Africa: più dighe, più casi di malaria

Oltre un milione di abitanti dell’Africa sub-sahariana si ammaleranno quest’anno solamente perché vivono vicino a una diga. Delle 78 nuove dighe, intanto, 60 saranno costruite in zone malariche

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RICERCA – Un milione di africani quest’anno si ammalerà di malaria solamente per il fatto di vivere vicino a una grande diga. Poco più degli abitanti di Torino, tre volte quelli di Bari o cinque volte quelli di Trieste. Lo mostra uno studio condotto dall’International Water Managment Institute, un ente di ricerca scientifico che si occupa di studiare l’uso sostenibile delle acque nei paesi economicamente meno avanzati. Secondo quanto riportato nello studio, pubblicato sul Malaria Journal, delle 1268 dighe esistenti nel continente, 723 si trovano in aree malariche e più di 15 milioni di persone vivono a meno di 5 chilometri da una di esse, cioè nella zona in cui è più alta la probabilità di essere punti da zanzare infette.

Il plasmodio, il piccolo organismo protista responsabile della malattia, si propaga nella popolazione umana usando come vettore alcune specie di zanzara. Queste ultime trovano nelle aree umide e ricche di acqua il loro habitat naturale per proliferare. Non stupisce, quindi, immaginare che ci possa essere una relazione tra i bacini artificiali creati dalle dighe e una maggiore diffusione della malattia. Ciononostante questa è la prima volta che un ricerca scientifica riesce a mostrare in modo diretto la correlazione tra dighe e infezioni.

I ricercatori hanno messo a confronto mappe dettagliate dell’incidenza della malaria con i punti dove si trovano le dighe. Il numero annuo di casi associati a queste ultime è stato, quindi, stimato per differenza tra il numero di casi rilevati nelle comunità a meno di 5 chilometri di distanza con quelle più lontane. A questo si sono aggiunti anche gli studi epidemiologici che sono stati condotti in 11 siti di dighe. Il milione di persone calcolato deriva dal fatto, sottolineano i ricercatori, che chi vive a meno di 5 chilometri da una diga ha una probabilità quattro volte maggiore di contrarre la malattia. L’autore principale dello studio, Solomon Kibret dell’Università del New England (Australia) ha addirittura sottolineato che le loro previsioni sono prudenti: il numero potrebbe essere più alto.

Lo studio pubblicato nelle scorse settimana getta una luce sinistra sulle 78 nuove dighe che saranno costruite nei prossimi anni nel continente. Secondo le analisi di Kibret e dei suoi colleghi, infatti, 60 di esse si trovano in aree malariche e potrebbero portare a 56 mila ulteriori contagi all’anno. “Le dighe sono essenziali per lo sviluppo economico dell’Africa”, ha dichiarato ai media Solomon Kibret, “ma oltre a portare benefici economici, alleviare la povertà e migliorare la sicurezza alimentare, con il loro ruolo nella propagazione della malaria possono minare la capacità dell’Africa di sostenere il proprio percorso di sviluppo”.

Le aree a maggiore rischio sono quelle dove la malaria ha un andamento stagionale: è quando una diga si trova in queste regioni che il rischio aumenta maggiormente. Ma gli autori dello studio e lo stesso IWMI non si sono limitati allo studio, ma hanno invitato gli organismi regolatori a prendere in considerazione una serie di accorgimenti che potrebbero ridurre sensibilmente la possibilità di diffusione delle zanzare vettore. Si possono progettare le dighe in modo che le zone dove riescono a riprodursi sia minimo e si può chiedere ai costruttori di organizzare programmi di intervento contro la malaria nelle aree che, a causa delle nuova opera, saranno più pericolose. In attesa di un vaccino davvero efficace, la speranza è che queste indicazioni vengano prese in considerazione dalla World Commision on Dams, la commissione mondiale sulle dighe, l’organismo internazionale che pubblica le linee guida su come devono essere costruite le dighe.

[Da Oggiscienza.it]

 

Ebola, la sua diffusione è (anche) una questione di genere | EcoHealth 2014 #2

Da Wired.it:

(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)

Tra tutti gli ambiti in cui esiste una questione di genere, quello della ricerca sulle malattie tropicali non è proprio il primo della lista. Durante la conferenza EcoHealth 2014, che ha riunito a Montreal gli esperti del rapporto tra ambiente e salute è però un tema emerso in più occasioni. Non stiamo parlando della difficoltà di accesso a una carriera in questo ambito, ma proprio del considerare se l’essere maschio o femmina può avere un ruolo nella diffusione di malattie come malaria, dengue o ebola. E a oggi è un tema scientificamente poco esplorato.

Fang Jing, ricercatrice della Kunming Medical University (Cina), lo spiega con esempio. Un noto studio del 2001 si è occupato di studiare la cecità in Cina, India e diversi paesi africani. Secondo i criteri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in quei paesi le persone cieche erano 30 milioni. “Ma se andiamo a vedere quante erano le donne e quante gli uomini, la prospettiva cambia”. Le donne cieche sono i due terzi del totale, ovvero 20 milioni su 30. Come mai questa differenza?

Le donne vivono una vita più lunga degli uomini, ma questo non è sufficiente a spiegare la discrepanza”, spiega Fang Jing. “Alla fine si è capito che molti casi di cecità erano di origine infettiva (tracoma) e che le donne si ammalavano e si ammalano più frequentemente perché sono loro a prendersi cura dei bambini malati”. Ecco un perfetto esempio di quello che qui alla conferenza di Montreal viene definito un approccio multisettoriale e multidimensionale: capire che a determinare la diffusione di una malattia infettiva non è solamente la frequenza dei contatti tra le persone, la debolezza dovuta ad altre malattie o una predisposizione, ma un fattore sociale come il ruolo femminile all’interno della famiglia.

La questione di genere può avere anche aspetti culturali. “In alcune culture locali, come per esempio in alcune regioni della Cina”, racconta Fang Jing, “c’è la credenza che gli uomini siano più forti, per cui si espongono a fattori di rischio da cui invece le donne si tengono lontane”. In altri casi, una concezione maschilista della società, per esempio, spinge solamente gli uomini a rivolgersi alle strutture sanitarie, mentre per le donne non si ritiene sia necessario spendere il denaro per il trasporto al centro medico e le cure. Infine, in molte società colpite dalle malattie tropicali le donne hanno spesso meno accesso all’istruzione e quindi “alle necessarie informazioni sulla loro trasmissione”. Questo porta a una diversa facilità di contrarre e diffondere la malattia.

Nonostante l’Oms si sia spesa per promuovere un approccio che tenga in considerazione questo fattore “sono pochi gli studi sulle malattie infettive che lo hanno preso in considerazione”, commenta Dominique Charron del dipartimento di Agricoltura e ambiente dell’International Development Research Center, di Ottawa, un’organizzazione che finanzia e coordina ricerche al confine tra salute, ambiente e sviluppo in Sud America, Africa e Asia. Si potrebbe provare a lavorare sui dati delle ricerche già concluse ma, spiega Fang Jing, “spesso i dati sono solo aggregati e non c’è distinzione di genere”. Il punto è che, eccettuati alcuni casi, capire se un fattore come il genere influenza l’andamento del contagio non è stato esplorato adeguatamente.

In caso di epidemia, la preoccupazione principale è cercare di fermarla e raccogliere le minime informazioni necessarie per comprenderla al meglio, tralasciando questioni di genere. Ma l’esortazione ai colleghi di studiare anche questo aspetto è arrivata anche da Bernadette Ramirez del programma speciale dell’Oms che si chiama Research and Training in Tropical Diseases e che nel 2014 compie 40 anni di attività. Parlando a ricercatori che sono abituati a stare sul campo in Africa, Sud-est asiatico e America Latina, Ramirez ha sottolineato come includere la prospettiva di genere possa “essere un fattore di svolta nella capacità di rafforzare le capacità” di risposta alle emergenze e anche in tempo di pace.

In questo campo di studi il genere non deve far pensare solamente ad aspetti negativi (fattori che sfavoriscono le donne rispetto agli uomini). Il diverso ruolo sociale femminile può essere determinante anche per introdurre fattori positivi. “Lo dimostra un progetto finanziato dal mio istituto“, ha raccontato Dominique Charron, “in cui proprio le donne hanno cambiato le abitudini di alcuni villaggi dell’America Centrale contribuendo in maniera decisiva al contenimento del contagio da malattia di Chagas“.

L’animale più pericoloso della Terra? La zanzara

Da Wired.it:

Altro che cobra, squali e tarantole, il killer più temibile è l’insetto che porta la malaria. Parola di Bill Gates

La giornata mondiale contro la malaria che si è celebrata lo scorso 24 aprile è stata l’occasione per Bill Gates di lanciare un’iniziativa originale nel panorama delle petizioni e delle sottoscrizioni online. Per una settimana GatesNotes, il blog dell’ex numero uno di Microsoft, sarà dedicato completamente alla zanzara. Il perché è presto detto: nonostante tutti gli sforzi che si sono fatti in questi anni, non ultimi quelli della stessa Bill and Melinda Gates Foundation, la zanzara che porta la malaria è ancora oggi il singolo animale che miete più vittime tra gli esseri umani. Lo mostrano in maniera molto evidente i dati dell’Organizzazione della Sanità che lo stesso Gates ha pubblicato: dopo averla vista, leoni e squali sembrano dei killer dilettanti.

L’aspetto più impressionante è che la malaria uccide molto di più di quanto riesca a fare anche l’uomo. Lo racconta nei suoi incontri in pubblico anche Martin Edlund, CEO dell’ong Malaria No More, di cui abbiamo raccontato in un reportage dallo Zambia pubblicato sul numero di marzo di Wired:  “la malaria è la più letale tra le singole cause di morte”. Con un impatto grandissimo soprattutto nei paesi più poveri e costante nel tempo.

Secondo i dati dell’OMS (World Malaria Report), nel 2012 la stima di morti per la malaria va da un minimo di 473 mila a 789 mila esseri umani, che comprende anche la stima usata da Gates nel suo grafico. Il singolo numero usato dall’OMS è 627 mila vittime: come se ogni anno se ne andasse una città un po’ più grande di Genova.

Il dato più scoraggiante è nella percentuale di morti che riguarda i paesi dell’Africa sub-sahariana: oltre il 90% del totale. Per questo motivo, e per i numeri che potete leggere in questo articolo, Bill Gates ha lanciato la provocazione su Mashable: facciamo più settimane della zanzara. In questo modo potremmo informare meglio e combattere più efficacemente la malaria. Perché come spiegava Martin Edlund, la malaria si può vincere con tecnologie semplici e investimenti limitati rispetto ad altre malattie. I farmaci per far guarire un bambino costano qualche dollaro e i test di diagnosi rapida (indispensabili in Africa) costano meno di un dollaro l’uno. Tecnologie semplici ma che possono salvare molte vite.

Basta un click per combattere la malaria

Il 24 aprile si è celebrata la giornata mondiale contro la malaria: con la campagna Power of One, una ong americana, sta cambiando lo scenario della guerra contro uno dei tre più grandi killer dell’umanità

Foto: Esther Havens per Malaria No More

Il 24 aprile si è celebrata la giornata mondiale contro la malaria: con la campagna Power of One, una ong americana, sta cambiando lo scenario della guerra contro uno dei tre più grandi killer dell’umanità

Mio reportage dallo Zambia pubblicato su Wired.it (già apparso sul numero di marzo di carta):

Economico: basta un dollaro per salvare la vita a un bambino dello Zambia. Facile: la donazione si fa da mobile o da Facebook.

Power of One è la prima campagna di fundraising per la malaria pensata come mobile first. Grazie alla partnership con Venmo (wallet app recentemente acquisita da PayPal) si possono effettuare pagamenti da mobile con un solo click.

Con una donazione si crea il proprio profilo nel network dei donatori. L’integrazione con i social network permette di comunicare in diretta ai propri amici e follower le donazioni e invitarli a fare altrettanto. è possibile effettuare una donazione anche direttamente dalle pagine Facebook.

Riuscite a immaginare qualcosa di più semplice? Con un dollaro consegni a un bambino in Zambia una dose di medicinale contro la malaria e gli salvi la vita. E per farlo basta un click“. Quando il 17 ottobre dello scorso anno Martin Edlund pronuncia queste parole nella sala conferenze di un grande albergo di Lusaka, la capitale dello Zambia, ottiene lo stesso effetto di tutte le infinite volte che le ha pronunciate.

È diventato ceo di Malaria No More da neanche dodici mesi, eppure questo discorso, e soprattutto questa frase, può ripeterli a memoria anche nel sonno. La sua capacità di tenere in pugno il pubblico, però, lo rende assai persuasivo nel convincere che risolvere i problemi dell’Africa è possibile. Ma per farlo serve guardarli dalla giusta angolazione: non quella occidentale, che deforma pregi e difetti del continente, ma quella dell’innovazione, che riesce a prendere strade laterali, insospettate quanto efficaci.

Malaria No More è una ong americana, piccola se paragonata ad altre organizzazioni, ma si è scelta un obiettivo enorme: la sconfitta di uno dei tre maggiori killer della storia dell’umanità. “Capace di uccidere più esseri umani della fame, delle guerre e di qualsiasi altra malattia“, precisa Edlund guardandoti serio. In Europa e negli Stati Uniti la malaria è una questione marginale nel dibattito pubblico. Ovvio che sia così, visto che i casi di contagio si possono contare sulle dita di una mano.

Il peso delle morti è altrove, e per oltre l’85% in Africa. Esistono organizzazioni internazionali efficaci, come il Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria di Ginevra, che si occupa del fundraising presso i governi più ricchi. Ma il grande pubblico continua a rimanere lontano da questi temi. Anche se un abitante su due del pianeta vive in un ambiente che lo pone a rischio di contagio, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Solo nel 2012, 207 milioni di esseri umani, tre volte e mezzo l’Italia, sono stati punti da una zanzara infetta dal plasmodio che causa la malattia. E oltre 620 mila sono morti. Una Genova fatta soprattutto di bambini con meno di cinque anni.

L’idea della campagna Power of One, ideata con l’aiuto di fuoriusciti da Blue State Digital, social media strategist dietro ai successi elettorali di Obama, è di sfruttare l’innovazione dei social network. Scegliendo per la prima volta di non rivolgersi ai governi e ai fondi internazionali, ma direttamente alle persone chiedendo il contributo di un dollaro, ha tutte le carte in regola per diventare virale su Twitter e Facebook. “Chiedere una cifra così piccola“, racconta Edlund, “significa anche pensare di poter coinvolgere gli stessi africani“. Un dollaro è una cifra che una classe media in costante crescita si può permettere di donare con una tecnologia disponibile facilmente anche in Africa.

Continuare a vedere il continente africano come un territorio arretrato sul fronte tecnologico significa non avere smesso gli occhiali deformanti dell’Occidente sull’Africa. “C’è tanta innovazione qui”, si infervora Edlund, “quanta ce n’è nella Silicon Valley“. Magari non è così cool, ma è altrettanto efficace. Prendiamo il sistema di distribuzione dei medicinali che ha adottato il governo dello Zambia. In un territorio enorme, segnato da periodiche alluvioni dei grandi fiumi che lo attraversano, sapere quante dosi di farmaco sono disponibili in un magazzino è un’informazione vitale. Perciò è stato ideato un sistema gerarchico di punti di approvvigionamento che ogni settimana effettuano un report dettagliato via sms alla casa base.

Un sistema simile a quello che utilizza anche Dismus Mwalukwanda, volontario al centro medico del villaggio di Njovo, 800 abitanti sparsi nella pianura rossa a un’ora di macchina dalla capitale. Quando un paziente presenta sintomi compatibili con la malaria, Mwalukwanda somministra immediatamente un test di diagnosi rapida (Rdt). Assomiglia a un test per la gravidanza: una sola goccia di sangue e nel giro di 15 minuti si sa se la febbre è causata dalla malaria ed è necessario il medicinale. Ogni settimana, via sms, il registro dei casi di malaria viene inviato all’ospedale più vicino, che li raccoglie e li invia alla struttura di livello superiore.

Gli Rdt sono stati una rivoluzione per la lotta alla malaria“, racconta Duncan Earle della Malaria Control and Evaluation Partnership in Africa (Macepa), una delle tante organizzazioni americane che se ne occupano. “Hanno permesso di identificare i casi reali di malaria e di impiegare i medicinali solo quando sono davvero necessari“. Ma anche di avere una raccolta di dati che fotografano la situazione effettiva: “asta fare il report periodico via sms“. Un test come un data point che permette per la prima volta al ministero della Sanità di avere dati oggettivi sulla diffusione.

Negli ultimi dieci anni, un’altra grande rivoluzione è avvenuta nella lotta alla malaria. Alla fine degli anni Novanta i farmaci basati sul chinino cominciavano a dimostrarsi inefficaci: il patogeno stava sviluppando una resistenza al principio attivo. Alcuni ricercatori scoprirono che l’estratto di artemisia, una pianta utilizzata da millenni nella medicina tradizionale cinese, era efficace contro la malaria. Ma non da sola, perciò nascevano le Artemisin-based combination therapies (Act), farmaci basati sulla combinazione di artemisinina e altre molecole con effetti antimalarici.

In breve tempo Novartis, una delle maggiori aziende farmaceutiche del mondo, cominciò a produrre un farmaco, il Coartem, che non brevettò e mise in commercio sui mercati africani al prezzo irrisorio di un dollaro. Il Coartem è uno dei casi molto rari in cui l’Oms indica esplicitamente un prodotto commerciale. Non è sbagliato, in un mercato come quello africano, in cui la diffusione di medicinali contraffatti e potenzialmente inefficaci o pericolosi è una piaga.

Una delle grandi preoccupazioni nella lotta alla malaria è che il plasmodio che la provoca possa sviluppare resistenza ai farmaci. Per questo motivo è fondamentale utilizzare i medicinali solo quando sono effettivamente necessari, ma è indispensabile anche continuare a fare ricerca. Come avviene a Ndola, un’ora di aereo da Lusaka, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Zona di miniere di rame e cobalto, innervata di corsi d’acqua e da zone acquitrinose chiamate dumbos.

Qui c’è il Tropical Diseases Research Centre, ospitato nel grigio edificio dell’ospedale locale, che con i sui 600 posti letto è il secondo del paese. Fondato nel 1977, è una di quelle rare strutture in cui sono i ricercatori locali a effettuare studi sui farmaci antimalarici in collaborazione con università europee e americane. “Oggi il Coartem è efficace“, spiega con una punta di apprensione il direttore scientifico Eric Njunju, “ma per quanto lo sarà ancora?”.

Ma oltre alla ricerca, fondamentale dentro e fuori dall’Africa, è determinante che si diffonda una capillare educazione alla prevenzione, perché “in troppe comunità non si crede che siano le zanzare a portare la malattia“. Ancora una volta, invece, la tecnologia da impiegare è semplice: bonifica delle zone umide dove si riproducono le zanzare e diffusione delle zanzariere.

Power of One finirà tra circa tre anni, avendo coinvolto assieme a Novartis e Alere anche la Bill & Melinda Gates Foundation e grandi aziende come ExxonMobil e Time Warner, oltre ad avere trovato testimonial come Hillary Clinton. Malaria No More, a quel punto, uscirà dallo Zambia e si sposterà in un altro paese. “Non vogliamo presidiare il territorio: vogliamo fare il nostro lavoro e poi ricominciare altrove“, racconta Edlund sull’aereo che lo sta riportando a New York. Smesso l’abito formale, ripensa a se stesso da ragazzo quando al college voleva cambiare il mondo con la politica. Ora sa che bastano un dollaro e un click.

Zambia’s drive for no more malaria

So far this year, Zambia has spent US$24 million on malaria control. Because of its commitment to battling the disease, Zambia was chosen to host the pilot project of the Power of One campaign promoted by the NGO Malaria No More. The goal is to deliver three million malaria tests and treatments in the country for children under five by 2015.

For each dollar donated, the campaign will provide one malaria test and one set of treatment. Donors from all over the world are expected to contribute to the campaign, but, given the small sum required for each donation, Malaria No More anticipates that people from developing countries will take part too. The campaign accepts donations made through mobile phones and so hopes to benefit from the massive penetration of mobile technology in Africa.