La zuppa del demonio

A Trieste + Fiction un documentario sull’industria italiana

Da Oggiscienza.it:

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SPECIALE OTTOBRE – Sembra strano trovare un documentario all’interno del programma di un festival di fantascienza come il Trieste + Fiction, giunto alla 14° edizione e impreziosito dalla presenza del maestro cileno Alejandro Jodorowsky. Eppure tanto strano non è, perché Davide Ferrario, regista che con il documentario ha un relazione iniziata già negli anni Novanta, ha voluto e potuto scavare dentro agli archivi del cinema d’impresa italiano per raccontare la storia di come l’Italia sia passata da paese agricolo a paese industrializzato nell’arco di un mezzo secolo costellato da due guerre mondiali. Secondo lo stesso regista, e secondo anche i curatori della selezione triestina, si tratta di un film che racconta un’utopia e, quindi, un tema caro alla fantascienza fin dai propri esordi. E quest’utopia ha a che fare con l’idea di progresso tecnico-scientifico, capace secondo questa retorica di migliorare le condizioni economiche del paese, emancipare le masse, migliorare le condizioni socio-sanitarie della popolazione, iscrivere l’Italia nel club dei paesi che contano a livello mondiale.

Il titolo è preso da Dino Buzzati, che definiva “zuppa del demonio” il metallo liquido che dalle fauci del forni dell’Italsider di Taranto diventava acciaio ritratto in un documentario degli anni Sessanta. “Cinquant’anni dopo”, ha detto Ferrario fin dalla presentazione del film fuori concorso a Venezia, “quella definizione è una formidabile immagine per descrivere l’ambigua natura dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso”.

Il documentario comincia dagli esordi del cinema, perché il primo film mai girato ritrae i dipendenti uscire dall’azienda Lumiere, a sottolineare fin dagli esordi lo stretto legame tra la nuova arte, il progresso tecnico e il mondo dell’impresa. Da qui si muove, grazie alle ricerche nell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea (nella vecchia sede Olivetti, protagonista di questa parabola), negli archivi della FIAT e praticamente ovunque in Italia si sia documentato il processo industriale del Novecento.

Mentre oggi siamo circondati di start up con vite fragili (almeno in Italia), aziende immateriali e liquide, vedere sullo schermo lo sforzo di un paese che ha messo le dighe ai fiumi per produrre l’energia elettrica, che ha costruito impianti industriali enormi come quello di Mirafiori e che ha sviluppato un settore come quello dell’acciaio (di cui ancora oggi l’Italia, nonostante i problemi legati all’Ilva e agli impianti di Terni, è ancora secondo produttore europeo) serve a ricordarci che il progresso novecentesco italiano è passato in buona parte da un’industria pesante e molto concreta. Il film si ferma all’inizio degli anni Settanta, quando l’utopia tecnico-industriale italiana si schianta contro la crisi petrolifera. Con una dose talvolta sorprendente di ingenuità, però, quell’utopia ha permesso all’Italia di diventare un paese moderno. Qualcosa si è poi inceppato, ma è un’altra storia, che meriterebbe un altro documentario.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Il cinema di fantascienza

Dai precursori a oggi: i film che hanno fatto la storia della fantascienza

SPECIALE OTTOBRE – In attesa di poter vedere (esce a novembre) Interstellar, film di Christopher Nolan con Matthew McConaughey che promette di riportare in auge la missione spaziale per salvare la Terra, e mentre ci apprestiamo a gustare a Trieste Science + Fiction il ritorno di Alex de la Iglesia (Le streghe son tornate) e di Nacho Vigalondo (Open Windows, con Elijah Wood e Sasha Grey), oltre che Liev Schreiber dentro alla tuta da astronauta (Last Days On Mars di Ruairi Robinson) proviamo ad andare alla radice del genere e seguirne alcuni sviluppi.

Definizioni di genere

Che cosa sia davvero il cinema di fantascienza oggi, è difficile dirlo. Vi rientra un film come l’ultimo di Alex de la Iglesia, una commedia in salsa fanta in cui dei ladri si trovano ad affrontare un gruppo di streghe. E sembra rientrarvi anche il genere supereroistico di Marvel e affini. Film che non rientrerebbero nella definizione di fantascienza che John Wood Campbell jr. usava da direttore di Astounding Science Fiction negli anni Quaranta e Cinquanta: un’ipotesi del futuro basata sulla proiezione nel futuro di un aspetto probabile della società e della tecnologia di oggi. Nemmeno un’icona del genere, quel 2001: Odissea nella spazio (Stanley Kubrik, 1968) che ha segnato uno spartiacque netto nello sviluppo del genere, sembra del tutto ricadere in questa cerchia (non è quel futuro ottimista basato sulle conoscenze tecno-scientifiche), eppure lo riconosciamo senza indugi nel genere.

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Non rientrerebbero nemmeno quelli che tradizionalmente vengono indicati come classici precursori. Ad iniziare dal Voyage dans la Lune di George Melies (1902), il primo viaggio fuori dalla Terra raccontato al cinematografo, con immagini figlie di un raffinato uso di trucchi artigianali. Melies è più legato al genere della fiaba, così come i film degli anni Trenta di James Whale (Frankenstein del ’31, L’uomo invisibile del ’33 e La moglie di Frankenstein del ’35), che pure giocano con laboratori, scienziati ed esperimenti, sono da ascrivere più al genere horror o gotico più che alla fantascienza in senso stretto. Ciò non toglie che abbiano avuto un ruolo determinante nel definire un immaginario. A questi precursori, in uno sguardo comunque a volo d’uccello, vale però almeno la pena ricordare il King Kong di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack (1933) e la figura di Fritz Lang, autore tedesco celebre nella fantascienza per il suo Metropolis (1926).

Il secondo Dopoguerra e l’esplosione

Come nel caso della narrativa fantascientifica, anche il cinema esplode negli anni Cinquanta e negli Stati Uniti. Il paese è ricco e in crescita (è il periodo in cui nascono i baby boomers), ma si sente comunque minacciato dal clima della Guerra fredda. La fantascienza diviene il luogo ideale per dare sfogo alle paure dell’altro, del diverso e allo stesso tempo intrattenere con stratagemmi spesso non molto più raffinati dell’azione da B-movie. Eppure la produzione è vastissima e tra i tanti film dimenticabili, usa e getta, si trovano veri capolavori o comunque film emblematici del genere. Come L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956), che con l’invasione degli aliene dà voce alla paura dell’arrivo dei sovietici in casa propria, La guerra dei mondi di Byron Haskin (1953) tratto dal romanzo di H.G. Wells e Ultimatum alla Terra di Robert Wise (1951). Film che in alcuni casi possono anche addirittura rientrare in un filone di propaganda anticomunista, con una netta distinzione tra buoni e cattivi, bene e male. Fuori dagli Stati Uniti è da ricordare l’icona Godzilla di Ishiro Honda (1954), riproposto recentemente nel reboot di Gareth Edwards.

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Negli anni Sessanta anche al cinema fa il suo ingresso la riflessione sociologica e filosofica. I film di fantascienza, prima tutti azione e pericolo, si fanno anche più riflessivi e critici. Non deve stupire, ripensando alla successione di avvenimenti che caratterizzano la storia americana del decennio: l’episodio della Baia dei Porci, la crisi dei missili di Cuba, l’assassinio del presidente Kennedy, l’inizio della Guerra del Vietnam. Paure sociali che si incarnano in un film come The Manchurian candidate (1962, in italiano: Va’ e uccidi) di John Frankenheimer. Con un cast di prim’ordine (Frank Sinatra, Lawrence Harvey e Janet Leigh), mette in scena un tentativo di assassinio del presidente attraverso un veterano della Corea che ha subito il lavaggio del cervello dai comunisti e può essere telecomandato come un automa. Viene rifatto nel 2004 da Jonathan Demme: cambia la guerra (dalla Corea alla prima Guerra del Golfo), ma il miscuglio di fantapolitica e thriller non cambia, a testimonianza di un connubio tra fantascienza e politica che rimarrà duraturo nei decenni, specialmente quando si interseca con il complottismo (vedi, per esempio la serie X-Files).

In questo periodo comincia anche ad andare in onda Star Trek che rinverdisce il genere della space opera, e noti autori di narrativa vengono chiamati a collaborare con gli studios. È il caso di Isaac Asimov per Viaggio allucinante del 1966 e Arthur Clarke per 2001: Odissea nello spazio. Di questo periodo è da tenere a mente almeno Il pianeta delle scimmie del 1967 e il fatto che si cominciano a produrre film di fantascienza anche in Europa. La nouvelle vague francese ci mette Agente Lemmy Caution – Missione Alphaville di Jan-Luc Godard (1965), Je t’aime, je t’aime di Alain Resnais (1968) e Fahrenheit 451 di Francois Truffaut (1966). In Italia i due autori più prolifici sono Mario Bava (suo Terrore nello spazio del 1965 che ha influenzato Alien di Ridley Scott del 1979) e Antonio Margheriti (Space men del ’60 e I criminali della galassia del ’66).

Anni Ottanta: età d’oro?

A giudicare dal numero di film che si sono incastonati in maniera indelebile nell’immaginario collettivo (a volte generando anche merchandise miliardario) verrebbe da pensare che se per la narrativa la golden age è il ventennio Quaranta – Sessanta, per il cinema lo è la decade degli Ottanta. Con alcuni prodromi: almeno Guerre Stellari di George Lucas (1977), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977) e  Alien. Gli anni Ottanta mettono in fila una serie impressionante di titoli celebri, possibili sia per lo sganciamento dagli stilemi degli anni Cinquanta, sia per le possibilità tecniche conquistate al cinema in questo periodo. Escono così: Blade Runner di Ridley Scott, La cosa di John Carpenter e Tron di Steven Lisberg (tutti del 1982); poi Terminator di James Cameron (1984), La mosca di David Cronenberg (1986), Robocop di Paul Verhoeven (1987), la trilogia di Ritorno al futuro firmata da Robert Zemeckis (tra il 1985 e il 1990). Molti sono anche grandissimi successi commerciali, fatto che sembra indicare come la fantascienza cinematografica stia uscendo dalla nicchia del genere per invadere il cinema di massa e i blockbuster.

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Si tratta di un tendenza che si prolunga almeno in parte anche nel decennio successivo, quando escono film autoriali importanti come L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (1995), Gattaca di Andrew Niccol (1997) e Dark City di Alex Proyas (1998). Ma sono anche gli anni di altri fenomeni di massa, come The Matrix dei fratelli Wachowski e interpretato da Keanu Reeves, che ripropone tematiche cyberpunk in salsa filosofica, e di campioni al botteghino come Indipendence Day di Roland Emmerich con Will Smith.

Le innovazioni tecniche

Negli ultimi vent’anni, da quando cioè la fantascienza ha definitivamente rotto gli argini ed è diventata parte integrante, ma per fortuna non solo, delle grande produzioni internazionali, si è potuta sempre avvantaggiare delle ultime innovazioni tecnologiche per ottenere le scene più spettacolari e le riprese più interessanti. Tutto con lo spirito di rendere realistico qualcosa che è, per sua natura, irreale. Qui ricorderemo solamente tre esempi. Il primo è il bullet time, una tecnica resa nota dalle spettacolari scene di azione di Matrix. Basata sull’utilizzo di una grande quantità di fotocamere superveloci in una spirale. L’effetto permette una slow motion in cui la telecamera sembra girare attorno al soggetto. Per vedere come funziona, potete fare ricorso a Youtube.

Sette anni più tardi, lo stile estetico di A Scanner Darkly, film con Keaunu Reeves (ancora lui!) e basato sull’omonimo romanzo di Philip Dick, ha portato agli onori delle cronache la tecnica dell’animazione digitale in rotoscope: gli attori vengono filmati in digitale e poi trasformati in un processo che per il film di Linklater ha richiesto 15 mesi di post-produzione. Infine, Avatar, il film monstre (per costi: 237 milioni di dollari) di James Cameron. Uscito nel 2009, ha segnato lo standard dell’uso del 3D al cinema. Se la trama è un po’ debole, sono impressionanti le risorse che sono state investite per ricreare le creature blu e i vasti paesaggi alieni del film.

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I film migliori, però, non si basano solamente sull’utilizzo spettacolare della tecnica, ma su costruzioni narrative e, a volte, sociologiche innovative. In fondo, di 2001: Odissea nello spazio quello che più rimane allo spettatore è l’impianto filosofico e psicologico che Kubrick ha scelto di rappresentare, e lo stesso vale per un capolavoro del cinema come Solaris di Andrej Tarkovsky (1972). Ed è una strada che hanno continuato a battere anche grandi produzioni, come Gravity di Alfonso Cuaròn (2013), o piccole e indipendenti come quella di Moon di Duncan Jones (2009). Insomma, c’è ancora un futuro da esplorare. E guardare.

Fantascienza, scientifiction, science fiction: storia aperta o chiusa?

Le pagine che hanno fatto la storia della fantascienza

Da Oggiscienza.it:

SPECIALE OTTOBRE – Tra i blockbuster cinematografici degli ultimi anni c’è un tasso di fantascienza di vario genere che è paragonabile solamente alla sbornia degli anni Ottanta, quando uscivano a distanza ravvicinatissima due episodi della trilogia originale di Guerre Stellari, Blade Runner, E.T., Ritorno al futuro, Robocop e Terminator, solo per citare quelli più noti. Film come Avatar o alcuni episodi dei supereroi Marvel sono rapidamente diventati alcuni dei film dal maggiore incasso della storia del cinema. Titoli come Spider Man e The Avenger, però, sollevano quasi immediatamente il dibattito su cosa sia effettivamente fantascienza. Lo è la storia di un supereroe in calzamaglia nella New York contemporanea? Lo sono le vicende di un dio di Asgard, come Thor, che si dibatte tra la Terra e il proprio universo? Difficile dare una risposta univoca, perché lungo la storia del genere, la stessa definizione è cambiata più volte.

Un pugno di “giornaletti”

Il termine ‘fantascienza’ ha un anno di nascita preciso. Si tratta del 1952, quando Giorgio Monicelli così definisce i romanzi e i racconti che pubblica la neonata collana che dirige: Urania. Il termine deriva dall’inglese ‘science fiction’, che però, a essere pignoli, ha un senso leggermente diverso. Prima di Monicelli non si usava in italiano la parola fantascienza, ma ci si riferiva in vario modo al fantastico, all’avventura, alla narrativa d’evasione o ad altro ancora. Dagli anni Cinquanta, quindi, si recuperano alla fantascienza gli autori delle decadi precedenti che avevano gettato le basi del genere. I due capostipiti inamovibili sono sempre Jules Verne e H.G. Wells, quasi icone di due modi complementari di intendere la fantascienza stessa. Verne è un entusiasta della tecnologia e dell’innovazione che vive in prima persona in pieno boom da Rivoluzione industriale nella seconda metà del XIX secolo. Wells è invece più pessimista e apocalittico: basta ricordare la sua Guerra dei mondi per chiarire l’idea.

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Il genere si è definito a opera di un pugno di autori, soprattutto americani, raccolti attorno alla rivista Amazing stories fondata nel 1926 da Hugo Gernsback. Sono questi gli inizi canonici del genere, che si svilupperà in un’altra rivista di Gernsback, Science Wonder Stories (aperta nel 1929), e proseguiti su quelle che vengono chiamate riviste pulp, riviste che pubblicavano generalmente narrativa di genere per un pubblico di massa. Niente di raffinato e colto, ma solamente evasione e intrattenimento. La fantascienza delle riviste nasce in un momento di grande trasformazione tecnologica della società occidentale, quando nel giro di pochi decenni si avvicendano la nascita del cinema e della radio, la fondazione dell’aviazione e la scienza stessa attraversa un periodo di grande crisi e rinnovamento: basti pensare alla fondazione di quella che chiamiamo fisica moderna a cavallo tra l’inizio del Novecento e la Seconda Guerra Mondiale.

Magnifiche sorti e progressive

Gli autori di questa Età dell’Oro della fantascienza, che si protrae fino agli anni Sessanta, sono per lo più entusiasti sostenitori del progresso tecnologico e scientifico, in una maniera quasi acritica. Le storie di “scientifiction” (scientific + fiction), come le chiamava Gernsback, di Edmond Hamilton, Jack Williamson ed Edward Elmer Smith, per citare i più noti, sono state progressivamente ridimensionate dalla critica rispetto al loro valore letterario. Più fortunate le penne di Robert Heinlein (Fanteria dello spazio del 1959, per citare un suo libro famoso), di Clifford Simak o del più celebre Isaac Asimov. Quello che non cambia, pur nelle diverse declinazioni, è la visione di fondo di un futuro ineluttabilmente reso migliore dalla tecnologia e dalla scienza.

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Non mancano, ovviamente, le eccezioni. Come quel 1984 (1948) scritto dall’inglese George Orwell e tirato con forza dentro al genere dai lettori, quando però le basi da cui era partito l’autore erano leggermente diverse (critica sociale e politica). Dall’altra parte dell’oceano c’è Ray Bradbury, che scrive Cronache marziane (1950) e Fahreneit 451 (1953), opere che vengono accettate da subito anche nella narrativa mainstream. Le loro opere, seppure diversissime, offrono però uno sguardo problematico sull’idea di futuro.

Entra in gioco la sociologia

Il panorama cambia radicalmente negli anni Sessanta, quando comunque Asimov e compagnia continuano a scrivere le proprie space opera. John Wood Campbell jr., durante la propria direzione della rivista Astounding Science Fiction iniziata nel 1947, aveva messo dei paletti precisi a cosa fosse fantascienza: un’ipotesi del futuro basata sulla proiezione nel futuro di un aspetto probabile della società e della tecnologia di oggi. Campbell ha, cioè, contribuito in maniera decisiva alla definizione dei romanzi, diremmo per esemplificare, à la Asimov.

I terremoti sociali che si affacciano sugli anni Sessanta, uniti a un trauma come l’utilizzo dell’arma atomica durante la Seconda Guerra mondiale, il “peccato” della scienza come viene anche interpretata, contribuiscono a gettare ombre sulla tecnologia e le sue conseguenze per la società. Si entra in un periodo di grande innovazione per il genere che viene chiamato “new wave”, la nuova ondata. Sono autori che si vogliono occupare di aspetti sociali e psicologici del mondo in cui vivono. In Gran Bretagna, il più importante, è James Ballard, autore di Tempesta di cristallo (1966) e La mostra delle atrocità (1969). Sono opere in cui il confine tra quello che è reale e quello che è immaginato è annullato: personaggi reali come Marilyn Monroe si trovano a viaggiare tra diversi piani dell’universo, in una sovrapposizione mai così forte tra narrato e vissuto.

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L’altro grande innovatore è l’americano Philip Dick. Con La svastica sul sole (in originale The Man in the High Castle, 1962) costruisce una delle più potenti ucronie, o universo parallelo, della storia: un mondo in cui il Terzo Reich di Hitler ha vinto la Guerra e domina il mondo. Dick gioca costantemente con l’allucinazione e l’immaginario potremmo dire psichedelico che nasce in quegli anni. Il suo romanzo più noto fuori alla cerchia dei fan è probabilmente Il cacciatore di androidi (1968) da cui nel 1982 Ridley Scott trae Blade Runner. Sono mondi negativi, come specchi deformanti della società a lui contemporanea, figlia di una Guerra Fredda e di una crescente tensione sociale.

Cyberpunk: la fantascienza “entra” nei computer

Se la narrativa di fantascienza nasce in un periodo di grande accelerazione della tecnologia, come è l’inizio del Novecento, e conosce la sua epoca dorata nel Secondo Dopoguerra, il terzo grande momento di splendore della fantascienza è rappresentato dagli anni Ottanta, quando sulla scena del personal computer e di Internet. Sono gli stessi anni dei primi successi commerciali di aziende che diventeranno giganti del settore informatico come Apple e Microsoft. I libri cardine sono Neuromante (1984), firmato da William Gibson, e la raccolta di racconti Mirrorshades (1986) curata da Bruce Sterling e determinante per definire il sottogenere. La cibernetica, termine da cui deriva anche cyberpunk, e il suo rapporto con l’umano, la commistione uomo-macchina, è al centro delle tematiche, subito definito anche da una matrice politica fortemente connotata (la componente punk). La società è spesso caratterizzata dall’assenza di un potere politico, a favore di multinazionali onnipotenti, quasi sempre connotate negativamente. Questo rapporto con un potere distorto rappresenta spesso una critica socio-politica, ereditata da autori della fantascienza sociologica, del consumismo.

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Gli eroi cyberpunk per antonomasia sono gli hacker informatici, epigoni romantici dell’eroe duro e puro, esterno al sistema che cerca di abbattere. Un ulteriore elemento che conferma la vicinanza della società attuale, la nostra, con i suoi Snowden e Assange, e quella degli autori del cyberpunk. Una distanza di sicuro molto ridotta rispetto agli scenari da space opera della golden age che, ad oggi, rimangono in tutto e per tutto fantascienza. In questo senso, diversi critici letterari hanno parlato di un “futuro che non è più quello di una volta”, sconvolto da visioni distopiche tremendamente vicine a quelle di movimenti politici attuali, e così terribilmente concreto rispetto a mondi lontanissimi di Asimov e Brian Aldiss. La scienza non è più necessariamente un valore positivo, così come non lo è più la tecnologia: in fondo hacker e multinazionali usano le stesse armi per sfidarsi. Siamo di fronte a un mondo foucaultiano, in cui il controllo è l’elemento decisivo rispetto alla voglia di esplorazione e di perlustrazione dell’ignoto, per quanto razionale.

Forse avevano ragione Antonio Caronia e il collettivo Un’ambigua utopia nel decretare la morte della fantascienza con l’esaurirsi del cyberpunk, che da genere carbonaro d’avanguardia si è presto insinuato nel mainstream. Ma la morte non deve essere vissuta come una fine, quanto l’inizio di un nuovo modo di essere della fantascienza. Perché per secoli l’uomo ha vissuto nell’apparente immutabilità del proprio futuro. Il Novecento con il suo progresso accelerato ha mostrato che non è più così, e la fantascienza nelle sue varie forme è stato un elemento di riflessione importante nel rapporto tra società, scienza e tecnologia. Il nuovo secolo sembra essere iniziato con l’uomo “al passo” con il futuro e oggi c’è tanta fantascienza tra di noi, in libri, film, serie televisive e altro, che forse non ha più senso che rimanga nel ghetto, ancorché vitalissimo e dorato, della narrativa di genere.

@ogdabaum

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Pensieri atomici | Andare indietro nel tempo per risolvere i problemi del presente: X-Men, ma non solo…

Se siete andati a vedere l’ultima puntata della saga cinematografica targata X-Men, sapete che i viaggi nel tempo possono essere fondamentali per risolvere i problemi del presente. L’idea non è certo originale nella fantascienza, ma nel mondo degli eroi mutanti si connota in modo un po’ particolare.

Il ritorno al passato per evitare le tragedie del presente è il sistema che le navi spaziali del 2249 nel cortometraggio Exit Log di Chris Cornwell. Il “Timedrive” permette di tornare indietro di soli 3 minuti, ma dovrebbe essere un elemento di sicurezza piuttosto efficace nel caso di incidenti spaziali.

Da notare che l’equipaggio (o almeno quella parte che vediamo nel film) è completamente femminile, caratteristica non banale, soprattutto se pensiamo alla fantascienza classica.

Il film fa parte delle Imagination Series targata dal famoso Bombay Sapphire. Non mi piace il liquore, ma l’iniziativa sì. L’idea è semplice, ma assolutamente efficace. Geoffrey Fletcher, sceneggiatore premio Oscar per Precious, butta giù un’idea (diremmo, un soggetto) per un film di 5 minuti. Al Tribeca festival la giuria seleziona il miglior film che è venuto fuori da quell’idea primordiale. Exit Log è uno dei 5 selezionati (su 34) all’ultima edizione.

Per fortuna che qualcuno me lo ha prestato. Devo ancora finirlo, ma mi sembra un libro fondamentale del Novecento (e un capolavoro della fantascienza, tra l’altro).

Pensieri atomici | Snowpiercer: Adamo ed Eva di ghiaccio

Snowpiercer di Bong Joon-ho

 Impressiona la forza visiva di Bong Joon-ho, regista coreano (The Host) che carica su di un treno qualche star di Hollywood per un viaggio circolare senza fine fuggendo dal freddo polare che si vede di là dal finestrino. Film apocalittico, con scene piuttosto cruente e sanguinolente (gestite magistralmente con l’uso della slow motion e del chiaroscuro), che si rifà ai miti antichi (l’arca di Noè, Adamo ed Eva nel finale), ma anche più recenti (il primo uomo sulla Luna) ed è popolato di pazzi furiosi (la guardia del corpo in completo grigio, l’insegnante della scuola, Mason/Tilda Swinton con dentiera e occhialoni), Snowpiercer è una gioia da vedere per gli amanti della fantascienza. Rimane in bilico sul filo dell’assurdo grazie al fatto che parla di cose che ci riguardano. Su tutte, il fatto che l’umanità a volta non ci sembri che un groviglio di pulsioni assassine, prevaricatrici ed egoiste.

C’è qualche buco di trama, ma ci sono anche effetti narrativi notevoli (come il segreto per l’assenza di braccio sinistro e la gamba destra di Gillian, che viene svelato con un ribaltamento nel finale).

Regno del citazionismo anche narrativo, dai Racconti macabri di Malroux alla Bussola d’oro di Pullman, passando per un decina di classici della fantascienza. E chissà quante citazioni di opere orientali ci perdiamo: sarebbe da fare un quiz/contest…

Qui sotto, invece, il prequel in computer grafica in cui Yona racconta l’antefatto da cui tutto è partito:

Iron Sky: un film che mostra la propria finezza nella colonna sonora

Ho visto Iron Sky e della sua intelligenza mi hanno convinto i Laibach…

Ho visto Iron Sky e della sua intelligenza mi hanno convinto i Laibach…

Giustamente i produttori di Iron Sky sono andati a bussare alla porta dei Laibach per la colonna sonora del loro film sulla riconquista della Terra da parte del IV Reich a partire dalla faccia oscura della Luna. Per un film satirico che ha a che fare con le idee di imperi (e qui ce ne sono due che si fronteggiano, quello nazi e quello a stelle e strisce) la colonna sonora la poteva scrivere solo chi si era già fronteggiato con un intero disco, Volk (2006), dedicato a riletture di inni nazionali con uno stile tra il nazionalista pacchiano e la presa per il culo a volte nemmeno tanto nascosta.

Per l’America, che in Iron Sky è rappresentata da una presidente guerrafondaia che pensa solo alla propria rielezione, nell’America dei Laibach c’era un epitaffio beffardo: “America – the end of history, the end of time, the end of family, the end of crime”. Il filo dark, oramai intrapreso da diversi anni nella discografia del gruppo sloveno che ha radici negli anni Ottanta di un industrial intransigente, è qui dark humour. Lo stesso che si sviluppa nel film finlandese, con una “esperta della terra” che si innamora a prima vista delle città americane e che crede che il nazionalsocialismo sia il bene assoluto (vedere la scena in cui si avvicina a un gruppo di neo-nazi), con un modello brainless che da fratello di colore si ritrova salvato e trasformato in ariano albino (e quindi diventare barbone bianco e complottista in opposizione alla figura più canonica del nero da ghetto abbondato dalla fortuna). E ancora con una esperta di marketing che gestisce la campagna per la rielezione della presidente in modo completamente casuale, lontano da quelle uscite mediatiche studiate con il microscopio a cui ci ha abituato la politica a stelle e strisce degli ultimi decenni.

Il film qua e là zoppica, forse colpa anche della traduzione italiana in cui l’ho visto, ma è divertente e meno scemo di quanto possa sembrare. Il fatto che si sia scelto i Laibach come compositori della colonna sonora non fa che confermare l’intelligenza di questi matti che vengono dal lato oscuro del cinema finlandese.

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