Le Storie Naturali di Primo Levi

Una mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano è una buona scusa per tornare a leggere uno degli autori di fantascienza più trascurati

Lo scorso 2016 l’editore Einaudi ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e più completa delle Opere di Primo Levi e l’evento è celebrato da una mostra, I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza, che fino al 19 febbraio è visitabile al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano: una buona occasione per tornare sui suoi racconti fantascientifici e fantastici.

Non fosse altro che per la facilità con cui l’abbiamo incontrato nel percorso scolastico, Primo Levi è sicuramente una figura familiare di testimone della barbarie della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’internamento, per i suoi due libri sulla sua prigionia ad Auschwitz (Se questo è un uomo del 1947 e ripubblicato nel 1958 da Einaudi) e il viaggio di ritorno a casa alla fine del conflitto (La tregua del 1963). Ma questo è solo una parte della scrittore Primo Levi, che in prima persona era consapevole del rischio di essere messo nell’angolo dei testimoni dell’orrore e che, sempre con il proprio stile pacato, ha cercato di emanciparsi da quell’etichetta che gli andava stretta. Tra le raccolte di racconti, quasi sempre a sfondo fantastico e fantascientifico, abbiamo scelto di rileggere la prima, Storie naturali, pubblicata nel 1966.

Leggi tutto “Le Storie Naturali di Primo Levi”

La fantascienza che vedremo nel 2017

Il prossimo anno si preannuncia ricco di sorprese per gli amanti della fantascienza, ecco alcuni titoli

STRANIMONDI – Qualcuno l’ha già definito come uno degli anni più geek che si ricordino. Noi di Stranimondi abbiamo cominciato a dare un’occhiata a quello che ci riserva il 2017 e cercato di incrociare la nostra passione nerd e geek con l’appiglio più hard della fantascienza e proponiamo una selezione di quello di più interessante che si potrebbe vedere nel corso del prossimo anno, al cinema e dintorni. Seguiamo un ordine cronologico, basato sull’uscita ufficiale originale (per cui qualche proposta potrebbe arrivare un po’ dopo in Italia). Via!

Tha Arrival, 19 gennaio

Piccolo sgarro per questo film che in realtà è arrivato nelle sale americane già nel 2016, ma che arriverà in Italia a fine gennaio. Gli oggetti giganti sono in realtà delle grandi astronavi con cui arrivano degli alieni di cui non sappiamo davvero le intenzioni. Primo problema: riuscire a comunicare. Ecco il ruolo di Amy Adams che interpreta un’esperta di linguistica. Oltre a lei, anche Hawkeye/Jeremy Renner e Forest Whitaker. La regia di Denis Villeneuve (Sicario) dovrebbe bastare a garantire il prodotto.

The Space Between Us, 3 febbraio

Un ragazzino nato su Marte (il primo essere umano) si innamora (o giù di lì) di una ragazza terrestre chattando online. Se dal trailer lo svolgimento sembra più da romantic comedy, la scienza – a giudicare dal secondo trailer in circolazione – sembra al centro dei problemi che chi non ha mai sperimentato la gravità terrestre e la nostra atmosfera potrebbe dover affrontare. Se però non avete troppe pretese e volete una serata di relax al cinema, forse potrebbe essere la scelta giusta, tenendo conto che in USA esce proprio a ridosso di San Valentino…

The God Particle, 24 febbraio

La particella di Dio è (sigh!) proprio quella, il bosone di Higgs, che in qualche modo è alla base della scomparsa della Terra quando due astronauti vi fanno ritorno. Non c’è ancora un’immagine da cui poter giudicare almeno lo stile del film, ma il segreto è uno dei tratti oramai caratteristici del suo produttore, J.J. Abrahams. Anche del resto si sa poco o nulla: con la regia affidata al mestierante Julius OnahThe God Particle è il terzo capitolo della serie antologica Cloverfield.

godparticle


Ghost In The Shell, 31 marzo

Scarlett Johanson, che continua a frequentare il mondo della fantascienza da anni, dà corpo a uno degli anime più famosi di tutta la storia del cinema giapponese. Ideato originariamente da Masamune Shirow in forma di manga negli anni Ottanta, è la prima volta che approda al live action. Se volete recuperare tutto il regresso (non è necessario per apprezzare questo che di fatto è un reboot in chiave hollywoodiana) potete trovare una guida qui.

Life, 26 maggio

Una delle proposte più interessanti lontano dai grossi franchise. Jake Gyllenhaal è uno dei sei membri dell’equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale quando l’uomo scopre la prima forma di vita oltre la Terra che non si rivela esattamente pacifica… Sperando che non scada troppo nell’horror, le premesse sono interessanti.

World War Z Sequel, 9 giugno

L’infezione che rende i contagiati degli zombie è pronta a tornare. Dopo un avvio incerto, il primo capitolo è diventato un piccolo classico dell’action fantascientifico apocalittico, al punto che la produzione ha messo in cantiere il secondo capitolo e Brad Pitt ha confermato che sarà della partita. Per cui, ripassiamo un po’ l’atmosfera con il trailer del primo episodio:

Valerian, 21 luglio

Ennesimo tuffo nella fantascienza per Luc Besson, il cui ultimo sforzo in questo senso, Lucy, non è però stato memorabile, nonostante Scarlett Johanson e Morgan Freeman. Questa volta siamo nella sezione agenti-che-viaggiano-nel-tempo-per-salvaguardare-l’umanità con due protagoniste donna (caratteristica che fin dal Quinto elemento sembra imprescindibile nella fantascienza del regista francese). Da prendere in considerazione con il beneficio del dubbio.

ce0grc_umaahvs7

Star Wars Episodio VIII, 15 dicembre

Serve dire altro?

star-wars-episode-viii-logo-poster-by-rob-keyes

The Six Million Dollar Man, 22 dicembre

Vi ricordate la serie televisiva (o telefilm, come si diceva allora) in cui si usava lo slow motion accompagnato da effetti sonori stravaganti per sottolineare che il protagonista non era un semplice uomo, ma un uomo-macchina? Se non ricordate, abbiamo preso un piccolo spezzone per rinfrescarvi la memoria. L’idea è un po’ quella di Robocop, ma senza il sottotesto giustizialista: il colonnello Steve Austin viene riportato in vita dopo un grave incidente trasformandolo in un uomo bionico/perfetta macchina per le missioni impossibili. La serie degli anni Settanta ha anche generato lo spin off della Donna bionica.

Mute, non specificato

Duncan Jones, il regista di un piccolo capolavoro di science-fiction come Moon ritorna alla fantascienza dopo l’esperienza di Warcraft. Si tratta di un non meglio specificato thriller fantascientifico in cui un barista muto (da cui il titolo) di Berlino va alla ricerca della propria fidanzata. Si sa poco o niente, se non che il film verrà distribuito da Netflix direttamente sulla propria piattaforma di streaming e in una versione adatta anche al cinema. Visto il regista, comunque, questo è da prendere a scatola chiusa.

php8v2lulmkdtq_1_l

[Da OggiScienza.it]

Non si esce vivi dagli anni ’80: Paper girls, una Stranger Things a fumetti?

Il nuovo fumetto di Brian K. Vaughn edito da BAO Publishing si specchia nella stessa nostalgia 80s della serie di Netflix. Ma con uno scopo un po’ diverso

Stranger Things, il fenomeno Netflix di cui abbiamo parlato due settimane fa inaugurando la seconda stagione di Stranimondi, è una dimostrazione di amore per l’immaginario nerd degli anni ’80, quello fatto di film come Star Wars Stand By Me, delle pellicole di Steven Spielberg e dei libri di Stephen King, di città di provincia e ragazzini in bicicletta. E proprio dal mezzo a due ruote prende spunto anche Paper Girls (prime 44 pagine qui), il nuovo fumetto di Brian K. Vaughn -già acclamato per la serie Saga- e disegnato da Cliff Chiang, di cui BAO Publishing ha appena pubblicato in Italia il primo volume.

La storia ha per protagoniste quattro ragazzine di Cleveland che consegnano i giornali a domicilio in sella alle loro biciclette. C’è la “novellina” che si deve inserire nel gruppo, la poco di buono che è anche leader del gruppetto, quella taciturna ma decisa e la timorosa un po’ imbranata. La mattina del 1° novembre 1988, quindi ancora nella notte di Halloween, le quattro protagoniste si trovano a dover affrontare un’invasione aliena mentre tutti gli adulti sono misteriosamente spariti. Ma da dove vengono questi esseri che parlano in modo strampalato e cavalcano degli pterodattili? E chi sono questi “giovani” che cercano di metterle in guardia sulla cattiveria dei “vecchi”?

screen-shot-2015-11-07-at-10-53-25-am

La storia, tra il romanzo di formazione e la fantascienza 80s, porta subito in territorio Goonies ed E.T., ma anche nelle atmosfere dei film del Brat Pack, come I ragazzi della 56^ strada di Francis Ford Coppola. Ma se il materiale di partenza è il medesimo di Stranger Things, la strada che la serie di Vaughn sembra intraprendere in questo primo volume è leggermente diversa. L’autore americano, che tra l’altro è proprio di Cleveland, pure dimostrandosi profondo conoscitore di quel decennio, preferisce usare gli elementi della nostalgia, ma anche la stessa fantascienza, per affrescare un ritratto generazionale di quell’America, come testimoniato direttamente dalla comparsata del presidente-attore Ronald Reagan o dal dibattito sull’opportunità di portare con sé o meno una pistola per difendersi. Sullo sfondo, ma si deve fare qualche sforzo per cogliere questi elementi, ci sono le tensioni in Medio Oriente, la Guerra Fredda agli sgoccioli e una società civile che sta per cambiare profondamente, ma non sa ancora come.

papergirls03-664x1024Gli elementi di interesse scientifico e tecnologico, però, non mancano. Il fumetto si apre subito con una tragedia spaziale, quella del Challenger del gennaio del 1986, in cui trovarono la morte tutti i membri dell’equipaggio, tra cui l’insegnate Christa McAuliffe che appare in sogno alla protagonista Erin. Il dibattito sulla trasmissione dell’HIV, l’epidemia che ha segnato quest’epoca, è concentrato in uno scambio di battute tra le protagoniste, incerte se sia solo una “malattia degli omossessuali” o meno: una fotografia delle paure di allora, com’è raccontato quasi in diretta dall’opera teatrale di Tony Kushner Angels in America (1992 -1995). La macchina del tempo che ha un ruolo centrale (e dal finale del volume, lo avrà ancora di più in futuro) nella storia ha le fattezze della capsula dell’Apollo usata per il rientro delle missioni lunari. C’è anche un riferimento alla Apple e ai Macintosh che in quello scorcio di decennio si stavano diffondendo, ma in una modalità simbolica un po’ confusa: bisognerà attendere il proseguimento della serie per capirlo.

L’impressione generale, però, è che l’interesse di Vaughn per questo tipo di elementi risieda più che altro nel loro potere evocativo di un’epoca e di un’atmosfera, usati alla perfezione per gettare il lettore in una situazione familiare, ma allo stesso tempo improbabile, che permette di riflettere sull’essenza stessa della società che da quel decennio è uscita. L’uso della nostalgia per parlare della nostalgia, come ha scritto qualche critico di fumetti: forse, ma crediamo che sia ancora presto per dirlo. In fin dei conti, anche una serie come Breaking Bad era partita con certe premesse (di genere, di potenziale narrativo) e si è progressivamente modificata nel corso delle stagioni, fin quasi a sembrare un prodotto diverso da quello delle prime sette puntate.

papergirls_vol01-1

Il vero problema di Paper Girls è una certa confusione nello svolgimento degli eventi: c’è molta, forse troppa carne al fuoco, che si sviluppa in poche pagine. Ma potrebbe anche essere un punto a proprio favore, vista la tendenza degli ultimi anni “ad allungare la broda” di alcune serie a fumetti, in cui il primo volume serve solamente a giustificare l’acquisto del secondo. Per il momento ci siamo innamorati dell’atmosfera notturna, delle citazioni giocose e della capacità di Vaughn di maneggiare anche il grottesco, mescolandolo a tutti gli altri ingredienti senza rovinare il sapore. Staremo a vedere come procede la ricetta.

[Da Oggiscienza.it]

Dobbiamo avere paura delle piante?

Due storie di fantascienza molto diverse tra loro hanno per protagoniste le piante. Buona scusa per una chiacchierata con Renato Bruni sul tema “piante assassine”

Nel nostro immaginario collettivo, raramente le piante vengono percepite come pericolose. Certo, la storia del giallo è sempre lì a ricordarci che una buona dose di veleni deriva da qualche pianta, a cominciare da quella cicuta che Socrate beve dopo la sentenza del tribunale e che Platone trasforma in uno dei primi casi letterari di avvelenamento: in fondo, chi ha davvero ucciso il “tafano” di Atene? Per il resto, solo raramente il cinema – e quasi esclusivamente quello di serie B – si è occupato del tema. Si ricordano, tra quelli che per un motivo o un altro sono diventati (più o meno) famosi, Il giorno dei trifidi (1951) di John Wyndham; un Attacco dei pomodori assassini (1978) e qualche suo seguito; L’albero del male (1990), dove però è lo spirito maligno che vive nell’albero a essere il cattivo del caso; ma forse gli unici veri casi di film con piante assassine sono The Happening diretto nel 2008 da M. Night Shyamalan e un episodio del Doctor Who, The Seeds of Doom, del 1976.

Pochi esempi, forse perché “tendiamo a vedere le piante come agenti passivi: sei tu che ti avveleni perché entri in contatto con me, non io che attivamente mi avvicino a te”. Lo dice Renato Bruni, del Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Parma, ma per questa rubrica soprattutto blogger e autore di Erba Volant. Imparare l’innovazione dalle piante (Codice editore, 2015). Eppure “le piante sono quanto di più vicino a un alieno che possiamo incontrare, visto che la loro vicenda evolutiva e la nostra si sono così diversificate nel corso della storia”. A pensarci bene, infatti, raggiungono i loro obiettivi nutritivi e riproduttivi in modo completamente diverso da come fanno gli animali come noi.

Due recenti uscite, però, cercano di dare vita a incubi alla clorofilla con i mezzi del fumetto e del romanzo. Il primo si intitola semplicemente Trees, un fumetto firmato dallo sceneggiatore di culto Warren Ellis (uno che ha dato tantissimo sia alla DC sia alla Marvel, oltre che a molte altre produzioni meno mainstream) e disegnato da Jason Howard, di cui Saldapress ha appena pubblicato il primo (mezzo) volume in italiano. La storia è davvero agli inizi, ma da qualche tempo sul pianeta sono arrivati dei giganteschi alberi, alti chilometri e dal fusto gigantesco. Si sono piantati, è il caso di dirlo, nei più disparati angoli del pianeta, ma nessuno sa che cosa siano davvero. Si sa solamente che vengono dallo spazio, ma paiono disinteressati a qualsiasi attività umana.

trees_rio
Gli enormi alberi immaginati da Warren Ellison che hanno messo radici a Rio de Janeiro

Renato Bruni ricorda, tra le differenze tra animali e piante, anche la sostanziale immobilità di queste ultime. Un elemento che Ellis sembra intenzionato a sfruttare: gli alberi sono inquietanti quasi esclusivamente per la loro presenza sinistra, senza che abbiano bisogno di fare niente. Le licenze narrative, invece, hanno fatto immaginare a Ellis che queste piante giganti, ciclicamente, rilascino fiumi di liquidi di scarto, distruggendo tutto quello che incontrano. “È completamente diverso da quello che avviene nella realtà”, spiega Bruni, “in cui le piante non sono dotate di un apparato escretore, ma riciclano praticamente tutto”. Le storie che si intrecciano in Trees sono molte, comprese quelle di un gruppo di ricercatori che stanno lavorando in una base antartica, dove, tra le altre cose, si studiano degli stranissimi papaveri neri. Siamo davvero all’inizio, e difficile dire dove andrà a parare la penna di Ellis. Per il momento l’impressione è quella di un grande racconto collettivo che rimanda alle atmosfere di Independence Day ma senza che si arrivi (ancora) allo scontro armato. Vedremo come proseguirà.

27534-meridiano-zero---clorofilia

 

La seconda “storia botanica” è intitolata Clorofilia ed è un romanzo dello scrittore russo Andrej Rubanov. Qui, lo scenario messo sulla pagina è quello di una distopia allucinata. Ambientato in una Mosca del XXII secolo, Clorofilia racconta di una Russia ricchissima dopo aver dato in concessione  la Siberia alla Cina: nessuno lavora più, ma tutti consumano la droga derivata dall’erba. Nessuno sa da dove sia arrivata, ma ricopre praticamente ogni angolo libero, con fusti di diverse centinaia di metri che hanno spinto i moscoviti a costruire palazzi sempre più alti (oltre i cento piani) per arrivare a ricevere irraggiamento solare. Rubanov, diventato famoso per il suo romanzo autobiografico sui suoi anni di carcere, è un autore prolifico e molto attento a usare il genere (ha scritto anche polizieschi e fa anche il giornalista) per analizzare la società contemporanea. In questo romanzo, il secondo pubblicato in Italia da Meridiano Zero, i toni del thriller urbano sfociano presto in una critica sociale irriverente.

Uno degli elementi inquietanti è che il tronco delle piante è ricoperto di squame, un elemento che appartiene al mondo animale, ai rettili. “Fa pensare che la pianta, in questo caso, debba attingere a un elemento animale per essere spaventosa”, dice Bruni. E in effetti, uno dei protagonisti di Clorofilia li definisce come degli “enormi serpenti che escono dalla terra”. “Le piante”, prosegue Bruni, “di solito non fanno scattare l’allarme come lo fanno invece i modi di comunicare degli animali: mostrano i denti, ringhiano, rizzano il pelo e così via. E, a pensarci bene, nelle storie di fantascienza con piante assassine, queste uccidono comportandosi come esseri umani o animali, non propriamente come piante”. Basti pensare a due altri personaggi dei fumetti, in questo caso sostanzialmente buoni, come Swamp Thing, lo spirito della palude reso celebre dal ciclo di storie scritte da Alan Moore all’inizio della sua carriera, e Groot, uno dei membri dei Guardiani della Galassia: sono entrambi piante antropomorfizzate.

Altro elemento inquietante delle piante invasive di Clorofilia è la velocità irreale con cui ricrescono se tagliate. I moscoviti, ci racconta Rubanov, hanno provato a estirparle, ma ricrescevano con una velocità tale per cui hanno deciso di lasciare perdere. “Questo è uno degli aspetti per certi versi più inquietanti delle piante, che le possono addirittura far sembrare magiche,” racconta Bruni, “perché se io mi taglio un braccio, non mi ricresce; ma a molte piante, se tagliate un ramo, questo può ricrescere uguale a prima”. Un elemento che Rubanov utilizza, ma che potrebbe essere alla base di qualche altra storia inquietante ancora da scrivere.

 

da Oggiscienza.it

Sì, mangiare: un racconto (semi)serio dei temi di Expo attraverso il cinema di fantascienza

Nutrire il pianeta? Quando la fantascienza racconta meglio di un’Esposizione Universale il problema della fame che il nostro pianeta dovrà affrontare

Nutrire il pianeta? Quando la fantascienza racconta meglio di un’Esposizione Universale il problema della fame che il nostro pianeta dovrà affrontare

90x150 banner 2

STRANIMONDI – Dopo 184 giorni anche la favola di Expo è arrivata alla sua conclusione. C’è stato il dramma, con il rischio che saltasse tutto per colpa delle mazzette e dei ritardi. C’è stato un primo personaggio che ha deciso che questa ondata di male doveva essere combattuta e che l’umanità… ehm, che l’Italia ce l’avrebbe fatta, perché “un’occasione così è da portare a casa”. Quindi sì è manifestato il vero eroe, un uomo meno noto e meno abituato alle imprese eroiche, un eroe più schivo, che però ha traghettato la ciurma verso lidi più sicuri. Certo, ci sono state tensioni, al pensiero che comunque il popolo, sotto forma di pubblico più o meno pagante, non lo avrebbe seguito. Invece, l’esercito si è andato infoltendo fino alla fine, verso quella battaglia finale in cui anche il dio danzante Bolle è intervenuto in prima persona. Dramma, climax e scioglimento finale, e tutti vissero felici e contenti.

Peccato che il vero nemico dichiarato, quella fame che non si è mai indicata chiaramente, abbia potuto guardare tutto ciò dalla propria Mordor senza spaventarsi nemmeno per un secondo per la Carta di Milano, l’orto verticale del padiglione USA o per le magie dell’Albero della vita. Ma non vi preoccupate, probabilmente andrà meglio con la prossima stagione, prevista su questi schermi nel 2020 (girata a Dubai), ma un assaggio lo si potrà già avere nel 2017 con lo spin off previsto in Kazakistan. Nel frattempo, qui a Stranimondi, vi vogliamo proporre una carrellata di altre storie che hanno per nemico la fame. Non si tratta di un vademecum completo, lo sappiamo, ma bisogna ammettere che cinema e serie tv di fantascienza si interessano direttamente di fame con scarsa regolarità.

I botanici vengono da Marte, la carestie dalla Terra

La fame è un problema che si insinua inevitabilmente in ogni tentativo di viaggiare nello spazio. Soprattutto, se si vuole che l’equipaggio umano sopravviva. Caso limite, recentissimo, è quello in cui non si affronta la fame durante il viaggio, ma direttamente sul pianeta alieno quando i tuoi compagni di missione ti abbandonano per sbaglio in un mare di sabbia rossa. Stiamo parlando di Mark Watney/Matt Damon in The Martian – Il Sopravvissuto che Ridley Scott ha tratto dal grande successo librario di Andy Weir. L’arma segreta arriva dalle forniture straordinarie per festeggiare il giorno del Ringraziamento (non del Grazie, va ribadito): le patate. Le cartucce? Le buste di feci degli altri membri dell’equipaggio che non sono ripartire con loro e che dovrebbero essere l’arma definitiva per concimare la prima serra marziana della storia. Se non avete visto il film, non vi diciamo come va a finire, ma potete godervi questa intervista in cui Matt Damon racconta come ha imparato a fare l’agricoltore:

Se su Marte, con la cacca e le patate, si ha la possibilità di cavarsela, sulla Terra negli ultimi tempi non ce la siamo passata tanto bene. Lo sa bene il Cooper/Matthew McConaughey di Interstellar che viene scelto per completare una missione alla ricerca di un pianeta capace di ospitare la vita umana. Sul nostro pianeta, infatti, non si riesce quasi più a coltivare alcunché di commestibile. Colpa del grande villain che la fame ha messo in campo, una non meglio precisata “piaga” che rende sterili le piante (e che per certi versi ricorda il “nulla” de La storia infinita). Guardate la scena iniziale del film, in cui Murph ricorda cose scomparse come il mais:

Se non è zuppa, sarà pan bagnato

Facile a dirsi, ma la fame ha trovato recentemente un alleato cinematografico importante: la sete. Una terra senza acqua (e con poca benzina) è quella che fa da sfondo a Mad Max: Fury Road, ultimo capitolo della serie creata dall’australiano George Miller e resa celebre nelle interpretazioni molto 80s di Mel Gibson. Il cattivone di turno ha potere perché gestisce l’acqua, ma ricorda ciclicamente ai propri protetti che non è bene diventare dipendenti da essa:

(Sul tema della sete, va detto che nemmeno troppa acqua, specie se salata, va tanto bene. Chiedere a Mariner/Kevin Costner di Waterworld: film non memorabile, anzi, ma che pare la storia speculare di Mad Max).

Mad Max: Fury Road e Interstellar sono due film che potrebbero fare da soli la comunicazione sui cambiamenti climatici o le conseguenze di un uso scellerato delle risorse, ma che a Expo non si sono certo visti.

Il costo delle vittorie

Intrecciando la sconfitta della fame con il tema del consumo delle risorse, anche piccoli robot che invece di parlare squittiscono possono diventare degli eroi. È successo a Wall-E, celebre personaggio targato Disney-Pixar, che si ritrova a gestire un’immensa discarica di rifiuti: la Terra. Gli esseri umani? Oramai grassi come buddha, vivono su di un altro pianeta, muovendosi solamente su trolley elettrici:

Un film che potrebbe essere un’analisi senza filtri di cosa succede a quelli che hanno a disposizione molte armi per combattere la fame. Vedi chi abita nei Paesi occidentali dove si presentano problemi di eccesso di nutrizione e sprechi di preziose risorse.

(Piccola deviazione: se volete vedere un documentario bellissimo sullo stesso tema e molto altro ancora, non lasciatevi scappare The Weight of the Nation di HBO in collaborazione con NIH, che si vede gratuitamente direttamente online).

Cosa dicono gli antichi

La storia della lotta contro la fame è materia di epiche saghe anche nel passato cinematografico e televisivo. Ci sono stati momenti ottimisti, come scopre Neo in The Matrix dei fratelli Wachowsky. Anche un ribelle del sistema, che vive nascosto come un terrorista durante gli anni di piombo, può contare su tecnologie semplicissime, che però garantiscono di mettere in tavola ogni giorno la zuppa di proteine e vitamine che sono sufficienti per sopravvivere. O meglio, sono tutto ciò di cui un essere umano ha bisogno, in barba a tutti gli chef che sono venuti negli anni successivi:

In tempi più remoti, invece, la fiducia era tale che si pensava che bastasse dichiarare a una macchina che cosa si voleva mangiare, e questa produceva il tutto in maniera quasi istantanea. Osservate un membro di uno degli equipaggi spaziali più famosi del mondo mentre si fa preparare una zuppa di pomodori:

Non molto appetitosa? Sempre meglio che vincere la fame con le prelibatezze klingon:

Altri equipaggi, meno fortunati di quelli di Star Trek, hanno comunque dovuto affrontare la scarsità di risorse, arma che la fame sa insinuare nel morale meglio di chiunque altro. Per fortuna, il comandante Adama di Battlestar Galactica riesce ancora a ridere dopo che Saul gli rivela che c’è una preoccupante mancanza di derrate alimentari perché non ci sono abbastanza persone per coltivare le serre. Ma si sà, lui che prossimo alla pensione si è caricato sulle spalle una roba da niente come il futuro dell’intera razza umana, non si spaventa facilmente (abbiate pazienza per la scarsa qualità del video):

Altri racconti, invece, sono stati più pessimisti (erano gli anni Settanta della fantascienza sociologica…). Uno è un classico minore uscito nel 1973. Si intitola Soylent Green e ha un cast davvero notevole. La storia gialla gira attorno all’azienda che produce questo Soylent Green (o verde, se guardate il film nella sua versione italiana intitolata 2022: i sopravvissuti), il cibo più diffuso di tutto il pianeta, l’unica risorsa che la monopolista multinazionale cattiva Soylent ricava dalla alghe. Peccato che nel 2022, l’anno in cui è ambientato il film, le scorte siano andate finite da un pezzo. E allora con che cosa si produce il pane quotidiano di miliardi di esseri umani? Se non l’avete visto, non vi sveliamo nulla, ma vi diciamo che è piuttosto disgustoso.

Il pessimismo di oggi

Un film recente che ha parlato molto di cibo e risorse è stato Snowpiercer, visionario sforzo del regista sudcoreano Bong Joon-oh. La storia racconta che una terribile glaciazione ha spinto i pochi superstiti a vivere su di un treno enorme che gira eternamente nello stesso percorso. Il treno è autosufficiente dal punto di vista delle risorse, ma è diviso in classi (o dovremmo dire livelli di servizio?), con un servizio gastronomico corrispondente. Inutile dire che i più poveri, i passeggeri dell’ultima classe, mangiano una sola cosa: neri e gelatinosi blocchi di proteine, sufficienti a riempire al pancia, ma non a soddisfare le idee di equità che si stanno diffondendo tra i giovani.

Il film è davvero pieno di trovate sul cibo, a partire dalla scena delle uova, ma anche a quella in cui i ribelli siedono a un sushi bar, in cui una meravigliosamente brutta e brava Tilda Swinton parla di “equilibrio” tra risorse e consumi:

Un film, insomma, che per certi versi ha mostrato gli effetti della fame sul nostro pianeta meglio di tutti i padiglioni di Expo e forse potrebbe essere considerato il film di Expo per eccellenza.

Dopo i titoli di coda (SPOILER ALERT)

Per chiudere, DIETRO UNO SPOILER ALERT MAIUSCOLO, faremo vedere di cosa sono fatti i blocchi di proteine di Snowpiercer. Astenersi deboli di stomaco:

[da Oggiscienza.it]

In lettura – settembre 2015

19477234

17333324

7090761

Ascension: una mini-serie TV ripesca un vecchio progetto per esplorare i pianeti

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – Sono passati cinquantun’anni da quando la nave ha lasciato la Terra e tutto l’equipaggio e i passeggeri dell’astronave sta per festeggiare la ricorrenza, quando un evento sconvolge la regolare e regolata vita di bordo: il corpo senza vita di Lorelei viene ritrovato sulla spiaggia artificiale. Un sopralluogo del secondo in comando non lascia scampo a equivoci: è omicidio, il primo mai commesso a bordo della nave. Chi è l’assassino? Perché ha ucciso? Comincia così lo special event, come si dice nel gergo televisivo americano, del canale tematico SyFy che prende il nome dall’astronave protagonista delle tre serate, Ascension.

Siamo a metà del suo viaggio centenario verso Proxima Centauri con lo scopo di creare una colonia umana e oramai tutti i più giovani sono nati direttamente sull’astronave e non hanno mai visto la Terra. Probabilmente molti di loro non vedranno nemmeno la “terra promessa”, e quindi non stupisce che abbiano molti dubbi e siano irrequieti. E non la vedrà nemmeno il capitano Denninger (“Contano solo due capitani: quello che è partito dalla Terra e quello che atterrerà su Proxima”) e sua moglie Viondra (interpretata da Tricia Helfer, che i fan di Battlestar Galactica ricorderanno come interprete di Numero 6), ma si adoperano perché la missione abbia successo e per gestire il fragile potere politico continuamente sotto attacco da più lati.

ascension_splash

Ascension segna il ritorno alla fantascienza classica del canale tematico americano dopo anni difficili per scelte e successi commerciali. E lo fa con una grande co-produzione americana e canadese. La particolarità di questa mini-serie, che se avrà fortuna potrà essere prolungata in una serie regolare, è che l’idea di costruire un’astronave generazionale così fatta non è del tutto fantascientifica, ma prende ispirazione da un progetto americano degli anni Cinquanta che aveva il nome in codice di Orion. Non ha nulla a che vedere con la capsula spaziale recentemente testata dalla NASA e, anzi, quando il progetto è iniziato nella primavera del 1958 l’agenzia spaziale americana non era ancora nata. Tutto nasceva dall’ipotesi che una serie di esplosioni nucleari potessero fornire la spinta necessaria a muovere l’astronave alla scoperta del Sistema Solare. Prima ancora di mettere un uomo sulla Luna, insomma, gli americani già pensavano al futuro dell’esplorazione spaziale.

Con l’atomic drive “Marte nel 1965, Saturno nel 1970”

L’idea è venuta nel 1953 a Theodor Taylor, un esperto degli effetti delle bombe atomiche: sarebbe possibile sfruttare una serie di esplosioni atomiche per far viaggiare nello spazio una nave di grandi dimensioni? L’idea dell’atomic drive era già nell’aria dagli anni Quaranta, grazie alle riflessioni di Stanislaw Ulan e Frederick de Hoffman derivanti da una piccola serie di esperimenti del 1944, condotti all’interno del Progetto Manhattan. L’idea azzardata, ma teoricamente efficace, era di eliminare la camera di combustione: le bombe atomiche sarebbero dovuto esplodere fuori dall’astronave e fornire la spinta necessaria a spingere l’astronave in avanti. Per usare le parole di George Dyson, noto divulgatore scientifico che sul progetto Orion ha scritto un intero libro, l’astronave atomica sarebbe dovuta essere l’unico pistone all’interno di una camera di combustione enorme: l’intero universo.

ascension_ep_1
Al progetto partecipò anche il fisico teorico di Princeton Freeman Dyson, il padre di George, che nell’anno accademico ’58 – ’59 si recò addirittura a San Diego, alla sede locale dell’Advanced Research Projects Agency (ARPA) del Dipartimento della Difesa, dove il progetto aveva preso casa. La NASA non era ancora nata e i militari erano gli unici che dimostravano un certo piccolo interesse per l’astronave atomica. Secondo Dyson, l’idea era tutt’altro che balzana e meritava di essere studiata. Mentre i sovietici stavano vincendo alla grande la corsa allo spazio con i successi degli Sputnik e gli americani si stavano concentrando sui razzi a combustibile chimico (come quelli ancora oggi impiegati), la propulsione atomica prometteva di essere libera dalle limitazioni di temperatura e di potenza. In più avrebbe permesso di trasportare molto più materiale, fino a 100 tonnellate per i viaggi più brevi, diverse migliaia nelle configurazioni immaginate per Marte e Saturno. Insomma, in un pacifismo un po’ retorico lo stesso Dyson immaginava, in un articolo apparso su Science il 9 luglio del 1965, che “le bombe che avevano ucciso e menomato a Hiroshima e Nagasaki un giorno avrebbero potuto aprire i cieli per l’umanità”.

Una questione politica

Il “reasonable program”, come lo definisce lui stesso in quell’articolo, non ha però mai superato la fase di studio iniziale, sebbene i test condotti sui modelli si siano rivelati più che buoni. Dyson individua diversi motivi per il fallimento del progetto, chiuso definitivamente nel 1963. Il principale è l’accordo siglato tra USA, URSS e Regno Unito che bandiva gli esperimenti nucleari: il progetto Orion era diventato fuorilegge. Contemporaneamente, il progetto iniziato come militare era passato nelle mani della NASA, che per sua natura non può occuparsi di progetti top-secret. Un ultimo fattore decisivo, dice Dyson, è che la comunità scientifica non vedeva l’interessa nel lavorare sulla propulsione dei viaggi spaziali: si trattava di questioni da ingegneri. Così facendo, correttamente, cinquant’anni fa individuava il limite principale che l’esplorazione umana dello spazio che permane ancora oggi: i limiti dei razzi a propulsione chimica.

La politica gioca un ruolo determinante anche nella serie TV che, oltre che per quest’affascinante citazione storica, merita di essere visto. Prima di tutto perché permette di osservare i rapporti umani e le vicende di un gruppo di americani che sono rimasti fermi alla tecnologia, ma soprattutto ai costumi degli anni Cinquanta: niente battaglie per i diritti civili degli afroamericani, niente liberazione sessuale, niente Summer of Love, niente Torri Gemelle. L’ambiente ristretto, poi, permette di analizzare le tensioni che l’idea utopica di un manipolo di coraggiosi, “eroi” vengono definiti sullo schermo, genera su chi quell’idea la sta subendo senza averla potuta scegliere. Il tutto, sullo sfondo di un ambiente fantascientifico classico ben congegnato, in cui le cose non sono del tutto come sembra. A cominciare dalla stessa astronave…

@ogdabaum

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Immagini: SyFy