Che fine fanno quelli che vincono (e non vincono) XFactor? Ecco i numeri

Undici edizioni, il passaggio dalla tv pubblica a quella a pagamento. Tutto quello che c’è da sapere sul talent da fenomeno

(con Enrico Bergianti)

Maneskin, Enrico Nigiotti, Lorenzo Licitra o Samuel Storm: chi sarà il vincitore dell’undicesima edizione italiana di X Factor? Lo dirà la finale del Forum di Assago di giovedì 14 dicembre. L’ultimo Live Show ci offre l’occasione di fare un’analisi di un fenomeno di costume sempre più seguito. Il format televisivo è vincente? E lo è altrettanto per chi trionfa? Leggi tutto “Che fine fanno quelli che vincono (e non vincono) XFactor? Ecco i numeri”

Ecco come ha fatto Licitra a battere i Maneskin. Un’analisi del voto a XFactor

Abbiamo incrociato i trend sui social network con i dati di audience. E forse abbiamo capito perché nell’ultima serata del talent di Sky il pronostico è stato ribaltato

Ha vinto Lorenzo Licitra, ma è davvero una sorpresa? Non più tardi del giorno della finale di X Factor 2017 scrivevamo che guardando l’andamento delle ricerche online, dei like su Facebook e gli streaming su Spotify sembra che la classifica finale fosse già scritta: Maneskin vincitori ed Enrico Nigiotti possibile contendente alla vittoria. Licitra e Samuel Storm parevano fuori dai giochi. Le cose non sono andate così e il tenore pop ha vinto, mettendo forse in evidenza che la televisione ha ancora un target diverso rispetto a quello di chi frequenta di più la Rete. Leggi tutto “Ecco come ha fatto Licitra a battere i Maneskin. Un’analisi del voto a XFactor”

Linda Perhacs – I’m A Harmony

Linda Perhacs è uno di quei personaggi tipicamente americani a cui è molto difficile volere male. Dimenticata da tutto e da tutti, in parte forse anche per sua stessa volontà, scompare praticamente per quarant’anni dopo un solo disco nel 1970. Certo, quel Parallelogramsha viaggiato sotterraneamente lungo i canali della psichedelia californiana fino al momento in cui Julia Holter e un piccolo gruppo di intellettuali della composizione suoi sodali la è andata a ripescare dalla (non troppo metaforica) vita dimessa che ha condotto come assistente alla poltrona. Ma lei ha continuato ad avere dentro di sé un mondo musicale che prima o poi doveva tornare alla ribalta.

Seguito del sophomore di tre anni fa, I’m A Harmony ritorna sui solchi dell’America Weird, del folk psichedelico e stralunato. Come si mostra fin dal titolo non si dimentica anche della componente spirituale che ha sempre avuto un ruolo nella musica e nel movimento psichedelico. Anche per questo che, a settantacinque anni, risulta essere il “difficile terzo album”, la strada seguita è sempre la stessa: vagheggiamenti cosmici, tour del sistema solare appoggiati su un folk minimale dilatato percettivamente dal sostegno di un’elettronica colta. E qui c’è il tasto negativo, all’interno di un disco che comunque risulta più che dignitoso: quando in sella ai suoni sale la Holter si avverte quasi uno scarto netto. Avviene, per esempio, nell’ottima Beautiful Play che sarebbe potuta stare in un album della Holter stessa, come anche nella lunga coda di Visions o nella struttura della titletrack che ricordano sì Parallelograms, ma anche Ekstasis

A questo punto, però, sarebbe quasi “moralmente” ingiusto dire che I’m A Harmony è un disco della Holter interpretato dalla Perhacs. Il suo contributo personale si sente (oltre che nei testi) nel grazioso fingerpicking di One Full Cirle Around The Sun, nei profumi caraibici di Crazy Love e nella ieraticità classica di Eclipse Of All Love, uno dei pezzi più scuri che la songwriter abbia mai interpretato. Se poi il disco funziona ancora di più quando la Holter tira dalla propria parte, bisogna riconoscere alla Perhacs il merito di assecondarla e seguirla, che non è poco. Ma, era da immaginarlo, una come Linda non sembra il tipo da mettere di mezzo il proprio ego.

[Originariamente: Linda Perhacs – I’m A Harmony | Recensione | SENTIREASCOLTARE]

Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale. Leggi tutto “Ibeyi – Ash”

Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald. Leggi tutto “Tori Amos – Native Invader”

Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via. Leggi tutto “Lana Del Rey – Lust For Life”