Le multinazionali digitali sono raddoppiate in 5 anni

Le multinazionali digitali realizzano il 70% delle proprie vendite fuori dal proprio paese, ma solo il 40% delle loro attività è condotto all’estero. Una situazione assai diversa rispetto alla media che si traduce in un impatto diretto meno visibile in termini di investimenti e posti di lavoro creato al di fuori della madrepatria. Lo afferma il World Investment Report 2017 pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), che comunque sottolinea come l’economia digitale sia un fattore chiave per la crescita e lo sviluppo economico.
Leggi tutto “Le multinazionali digitali sono raddoppiate in 5 anni”

Il database genetico di 23andMe vale 60 milioni di dollari

L’azienda ha siglato un accordo dai dettagli economici segreti con il colosso Pfizer, ma è solo l’ultimo di una serie che sta fruttando milioni di dollari di contratti.

L’azienda ha siglato un accordo dai dettagli economici segreti con il colosso Pfizer, ma è solo l’ultimo di una serie che sta fruttando milioni di dollari di contratti.

Da Wired.it:

23andme

I dettagli economici non sono stati resi pubblici, ma l’accordo annunciato il 12 gennaio scorso consente a Pfizer di accedere al database di informazioni genetiche di 23andMe, considerato una vera e propria miniera d’oro per poter individuare target specifici per nuovi farmaci.

Con i suoi test di genetica personalizzati, infatti, l’azienda fondata dall’ex-moglie di Sergei Brin, Anne Wojcicki, ha raccolto i profili genetici di oltre 800 mila clienti. Basta acquistare online un kit del costo di 99 dollari, sputare nell’apposita provetta e rispedirla ai laboratori in California: nel giro di qualche settimana arrivano i risultati, ovvero un profilo completo del proprio DNA, comprese le predisposizioni che aumentano le probabilità di sviluppare in futuro determinate malattie o condizioni.

L’annuncio della collaborazione con Pfizer arriva solo qualche giorno dopo l’accordo con cui Genentech si impegna a sborsare 60 milioni di dollari per poter accedere a uno speciale sottoinsieme dei dati in possesso di 23andMe riguardanti la malattia di Parkinson. E secondo le dichiarazioni rilasciate a Bloomberg dal direttore dello sviluppo economico di 23andMe, Emily Drabant Conley,  questi accordi si sommano agli altri 14 già chiusi nel 2014 con altre aziende biotech.

La segretezza sugli aspetti economici e il nome di Pfizer, uno dei colossi mondiali del farmaco con un mercato di 204 miliardi di dollari nel 2014, hanno però fatto accendere definitivamente i riflettori. Secondo la Drabant Conley, gli accordi sono “necessari per rendere sostenibile il business” dell’azienda finanziata, tra gli altri, da Google e dall’imprenditore Yuri Milner.

Solo nel 2013 la Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia americana che controlla i farmaci e i device medici che sono venduti sul mercato americano, aveva posto de facto uno stop al business primario di 23andMe, impedendo che l’azienda potesse fornire ai propri clienti dettagli sulle predisposizioni genetiche, per paura “delle conseguenze sulla salute pubblica di analisi errate”. Il kit da 99 dollari è ancora in commercio, ma l’appetibilità sul mercato rimane solamente per la ricostruzione di alberi genealogici e non come piattaforma per la medicina personalizzata del futuro.

Gli accordi con Genetech e Pfizer hanno fatto, però, intuire quale sia il vero business plan dell’azienda: vendere l’accesso alle informazioni genetiche che ha raccolto. L’azienda assicura che è garantita l’anonimità e l’operazione è perfettamente corretta rispetto al contratto che i clienti hanno stipulato comperando il kit. Sul fronte della ricerca biomedica, invece, avere a disposizione il profilo genetico di 3000 malati di Parkinson da tutto il mondo è un bel risparmio in termini di sperimentazione, soprattutto sotto il profilo del reclutamento.

Si tratta di una strategia di monetizzazione dei propri asset che non incorre nelle preoccupazioni della FDA. Lo stop sul mercato americano, secondo quanto riportato da Bloomberg Businessweek, potrebbe comunque sbloccarsi entro l’anno.

Amazon è prima per investimenti in Google Search

Jeff Bezos non esita ad aprire il portafoglio, ma anche Marchionne è nei top al 12imo posto con Fiat

Da Wired.it:

(Foto: AP/LaPresse)
(Foto: AP/LaPresse)

Il più grande inserzionista su Google Search negli Stati Uniti è Amazon, che nel 2013 ha speso il doppio di Priceline.com, il sito di e-commerce centrato sugli sconti. Questo investimento serve soprattutto a migliorare il proprio ranking nelle ricerche che vengono effettuate con il motore di ricerca di Mountain View, un elemento essenziale per il marketing online di qualsiasi azienda web-based.

L’altra possibilità per scalare le pagine di risultati di Google è quella di costruire una forte presenza online internamente, migliorando il proprio sito. Poiché nessuno sa quali siano i criteri che determinano i risultati delle ricerche, investire internamente, devono aver pensato ad Amazon, può non essere la strada giusta. Meglio investire direttamente in Google Search, facendo salire la pagine della libreria online più in alto tra i risultati.

L’investimento di Amazon per il 2013, 157 milioni solo per il mercato USA, ha un peso specifico importante, ma guardando la progressione degli utili dell’azienda di Jeff Bezos, il ritorno deve essere stato significativo.

Infographic: Amazon Remains Focused on Long-Term Growth | Statista

Due curiosità da notare. La prima è che nel grafico sugli utili di Amazon è più che evidente quale sia il periodo di massimo guadagno per la libreria: Natale e dintorni. La seconda è chi occupa la dodicesima posizione tra i più forti inserzionisti su Google Search: Fiat Chrysler.

YouTube Music Key: Google raddoppia i servizi di streaming?

Le mosse di Google, nel settore degli streaming, non sono state poche. Vediamole nel dettaglio

Da Sentireascoltare.com:

Che la grande G di Mountain View stesse cucinando qualcosa, in ambito di streaming audio, è una voce che circola da tempo. Almeno dalle notizie che sono state diffuse a giugno scorso, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters. Ora, da quanto scrive il blog Android Police, pare i rumors si siano concretizzati: il nuovo servizio si chiamerà YouTube Music Key, ma non c’è ancora una data di lancio ufficiale.

Le mosse di Google in questo settore di mercato non sono state poche. Solo all’inizio di luglio avevamo parlato dell’acquisizione della startup Songza, azienda francese che fornisce servizi di streaming musicale. Ora il servizio di streaming di Google Play, in Italia da poco più di un anno, sarà affiancato da un servizio analogo costruito attorno al sito di streaming video.

In che cosa differirebbero i due servizi, offerti di fatto dalla stessa azienda? Secondo le fonti di Android Music, YouTube Music Key sarebbe un servizio in abbonamento (si parla di 9,99 dollari al mese) che permetterebbe di accedere a materiali extra, come in una sorta di edizione deluxe di un disco: girato live degli artisti, remix e cover (non si sa con che grado di esclusività).

Sul fronte del nome del servizio, non dovrebbero esserci sorprese, come testimonia questo screenshot dell’interrogazione Whois per il dominio youtubemusickey.com:

sentireaascoltare_domain

Per l’occasione, anche se non c’ è ancora una data, il servizio di streaming Google Play dovrebbe venire ribattezzato in Google Play Music Key, ma non si sa se questo comporterà cambiamenti nel prezzo o in altre caratteristiche del servizio. Per esempio, non è chiaro che tipo di trattamento subiranno gli account di chi è già abbonato oggi al servizio Google Play Music All.

Mentre aspettiamo di vedere le mosse dei principali competitors, ovvero Spotify e il servizio di Apple Beats Music, siamo in grado di mostrare anche una schermata di come potrebbe apparire il servizio:

sentireascoltare_youtubemusic

Google non ha il senso dell’umorismo (ma premia la cura dei contenuti)

Foto CC/Flickr di Antonio Manfredonio / Manfris
 

“La seconda pagina di Google è il miglior posto dove nascondere un cadavere, perché non ci guarderà mai nessuno”: con un pizzico di humor nero ci addentriamo nel mondo dei motori di ricercaPensatech (@Pensatech) ci racconta cosa sono, l’evoluzione del Re dei motori, Google, e qualche consiglio per farsi trovare meglio.

Barbara Sgarzi (@BarbaraSgarzi), esperta di digital marketing e social media, ci spiega che Google non ha il senso dell’umorismo, quindi meglio titoli semplici e chiari, senza giochi di parole. E’ importante “il tocco umano“, non lasciatevi tentare dalle applicazioni che pubblicano in contemporanea su diversi social network, pensate a cosa state facendo e a chi vi rivolgete.

Secondo Massimo Carraro (@Maxthemonkey), copywriter e fondatore di Monkey Business, la cosa più importante è la cura dei contenuti, che paga anche sul lungo periodo. Nel web sono cadute le barriere tra siti di informazione, aziendali, di intrattenimento, i contenuti si cercano ovunque, l’importante è la chiarezza su cosa si veicola.

Riascolta la puntata andata in onda venerdì 10 gennaio 2014 su Radio Città del Capo:

Ma davvero studiando Google avremmo visto la crisi?

BERLINO – Nel suo intervento nella sala principale dell’art center Radialsystem V di Berlino ha mostrato in che modo già da ora l’analisi delle enormi masse di dati generate dal web possa far comprendere meglio le dinamiche dell’economia, specialmente in tempo di crisi. Hal Varian, chief economist di Google con un passato a Berkeley, ha accompagnato il pubblico dell’edizione 2012 di Falling Walls in un’analisi delle parole chiave più ricercate poco prima che la crisi del 2008 colpisse gli USA. Risultato? «La bolla immobiliare – la vera causa primaria – si sarebbe potuta vedere con un po’ di anticipo e, forse, si sarebbe potuto intervenire più tempestivamente».

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/google-crisi-analisi-parole-chiave-hal-varian#ixzz2Creh6Uf7

Nuovo test per il tumore al pancreas: lo ha scoperto un adolescente

Quando Jack Andraka è salito sul palco dell’Intel International Science and Engineering Fair si vedeva chiaramente che non era abituato a indossare giacca e cravatta. È logico per qualcuno come lui che si trova a proprio agio davanti a un computer collegato alla Rete o dietro un bancone di laboratorio. Ma ritirare il Gordon E. Moore Award, il premio intitolato a uno dei più importanti innovatori della storia del computer, poteva ben valere una giornata senza scarpe da ginnastica e t-shirt. In fin dei conti, si trattava di ritirare un assegno da 75 mila dollari in borse di studio e, quando hai quindici anni e vivi negli Stati Uniti poter già permettersi una buona università per il proprio futuro, non è cosa da poco.  La concorrenza era agguerrita: oltre mille e cinquecento altri geni delle scienze e dell’ingegneria, rigorosamente teenager. Jack Andraka li ha battuti tutti e dei tre «sul podio» era decisamente il più giovane.

Leggi il resto su Aula di Scienze