Sorpresa, è Madrid la città più gay friendly

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 i moti di protesta contro la polizia di New York che voleva sgomberare lo Stonewall Inn, storico locale gay del Greenwich Village, hanno marcato l’inizio del movimento di liberazione della comunità gay. A distanza di 48 anni da quell’evento qual è la città più accogliente e aperta nei confronti delle persone LGBT? I dati di un enorme sondaggio internazionale puntano tutti in direzione di Madrid, che risulterebbe la città più attraente sotto questo profilo. A condurre la ricerca è stata Nestpick, una piattaforma digitale olandese per gli affitti a medio e lungo termine da poco entrata anche sul mercato di alcune città italiane, che ha messo in fila le migliori 100 città LGBT. Le uniche due città italiane occupano posizioni piuttosto basse: Roma all’84° posto e Milano all’97°. Segno che nonostante il miglioramento della tutela dei diritti per le coppie dello stesso sesso con la legge Cirinnà e un generale miglioramento della tutela della difesa delle comunità LGBT, c’è ancora molto da fare per raggiungere la piena tutela di questa fetta della popolazione. Leggi tutto “Sorpresa, è Madrid la città più gay friendly”

Trasparenza, ecco i voti delle università italiane

Quattro atenei su dieci non passano il test della Bussola della Trasparenza. I peggiori sono i privati e i piccoli. Tra i grandi il Politecnico di Milano e Pisa non se la cavano bene

Quanto sono trasparenti i nostri atenei? Il Decreto legislativo numero 33 del 14 marzo dello scorso anno si occupa del “riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”. In pratica, sancisce quali informazioni e documenti riguardanti ogni singola PA è obbligata a pubblicare sul proprio sito. È un primo passo per rendere meno opaco l’operato della pubblica amministrazione che, per definizione, viene finanziato dal denaro della collettività. Si tratta solamente dell’ultimo tassello di una storia che ha radici più profonde e che per sua stessa natura sta all’incrocio con un altro grande tema: gli open data. L’obbligo di legge investe tutte le PA e il sito dellaBussola della Trasparenza, messo in piedi dallo stesso Ministero della Pubblica Amministrazione, le suddivide in 18 diverse categorie: dagli “enti territoriali” alle “aziende sanitarie”, passando per “comunità montane” ed “enti parco”. Non mancano ovviamente gli atenei. Secondo il monitoraggio della Bussola della Trasparenza, da cui abbiamo ricavato i dati che vi mostriamo, tra le 66 università analizzate (abbiamo tolto la Scuola Normale e la Scuola Sant’Anna, che rappresentano un caso particolare) ben 39 rispondono positivamente a tutti i 65 indicatori. Gli atenei che si possono vedere nel grafico in verde, invece, sono tutti quelli che sono carenti per questo o quel parametro. Salta subito all’occhiola coda della classifica, con 7 atenei che sono negativi sotto tutti gli indicatori, cui aggiungeremmo anche l’Università “Magna Grecia” che ha solamente due parametri positivi. Va precisato chesi tratta di enti privati e come tali non vincolati alla trasparenza.C’è poi un gruppetto esiguo (Piemonte Orientale, Salerno, Pisa, Politecnico Milano) che si attesta su performance mediocri, tutte le altre sono positive per più dell’80% degli indicatori.

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Il girovita degli italiani

Globesity: epidemia di obesità a livello mondiale. Autore della definizione è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che l’ha usata per la prima volta in un report pubblicato nel febbraio del 2001. L’allarme è suonato in seguito all’analisi dei dati a disposizione dei ricercatori: dal Secondo Dopoguerra fino alla fine del secolo il girovita degli abitanti del pianeta si è allargato in modo preoccupante. Certo, ci sono distinguo da fare tra i Paesi in cui questo fenomeno è più evidente e altri in cui lo è di meno, ma anche i paesi meno ricchi dal punto di vista economico, e perciò ritenuti per lungo tempo immuni all’obesità, hanno visto moltiplicarsi pance, rotolini, maniglie dell’amore e così via. Basti pensare che nella più recente rilevazione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in fatto di peso corporeo è il Messico a guardare dall’alto la classifica. Più di due messicani su tre (il 69,5% della popolazione over 15) è sovrappeso o obeso. Secondi in classifica gli Stati Uniti d’America, con un 69,2%, ma se si considerano solamente gli obesi (34%) equivale a parlare di circa 78 milioni di abitanti: praticamente tutta la popolazione italiana più altre due volte tutti i lombardi. Per la cronaca la media dei paesi OCSE di sovrappesi e obesi è il 51,4%.

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Vogliamo maggior efficienza dalle università italiane? Accorpiamo i ricercatori migliori e licenziamo quelli improduttivi

La proposta arriva da Giovanni Abramo e Ciriaco D’Angelo dell’università di Roma Tor Vergata sul TuttoScienze di oggi: poche università dove far confluire i migliori docenti in grado di attirare capitali dal mondo privato e, perché no, anche dall’estero. Questi nuovi poli sarebbero caratterizzati da anime specifiche e non un grande numero di atenei indifferenziati, dove si fatica a individuare centri d’eccellenza. Distinguiamo che è in grado di produrre nuova conoscenza da chi prende uno stipendio (pubblico) ma non contribuisce alla ricchezza, anche solo intellettuale del paese. Nelle science dure, per esempio, il 23% dei ricercatori produce il 77% del totale dei risultati del settore in Italia. Consideriamo le tre università romane, suggeriscono Abramo e D’Angelo: prendiamo i ricercatori più produttivi per accorparli in una nuova struttura. Si otterrebbe una nuova università estremamente più performante di tutte le altre italiane, comprese le sei Scuole Superiori.

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