STRANIMONDI – Partendo dal centro di Bologna, in poco più di 26 ore siamo riusciti a giungere al collasso mondiale e a uccidere oltre 700 milioni di persone. A nulla è valso ogni nostro tentativo di fuga verso città lontane: l’epidemia ha continuato a diffondersi ovunque, i governi sono crollati, le infrastrutture mondiali sono state annientate. Con un piccolo fatto inquietante: noi eravamo il paziente zero.

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Il nostro risultato finale riassunto in una schermata

Non preoccupatevi, non si tratta di nulla di reale, ma di Collapse, un simulatore di pandemia mondiale che la software house UbiSoft ha realizzato per promuovere The Division, l’ultimo titolo della serie di videogiochi ispirata ai romanzi di Tom Clancy appena uscito. La storia di The Division è quella di una New York post apocalittica, in cui la società è stata decimata da un virus-arma, il vaiolo Chimera, sfuggito al controllo e un pugno di uomini e donne lotta per la sopravvivenza del genere umano. Il videogioco sembra quindi essere una nuova rivisitazione del classico action/sparatutto con giganteschi ambienti tridimensionali da esplorare. Potete vederne qualche scorcio nel videotrailer, reso ancora più inquietante da una musica che ricorda molto da vicino, ma trasfigurata, la canzone Ordinary World dei Duran Duran:

Collapse nasce, invece, come antipasto promozionale al videogioco, quasi un prequel, in cui il giocatore/visitatore genera uno scenario simile a quello del videogioco. Si parte inserendo un indirizzo, e noi siamo partiti dal centro di Bologna, dove si diventa il paziente zero del contagio del vaiolo Chimera. Tutto comincia con un po’ di febbre e i classici sintomi influenzali. Ma Chimera è stato progettato per essere una vera e propria arma a partire proprio dal vaiolo: ha un tempo di incubazione di 7 giorni anziché 11, un tasso di mortalità del 90% contro il 30% e non esiste alcun vaccino. A parte questo identikit, frutto della fantasia dei programmatori, il resto della simulazione è realistico, “ispirato ai modelli epidemici esistenti e sviluppato usando dati di Open Street Map, NASA e rotte aeree IATA, e grazie alla consulenza di esperti di crisi e operatori pubblici”.

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Una Bologna oramai completamente infetta

Le simulazioni e i modelli di propagazione, oltre a farci divertire in modo un po’ macabro, sono diventati sempre più importanti per prevedere l’andamento delle epidemie. In Italia, il progetto Influweb della Fondazione ISI ha acquisito sempre più efficacia nel corso degli ultimi anni. Il sistema si basa sulla raccolta dei sintomi degli utenti del sito e permette di fare previsioni piuttosto accurate sulla diffusione stagionale del virus influenzale in Italia, tanto da essere diventato uno dei sistemi di monitoraggio delle infezioni. Google Flu Trends, cominciato dalla grande G nel 2008, oggi è diventato parte integrante di progetti di ricerca della Columbia University, dei CDC e di altri istituti di ricerca americani, mostrando come questo tipo di previsioni, chiamate in gergo geek “nowcasting“, siano oramai una tecnologia matura: un mix tra computer science, modelli previsionali, algoritmi matematici e una buona dose di capacità di calcolo.

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La “pioggia rossa” di infezioni che comincia a essere ovunque in Asia

Ma se il vostro scopo è quello di divertirvi, e trovate le opzioni di Collapse limitate, potete provare un gioco da tavolo segnalato da Michele Bellone qualche mese fa, oppure la sua versione elettronica: Plague Inc., di cui è da poco (18 febbraio) uscita la versione “evolved“. Qui, a differenza che in Collapse, potrete scegliere che tipo di patogeno utilizzare, come farlo evolvere (trasmissibilità, sintomi, resistenze) per cercare di sterminare l’umanità prima che i centri di ricerca riescano a mettere in piedi una cura efficace.

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La schermata dove potete tenere sotto controllo le infezioni e l’andamento della ricerca della cura.

Uno dei lati interessanti di un gioco come Plague Inc. è che ribalta completamente la prospettiva di un videogioco classico, in cui di solito si deve cercare di salvare il mondo. Qui si deve invece sconfiggere l’umanità a suon di infezioni letali: un passo avanti rispetto anche a un gioco come Dungeon Keeper di fine anni Novanta, dove lo scopo era organizzare le migliori difese del dungeon per tenere fuori i buoni. In Plague Inc. il giocatore è una specie di mastermind potentissimo che ha come solo obiettivo infettare e uccidere. Ma non crediate che sia così facile: bisogna trovare il giusto equilibrio, altrimenti si rischia di avere tra le mani un patogeno estremamente letale ma con contagi non troppo frequenti, oppure una malattia estremamente contagiosa, ma poco mortale. Il giusto mix lo potete trovare inducendo nel patogeno le giuste mutazioni (oltre a quelle casuali che occorrono nelle partite) e cercando di non attivare troppo presto le difese dell’umanità. Buona epidemia a tutti.

[Da Oggiscienza.it]

 

Africa: più dighe, più casi di malaria

Oltre un milione di abitanti dell’Africa sub-sahariana si ammaleranno quest’anno solamente perché vivono vicino a una diga. Delle 78 nuove dighe, intanto, 60 saranno costruite in zone malariche

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RICERCA – Un milione di africani quest’anno si ammalerà di malaria solamente per il fatto di vivere vicino a una grande diga. Poco più degli abitanti di Torino, tre volte quelli di Bari o cinque volte quelli di Trieste. Lo mostra uno studio condotto dall’International Water Managment Institute, un ente di ricerca scientifico che si occupa di studiare l’uso sostenibile delle acque nei paesi economicamente meno avanzati. Secondo quanto riportato nello studio, pubblicato sul Malaria Journal, delle 1268 dighe esistenti nel continente, 723 si trovano in aree malariche e più di 15 milioni di persone vivono a meno di 5 chilometri da una di esse, cioè nella zona in cui è più alta la probabilità di essere punti da zanzare infette.

Il plasmodio, il piccolo organismo protista responsabile della malattia, si propaga nella popolazione umana usando come vettore alcune specie di zanzara. Queste ultime trovano nelle aree umide e ricche di acqua il loro habitat naturale per proliferare. Non stupisce, quindi, immaginare che ci possa essere una relazione tra i bacini artificiali creati dalle dighe e una maggiore diffusione della malattia. Ciononostante questa è la prima volta che un ricerca scientifica riesce a mostrare in modo diretto la correlazione tra dighe e infezioni.

I ricercatori hanno messo a confronto mappe dettagliate dell’incidenza della malaria con i punti dove si trovano le dighe. Il numero annuo di casi associati a queste ultime è stato, quindi, stimato per differenza tra il numero di casi rilevati nelle comunità a meno di 5 chilometri di distanza con quelle più lontane. A questo si sono aggiunti anche gli studi epidemiologici che sono stati condotti in 11 siti di dighe. Il milione di persone calcolato deriva dal fatto, sottolineano i ricercatori, che chi vive a meno di 5 chilometri da una diga ha una probabilità quattro volte maggiore di contrarre la malattia. L’autore principale dello studio, Solomon Kibret dell’Università del New England (Australia) ha addirittura sottolineato che le loro previsioni sono prudenti: il numero potrebbe essere più alto.

Lo studio pubblicato nelle scorse settimana getta una luce sinistra sulle 78 nuove dighe che saranno costruite nei prossimi anni nel continente. Secondo le analisi di Kibret e dei suoi colleghi, infatti, 60 di esse si trovano in aree malariche e potrebbero portare a 56 mila ulteriori contagi all’anno. “Le dighe sono essenziali per lo sviluppo economico dell’Africa”, ha dichiarato ai media Solomon Kibret, “ma oltre a portare benefici economici, alleviare la povertà e migliorare la sicurezza alimentare, con il loro ruolo nella propagazione della malaria possono minare la capacità dell’Africa di sostenere il proprio percorso di sviluppo”.

Le aree a maggiore rischio sono quelle dove la malaria ha un andamento stagionale: è quando una diga si trova in queste regioni che il rischio aumenta maggiormente. Ma gli autori dello studio e lo stesso IWMI non si sono limitati allo studio, ma hanno invitato gli organismi regolatori a prendere in considerazione una serie di accorgimenti che potrebbero ridurre sensibilmente la possibilità di diffusione delle zanzare vettore. Si possono progettare le dighe in modo che le zone dove riescono a riprodursi sia minimo e si può chiedere ai costruttori di organizzare programmi di intervento contro la malaria nelle aree che, a causa delle nuova opera, saranno più pericolose. In attesa di un vaccino davvero efficace, la speranza è che queste indicazioni vengano prese in considerazione dalla World Commision on Dams, la commissione mondiale sulle dighe, l’organismo internazionale che pubblica le linee guida su come devono essere costruite le dighe.

[Da Oggiscienza.it]

 

Quando riusciremo ad eradicare la polio?

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Immagine: John Megahan

Nel 2015 sono solo tre i paesi al mondo in cui la poliomielite è dichiarata “endemica” (Pakistan, Afghanistan e Nigeria) e la conta dei casi è di poco superiore ai 400 casi all’anno. Siamo vicini a sconfiggere la malattia, ma questo potrebbe essere proprio un passaggio delicato. Secondo quanto afferma uno studio pubblicato da PLoS Biology da gruppo di ricercatori dell’università del Michigan (USA), infatti, quando non si presenteranno più nuovi casi, sarà uno dei momenti in cui la sorveglianza ambientale dovrà essere massima.

Quando nel 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato definitivamente eradicato il vaiolo, il direttore generale di allora, Halfdan Mahler, ha usato giustamente toni trionfalistici. È una vittoria dell’organizzazione sanitaria e degli sforzi internazionali contro una malattia che ha segnato secoli di storia umana. Appena otto anni più tardi, nel 1988, è cominciato il programma per l’eradicazione della poliomielite, con risultati rapidi: non si è raggiunto l’obiettivo entro il 2000, ma i casi sono diminuiti del 99%. Legittimo, quindi, immaginare che il risultato sia a portata di mano.

Usando modelli che simulano la trasmissione della malattia, Micaela Martinez-Bakker e due colleghi hanno dimostrato che “si possono verificare trasmissioni silenziose nella popolazione per oltre tre anni, senza che nessun nuovo caso di polio venga registrato”. Una volta che “avremo eradicato la polio, o pensato di averla eradicata, sarà il momento in cui bisognerà intensificare la sorveglianza, per essere sicuri che il virus non sia invece in agguato”, spiega la Martinez-Bakker, che aggiunge: “eradicare la polio significa eradicare il virus, non semplicemente liberarci della malattia”.

Per raggiungere questi risultati, il team americano ha sfruttato l’enorme banca dati sulla polio rappresentata dai casi americani nell’era pre-vaccino, introdotto negli anni Cinquanta del secolo scorso. In questo modo hanno potuto studiare l’ecologia del virus in una sostanziale assenza di intervento umano. Su questo fronte, il risultato principale è aver dimostrato l’infondatezza dell’Hygiene hypothesis, la teoria secondo la quale la mancanza di esposizione dei bambini agli agenti patogeni li renderebbe più proni ad ammalarsi. Durante il periodo preso in considerazione, si è assistito a un aumento dell’igiene delle famiglie americane e a un contemporaneo aumento dei casi di polio. Ma secondo lo studio della Martinez-Bakker e dei suoi colleghi, il punto è un altro: se hai più alberi da bruciare, l’incendio può espandersi. Ovvero, la crescita della natalità di quel periodo avrebbe offerto al virus più potenziali ospiti da infettare.

“Raggiungere l’eradicazione e prevenire un eventuale ritorno della polio richiede un profonda conoscenza del comportamento del virus, e di come si mantenga” all’interno della popolazione. Martinez-Bakker conclude le sue dichiarazioni alla stampa sottolineando come le “epidemie storiche precedenti all’introduzione del vaccino siano utili per comprendere l’epidemiologia della patologia e ci permettono di identificare un punto di partenza per studiare il sistema in assenza di un intervento”.

 

[da Oggiscienza.it]

Predire la diffusione di ebola con i dati

Da OggiScienza.it:

ATTUALITÀ – Non è malata di ebola, ma di malaria, la 42enne nigeriana che è stata ricoverata agli Ospedali Riuniti di Ancona. Rientrato l’allarme, il problema della diffusione del virus rimane una delle maggiori preoccupazione delle istituzioni internazionali. Alla Northeastern University di Boston, l’italiano Alessandro Vespignani ha usato il suo expertise nei network complessi per realizzare un modello del contagio di ebola. Il risultato? Per il 24 settembre potremmo toccare quota 10000 casi.

Come ha raccontato a ScienceInsider, il suo lavoro è cominciato a luglio scorso. Usando i dati su milioni di viaggi aerei, flussi di mobilità ricavati dal tracciamento di device mobili, ha costruito una specie di modello del mondo. E poi ci ha messo dentro ebola per macinare centinaia di migliaia di simulazioni. La possibilità che il virus esca dall’Africa Occidentale è piuttosto bassa, almeno secondo lo studio che Vespignani e altri ricercatori hanno pubblicato da poco su PLOS Currents: Outbreak. Ma le probabilità aumentano all’aumentare delle dimensioni del contagio.

Nel grafico si possono vedere le simulazioni dell’andamento del numero di casi di ebola dal 6 luglio scorso e proiettando l’andamento fino al 24 settembre, quando si potrebbe toccare quota 10000. Le proiezioni di Vespignani partono comunque dai dati accertati. Il trend storico dalla metà degli anni Settanta, quando l’ebola virus venne per la prima volta identificato, mostrano in maniera inequivocabile le proporzioni dell’attuale epidemia.

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Il 28 agosto anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha previsto che al termine dell’epidemia potremmo arrivare a oltre 20000 casi. Secondo quanto riportato da ScienceInsider, però, queste stime potrebbero essere piuttosto ottimiste e tutti gli epidemiologi contattati sottolineano la concreta possibilità che molti casi non vengano denunciati e registrati dalle autorità sanitarie. Addirittura in una proporzione di tre quarti. Questo fa pensare Christian Althaus dell’Università di Berna, anche lui costruttore di modelli computazionali per la diffusione dell’epidemia, che il conteggio finale potrebbe essere superiore a 100 mila casi.

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Crediti immagine: NIAID, Flickr