La vita in microgravità in Nemesis di Asimov

Rotor ha tagliato i ponti con il resto dell’umanità. A un certo punto la colonia umana ha semplicemente acceso i motori a iperassistenza (che permettono di viaggiare a una velocità vicina a quella della luce) e lasciato l’orbita terrestre in direzione della nuova stella. Solo i rotoriani la conoscono, nascosta com’è dietro a una nube di polvere cosmica, grazie ai dati raccolti da una loro piccola sonda segreta. Da questo evento la trama dell’ultimo romanzo che Isaac Asimov scrive da solo (successivi sono i tre scaturiti dalla collaborazione con Robert Silverberg) si srotola come una sorta di gara tra due fazioni: da una parte i rotoriani che vogliono raggiungere la stella Nemesis e cercare di stabilire attorno a quella stella un nuovo avamposto umano nello spazio; dall’altra i terrestri che tentano di colmare il ritardo (temporale e tecnologico). A poco a poco veniamo a conoscenza delle terribili minacce che la stessa Nemesis getta sul futuro dell’umanità e del ruolo decisivo di alcuni personaggi dalle strane capacità, fino a un finale teso e forse un po’ precipitoso in cui hanno un ruolo fondamentale piccoli organismi unicellulari e i poteri psichici. Leggi tutto “La vita in microgravità in Nemesis di Asimov”

In direzione ostinata contro i pregiudizi: Gertrude Elion

Negli anni Quaranta una donna in un laboratorio era una rarità, ma Gertrude Elion aveva ben in chiaro quale era la strada che voleva percorrere: trovare un farmaco contro il cancro. I suoi studi le sono valsi il premio Nobel nel 1988

“Mi chiedono spesso se il premio Nobel sia sempre stato l’obiettivo della mia vita e io rispondo che sarebbe stata una follia. Nessuno dovrebbe puntare al premio Nobel, altrimenti se non lo raggiungi significa che la tua vita è stata sprecata. Quello a cui ambivo era far stare meglio le persone, e questa soddisfazione è molto maggiore di quella che ti può dare qualsiasi premio”. Lo diceva Gertrude Elion in età avanzata, quando il riconoscimento dell’Accademia Reale di Stoccolma le era già stato conferito, pensando però alle tantissime persone che erano state meglio (e moltissime continuano a farlo) grazie alle sue scoperte: i malati di leucemia che vengono curati con la mercaptopurina, i trapiantati che prendono l’azatioprina per bloccare il rigetto degli organi, i malati di artrite reumatoide che la usano come parte della terapia. Ma lo studio di nuovi metodi per produrre nuovi medicinali messo a punto dalla Elion, i suoi colleghi al Burroughs Wellcome e da due intere generazioni di chimici, biochimici, farmacologi e biologi che lei ha formato ha prodotto anche l’acicloguanosina (aciclovir) usata per le infezioni da herpes (HSV, che provoca malattie come il fuoco di Sant’Antonio e la varicella), la pirimetamina impiegata contro la malaria e, in casi particolari, la toxoplasmosi. E pensare che quando cercava senza successo un impiego come chimica, all’inizio degli anni Quaranta del Novecento, si sentiva ripetere lo stesso ritornello: “ha le qualifiche giuste, ma non abbiamo mai avuto una donna in laboratorio e questo potrebbe essere una distrazione”. Leggi tutto “In direzione ostinata contro i pregiudizi: Gertrude Elion”

Salvador Luria e la resistenza dei batteri come frutto di mutazioni

Ha contribuito a farci capire che alla base dell’ereditarietà c’è il DNA, ha scoperto gli enzimi di restrizione, è scappato due volte dal nazifascismo e ha sostenuto per tutta la vita il pacifismo. Storia di uno dei padri della biologia molecolare

Gli scienziati hanno, come chiunque altro, le loro opinioni e preferenze, nel lavoro così come nella vita. Tali preferenze non devono influire sull’interpretazione dei dati, ma hanno una decisa importanza nella scelta del modo di accostarsi a un problema. Uno scienziato che non fosse stato così favorevole all’ipotesi delle mutazioni probabilmente non avrebbe neppure pensato al metodo di verifica che alla fine escogitai. (Salvador E. Luria, Storia di geni e di me, p. 88)

Nel dicembre del 1969, quando si trova a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la Medicina, un giornalista gli chiede in che esatto momento sia diventato uno scienziato. «Quando mi sono trasferito da Torino a Roma nel 1937. Quella notte in treno». Così risponde Salvador Luria, aggiungendo che sono il sentimento dell’avventura e la curiosità per l’ignoto – sensazioni che provava nella cuccetta di terza classe («e gli avventurieri viaggiano in prima o in terza») – ad averlo spinto in tutte le imprese della sua vita. E l’avventura di cui quel viaggio in treno era solo il primo passo era davvero terra incognita per la biologia dell’epoca. Salvador Luria aveva lasciato il suo maestro di istologia Giuseppe Levi (lo stesso di Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, entrambi premi Nobel) per apprendere quel poco di fisica che, dal suo punto di vista, sarebbe stata necessaria per esplorare nuovi territori della biologia. All’epoca, questo significava genetica, ereditarietà e gli albori della biologia molecolare. Con quegli elementi di fisica appresi a Roma, all’Istituto dove lavoravano i Ragazzi di Via Panisperna, Salvador Luria dimostra, assieme al collega Max Delbrück, che la resistenza dei batteri alle infezioni dei fagi si sviluppa grazie a mutazioni genetiche, mettendo così a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo una perfetta piattaforma per lo studio della genetica, motivo per il quale vince il Nobel.

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La frontiera dei nuovi antibiotici

Tra le paure – fondate – per l’antibiotico resistenza a una piattaforma innovativa che potrebbe dare qualche indicazione sul futuro, via Pagina99:

nei laboratori di Harvard

17 anni e 22 giorni per il riconoscimento di un diritto

La storia di Eluana Englaro e la lotta per l’autodeterminazione terapeutica raccontata in un fumetto di 001 Edizioni

La storia di Eluana Englaro e la lotta per l’autodeterminazione terapeutica raccontata in un fumetto di 001 Edizioni

eluana6233 giorni sono tanti, tantissimi. Chi di noi diciassette anni fa sarebbe riuscito a immaginarsi com’è davvero oggi? Molto difficile: troppe le variabili, troppi gli eventi esterni che ci hanno condizionati. Per questo, Claudio Falco e Marco Ferrandino, assieme alla disegnatrice Martina Sorrentino, hanno fatto ricorso a un’invenzione narrativa, Laura, nata lo stesso giorno di Eluana, nella stessa clinica. Ma non ha avuto nessun incidente il 18 gennaio 1992: ha vissuto una vita come una qualsiasi delle nostre. Il fumetto segue questo doppio binario, realtà e finzione narrativa, che permette di vedere dagli occhi delle due donne com’è cambiato il mondo, com’è cambiata l’Italia in questi 17 anni. Anzi, quasi 19 se consideriamo i due che sono passati dalla sentenza della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007 e il 9 febbraio 2009 in cui Eluana è effettivamente morta dopo la sospensione dell’alimentazione forzata.

Eluana 6233 giorni (001 Edizioni, 2015) è un altro racconto, che si aggiunge ai molti che già sono stati fatti (come il discusso film di Marco Bellocchio del 2012, Bella addormentata), ma con uno sguardo meno diretto. Non si accanisce nei dettagli, nella ricostruzione. Si concentra piuttosto sul dipingere il clima e l’atmosfera della vicenda. In questo senso, dal punto di vista narrativo, Eluana non sembra nemmeno essere la protagonista, quanto piuttosto un elemento, un elemento di scardinamento di una situazione rimasta immutata fuori tempo massimo.

Nell’introduzione, Maurizio Mori, ordinario di bioetica a Torino e dal 2006 presidente della Consulta di bioetica, parla di una vera e propria “breccia di Porta Pia”come allora (20 settembre 1870) l’ingresso dei bersaglieri in Roma ha segnato la fine dello Stato Pontificio e con essa l’affermazione della libertà politica di cittadinanza, così oggi (9 febbraio 2009) l’attuazione di quanto previsto dalle legittime sentenze circa il caso Eluana ha segnato la fine del paternalismo medico vitalista che subordinava la libertà dell’interessato alla tutela della vita, per affermare che il consenso informato e la libertà sta al vertice e ha la precedenza su tutto il resto”.

Una rottura che si è cercato di impedire con proteste, manifestazioni, una legge (il famoso decreto “salva Eluana”), pressioni di ogni tipo, ma che alla fine di quei 6233 giorni si è realizzata. Ma che cos’è cambiato nel frattempo? Tanto, ma soprattutto le capacità della medicina. In questi ultimi quarant’anni, com’è tipico nello storia delle discipline scientifiche, gli avanzamenti tecnici e teorici hanno permesso di spostare più in là i limiti di ciò che l’uomo riesce a fare. E, quindi, capita che il corpo respiri, che il cuore pulsi, ma che il cervello non si risvegli. E che fare in questi casi? La lotta che Beppino Englaro ha condotto al posto della figlia è la lotta perché “l’autodeterminazione terapeutica non può incontrare un limite anche se ne consegue la morte”, come appunto voleva Eluana. La sentenza arrivata al termine di quei 6233 dice che questa scelta “non ha niente a che vedere con l’eutanasia”. Sono virgolettati dall’intervista con Beppino in coda al volume che ricordano la determinazione di chi, con coraggio, ha fatto questa battaglia per sua figlia, ma anche perché tutti noi potessimo scegliere.

 

[Da Oggiscienza.it]

Pensatech – La rivoluzione 3D nella medicina

Bologna, 19 giu. – Una protesi completamente personalizzata al bacino, un busto ortopedico per un bambino che cresce, sono solo alcuni degli esempi con cui lastampa 3D sta cambiando il mondo della medicina. Personalizzata la forma ma anche il materiale che conterrà anche cellule umane. Lo spiega a Pensatech il dottor Piermaria Fornasari, direttore Banca delle Cellule e del Tessuto Muscolo-scheletrico dell’Istituto Ortopedico Rizzoli. A Rizzoli è nato oggi l’Italian digital biomanufacturing network.

[da Rcdc.it]

Ebola, la sua diffusione è (anche) una questione di genere | EcoHealth 2014 #2

Da Wired.it:

(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)

Tra tutti gli ambiti in cui esiste una questione di genere, quello della ricerca sulle malattie tropicali non è proprio il primo della lista. Durante la conferenza EcoHealth 2014, che ha riunito a Montreal gli esperti del rapporto tra ambiente e salute è però un tema emerso in più occasioni. Non stiamo parlando della difficoltà di accesso a una carriera in questo ambito, ma proprio del considerare se l’essere maschio o femmina può avere un ruolo nella diffusione di malattie come malaria, dengue o ebola. E a oggi è un tema scientificamente poco esplorato.

Fang Jing, ricercatrice della Kunming Medical University (Cina), lo spiega con esempio. Un noto studio del 2001 si è occupato di studiare la cecità in Cina, India e diversi paesi africani. Secondo i criteri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in quei paesi le persone cieche erano 30 milioni. “Ma se andiamo a vedere quante erano le donne e quante gli uomini, la prospettiva cambia”. Le donne cieche sono i due terzi del totale, ovvero 20 milioni su 30. Come mai questa differenza?

Le donne vivono una vita più lunga degli uomini, ma questo non è sufficiente a spiegare la discrepanza”, spiega Fang Jing. “Alla fine si è capito che molti casi di cecità erano di origine infettiva (tracoma) e che le donne si ammalavano e si ammalano più frequentemente perché sono loro a prendersi cura dei bambini malati”. Ecco un perfetto esempio di quello che qui alla conferenza di Montreal viene definito un approccio multisettoriale e multidimensionale: capire che a determinare la diffusione di una malattia infettiva non è solamente la frequenza dei contatti tra le persone, la debolezza dovuta ad altre malattie o una predisposizione, ma un fattore sociale come il ruolo femminile all’interno della famiglia.

La questione di genere può avere anche aspetti culturali. “In alcune culture locali, come per esempio in alcune regioni della Cina”, racconta Fang Jing, “c’è la credenza che gli uomini siano più forti, per cui si espongono a fattori di rischio da cui invece le donne si tengono lontane”. In altri casi, una concezione maschilista della società, per esempio, spinge solamente gli uomini a rivolgersi alle strutture sanitarie, mentre per le donne non si ritiene sia necessario spendere il denaro per il trasporto al centro medico e le cure. Infine, in molte società colpite dalle malattie tropicali le donne hanno spesso meno accesso all’istruzione e quindi “alle necessarie informazioni sulla loro trasmissione”. Questo porta a una diversa facilità di contrarre e diffondere la malattia.

Nonostante l’Oms si sia spesa per promuovere un approccio che tenga in considerazione questo fattore “sono pochi gli studi sulle malattie infettive che lo hanno preso in considerazione”, commenta Dominique Charron del dipartimento di Agricoltura e ambiente dell’International Development Research Center, di Ottawa, un’organizzazione che finanzia e coordina ricerche al confine tra salute, ambiente e sviluppo in Sud America, Africa e Asia. Si potrebbe provare a lavorare sui dati delle ricerche già concluse ma, spiega Fang Jing, “spesso i dati sono solo aggregati e non c’è distinzione di genere”. Il punto è che, eccettuati alcuni casi, capire se un fattore come il genere influenza l’andamento del contagio non è stato esplorato adeguatamente.

In caso di epidemia, la preoccupazione principale è cercare di fermarla e raccogliere le minime informazioni necessarie per comprenderla al meglio, tralasciando questioni di genere. Ma l’esortazione ai colleghi di studiare anche questo aspetto è arrivata anche da Bernadette Ramirez del programma speciale dell’Oms che si chiama Research and Training in Tropical Diseases e che nel 2014 compie 40 anni di attività. Parlando a ricercatori che sono abituati a stare sul campo in Africa, Sud-est asiatico e America Latina, Ramirez ha sottolineato come includere la prospettiva di genere possa “essere un fattore di svolta nella capacità di rafforzare le capacità” di risposta alle emergenze e anche in tempo di pace.

In questo campo di studi il genere non deve far pensare solamente ad aspetti negativi (fattori che sfavoriscono le donne rispetto agli uomini). Il diverso ruolo sociale femminile può essere determinante anche per introdurre fattori positivi. “Lo dimostra un progetto finanziato dal mio istituto“, ha raccontato Dominique Charron, “in cui proprio le donne hanno cambiato le abitudini di alcuni villaggi dell’America Centrale contribuendo in maniera decisiva al contenimento del contagio da malattia di Chagas“.