono destinati a crescere. Motivo per cui l’appello a una maggiore integrazione tra oncologia e geriatria suona più attuale che mai. Nel corso della sua lunga carriera, durante la quale è stato anche presidente della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), Silvio Monfardini ha contribuito a mettere a punto una scala di valutazione geriatrica multidisciplinare che permette di individuare i pazienti più fragili e che hanno bisogno di un supporto specifico durante la cura.

Aspetto determinante è organizzare fin da ora degli studi clinici che ci dicano davvero cosa succede nei pazienti anziani affetti da tumore. “Finora quelli che sono stati millantati come studi sugli anziani non ci hanno detto proprio niente”, spiega Monfardini, “perché quei pazienti geriatrici che vengono selezionati ed entrano negli studi clinici sono molto simili agli adulti”. A dire che se si usano la presenza di altre patologie, di disabilità o di altre condizioni che sono frequenti negli anziani come fattori per non includere un paziente in un trial clinico, questo significa che quei soggetti che vi sono rientrati avranno anche un’età superiore ai 65 anni, ma solo da un punto di vista della somma degli anni, non della complessità della situazione clinica che li contraddistingue.

“Smettiamola di fare studi che escludano questi fattori, perché non servono a niente, proprio perché non vengono disegnati tenendo conto di queste variabili fondamentali”. Da un’analisi condotta sui dati di paziente selezionati per testare nuovi farmaci della European Organisation for Research and Treatment of Cancer (EORTC) tra il 1983 e il 1992, Mondardini fa notare che solo il 22% aveva più di 65 anni, l’8% era oltre i settanta.

Strade chiuse, strade aperte

La collaborazione tra medico internista, chirurgo e oncologo con un geriatra serve anche ad evitare di alzare le mani di fronte alla prospettiva di un intervento in sala operatoria. Esempio, l’internista che di fronte a un cancro al colon retto in un paziente di ottant’anni dice che non c’è niente da fare, perché non si può operare. “Ma magari non è vero, si può provare una operazione in endoscopia, oppure ci possono essere altre strade”, specifica Monfardini, strade che appunto il geriatra può suggerire se lavora gomito a gomito con gli altri specialisti. “Ci sono casi di tumore al fegato, al rene o nel caso delle metastasi polmonari in cui si potrebbe intervenire con la radioterapia intervenzionale, risparmiando l’intervento chirurgico, ma purtroppo si tratta di settori in cui non ci sono studi specifici sui pazienti geriatrici”.

Poi c’è il tema del follow up, ovvero i protocolli di controllo a cui vengono sottoposti i pazienti dopo l’intervento. “Si tratta di un settore nuovo che si comincia a vedere adesso”, spiega Monfardini. “Noi abbiamo cominciato uno studio finanziato dal Ministero della Salute italiano proprio per valutare qual è il follow up ideale per pazienti geriatrici che hanno avuto alcuni tipi di tumore urologico”. Anche qui la collaborazione potrebbe essere cruciale, perché permetterebbe di capire se il paziente ha bisogno di qualcos’altro oltre al normale follow up oncologico.

Una nuova cultura

Tutti aspetti di una concezione della medicina oncologica sui pazienti anziani che non servono soltanto a sottolineare dove ci siano margini di miglioramento per gli studi clinici o per l’ottimizzazione dell’impiego della medicina, “che vanno benissimo”. Ma quello che va sottolineato, secondo Monfardini, è che “il paziente anziano ha il diritto di avere al proprio fianco, oltre all’oncologo e all’internista, anche il geriatra”.  Si tratta di un’interazione che “può dare il mal di pancia” a figure molto specializzate e che faticano a capire il punto di vista delle altre. Sono aspetti di una cultura medica che va cambiata e, in parte, sta cambiando, ma è per questo che “bisogna parlare ai giovani, sia oncologi che geriatri”, con la speranza che dove lavorano riescano ad abbattere qualche barriera di incomunicabilità. A tutto beneficio dei pazienti che trattano.

@ogdabaum

 

Il fu Ettore Majorana?

Il libro di un fisico francese e le recenti notizie sulla sua presenza in Venezuela negli anni Cinquanta alimentano uno dei grandi gialli del Novecento

Il libro di un fisico francese e le recenti notizie sulla sua presenza in Venezuela negli anni Cinquanta alimentano uno dei grandi gialli del Novecento

[Da Oggiscienza.it]

CULTURA – In una notte terribile Adriano Meis gira per le strade di Roma scosso da emozioni e sentimenti contrastanti. Il Tevere e le sue acque sono la via d’uscita dalla situazione in cui si è ritrovato, la possibilità di voltare pagina. Lascia cappello e bastone sul parapetto del ponte e, approfittando dell’oscurità, invece di annegarsi, semplicemente, se ne va. Tornerà a Miragno, in Sicilia, riprendendosi la sua identità di Mattia Pascal, pronto a “morire per la terza volta”.

La notizia che Ettore Majorana fosse ancora in vita tra il 1955 e il 1959, secondo quanto indicano le conclusioni delle indagini della Procura di Roma guidate dal procuratore aggiunto Pierfilippo Liviani, ha inevitabilmente riportato alla ribalta il parallelo tra il fisico catanese, collega di Enrico Fermi tra i ragazzi di via Panisperna negli anni Trenta del Novecento, e il personaggio scaturito dall’invenzione romanzesca di Luigi Pirandello. Majorana quando scompare nella notte del 27 marzo 1938 avrebbe usato anch’egli l’acqua, quella del mare tra Palermo e Napoli, per inscenare un finto suicidio e sparire. Secondo la Procura di Roma, il fisico riapparirebbe in Venezuela nella seconda metà degli anni Cinquanta, come testimonia la foto in cui un certo Bini (questo l’alter ego che avrebbe scelto Majorana) è ritratto in compagnia di un altro italiano, Francesco Fasani, a Valencia in Venezuela. A suffragare questa ipotesi, la presenza anche di una cartolina degli anni Venti indirizzato a Quirino, zio di Ettore Majorana, e trovata tra le carte di Fasani.

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La riapertura delle indagini era stata voluta nel 2011 dalla stessa famiglia di Majorana, che non ha mai accettato l’ipotesi del suicidio, dando indirettamente ragione a Enrico Fermi che sosteneva che un uomo dell’intelligenza di Ettore aveva sicuramente la capacità di sparire senza lasciare traccia se lo avesse desiderato. Ma lo voleva davvero? Quella del congedo dal mondo quasi per una scelta morale è sostanzialmente la tesi sostenuta negli anni Settanta da Leonardo Sciascia nel suo volume La scomparsa di  Majorana: l’acuta intelligenza del fisico catanese, la sua genialità, gli avrebbero fatto comprendere con largo anticipo sui suoi colleghi le potenziali e distruttive conseguenze delle ricerche sulla fisica subatomica. Conoscenze che, appena sette anni più tardi a quella notte del 1938, avrebbero portato ai funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

È un’ipotesi che Etienne Klein, fisico francese e direttore del Laboratoire des Recherches sur les Sciences de la Matière (LARSIM), rifiuta nel suo recente Cercando Majorana (Carocci, 2014), in cui ha ripercorso la vita e i luoghi di quello che è, a tutti gli effetti, un suo mito personale. Quella di Sciascia è un’ipotesi suffragata a posteriori dalla conoscenza che lo scrittore aveva della storia successiva al 1938, sostiene. Ma all’epoca in cui Ettore Majorana era sicuramente vivo e attivo in Italia, l’idea che avesse potuto intuire fino in fondo la possibilità di costruire una bomba nucleare cozza con le conoscenze scientifiche dell’epoca. E quand’anche il Grande Inquisitore, come era soprannominato dai colleghi all’Istituto di Fisica di Roma, avesse compreso tutto questo in anticipo, allora perché avrebbe poi accettato la cattedra di Fisica nucleare all’Università di Napoli?

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Klein ha fatto in prima persona quel viaggio in nave tra Napoli e Palermo, cercando di immedesimarsi in Majorana. Chiede al comandante che probabilità ci sono di ritrovare il corpo di una persona che dovesse gettarsi in mare su quella tratta. Una su due, gli risponde, considerando le correnti marine. Avrebbe Majorana, nella sua acutezza e genialità affidato il suo proposito di scomparire del tutto a un gesto dalla stessa probabilità del lancio di una monetina? Anche l’ipotesi del suo ritiro in un convento gli appare improbabile e, comunque, non suffragata da prove. In definitiva, Majorana «è una particella quantistica, il cui destino sovrappone una moltitudine di traiettorie, senza che nessuna di esse possa essere considerata più reale delle altre».

A differenza di altre indagini sulla sua scomparsa, nel libro di Klein – davvero appassionato, sebbene non sempre sorretto da una verve narrativa adeguata – rimane la figura scientifica di Majorana. Del suo lavoro viene sottolineata l’importanza, ci rammenta Klein, ma non ci si prende mai la briga di spiegarla, «come se la scomparsa dell’uomo avesse inghiottito l’opera del ricercatore». Ma il Majorana fisico teorico è di strettissima attualità in almeno tre campi di ricerca: perché i neutrini che osserviamo sono sempre “sinistrorsi”? Perché e come è scomparsa l’antimateria? Di che cosa è fatta la materia oscura? Klein collega il Majorana visionario degli anni Trenta a questa attualità scientifica e dimostra che il solo fatto che un ricercatore dalla vita attiva così breve abbia trattato temi tanto vasti e diversi lo ponga necessariamente tra i più grandi. Tra Newton e Galilei, dice qualcuno.

@ogdabaum

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