L’equivalente di 69 milioni di pasti l’anno finiscono direttamente nel pattume, ma quel cibo sarebbe perfettamente commestibile. Lo rivela uno studio su tre città americane, un numero che dà una dimensione ancora più drammatica alla questione.

Sorgente: NRDC: “An outrageous amount of food is wasted in our cities” – Food Tank

 

Etichette alimentari e UE: c’è ancora molto da fare

L’ultima legge europea sul food labeling è un passo avanti importante per una maggiore consapevolezza dei consumatori, ma le norme sollevano qualche perplessità

Da Oggiscienza.it:

2259224024_d5ac7518e5_zLa legislazione europea in tema di etichette dei prodotti alimentari è “una sinfonia incompleta”. Lo ha detto Ilaria Passarani, responsabile del settore cibo e salute dell’Organizzazione Europea dei Consumatori (BEUC) durante una conferenza organizzata dalla Commissione Europea per l’inaugurazione del padiglione EU a EXPO 2015. L’ultima legge europea sul food labeling è comunque da “considerarsi un passo avanti importante” nell’obbligo di fornire quelle informazioni che permettano ai consumatori di acquistare consapevolmente. In questo Passarani concorda con Alexandra Nikolakopoulou, responsabile dell’Unità Nutrizione e Composizione del Cibo della Direzione Generale SANTE della Commissione Europea. Ma per la rappresentate di BEUC è, almeno in parte, un’occasione persa.

Born, Raised and Slaughtered

Dal 13 dicembre del 2016 le etichette di qualsiasi tipo di carne venduta nell’Unione Europea dovranno indicare l’origine, come già avviene per la carne bovina in seguito alla crisi della cosiddetta mucca pazza. Le carni dovranno indicare in quale paese sono state confezionate. È qualcosa, ma come recita lo slogan del BEUC, si sarebbe preferito “raccontare l’intera storia“: non è infatti obbligatorio indicare dove è nato l’animale da cui proviene la carne, dove è stato cresciuto e dove è stato macellato, ma è sufficiente indicare l’ultimo passaggio della catena produttiva. “Provate a pensare a una lasagna pronta”, spiega Passarani, “Se gli ingredienti con cui è prodotta provengono da diversi paesi ma viene preparata da un’azienda italiana, può essere indicato solamente ‘Italia’ come paese di origine”. Si tratta di un punto sul quale anche il responsabile del food labeling del Dipartimento per l’Ambiente, il Cibo e l’Agricoltura inglese, Stephen Pugh, avrebbe preferito obblighi più specifici: un’indicazione di ‘nato, cresciuto e macellato’ (born, raised and slaughtered) per meglio orientare i consumatori.

Allergeni, nanomateriali, oli e leggibilità

La stessa nuova legge indica chiaramente che gli allergeni devono essere indicati all’interno dell’elenco degli ingredienti con una forma grafica, grassetto o corsivo, che li renda maggiormente evidenti sull’etichetta. Non più, quindi, frasi a parte. Altra novità è l’obbligo di rendere esplicita la presenza di nanomateriali, facendo seguire la parola ‘nano’ tra parentesi a questo tipo di ingredienti. Inoltre l’origine degli oli e dei grassi vegetali deve essere esplicitato, come per esempio se sono parzialmente o totalmente idrogenati.

Tutte innovazioni che rendono più informative le etichette, ma si occupano poco della loro leggibilità. “La Commissione ha indicato una misura minima di font per le etichette”, ci ha raccontato Passarani, “ma non si è lavorato sul contrasto di colore e altri elementi che rendono decisamente più facile da leggere le etichette”. Specialmente per le persone più anziane, che possono avere difficoltà maggiori anche con soluzioni tecnologiche più avanzate, come per esempio i codici QR, per cui serve uno smartphone.

Bar e ristoranti

Un’altra fonte di frustrazione è l’obbligo di indicare gli allergeni in ristoranti e bar. La nuova legge europea obbliga a indicare gli ingredienti potenzialmente allergici anche negli esercizi pubblici, ma si può farlo anche solamente a voce. “Come BEUC avremmo preferito che vi fosse l’obbligatorietà di metterli per iscritto nel menù”, afferma Passarani, “facilitando la consultazione per i clienti”. Questa soluzione avrebbe anche il vantaggio di non lasciare spazio per i dubbi sul fatto che l’esercente abbia o meno assolto gli obblighi previsti dalla legge: o sono scritti o non lo sono. A voce, invece, è più facile trovarsi in una situazione in cui non c’è chiarezza su questo punto.

Chi controlla?

Altro lato debole è il controllo. La legge europea prevede che siano i paesi membri a vigilare sull’applicazione della legge. Si apre tutto il capitolo sul fatto che le indicazioni nutrizionali (già obbligatorie sulle etichette) corrispondano al vero, un ambito sul quale i dubbi tornano ciclicamente a colpire i consumatori. Al di là del fatto che esistano o meno organismi preposti nei singoli paesi, il problema è se hanno o meno le risorse per farlo. Si domanda Passarani: “ipotizzando che debba essere la Guardia di Finanza ad occuparsene in Italia, ha le risorse per farlo?”. Rimane l’attività delle associazioni di consumatori, “che però hanno dei limiti” in questo senso.

Una questione anche di dosi

Resta poi un problema più grande, ovvero quello della capacità del consumatore di contestualizzare le informazioni nutrizionali che vengono indicate in etichetta. Per questo motivo durante la conferenze che si è tenuta a EXPO uno dei dibattiti più accesi si è sviluppato attorno al sistema a semaforo da applicare non all’intero prodotto, ma ai singoli componenti. “In questo modo, nell’arco dell’intera giornata”, ha spiegato Passarani, “un consumatore può regolarsi in base a quanti rossi, verdi o arancioni ha scelto nei suoi pasti di quel giorno”.

Ma si tratta di un sistema che, tra l’altro, incontra la resistenza dei produttori di alcolici, rappresentati alla conferenza da Dirk Jacobs della FoodDrinkEurope, un’associazione che tutela gli interessi dei produttori non solo in questo settore, ma in generale in quello delle bibite. Gli associati di FoodDrinkEuropa sono preoccupati che i loro prodotti possano essere troppo “rossi” e quindi ricavarne un boomerang commerciale. Per Stephen Pugh, invece, il sistema a semaforo è perfetto per quelle situazioni, come una pausa pranzo concitata, in cui prendiamo decisioni su cosa mangiamo in poco tempo e scegliamo cibi confezionati. “Quando mangiamo qualcosa di fresco, per esempio preparato da un artigiano”, ha aggiunto, “hanno poco senso, e infatti non è previsto”.

Educazione e informazione

Per uscire da questo impasse, generato da forti pressioni su più fronti, sarebbe importante lavorare sul piano educativo e fornire informazioni che permettano di contestualizzare i valori nutrizionali. A una nostra domanda precisa sul fatto che la Commissione si sia posta il problema di capire se i consumatori sanno che cosa significhi ingerire una certa quantità di calorie, Nikolakopoulou ha risposto citando l’indicazione della dose giornaliera consigliata. Che è un po’ come non rispondere. Forse perché il problema è davvero grande e implica uno sforzo educativo, informativo e mediatico che coinvolgerebbe anche altri ambiti di azione della Commissione (scuola, salute, politiche sociali). O forse perché la trattativa per questa legge nasconde una discussione piuttosto accesa e tutt’altro che pacificata.

Da qui al 13 dicembre 2016 dovrebbero vedere la luce gli atti delegati alla legge europea, che potrebbero aiutare a comprendere al meglio come, terminato il periodo transitorio, la norma dovrà essere effettivamente applicata. Mancano le indicazioni della tempistica, per cui la preoccupazione di Passarani che non arriveranno mai ha un legittimo fondamento. Staremo a vedere.

 

Guida Michelin 2014, l’Italia di riempie il piatto di stelle (con i pantaloni)

L’Italia fa scorta di stelle. Il 5 novembre è stata presentata alla stampa la nuova edizione, la cinquantanovesima, della Guida Michelin (foto: Gettyimages). Rispetto all’edizione del 2013, sulla quale abbiamo basato il nostro La grande cucina porta i pantaloni, le novità sono 29 nuovi ristoranti stellati: si passa da 307 a un totale di 329.

Dei nuovi ristoranti stellati, solo tre hanno in cucina uno chef donna: Maura Gosio (Petit Royal di Courmayer), Bruna Cane (I Caffi ad Acqui Terme) e Maria Cicorella (Pashà di Conversano). Le stelle soppresse che erano appannaggio di chef donna nel 2013 sono due, per cui il totale delle donne che dirigono una cucina stellata passa da 48 a 49, passando da 15,6% a 14,8%. Insomma: aumenta il divario tra uomini e donne ai fornelli doc, come mostra il grafico.

Per l’articolo completo di mappa e grafici interattivi vai su Data Wired.

Stelle Michelin: la grande cucina italiana porta i pantaloni

Lo chef italiano, specie se stellato, è maschio. I giudici del fenomeno Masterchef (che riprende a dicembre) sono tutti maschi. Le star della cucina ospitate in prima serata nei talk show sono sempre uomini, dai nostrani Gianfranco Vissani e Gualtiero Marchesi fino al fenomeno globale Jamie Oliver, passando per il molecolarista Ferran Adrià. Alle donne è riservato un ruolo più casalingo: nelle varie prove del cuoco dell’ora di pranzo, in cui di solito non si fa alta cucina, ma si va alla scoperta di ricette facili e veloci da portare in tavola per il resto della famiglia.

È solo una deviazione mediatica o le grandi cucine sono davvero dominio dei maschi? Per capirlo abbiamo trasformato in dati la Guida Michelin, una delle bibbie della ristorazione nel mondo. Tra una settimana uscirà l’edizione 2014, ma nell’edizione 2013, uscita all’inizio di novembre 2012, i ristoranti stellati in Italia sono 307. Quelli in cui troviamo una donna al comando sono solo 48, appena il 15,6%. Accanto a loro vi sono cinque ristoranti in cui la cucina è gestita contemporaneamente da una donna e un uomo: marito e moglie, o fratello e sorella. In sostanza appena più del 17%.

Per l’articolo in versione integrale e i grafici interattivi, oltre alla mappa vai su Data Wired.

Age-proof diet for longevity

We are what we eat. However, little is known on how a specific dietary regime can impact the life of the elderly. Now, researchers from an EU funded project called NU-AGE are investigating the effects of the Mediterranean diet on older people. Their aim is to get clues on how to counteract physical and cognitive decline through diet changes.

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