625 storie, una passione (Lindau /3)

Lindau Nobel Laureate Meeting /3 (qui la prima parte e qui la seconda)

Pamela Rodriguez è colombiana, ma ogni giorno entra in laboratorio all’École Normale Supérieure di Parigi. Con le più avanzate tecniche di imaging studia gli recettori inibitori del cervello. Se le chiedi perché ha scelto questo campo di studi, ti guarda con un sorriso e ti dà una risposta che ti potrebbe dare Ada Yonath: “è talmente affascinante e ne sappiamo così poco”. Non ti basta come risposta?

Ignacio Carrera e Nicolás Veiga sono gli unici due uruguiani. Vengono entrambi dalla Universidad de la Republica del loro paese. Sono un po’ arrabbiati con me perché l’Italia ha sconfitto l’Uruguay ai rigori in Confederation Cup, ma sono qui a Lindau per altro. Per Ignacio è una “grande opportunità” per uscire dal circolo del proprio laboratorio e parlare di persona con tanti colleghi. Nicolás va un po’ oltre, perché non vede l’ora di “mettere davvero alla prova le mie idee discutendole con altri”.

Martin Chalfie, premio Nobel nel 2008, mentre è impegnato in una discussione con un gruppo di giovani ricercatori al Lindau Meeting (Foto: Rolf Schultes via Lindua Meeting Flickr account)

Kah Kah Toh parla con una voce sottile, ma è lei a togliere d’impiccio il suo collega Wei Chen che non parla un buona inglese e suda copiosamente per l’emozione. Vengono entrambi da Singapore, lo stato-isola che sta investendo in questi anni come pochi in ricerca. Si occupano di chimica organica, in particolare studiando metodi efficaci per sintetizzare molecole. All’apparenza fragile, mi guarda dritto negli occhi mentre mi dice che “è un grande onore poter incontrare tutti questi premi Nobel insieme e poter raccontare loro le tue idee e sentire cosa ne pensano”. Wei Chen aggiunge che hanno appena parlato con Akira Suzuki, il giapponese premio Nobel per aver scoperto una reazione che ora porta il suo nome. Lo hanno trovato estremamente disponibile e ben disposto verso i giovani come loro.

La condensazione di Suzuki, che è valsa al suo scopritore il premio Nobel per la Chimica nel 2010 (Foto: WikiMedia Commons)

Anche un gruppetto di italiani che incontro mentre stanno correndo verso la Inselhalle dove sta per cominciare una nuova serie di presentazioni di Nobel hanno incontrato Suzuki. Raccontano che gli ha anche autografato un foglio con la sua famosa reazione, “un ricordo da portare a casa”, sottolinea Misal Giuseppe Memeo dell’Università di Pavia, un giovane chimico che si occupa di molecole con potenziali antivirali. Mi ricordo dei due schizzi che la Yonath ha fatto sul mio taccuino: peccato non averle chiesto di firmarli. Fabio Parmeggiani del Politecnico di Milano racconta dell’emozione di sedersi a tavola con qualche premio Nobel, “non capita mica tutti i giorni!” E Laura Borgese, che viene dall’Università di Brescia, è colpita dal fatto che “sono persone normali, esseri umani come noi”.

In tutto sono 625 e vengono da 80 diversi paesi del mondo. Sono stati invitati dalla stessa organizzazione del Lindau Meeting, attraverso le tante sponsorizzazioni che hanno garantito loro la possibilità di arrivare su quest’isola del lago di Costanza. Tutti sono accomunati dalla stessa passione per la ricerca e la scienza, un passione che, italiani o meno, non è sempre ripagata con la stessa intensità dalle istituzioni e dai paesi in cui lavorano. Tranne gli orientali, che dice Laura “pare non abbiano problemi di soldi per lavorare nella scienza”, tutti, americani compresi, lamentano la cronica mancanza di fondi per continuare a finanziare giovani ricercatori che si stanno facendo le ossa. Al di là di queste difficoltà sono tutti molto contenti di essere qua. Li vedi arrivare carichi già alle sei e trequarti, quando cominciano le science breakfast, delle vere e proprie colazioni con i Nobel in un’atmosfera informale. Oppure li vedi seduti a gruppetti misti, nelle pause, che continuano a parlare dei loro incontri, delle loro idee. Sembra di assistere a una parentesi adolescenziale (positiva) che per una settimana fa mettere da parte qualsiasi questione che riguarda le necessità del laboratorio, le difficoltà che riguardano la propria condizione economica, le divergenze con i propri capi: per cinque giorni tornano ragazzini che si esaltano per le proprie passioni e trovano sponda facile nei loro vicini di sedia. Magari saltano fuori nuove collaborazioni. Oppure scopri che hai lavorato a un problema che aveva anche quel collega che non avevi mai conosciuto, e lo aiuti.

Un Sir Harold Kroto di qualche anno fa mentre gioca con alcuni modellini della molecola di fullerene composta da 60 atomi di carbonio (Foto: www.kroto.info)

In fin dei conti il Lindau Meeting è fatto per loro: pensato, realizzato e messo in piedi in tutti i dettagli perché l’incontro tra i grandi vecchi della scienza possano passare loro un po’ della loro esperienza e della loro sapienza. E viceversa, perché – mi raccontato Harold Kroto, lo scopritore del fullerene – “dalle situazioni di dialogo anch’io ho sempre qualcosa da imparare”. Le lezioni che io fatico a seguire, per i giovani ricercatori sono una boccata di aria fresca, iniezioni di spunti preziosi e trasversali. E a nessuno può sfuggire il valore simbolico che tutto ciò avvenga in una zona di confini labili, mutevoli nel tempo, con Germania, Austria e Svizzera accomunate dalla stessa lingua (o quasi) ma sempre così lontane e così vicine allo stesso tempo. Credo che questa attitudine al dialogo, tra nazioni e tra generazioni, dovrebbe essere il punto di forza dell’Europa, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Il balcone, la fabbrica delle proteine e tutto il resto (Lindau /2)

Lindau Nobel Laureate Meeting /2 (qui la prima parte)

“Ha fermata la registrazione?” Tira un sospiro di sollievo Ada Yonath quando le rispondo di si’. Non che sia una donna timida, ma evidentemente il registratore puntato addosso la costringe a controllare fino in fondo quello che dice. Ogni tanto vorrebbe dire di piu’, te ne accorgi, ma il cervello blocca una lingua appuntita in tempo, mentre un lampo di luce le passa negli occhi furbi. Succede quando le chiedo cosa pensa della religione. “Non ho niente contro la religione, purche’ nessuno mi venga a dire cosa devo e non devo fare. Una volta sono anche stata invitata in Vaticano”. Ma si capisce che c’e’ dell’altro, che i toni in altre occasioni – magari in privato – sarebbero piu’ forti e coloriti.

Ada Yonath: ha vinto il premio Nobel per la Chimica nel 2009 (Foto: Wikimedia)

Ada Yonath e’ stata la quarta donna nella storia a ricevere il premio Nobel per la Chimica. Le chiedo se questo ha avuto un significato particolare per lei. “Credo che non abbiano guardato al fatto che ero una donna, ma alla consistenza dei miei risultati scientifici, non crede?” Risponde sempre cosi’, con frasi lapidarie che ti fanno sentire un po’ scemo, come se il sottotesto che tu immaginavi dietro a quella domanda, per lei non avesse nessun significato. “Ci sono stati pochi premi Nobel per la Chimica, ma le donne ne hanno ricevuti in altre discipline, comprese la Pace e la Letteratura”. Durante il suo intervento di fronte alla platea dell’Inselhalle che ride alle sue battute, non rinuncia pero’ a invitare le donne a perseverare nelle loro carriere scientifiche. “Nel mio laboratorio in Israele lavorano tre mamme e una di loro e’ pure brava a fare i dolci”. Per quanto difficile possa sembrare, insomma, il messaggio e’: “si puo’ fare”.

Ada Yonath ha studiato per una vita i ribosomi, le fabbriche di produzione delle proteine all’interno delle cellule (“lavorano proprio come una catena di montaggio”). Voleva a tutti i costi riuscire a capire come fossero fatti. Ma non era un’impresa facile, perche’ voleva dire cercare di fare una fotografia a qualcuno che non vuole mai stare fermo e che se lo inquadri troppo a lungo, sparisce nel nulla. Serviva pazienza e tenacia, due caratteristiche frequenti in chi ha vinto il Nobel e che alla Yonath non sono mai mancate. Nel piccolo paese di Israele dove la sua famiglia condivideva con altre un piccolo appartamento, una Yonath di 5 anni voleva a tutti i costi conoscere l’altezza del suo balcone. Unico metodo possibile: utilizzare tutti i mobili, uno sopra l’altro. Risultato: “un brutto volo che mi costo la frattura dei polsi”. Ma almeno ha scoperto quanto fosse alto? “Putroppo i mobili non erano abbastanza! I segni della caduta provano che ho condotto l’esperimento, ma dal punto di vista della misurazione e’ stato un fallimento: posso solo dire che era piu’ alto di una bambina di 5 anni”. Tornata dopo trent’anni nello stesso quartiere, il palazzo era stato ristrutturato ed era percio’ impossibile ripetere la misura con strumenti piu’ adatti. Rimarra’ uno dei misteri della scienza.

Una delle immagini di una delle subunita’ del ribosoma realizzate da Thomas Steitz, che ha condiviso il premio Nobel del 2009 con la Yonath e Venkatraman Ramakrishnan (Foto: Nobel Prize Foundation)

Quando le chiedo perche’ fosse cosi’ affascinata dai ribosomi da cercare di capirne la struttura, mi guarda per un attimo come se fossi stupido. Poi sputa una domanda che e’ insieme una condanna della mia incapacita’ di capire: “Non sono forse interessanti?” C’e’ tutto il senso di una curiosita’ senza possibilita’ di essere placata, in questa domanda data come risposta. Il senso di una vita, di una carriera, del fatto che le cose si possano voler fare semplicemente perche’ ci va di farle, perche’ la nostra curiosita’ ci impone di cercare di dare risposte. Poco importa, e’ implicito, se ci metti trenta quaranta o cinquant’anni: “ogni giorno c’e’ stato un piccolo passo avanti, assieme a tanti vicoli ciechi”. Ma la domanda continuava a incombere sulla sua esistenza.

Ci sono voluti oltre vent’anni di tentativi, con la comunita’ scientifica internazionale “che mi diceva che non aveva senso, che era meglio lasciare perdere”. Con la conferma della bonta’ delle sue scelte ottenuta con i risultati di Venkatraman RamakrishnanThomas A. Steitz (che hanno condiviso con lei il Nobel), Ada Yonath ha mostrato come si possa usare la cristallografia ai raggi X per mappare la posizione di ognuno delle centinaia di migliaia di atomi che compongono un ribosoma. Perche’ e’ tanto importante? La risposta e’ lapidaria: “la struttura implica la funzione. Provi a immaginare di prendere una graffetta da cancelleria, di quelle con cui si tengono insieme i fogli. Se piega il fil di ferro che la costituisce, aprendo la graffetta ottiene la stessa sostanza, ma ogni funzione e’ stata persa, perche’ questa struttura della graffetta non riesce a tenere insieme alcun foglio”. E da qui, ora si aprono nuove possibilita’ per la ricerca di nuovi antibiotici, perche’ circa il 40% di quelli attualmente utilizzati hanno come target proprio i ribosomi. Conoscere a fondo come sono strutturati, significa quindi poter realizzare molecole ancor piu’ efficaci.

Nessun momento in cui ha gridato “Eureka!”, una vita spesa sullo stesso problema, ma senza mai tralasciare la vita fuori dal laboratorio. Alla fine dell’intervista, mentre ci salutiamo, mi fa una domanda: “Ma come avete fatto in Italia? Eravate la culla della cultura artistica, scientifica, umanistica e ora…” Puntini di sospensione che dicono tutto. Bella domanda, e non sono certo la persona piu’ adatta per cercare di dare una risposta. Per capire come ci siamo incartati dall’epoca di Leonardo o di Galileo alla perenne crisi di oggi forse servirebbe qualcuno che abbia la pazienza e la tenacia di studiarci per venti o trent’anni. Peccato che la Yonath si dedichi ai ribosomi.

Lindau Nobel Laureate Meeting /1

Il porto di Lindau sul lago di Costanza

Qui i confini cambiano spesso, nonostante tutti parlino la stessa lingua. Se da questo fazzoletto di terra attaccato alla riva da due ponti che gli fanno da lacciuoli si prende un ferry, pochi minuti e si arriva in Austria. La maggior parte delle montagne che si vedono guardando verso sud dal porto, invece, sono in Svizzera. Eppure Lindau e’ tornata ad essere bavarese solo nel 1955, dopo essere stata francese per qualche tempo (poco) e dopo che tra cadute del Sacro Romano Impero e riassetti della Confederazione Elvetica ha cambiato spesso bandiera. Qui, dagli anni Cinquanta si incontrano una volta l’anno i premi Nobel della scienza e per la 63a edizione di questi incontri di Lindau, il pallino della discussione e’ toccato alla chimica.

I monti svizzeri sulla sponda opposta del lago visti dal faro (l’unico di tutta la Bavaria)

Per i giovani ricercatori che ancora stanno cercando di affermarsi, i Lindau Meetings sono un’occasione piu’ unica che rara per poter assistere alle lezioni dei vincitori del Nobel e, soprattutto, di poter rivolgere loro alcune domande nelle sessioni pomeridiane di discussione riservate proprio a questo scopo. I fortunati 625 prescelti di quest’anno hanno a loro disposizione 35 premi Nobel. Un posto come questo, da cartolina, con il treno che arriva fin sull’isola e i curati giardini che si affacciano sulle rive, sembra quasi irreale, un bolla di aria fresca nel caos della contemporaneita’. Non ho visto nemmeno un locale attrezzato per la finale di Confederation Cup di ieri sera (ma i tedeschi non hanno partecipato) e per cinque giorni le viuzze dell’isola saranno invase dai giovani con le loro borse rosse (omaggio dell’organizzazione) che tra un apfelstrudel e una birra in un imbiss parlano di meccanica quantistica, di G-protein, catalisi, recettori, ricerca di nuovi medicinali piu’ efficaci.

Tramonto sulla riva ovest dell’isola di Lindau

Noi giornalisti sembriamo l’elemento fuori contesto. Impressione confermata anche dalla precisa funzionalita’ del press office. Riguardo le email che mi ha mandato nei mesi scorsi. L’hotel e’ stato prenotato tre mesi fa e oltre il 30 aprile non era piu’ possibile modificarlo. I nomi dei Nobel che volevo intervistare ho dovuto comunicarli quattro settimane fa, salvo poi scoprire che solo due di queste sono state calendarizzate (“Alcuni Nobel selezionano attentamente i propri contatti con la stampa”) e che per cercare di organizzare qualcosa all’ultimo momento e’ praticamente impossibile. Chiedo cosa succede se incontro la bar Serge Haroche o Steven Chu: posso intervistarli li’ per li’? “Assolutamente no, proprio no. Le cose qui a Lindau non vanno in questo modo”. Progressivamente capisci che l’ufficio stampa non e’ un tuo alleato, ma tiene piu’ in considerazione il “non disturbare il professor tal dei tali” e il suo rapporto, eventualmente, con i giovani ricercatori.

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Le borse rosse del meeting (via Flickr del Nobel Laureate Meeting)

Che si tratti di un cosa per loro e non per gli altri, da cui ti permettono gentilmente di guardare dal buco della serratura e’ evidente. Durante la settimana ci sono molte sessioni chiuse, a cui non e’ consentito l’accesso alla stampa e al pubblico generale. Una serie di eventi sono esclusivi e organizzati da questo o quel governo che finanzia l’iniziativa. Sembra di non essere nel XXI secolo, ma nel XIX, quando Lindau era importante per il traffico navale sul lago e grazie al treno metteva in comunicazione Monaco e la Bavaria con le valli piu’ meridionali tra cantoni svizzeri e le montagne italiane. Il punto e’ che nel 2013, con lo streaming integrale delle lecture e un’attivita’ sui social network piuttosto vivace, o mi fai incontrare di persona i Nobel, oppure il mio viaggio di giornalista diventa piuttosto inutile. Oltre al fatto che a dispetto dell’efficienza teutonica, il wifi non funziona piu’ da stamattina…