Sorpresa, in Europa non arrivano più turisti extracomunitari

In Europa sono pochi i turisti extracomunitari, appena il 10%. È questa la sorpresa dell’analisi dei dati sui flussi turistici all’interno dell’Unione. A essere misurate sono le notti passate in uno dei 28 paesi nell’arco del 2015, il più recente a disposizione di Eurostat. Nonostante la grande attrattiva della storia, dell’architettura, della natura e della gastronomia del Vecchio Continente, quindi, “il turismo europeo”, come scrive Eurostat in un proprio comunicato, “rimane una questione interna”. Leggi tutto “Sorpresa, in Europa non arrivano più turisti extracomunitari”

625 storie, una passione (Lindau /3)

Lindau Nobel Laureate Meeting /3 (qui la prima parte e qui la seconda)

Pamela Rodriguez è colombiana, ma ogni giorno entra in laboratorio all’École Normale Supérieure di Parigi. Con le più avanzate tecniche di imaging studia gli recettori inibitori del cervello. Se le chiedi perché ha scelto questo campo di studi, ti guarda con un sorriso e ti dà una risposta che ti potrebbe dare Ada Yonath: “è talmente affascinante e ne sappiamo così poco”. Non ti basta come risposta?

Ignacio Carrera e Nicolás Veiga sono gli unici due uruguiani. Vengono entrambi dalla Universidad de la Republica del loro paese. Sono un po’ arrabbiati con me perché l’Italia ha sconfitto l’Uruguay ai rigori in Confederation Cup, ma sono qui a Lindau per altro. Per Ignacio è una “grande opportunità” per uscire dal circolo del proprio laboratorio e parlare di persona con tanti colleghi. Nicolás va un po’ oltre, perché non vede l’ora di “mettere davvero alla prova le mie idee discutendole con altri”.

Martin Chalfie, premio Nobel nel 2008, mentre è impegnato in una discussione con un gruppo di giovani ricercatori al Lindau Meeting (Foto: Rolf Schultes via Lindua Meeting Flickr account)

Kah Kah Toh parla con una voce sottile, ma è lei a togliere d’impiccio il suo collega Wei Chen che non parla un buona inglese e suda copiosamente per l’emozione. Vengono entrambi da Singapore, lo stato-isola che sta investendo in questi anni come pochi in ricerca. Si occupano di chimica organica, in particolare studiando metodi efficaci per sintetizzare molecole. All’apparenza fragile, mi guarda dritto negli occhi mentre mi dice che “è un grande onore poter incontrare tutti questi premi Nobel insieme e poter raccontare loro le tue idee e sentire cosa ne pensano”. Wei Chen aggiunge che hanno appena parlato con Akira Suzuki, il giapponese premio Nobel per aver scoperto una reazione che ora porta il suo nome. Lo hanno trovato estremamente disponibile e ben disposto verso i giovani come loro.

La condensazione di Suzuki, che è valsa al suo scopritore il premio Nobel per la Chimica nel 2010 (Foto: WikiMedia Commons)

Anche un gruppetto di italiani che incontro mentre stanno correndo verso la Inselhalle dove sta per cominciare una nuova serie di presentazioni di Nobel hanno incontrato Suzuki. Raccontano che gli ha anche autografato un foglio con la sua famosa reazione, “un ricordo da portare a casa”, sottolinea Misal Giuseppe Memeo dell’Università di Pavia, un giovane chimico che si occupa di molecole con potenziali antivirali. Mi ricordo dei due schizzi che la Yonath ha fatto sul mio taccuino: peccato non averle chiesto di firmarli. Fabio Parmeggiani del Politecnico di Milano racconta dell’emozione di sedersi a tavola con qualche premio Nobel, “non capita mica tutti i giorni!” E Laura Borgese, che viene dall’Università di Brescia, è colpita dal fatto che “sono persone normali, esseri umani come noi”.

In tutto sono 625 e vengono da 80 diversi paesi del mondo. Sono stati invitati dalla stessa organizzazione del Lindau Meeting, attraverso le tante sponsorizzazioni che hanno garantito loro la possibilità di arrivare su quest’isola del lago di Costanza. Tutti sono accomunati dalla stessa passione per la ricerca e la scienza, un passione che, italiani o meno, non è sempre ripagata con la stessa intensità dalle istituzioni e dai paesi in cui lavorano. Tranne gli orientali, che dice Laura “pare non abbiano problemi di soldi per lavorare nella scienza”, tutti, americani compresi, lamentano la cronica mancanza di fondi per continuare a finanziare giovani ricercatori che si stanno facendo le ossa. Al di là di queste difficoltà sono tutti molto contenti di essere qua. Li vedi arrivare carichi già alle sei e trequarti, quando cominciano le science breakfast, delle vere e proprie colazioni con i Nobel in un’atmosfera informale. Oppure li vedi seduti a gruppetti misti, nelle pause, che continuano a parlare dei loro incontri, delle loro idee. Sembra di assistere a una parentesi adolescenziale (positiva) che per una settimana fa mettere da parte qualsiasi questione che riguarda le necessità del laboratorio, le difficoltà che riguardano la propria condizione economica, le divergenze con i propri capi: per cinque giorni tornano ragazzini che si esaltano per le proprie passioni e trovano sponda facile nei loro vicini di sedia. Magari saltano fuori nuove collaborazioni. Oppure scopri che hai lavorato a un problema che aveva anche quel collega che non avevi mai conosciuto, e lo aiuti.

Un Sir Harold Kroto di qualche anno fa mentre gioca con alcuni modellini della molecola di fullerene composta da 60 atomi di carbonio (Foto: www.kroto.info)

In fin dei conti il Lindau Meeting è fatto per loro: pensato, realizzato e messo in piedi in tutti i dettagli perché l’incontro tra i grandi vecchi della scienza possano passare loro un po’ della loro esperienza e della loro sapienza. E viceversa, perché – mi raccontato Harold Kroto, lo scopritore del fullerene – “dalle situazioni di dialogo anch’io ho sempre qualcosa da imparare”. Le lezioni che io fatico a seguire, per i giovani ricercatori sono una boccata di aria fresca, iniezioni di spunti preziosi e trasversali. E a nessuno può sfuggire il valore simbolico che tutto ciò avvenga in una zona di confini labili, mutevoli nel tempo, con Germania, Austria e Svizzera accomunate dalla stessa lingua (o quasi) ma sempre così lontane e così vicine allo stesso tempo. Credo che questa attitudine al dialogo, tra nazioni e tra generazioni, dovrebbe essere il punto di forza dell’Europa, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo.