Esiste un mondo a venire? di Danowski e Viveiros de Castro

L’anno scorso, al trentacinquesimo Congresso Internazionale di Geologia si sono discussi i risultati del Working Group on the Anthropocene: è stato sancito che siamo definitivamente entrati in una nuova era geologica riconoscibile per le tracce stratigrafiche uniche che sta lasciando, la conferma – una delle più importanti – del ruolo che Homo sapiens sta giocando sul pianeta che abita, con conseguenze determinanti sull’idea che abbiamo del futuro. Leggi tutto “Esiste un mondo a venire? di Danowski e Viveiros de Castro”

Gratitudine di Oliver Sacks

Ho detto la mia sull’ultimo di Oliver Sacks sul numero di Settembre di Mente&Cervello:

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L’algoritmo del futuro

Bel libro di Pedro Domingos che ci racconta il futuro degli algoritmi che imparano da soli e il loro uso con i big data. Sul numero di giugno di LeScienze.

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Che cosa sono i numeri?

Nel suo libro “Numeri. Raccontare la matematica”, Umberto Bottazzini raccoglie numerose storie sui numeri e su come la matematica sia stata una possibilità e una sfida per il pensiero umano

numeri_bottazziniDati due gruppi di oggetti, riuscire a riconoscere a colpo d’occhio quale sia più numeroso ha sicuramente avuto un impatto sulla storia umana fin dalla preistoria. Basta sostituire la parola ‘oggetti’ con ‘predatori feroci’ o ‘cose commestibili’ e se ne può immediatamente intuire l’utilità pratica. Un salto di livello, per così dire, è stata però l’invenzione di modi per fare di conto: quanti sacchi di cerali ho immagazzinato? Quante pecore compongono il mio gregge? Nella storia della ragioneria, se così possiamo dire, la nostra specie ha saputo inventare metodi tra i più stravaganti per assolvere al compito, cercando di limitare le fregature e gli errori. Un sistema particolarmente efficace, per quanto apparentemente rudimentale, è stato utilizzato dal Tesoro Britannico fino a un paio di secoli fa. Su di un bastoncino di legno venivano praticati degli intagli trasversali che indicavano la quantità di denaro che il prestatore consegnava al funzionario, acquistando così buoni del tesoro. Il bastoncino veniva quindi diviso a metà per il lungo: una metà rimaneva all’ufficio del Tesoro, l’altra consegnata al sottoscrittore, quale sorta di titolo al portatore. Ma tutte queste storie dei metodi che abbiamo sviluppato per contare che cosa ci dicono di che cosa siano i numeri?

Parte da qui Umberto Bottazzini, storico della matematica dell’Università Statale di Milano, per “raccontare la matematica“, come recita il sottotitolo del suo ultimo libro, in finale al Premio Galileo 2016. Il problema principale, che studi di psicologia cognitiva e biologia – segnatamente quelli condotti dal laboratorio di Giorgio Vallortigara a Trento – hanno cominciato a chiarire, è se i numeri, e tutta la matematica, esistano di per sé o si tratti di un’invenzione umana. Un po’ pragmatismo contro platonismo, per semplificare: i numeri e la matematica sono strumenti razionali utili a risolvere (inizialmente e non solo) problemi pratici oppure idee astratte che esistono indipendentemente da noi?

Gli esperimenti mostrano che è possibile insegnare a contare ad alcune specie animali non umane, ma che nessuna ha sviluppato la capacità di risolvere una semplice sottrazione o una semplice addizione. Come dire: hanno la capacità di associare un’etichetta numerica a un gruppo di oggetti (che rappresenta una certa ‘numerosità‘), ma non riescono a comprendere che 3 = 2 + 1, cioè che ogni numero naturale si può ottenere sommando uno al numero precedente.

Da qui, la questione si fa più complicata, ma non si pensi che Numeri sia una pedante storia della matematica che ripercorra in modo diacronico e progressivo lo svolgersi dei fatti. Non siamo di fronte a una collana di scoperte e avanzamenti concatenati l’uno all’altro. Il libro di Bottazzini è una raccolta di storie sui numeri e sulle scoperte (o invenzioni?) della matematica che raccontano come la ragione umana abbia contemporaneamente cercato di soddisfare due esigenze. Da una parte quella pragmatica di risolvere problemi della vita quotidiana, dall’altra soddisfare la curiosità di domande del tipo: “e se la penso così o colà?”. Il risultato è una delle grandi avventure del pensiero umano, scientifico e non, che si è progressivamente intrecciato con la storia dell’umanità stessa, raccontandoci incidentalmente anche come siamo fatti noi esseri umani.

 

da Oggiscienza.it

Il fu Ettore Majorana?

Il libro di un fisico francese e le recenti notizie sulla sua presenza in Venezuela negli anni Cinquanta alimentano uno dei grandi gialli del Novecento

Il libro di un fisico francese e le recenti notizie sulla sua presenza in Venezuela negli anni Cinquanta alimentano uno dei grandi gialli del Novecento

[Da Oggiscienza.it]

CULTURA – In una notte terribile Adriano Meis gira per le strade di Roma scosso da emozioni e sentimenti contrastanti. Il Tevere e le sue acque sono la via d’uscita dalla situazione in cui si è ritrovato, la possibilità di voltare pagina. Lascia cappello e bastone sul parapetto del ponte e, approfittando dell’oscurità, invece di annegarsi, semplicemente, se ne va. Tornerà a Miragno, in Sicilia, riprendendosi la sua identità di Mattia Pascal, pronto a “morire per la terza volta”.

La notizia che Ettore Majorana fosse ancora in vita tra il 1955 e il 1959, secondo quanto indicano le conclusioni delle indagini della Procura di Roma guidate dal procuratore aggiunto Pierfilippo Liviani, ha inevitabilmente riportato alla ribalta il parallelo tra il fisico catanese, collega di Enrico Fermi tra i ragazzi di via Panisperna negli anni Trenta del Novecento, e il personaggio scaturito dall’invenzione romanzesca di Luigi Pirandello. Majorana quando scompare nella notte del 27 marzo 1938 avrebbe usato anch’egli l’acqua, quella del mare tra Palermo e Napoli, per inscenare un finto suicidio e sparire. Secondo la Procura di Roma, il fisico riapparirebbe in Venezuela nella seconda metà degli anni Cinquanta, come testimonia la foto in cui un certo Bini (questo l’alter ego che avrebbe scelto Majorana) è ritratto in compagnia di un altro italiano, Francesco Fasani, a Valencia in Venezuela. A suffragare questa ipotesi, la presenza anche di una cartolina degli anni Venti indirizzato a Quirino, zio di Ettore Majorana, e trovata tra le carte di Fasani.

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La riapertura delle indagini era stata voluta nel 2011 dalla stessa famiglia di Majorana, che non ha mai accettato l’ipotesi del suicidio, dando indirettamente ragione a Enrico Fermi che sosteneva che un uomo dell’intelligenza di Ettore aveva sicuramente la capacità di sparire senza lasciare traccia se lo avesse desiderato. Ma lo voleva davvero? Quella del congedo dal mondo quasi per una scelta morale è sostanzialmente la tesi sostenuta negli anni Settanta da Leonardo Sciascia nel suo volume La scomparsa di  Majorana: l’acuta intelligenza del fisico catanese, la sua genialità, gli avrebbero fatto comprendere con largo anticipo sui suoi colleghi le potenziali e distruttive conseguenze delle ricerche sulla fisica subatomica. Conoscenze che, appena sette anni più tardi a quella notte del 1938, avrebbero portato ai funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

È un’ipotesi che Etienne Klein, fisico francese e direttore del Laboratoire des Recherches sur les Sciences de la Matière (LARSIM), rifiuta nel suo recente Cercando Majorana (Carocci, 2014), in cui ha ripercorso la vita e i luoghi di quello che è, a tutti gli effetti, un suo mito personale. Quella di Sciascia è un’ipotesi suffragata a posteriori dalla conoscenza che lo scrittore aveva della storia successiva al 1938, sostiene. Ma all’epoca in cui Ettore Majorana era sicuramente vivo e attivo in Italia, l’idea che avesse potuto intuire fino in fondo la possibilità di costruire una bomba nucleare cozza con le conoscenze scientifiche dell’epoca. E quand’anche il Grande Inquisitore, come era soprannominato dai colleghi all’Istituto di Fisica di Roma, avesse compreso tutto questo in anticipo, allora perché avrebbe poi accettato la cattedra di Fisica nucleare all’Università di Napoli?

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Klein ha fatto in prima persona quel viaggio in nave tra Napoli e Palermo, cercando di immedesimarsi in Majorana. Chiede al comandante che probabilità ci sono di ritrovare il corpo di una persona che dovesse gettarsi in mare su quella tratta. Una su due, gli risponde, considerando le correnti marine. Avrebbe Majorana, nella sua acutezza e genialità affidato il suo proposito di scomparire del tutto a un gesto dalla stessa probabilità del lancio di una monetina? Anche l’ipotesi del suo ritiro in un convento gli appare improbabile e, comunque, non suffragata da prove. In definitiva, Majorana «è una particella quantistica, il cui destino sovrappone una moltitudine di traiettorie, senza che nessuna di esse possa essere considerata più reale delle altre».

A differenza di altre indagini sulla sua scomparsa, nel libro di Klein – davvero appassionato, sebbene non sempre sorretto da una verve narrativa adeguata – rimane la figura scientifica di Majorana. Del suo lavoro viene sottolineata l’importanza, ci rammenta Klein, ma non ci si prende mai la briga di spiegarla, «come se la scomparsa dell’uomo avesse inghiottito l’opera del ricercatore». Ma il Majorana fisico teorico è di strettissima attualità in almeno tre campi di ricerca: perché i neutrini che osserviamo sono sempre “sinistrorsi”? Perché e come è scomparsa l’antimateria? Di che cosa è fatta la materia oscura? Klein collega il Majorana visionario degli anni Trenta a questa attualità scientifica e dimostra che il solo fatto che un ricercatore dalla vita attiva così breve abbia trattato temi tanto vasti e diversi lo ponga necessariamente tra i più grandi. Tra Newton e Galilei, dice qualcuno.

@ogdabaum

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Pensieri atomici | La vita perfetta di William Sidis

sidisChe storia triste! Ieri sera l’ho finito di leggere e mi ha pervaso un senso di tristezza profondo. Però in qualche modo dolce, caldo.

William Sidis sembra uno di quegli spiriti inadatti a vivere in questo mondo: troppo idealista, troppo incapace di capire le sfumature dei comportamenti umani. La storia si svolge su diversi piani temporali paralleli che alla fine si stringono attorno al protagonista, la cui vita perfetta (lo si dichiara già in esergo) è quella da vivere solo.

La parte più interessante è quella sull’esperimento pedagogico didattico che i genitori fecero su William: a 11 anni entra ad Harvard e a 16 anni, laureato, è invitato a tenere un corso di geometria. Sicuramente era un ragazzo molto dotato (secondo Wikipedia, si è un po’ esagerato sul suo QI), sicuramente i suoi genitori hanno (volutamente o meno) esercitato una pressione enorme su di lui. Rimane che tutto ciò non pare averlo davvero felice.