La conquista dell’outback australiano a opera di John Stuart McDouall 

La pista individuata attraverso l’outback dall’esploratore scozzese è ancora oggi la via di comunicazione principale tra il Sud e il Nord dell’Australia

Se da una qualsiasi città della costa australiana vi dirigete verso l’interno, non appena lasciate l’area urbana vi troverete immersi nel bush. Se vi spingete ancora oltre raggiungerete l’outback, un insieme di aree desertiche e semi-desertiche che occupa la maggior parte dell’Australia continentale e nella cultura locale occupa uno spazio importante, quasi fondativo. Dire dove si trovi il confine tra bush outback è però questione non semplice, perché dipende da quale punto di vista guardate la questione. Secondo alcuni l’outback ricoprirebbe addirittura il 70% del Paese, facendone decisamente l’ambiente più diffuso sull’isola, ricco di sfumature di paesaggio, ma sicuramente uno degli ambienti più inospitali sulla faccia della Terra. Questa è la storia del primo esploratore che, indipendentemente da dove lasci di nuovo spazio al bush, è riuscito ad attraversarlo tutto da Sud a Nord. Il suo nome è John McDouall Stuart.

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La presa dell’Antartide

Da Cook a Shackleton ad Amudsen: la storia della “presa” dell’Antartide è costellata da grandi esploratori.

Prima di conquistare l’Antartide, bisognava dimostrarne l’esistenza. Ipotizzato da tempi remoti come un grande continente, nel Settecento la Terra australis rimaneva più un mito che una realtà. Nel gennaio del 1773, mentre varca in nave il circolo polare antartico, James Cook è preoccupato, anzi quasi spaventato. Scriverà che il pericolo che si corre a queste latitudini, con gli iceberg che spuntano ovunque in acque ignote, è tale che “io oso asserire che nessuno potrà mai penetrare più in là di quanto mi venne concesso e le terre che possono trovarsi al sud non saranno mai più toccate”. Si sbagliava, perché come era già successo proprio a lui, il senso della sfida, il gusto per l’ignoto e il la possibilità di compiere un’impresa leggendaria hanno mosso molti altri uomini dopo di lui. E continuano a muoverli.

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Il milanese che valicò le Ande

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Vita di Antonio Raimondi, l’esploratore e cartografo ottocentesco divenuto eroe in Perù.

Un paese che si libera dal peso del colonizzatore straniero ha la necessità di scrivere la propria storia e di celebrare i costruttori del nuovo Stato. Servono a questo le liturgie pubbliche, i libri e i monumenti. Come le tombe di pietra e marmo che dall’inizio dell’Ottocento raccontano la storia della Repubblica peruviana nel cimitero intitolato al Presbítero Matías Maestro di Lima. Tra i 766 mausolei ce n’è uno che colpisce il visitatore italiano più attento. È quello dove riposa un milanese che ha lasciato l’Italia del Risorgimento per esplorare un “paradiso tropicale” ancora sostanzialmente ignoto e diventare il primo cartografo del nuovo Perù. Il suo nome è Antonio Raimondi e per capire perché oggi è celebrato come un eroe nazionale, con scuole intitolate a suo nome in ogni angolo della cordigliera peruviana, non c’è occasione migliore della mostra che il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato.

La storia di Antonio Raimondi comincia veramente a due passi dalla madunina. Nasce infatti il 19 settembre 1824 in Corsia del Duomo, lo slargo direttamente a nord del Duomo che oggi è parte integrante della sistemazione a piazza dell’area. In età avanzata scriverà di essere “nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali” e di sognare “dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida”. Sostiene che all’età di tredici anni ha preferito impiegare i soldi ricevuti dalla madre per comprarsi la Storia naturale di Georges-Louis Leclerc de Buffon, punto di riferimento per i naturalisti d’Europa all’epoca. Legge avidamente i resoconti di viaggio di scienziati del Settecento, come Alexander von Humboldt e Louis Antoine de Bougainville, ma anche di esploratori, come James Cook e Cristoforo Colombo. “Nelle mie letture seguivo sulla carta gl’itinerarii percorsi da quegl’illustri viaggiatori e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania le vaste selve dell’America tropicale, apparendomi allo sguardo come in uno specchio i più bei panorami, così pieni di vita, come offre soltanto la zona del nostro globo compresa fra i tropici”. A Pavia, mentre assiste ai corsi sui banchi dell’Università (senza laurearsi), o mentre si sofferma sulle collezioni dell’Orto Botanico di Brera, il suo pensiero è già fissamente altrove.

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Italiani esploratori, scienziati, avventurieri – Giacomo Bove e il passaggio a Nord Est

[Da Oggiscienza.it]

Può un fazzoletto di terra sul lungomare di Napoli, incastonato tra il Maschio Angioino, la piazza del Plebiscito e il teatro San Carlo essere una prigione? Giacomo Bove non aveva dubbi: si trattava di una vera e propria gabbia, dove lui, uomo di collina innamoratosi perdutamente del mare fin da bambino, era tenuto lontano dalla navigazione e dai grandi viaggi per i quali si sentiva chiamato dal destino. Quel pezzo di terra oggi ospita i giardini di Molosiglio, ma nella seconda metà dell’Ottocento era la sede dell’Arsenale militare napoletano. Non c’è verso, in questa caserma a cui è stato assegnato dalla Marina Bove non si sentiva a proprio agio: non aveva scelto la marina per la carriera e la vita militare, ma perché con le navi si poteva andare lontano a esplorare luoghi sconosciuti per la maggior gloria di chi li scopriva e per la sua stessa patria.

La prima volta che vede il mare, è ancora bambino. È sceso a Genova con la famiglia dalle colline del Monferrato dove si coltiva la vite e si fa buon vino. Non appena lo vede, è un amore struggente e totale che nasce. Talvolta sarà venato di malinconia, ma non vacillerà mai, nemmeno quando smetterà la divisa per la vita civile: fonderà un’azienda di trasporto marittimo, “La Veloce”, per sostenere la famiglia e continuerà a occuparsi di quello specchio blu che unisce i continenti e i paesi.

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Nato il 23 aprile del 1852 a Maranzana, nell’astigiano, Giacomo Bove è di famiglia modesta e non ha i mezzi per farlo studiare. Ma tanto è forte e genuino quell’amore per il mare, che il padre Francesco e la madre Antonia si impegnano per riuscire a mandarlo all’Accademia Navale di Genova: per la durata della sua formazione, al posto della retta e delle spese, forniscono il proprio vino. Giacomo non delude e diventa guardiamarina a ventuno anni.

L’attrazione per la navigazione è tale che quasi non fa tempo a uscire dall’Accademia che subito parte con una spedizione per il Borneo a bordo della corvetta Governolo della marina italiana. È un viaggio faticoso che però conferma al giovane ufficiale che quella è la vita che ha sempre sognato, quella per la quale era fatto fin dalla nascita. Durante i quindici mesi di missione, Bove impara molto su come si conduce una nave in acque difficili come quelle del Sudest asiatico, ma soprattutto diventa bravo in idrografia, quella scienza fatta di rilievi e osservazioni delle correnti e dei fondali marini fondamentale per la navigazione. È talmente entusiasta che appena tornato in Italia riparte per il Giappone e l’estremo oriente.

Tutto lascia presagire una vita movimentata, avventurosa, che gli avrebbe dato l’occasione di portare gloria all’Italia da poco unita con le sue imprese di esplorazione. Ma c’è Napoli, con la sua reclusione e la vita routinaria di caserma, e tutto pare arrestarsi. Anzi, i sogni di esplorare il mondo gli sembrano arenati come una nave incagliata in una secca. Gli pare di essere di fronte a un ostacolo ingiusto che il destino gli ha voluto mettere tra sé e l’avventura: è un leone in gabbia. Meglio sarebbe partire per l’Africa e morire di malattia come è già capitato a tanti esploratori italiani, meglio lasciare la pelle cercando la strada per Timbuctu nell’opprimente caldo africano come fece Giovanni Miani che la noia mortale dell’Arsenale.

Certo, l’Italia degli anni Settanta dell’Ottocento ha ben altri problemi a cui pensare che non l’esplorazione dei mari esotici: c’è uno Stato unitario da costruire, un’amministrazione ancora tutta da fare, ci sono guerre contro l’Austria-Ungheria da combattere per prendere Venezia e il Veneto. Qua e là, però, grazie alla costituzione della Società Geografica Italiana e allo spirito di emulazione per le potenze europee si parla di trovare il proprio “posto al sole”. Tradotto: se vuoi essere un grande paese negli ultimi decenni dell’Ottocento, devi avere una politica coloniale, una spinta imperialista e il controllo di territori e traffici oltremare. Ma l’Italia tentenna, non ha il passo sicuro che hanno nell’impresa coloniale la Francia o l’Inghilterra. Non ha nemmeno la spietata risolutezza del Belgio o l’organizzazione pratica della Germania. E di sicuro non ha i denari per imprese incerte, che potrebbero dare tanta gloria, ma il cui ritorno immediato è vago. Cercherà di affacciarsi alla spartizione africana, ma lo farà più tardi, in modo raffazzonato e senza cavarne poi moltissimo.

Per fortuna di Bove, però, ci si può appoggiare alle spedizioni altrui, offrendosi come ufficiali di bordo e mettendosi al servizio di vere e proprie imprese internazionali. Certo, la gloria ricade sempre su chi pensa e poi comanda l’impresa, ma è pur sempre un’opportunità. Così Giacomo Bove, pur di lasciare l’arsenale napoletano fa domanda a tutte le imprese che si stanno organizzando negli anni Settanta. Dopo tante delusioni, ecco finalmente l’occasione: sarà l’ufficiale italiano del tentativo di aprire il Passaggio a Nord Est di Adolf Nordenskiöld finanziato dalla corona svedese.

La strada è tutt’altro che vergine, con tentativi che si registrano fin dal XVI secolo, sia dal lato europeo che dal Mare di Bering. Alcune missioni si era spinte anche molto avanti, ma ai tempi di Bove la navigazione tra i due oceani era ancora un’impresa che aveva contato solamente fallimenti e sulle acque ghiacciate che cingono la Siberia da Nord si disegnava un cimitero di buone intenzioni. Navigare dalla Norvegia allo Stretto di Bering significava aprire una nuova via commerciale che poteva risparmiare la via più lunga circumnavigando l’Africa o pagando pedaggio agli inglesi per il nuovo Canale di Suez. Ma significava anche poter mettere in contatto con una rotta commerciale le foci dei fiumi siberiani che si addentrano verso sud in enormi territori, potenzialmente ricchi di risorse e popolazioni con le quali stringere accordi commerciali. Un immenso scrigno che senza una via navigabile a nord era destinato a rimanere isolato dal resto del mondo.

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La rotta della Vega – Immagine: Università di Tromso

Negli anni precedenti, Nordenskiöld, che era figlio di un insigne mineralogista finlandese ma aveva scelto la corona svedese per divergenze politiche con la madrepatria, aveva maturato una vastissima esperienza di navigazione tra gli iceberg del Nord. Aveva esplorato il Mar di Barents e il Mar di Kara, aveva potuto osservare in prima persona il comportamento dei ghiacci e il loro scioglimento. Era persuaso che tutti i tentativi precedenti fossero falliti perché non si era provato nel periodo più adatto, che per lui corrispondeva ai mesi tra agosto e novembre. Così, con Giacomo Bove a bordo, la piccola flotta parte da Tromsø, in Norvegia, il 18 luglio del 1878 e nel giro di poche settimane è in vista del capo Celyuskin, il punto che nessuna spedizione aveva mai superato e il punto di non ritorno per la missione.

A bordo dell’ammiraglia Vega, una nave civile rinforzata in metallo a prua e dotata di tutti gli strumenti scientifici più moderni dell’epoca, Giacomo Bove passa le lunghe giornate di navigazione tra i ghiacci immersi nella nebbia sovraintendendo alle rilevazioni idrografiche. “Esse – scrive nel proprio diario – consistono nello scandagliare esattamente il fondo, mediante uno scandaglio comune o Brooke; dragare per avere saggi di fondo e campioni della fauna di questi mari; gettare le larghe reti alla superficie del mare per raccogliere alghe e altre sostanze vegetali in sospensione; misurare temperatura, peso specifico, quantità di sale contenuto nell’acqua a diverse profondità” e altro ancora. Sono compiti che svolge diligentemente e con efficienza. Nel tempo libero studia lo svedese e cerca di impratichirsi nelle altre lingue, indispensabili per comunicare con il resto della ciurma internazionale. In realtà non riuscirà mai a legare con nessuno e, chissà, forse nel gelo del nord la malinconia profonda che lo prenderà negli anni futuri comincia a farsi largo nel suo animo.

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La Vega tra i ghiacci – Immagine: Archivio fotografico Associazione culturale Giacomo Bove & Maranzana

Il doppiaggio del capo offre ai naturalisti di bordo l’occasione di scendere sull’isola Tamyr per raccogliere esemplari di fauna e flora. Per Bove è terribilmente affascinante l’incontro con un orso bianco, ma sono preziosi anche i canti dello zigolo delle nevi e, per motivi più pratici, anche gli incontri, fucile alla mano, con le renne. Tutte le previsioni sui ghiacci si sono rivelate corrette e la navigazione è risultata quasi priva di scossoni per oltre un mese. Ma quando il 18 agosto 1878 la Vega doppia il Capo Celyuskin inoltrandosi in quello che è stato chiamato Mare di Nordenskiöld, quando cioè l’impresa sembra possibile, nessuno, e nemmeno Giacomo Bove, sospetta che di lunghe giornate vuote in cui la malinconia si potesse insinuare ce ne sarebbero state così tante.

Non appena al di là del capo, si fanno sentire i presentimenti di problemi in vista. I ghiacci che hanno finora lasciato libera di navigare la Vega ora cominciano a diventare più insidiosi, i passaggi liberi più stretti e difficili da navigare, creando qualche problema anche al lavoro di idrogafo di Bove. In questo passaggio, assieme ai suoi colleghi, corregge alcuni errori cartografici delle spedizioni precedenti: la baia che si affaccia sul Mare di Nordenskiöld va collocata una quarantina di miglia più a nord. Si avvicinano alla foce del fiume Lena, dove sperano di trovare giovamento dalle acque più calde che si gettano nel mare, ma così non è. Bove scrive che “questo da a pensare che all’Est della Lena non troveremo quella strada aperta che crediamo; sarà forse là l’osso duro”. Capisce, cioè, che la parte più difficile della navigazione e della spedizione sta arrivando. Ma non sa quanto. All’altezza della Lena, l’omonima nave che seguiva la Vega come membro della flotta scientifica la risale, staccandosi dall’ammiraglia. Adesso la Vega rimane sola, e da sola dovrà cavarsela fino all’arrivo in Giappone.

Il 29 settembre la lotta con i ghiacci è persa. A nulla sono servite le mine, il lavoro di piccone dei marinai di fronte allo sperone della Vega, i motori lanciati a tutta forza contro il pack che si stringeva attorno allo scafo. Nordenskiöld capisce che non c’è altra soluzione che fermarsi a svernare a 67° 7’ di latitudine nord e a 173° 31’ di longitudine est. Si infrange il sogno di compiere l’impresa in quello stesso anno, ma la delusione non può rubare tempo: ci sono molti lavori da fare a bordo e a terra. Nordenskiöld fa costruire con blocchi di ghiaccio un riparo poco distante dalla nave dove gli scienziati di bordo si alterneranno da novembre per le osservazioni meteorologiche e magnetiche. Quello che inizia è un periodo duro, battuto dal freddo pungente, dalla difficoltà di muoversi in un territorio gelato per procurarsi cibo (le vettovaglie di bordo andavano razionate diligentemente) e legna, segnato da un sentimento malinconico che oscilla tra bellezza e disperazione. Bove scrive pagine quasi liriche: “La notte era splendida: la Luna, sorgendo dai monti del Capo Nord, illuminava i vasti campi di ghiaccio; le guglie scintillavano come cime di campanili; un leggero vento portava ai nostri orecchi le monotone canzoni dei selvaggi”.

I selvaggi sono il popolo dei Ciukci, una tribù seminomade che abita la zona della Siberia dove la spedizione sverna. Rimangono sulla costa finché il mare permette di pescare e fino a che non terminano le scorte, poi si spostano verso sud seppellendo sotto la neve e il ghiaccio le proprie cose che ritroveranno con il disgelo dell’anno seguente. Il rapporto con il popolo di pescatori è un grande passatempo per tutto l’equipaggio e Bove sembra quasi approfittare della loro presenza per acuire il suo spirito di osservazione, diremmo oggi, antropologico ed etnografico. Ci sono aspetti della loro cultura che lo colpiscono, per esempio il fatto che non dimostrino interesse per rubare le provviste o gli utensili della spedizione: piuttosto chiedono di barattarli con qualcosa. Fa molto ridere lui e l’equipaggio un certo capo della tribù che, entrato sulla nave, si inchina di fronte ai ritratti della famiglia reale scambiandone i membri per dei santi.

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Foto etnografica, spedizione Vega – Immagine: Archivio fotografico Associazione Culturale Giacomo Bove & Maranzana

Ma quello che più di tutto colpisce l’animo di Giacomo Bove sono le aurore boreali, uno spettacolo che vede molte volte, sia dalla nave che durante le lunghe osservazioni dal riparo di ghiaccio appositamente costruito. Contribuisce come il resto degli ufficiali alla registrazione dei segnali magnetici in presenza della aurore. In questo periodo non si comprendeva ancora del tutto il fenomeno che le provocava e Nordenskiöld capisce che quelle osservazioni saranno preziose. Per questo, di fatto, vieta a Bove e a chiunque altro di pubblicare alcunché al riguardo al loro ritorno. Tutto il lustro deve andare al comandante della spedizione e alla corona svedese che lo aveva finanziato. Già intriso di sentimenti patriottici, Bove comincia a pensare che l’unico modo per trovare il proprio posto, e farlo trovare all’Italia nella corsa ai territori estremi, sia una spedizione tutta italiana con lui al comando.

La vita scorre monotona. L’unico evento è la partenza dei Ciukci, che vanno a svernare a sud. Per il resto è routine, nella quale però i rapporti con il resto dell’equipaggio non si approfondiscono mai davvero: tutto il tempo è una lotta di nervi con sé stessi. Finalmente, il disgelo comincia a manifestarsi, anticipato dal rumore del ghiaccio che si muove dopo mesi di immobilità, e il 20 luglio del 1879, dopo 294 giorni di sosta, la Vega riprende la via del Giappone. Il resto del viaggio è semplice e senza imprevisti. Il 2 settembre la spedizione è a Yokohama, in Giappone: il passaggio a Nord Est è stato aperto per la prima volta nella storia. Bove scende dalla nave il 4 febbraio del 1880 a Napoli passando da Suez, mentre la Vega prosegue per Stoccolma. Alla fine, l’itinerario completo della spedizione sarà di 22189 miglia, cioè 44094 chilometri.

In Italia Giacomo Bove è trattato come un eroe, in un periodo in cui esploratori eroi ce ne sono molti. Passa di città in città tenendo conferenze e raccontando la sua esperienza tra i ghiacci. Non manca di rendere conto della spedizione alla Società Geografica Italiana e a Cristoforo Negri, che ne era il presidente fino al 1872 ed è stato un grande sostenitore della aspirazioni di Bove. Anzi, insieme progettano di realizzare una grande spedizione italiana tra i ghiacci dell’Antartide. Ma i soldi non ci sono e non si trovano: l’Italia continua la sua andatura a vista nell’impresa di esplorazione. E poi, ci sono altri continenti da sondare che sembrano più interessanti per gli scopi economici e politici di un paese europeo.

Sempre con l’Antartide nel cuore, ma senza trovare i finanziamenti necessari, Bove inizia una serie di esplorazioni in Sudamerica. Il suo è uno spirito irrequieto, che non accenna a placarsi nemmeno dopo che nel 1881 sposa Luisa Bruzzone, vedova e che gli porta in dote una figlia di pochi mesi. Nel 1882 è a comando di una spedizione che tenta la circumnavigazione del continente sudamericano. Nonostante un naufragio dalle parti dello Stretto di Magellano, la missione è un successo scientifico per le osservazioni e le conseguenti pubblicazioni dello zoologo Decio Vinciguerra, del botanico Spegazzini e del geologo Domenico Lovisato. Nel 1883 risale i fiumi Paranà e Iguazù dalla baia di Buenos Aires per valutare la possibilità di colonizzazione dei territori che attraversano. L’anno seguente guida la goletta Cilote nell’ultima missione sudamericana, sempre esplorando i mari che cingono la Terra del Fuoco. Ma sono tutte missioni in territori già noti, importanti perché aiutano a comprendere meglio territorio comunque poco battuti, ma che non scaldano l’animo dell’esploratore Giacomo Bove.

Bove tra i patagoni - Immagine: viaggipolari.it
Bove tra i patagoni – Immagine: viaggipolari.it

Sempre nel 1884, alla cosiddetta Conferenza di Berlino, le potenze europee si spartiscono i territori tra i fiumi Congo e Niger in Africa. Leopoldo II del Belgio diventa il re del nuovo stato dal nome di Stato Libero del Congo. In realtà si tratta di una delle esperienze coloniali più sanguinose della storia dell’umanità. C’è spazio anche per l’Italia che si arroga il diritto di una spedizione per risalire il fiume Congo, dove ipotizza di stabilire delle colonie per lo sfruttamento delle risorse e, si diceva così, “incivilire” le popolazioni locali. La missione, realizzata nel 1885, è affidata a Giacomo Bove, oramai un esperto esploratore e un ufficiale dal giudizio autorevole, e a una coppia di ufficiali dell’esercito. La missione non è particolarmente lunga, tra la partenza dall’Inghilterra a dicembre e il ritorno in Italia nell’autunno dell’anno successivo. La spedizione esplora il basso Congo e risale fino a Leopoldville, la capitale del neonato Stato africano. Bove non crede che sia un territorio adatto a un insediamento italiano: troppo difficile il clima, troppo pericoloso dal punto di vista delle malattie tropicali. La sua relazione per il governo italiano è un caldo consiglio a lasciare la mano.

La colonizzazione italiana del Congo non avverrà mai, ma quando Bove esprime il suo giudizio – che era poi quello che gli avevano chiesto di fare – viene visto come un pessimista in un momento in cui l’Italia, sempre a modo suo, cerca di trovare la propria via all’Africa. Sarà altrove, in modalità diverse da quelle immaginate, ma Bove viene messo un po’ in disparte: tante grazie, ma non c’è spazio per il disfattismo. Forse questo è il colpo decisivo che rompe l’argine dell’amarezza di Bove, di quella malinconia che lui sa che si sta trasformando in “nevrosi”. O forse il fisico è oramai debilitato dalla dura vita per i mari di quattro continenti, chissà se anche segnato da una malattia tropicale contratta in Congo o in Sudamerica. Quello che si sa per certo è che nel 1887, durante l’estate, è in una stazione climatica del Sud Tirolo a curarsi, ma all’inizio di agosto scende a Verona, dove il 9 mattina, con un revolver comperato alla bisogna, si toglie la vita a 35 anni. L’Antartide, la terra da esplorare che aveva sognato fin dal suo viaggio sulla Vega, sarà violato solamente alla fine del secolo, ma Roald Amundsen e Robert Falcon Scott conquisteranno il Polo Sud solamente tra il 1911 e il 1912. Anche la missione più importante della sua vita, quella che aprì il passaggio a Nord Est, darà frutti solamente nel XX secolo, con la creazione di vere e proprie rotte commerciali tra i due oceani. Bove ha deciso di non voler vedere tutto questo, forse troppo fragile, forse fuori sincrono con il proprio tempo, forse semplicemente sfortunato. Sicuramente messo da parte e presto dimenticato.

 

Italiani esploratori, scienziati, avventurieri – A un soffio dalla gloria: Giovanni Miani e le sorgenti del Nilo

[Da Oggiscienza.it]

APPROFONDIMENTO – Da piccolo lo chiamavano «Bastardo», tanto che per un certo periodo ha pensato che quello, e non Giovanni, fosse il suo vero nome. Quand’è cresciuto, le cose sono cambiate fino a un certo punto: altra città, Venezia, e altro nome, “paronsìn”, padroncino, che non era comunque un complimento. Ma c’è un altro nome che gli si addice, soprattutto a immaginarselo in età avanzata: “il Leone Bianco”. Un po’ per via della lunga e folta barba bianca, ma soprattutto per la sua familiarità con l’Africa. Perché Giovanni Miani, il bastardo che si è fumato tutti i soldi in donne e pensava che Rossini fosse un “raccomandato”, si è fatto leone andando alla ricerca delle sorgenti del Nilo. E per un soffio, nel secolo delle grandi imprese di esplorazione nel Corno d’Africa, non è suo il nome che la Storia ha scritto nella pagina dell’impresa.

Ritratto di Giovanni Miani - litografia Virano - Teano, Roma
Ritratto di Giovanni Miani – litografia Virano – Teano, Roma

È passata una generazione dalle imprese di Giovanni Battista Belzoni, eppure nei confronti dell’Africa sta cambiando tutto, e a grande velocità. Belzoni esplora con occhi e metodi nuovi la Valle del Nilo alla ricerca dei tesori dell’antico Egitto, ma si ferma a nord dell’odierno Sudan. Nel frattempo gli inglesi hanno fondato la British African Society allo scopo di cartografare quell’Africa che, al di là delle coste e dei corsi dei fiumi principali, è ancora terra incognita. Anche la Francia di Napoleone Bonaparte ha mostrato interessi per l’Egitto e l’Africa Orientale con la campagna militare lungo il Nilo che è valsa anche il ritrovamento, nel 1799, della stele di Rosetta, che risulterà fondamentale per decifrare i geroglifici. In tutta l’Europa la collezioni egizie si gonfiano con le raccolte di Belzoni e delle altre decine di archeologi. Parigi con il Louvre, Londra con il British Museum, persino Torino con il Museo Egizio: tutte le potenze europee vogliono la loro quota di sarcofagi e mummie.

Ma c’è, come sempre, molto altro che bolle in pentola. Dall’inizio del secolo si parla concretamente di scavare un canale artificiale che colleghi il Mediterraneo con il Mar Rosso, riducendo drasticamente i tempi di navigazione per raggiungere le Indie orientali. Gli inglesi, direttamente o indirettamente, controllano già una buona parte delle coste tra penisola arabica e Africa. Ma al pensiero che le proprie navi possano transitare in quel mare, tutte le potenze vogliono conoscere meglio l’entroterra per garantirsi maggiore sicurezza. E, en passant, raccogliere avorio e schiavi da rivendere. Questo è lo sfondo sul quale si muove la corsa per arrivare per primi alle sorgenti del Nilo. Una corsa che alla lunga vinsero gli inglesi, ma che Giovanni Miani ha corso con ardore e determinazione. E non fosse stato per una cronica mancanza di denari e una dose non piccola di sfortuna, forse avrebbe anche potuto fare sua.

La dea bendata, a dire il vero, gli aveva dato una chance già da ragazzo. Nato a Rovigo nel 1810 da “padre ignoto”, prende il cognome della madre, Maria Maddalena Miani, donna di servizio anche in casa di nobili veneziani. Uno di questi, il conte Pier Alvise Bragadin, a un certo punto se lo prende in casa a Venezia per dargli un’educazione. Maria Maddalena, fino alla morte, tace sulle motivazioni. Peccato che prima di completare la sua formazione, il conte muoia. Ma il “paronsìn” – che non gradiva l’appellativo che gli ricordava le umili origini – si ritrova una discreta somma in eredità, più di 54 mila lire. Tutto il gruzzolo se ne va rapidamente, speso in teatri, divertimenti e correndo dietro alle gonnelle. Perché Giovanni vuole costruirsi una carriera nello spettacolo e per questo studia mandolino e composizione, oltre a svenarsi per pubblicare una sua storia della musica che si ferma al primo volume per le scarse vendite.

A un certo punto della sua vita si trova a Costantinopoli, al servizio nel teatro del sultano. Ha provato a rappresentare la sua opera lirica, Las segadoras de Vallecas, in Italia, ma con scarso successo, mentre, sbraita a chiunque gli capiti a tiro, un Rossini qualsiasi (sono gli anni del Barbiere di Siviglia e de La gazza ladra) viene esaltato pur non avendo qualità. Da opinioni come questa si capisce che suo carattere non è propriamente morbido.

Allora a Levante, e specialmente a Costantinopoli, attori di mezza Italia e Europa vanno a trovare rifugio quando la carriera non ingrana o quando è meglio sparire dalla circolazione per un po’. Ma con il teatro e la musica, Miani capisce che non c’è molta speranza, soprattutto per la gloria e la grandezza a cui aspira. Non si sente un uomo normale, si sente destinato a grandi cose. Ma quale impresa compiere? In questi anni, le sorgenti del Nilo e l’Africa non sono ancora al suo orizzonte.

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La Karthoum dell’Ottocento in un’illustrazione tratta da Stanleys expedition till Emin Paschas undsättning di Alphonse-Jules Wauters (Wikimedia Commons)

Da Costantinopoli, torna in quella Venezia che non lo aveva apprezzato come artista. E lo fa con sentimenti patriottici. Siamo in pieno Risorgimento, tutta l’Italia è in fermento per i moti del ’48 – ’49: ci si vuole liberare dell’oppressione straniera e realizzare l’unità nazionale. La città lagunare è in mano austriaca e Miani si sente chiamato a compiere “i doveri di onesto cittadino”, che “vanno sopra ogni cosa”. I veneziani insorgono e riescono anche a proclamare la Repubblica di San Marco. Ma la libertà dura poco più di un anno e Venezia torna in mano straniera. Servirà una Guerra d’Indipendenza, la terza, combattuta nel 1866 per annetterla all’Italia. Nel frattempo Miani è finito in galera, prigioniero del nemico, almeno per alcuni giorni. Viene rilasciato, ma sarà stata una raccomandazione o un suo pensiero, capisce che è tempo di prendere il largo. Così, con soli cento franchi in tasca, s’imbarca su di una fregata americana. È in questo periodo che, come scrive nel proprio diari, “negli ozi della navigazione concepii e meditai l’idea di andare alla scoperta del Nilo”. Si comincia a intravvedere il Leone.

Il problema è che con centro franchi in tasca non si va molto lontano. Serve un finanziatore, e chi meglio di Napoleone III, l’uomo che vuole ristabilire la grandeur imperiale del suo omonimo predecessore? E quale impresa migliore, pensa il francese, che mettersi a gara con gli inglesi senza dover mobilitare società geografiche, esercito e diplomatici? Chi meglio di questo avventuriero un po’ arrogante che sembra non aver paura di niente? Secondo le indicazioni di Miani stesso, si organizzano così due spedizioni: una dall’Oceano Indiano e una da Khartoum, la città fondata nel 1821 dagli inglesi come avamposto per le spedizioni. In questo modo pensava di poter anche individuare un collegamento tra il fiume egiziano e la costa orientale: una via alternativa, dovessero mai gli inglesi riuscire nell’impresa del canale.

Questo in linea teorica, perché i soldi di Napoleone III, che avrà avuto anche sogni di grandezza, ma spendeva con molta parsimonia, bastano a malapena a tentare l’impresa risalendo il fiume con uno sparuto gruppo di uomini al seguito. Ma Giovanni non si lascia scoraggiare, perché è convinto che in quelle lande desolate in cui si sta per recare si nasconda l’Ofir, quella terra dalle immense ricchezze nominata da Salomone nella Bibbia. Dove sia, però, nessuno lo sa, tanto che i letterati lo hanno immaginato praticamente in tutti i continenti tranne l’Europa. Miani è convinto di poter provare con la sua spedizione che, come scrive nel suo libro di memorie del 1865, “non poteva essere né in Arabia, né nelle Indie, né al Perù, come lo avevano stabilito molti dotti con con inutile erudizione”. Poco più avanti, aggiunge che “l’Offir è nel centro dell’Africa, e credo potere far conoscere i tesori che essa possiede, e quanta utilità sarà la scoperta del Nilo, essendo vicina all’Oceano Indiano”.

La partenza dal Cairo avviene il primo di maggio 1859 alla volta di Khartoum, dove Miani arriva il 20 luglio. Ora, il rodigino era uno che si adattava, ma bisogna immaginarselo arrivare in questa città neonata, dove la puzza e il caos la facevano da padroni, con personaggi poco raccomandabili in cerca di fortuna e di una seconda vita lontano dalle forze di polizia europee. A questi ci sono da aggiungere i diplomatici, gli eserciti e gli africani che si sono riversati in città offrendo i propri servigi all’uomo bianco. Miani vi arriva a 49 anni, con una  prospettiva di non certo grande comodità. Eppure, anche nella calura opprimente trova di che soddisfare i propri appetiti dedicandosi all’esplorazione dell’universo femminile, dove usi e consumi sessuali locali lo incuriosiscono non poco. Ma non bisogna troppo indugiare nell’ozio, c’è il Nilo da esplorare!

Khartoum sorge alla confluenza tra i due bracci principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Le sorgenti del primo sono note dal XVII secolo, quando il missionario Pedro Páez giunge a Gish Abbai, sull’altopiano etiope, nei pressi del lago Tana. Dell’altro braccio, più lungo del primo, si stanno ancora cercando le origini quando Miani parte risalendone il corso, convinto che si tratti del modo migliore per riuscire nell’impresa. Ma non è semplice. Innanzitutto, più si scende verso Sud, più il fiume si divide in decine di rivoli, forma cateratte e laghi, e ognuno può essere un vicolo cieco dell’esplorazione. In alcuni punti, il convoglio è costretto a rinunciare a navigare e proseguire via terra, superando dislivelli impegnativi, difendendosi dalle bestie che Miani non ha mai visto. In più c’è la complessa geografia politica della regione, frammentata in aree di influenza di questa o quella popolazione locale, spesso in lotta tra di loro e poco inclini a lasciar passare una carovana senza chiedere nulla in cambio. Bisogna fare uno sforzo per immaginarsi Miani che contratta il passaggio con i capi tribù locali, che si stupisce per le diverse forme che può prendere la natura, che si arrabbia perché si avanza troppo lentamente: tutti intralci che lo svantaggiano, pensa, mentre gli inglesi stanno cercando di arrivare alle sorgenti da Sud, attraversando la Tanzania da Zanzibar. Dopo diversi mesi passati nella calura umida di quelle terre, sempre assediato dagli insetti (di cui si lamenta spesso), proprio una rivolta di alcune tribù locali lo blocca a Gondokoro, 1500 chilometri da Khartoum, nell’estremità meridionale dell’attuale Sudan. L’ostilità locale, unita a una febbre insistente e a una piaga purulenta alla gamba lo costringono a ripiegare verso Nord. È il 28 gennaio 1860.

Tornato a Khartoum si rimette in forze, ma la piaga alla gamba non se ne andrà mai del tutto. Qui, con uno sforzo di orgoglio si riorganizza velocemente e riparte il prima possibile: bisogna riprendere l’esplorazione da dove la si è interrotta per battere gli inglesi. Ma anche questo viaggio è sfortunato e deve essere abortito presto. Innanzitutto il detour provocato dalla rivolta ha fatto avanzare troppo la stagione e questo secondo viaggio è caratterizzato da una pioggia che, ricorda Miani, non gli fa mai asciugare la palandrana. In più, lui è diventato sospettoso ed è provato nello spirito: teme che altre forze siano in gioco per non fargli raggiungere l’Ofir. Ritorna comunque nella zona battuta precedentemente, ma ora è più difficile passare: i campi sono seminati e l’ostilità dei locali al suo passaggio si fa più intensa. Miani si avventura oltre la cateratta di Makedo su di una feluca a remi (abbiamo detto che non era uomo facile da fermare), e da lì ha trova il modo di arrivare a Galuffi, presso la catena del Gniri, più a est di dove stavano muovendosi John Hanning Speke e James Augustus Grant, i due geografi di Sua Maestà la Regina Vittoria. Miani è convito che sia la strada giusta, anche se non potrà mai verificarlo di persona perchè il mudir dell’Omdurman, uno dei signori locali, gli impedisce il passaggio. Miani prova a convincerlo con tutti i mezzi, ma senza successo. Incide il proprio nome sul tronco di un albero di Tamarindo, “l’albero del viaggiatore”, e con la coda tra le gambe torna verso nord.

Miani è a pezzi, perché sa che il suo è un fallimento. Scoprirà solo più tardi che il mudir è stato sostenuto nella sua opposizione dagli inglesi, che non si fanno scrupoli a usare qualsiasi mezzo per tagliare fuori gli avversari. Chissà se questo elemento non abbia fatto aumentare nel Leone Bianco l’amarezza, convinto com’era che gli inglesi avessero solo scoperto il Lago Vittoria e non le sorgenti del Nilo Bianco. Miani crede che bisogni cercare più a oriente, verso il monte Kenya e il suo vulcano, non nella regione dei laghi. Oggi il Lago Vittoria viene considerato convenzionalmente la sorgente del Nilo Bianco, ma una parte delle acque che lo costituiscono vengono da più a Sud ancora, dalla regione dell’attuale Rwanda e del Burundi. Insomma, non aveva ragione Miani, ma a voler essere pignoli nemmeno gli inglesi. L’Ofir rimaneva inviolato.

La carta del 1879 che mostra i territori esplorati da Speke e Grant - da: Historic Maps Collection
La carta del 1879 che mostra i territori esplorati da Speke e Grant – da: Historic Maps Collection

Il ritorno in Europa dopo la spedizione è ancor più deludente. Intanto perché Speke e Grant hanno annunciato la scoperta delle sorgenti del Nilo a tutto il mondo. In più c’è questa grande massa di reperti e oggetti che si è portato dietro che nessuno pare volere. Venderla, avrebbe significato uscire dalle ristrettezze economiche in cui versava. Ma i Savoia non sono tanto interessati, a Firenze si organizza una mostra modesta che non risolve i suoi problemi. Alla fine la collezione arriva, in dono, al Museo Correr di Venezia, nel tentativo di accaparrarsi la benevolenza della città. Le 14 casse contengono 1800 oggetti, così suddivisi a sentire il direttore del Correr di allora, il cavalier Lazari: “prodotti naturali: minerali, tronchi di piante equatoriali, pelli di quadrupedi, spoglie d’uccelli”; “articoli d’abbigliamento e di costume”; “armi, da offesa e da difesa”; “prodotti industriali: tessuti di vegetali e pelo animale, strumenti da corda, da fiato e da percuotere”; “ceramiche”; “antichità: mummie umane, di coccodrilli, di ornitorinchi”.

Buona parte della collezione ora si trova al Museo Civico di Storia Naturale di Venezia. Parte delle collezioni sono finite in giro per l’Europa in diversi musei e istituti. Così che almeno post mortem, Miani ha potuto dare il proprio contributo alla cultura europea. Non bisogna, però, immaginare Miani come un attento catalogatore e raccoglitore di reperti e oggetti: si porta a Venezia tutto quello che reputa esotico e curioso. Nel suo libro di memorie, che contiene anche la carta geografica dei suoi viaggi e serve ad alimentare la polemica con gli inglesi, Miani annota però usi e costumi delle popolazioni che incontra, comportandosi, forse senza averne coscienza, da etnografo ingenuo. Un’operazione che ha avuto un valore culturale che deve ancora del tutto essere approfondito.

John H. Speke (sx.) e James A. Grant in un'illustrazione tratta da burtoniana.org
John H. Speke (sx.) e James A. Grant in un’illustrazione tratta da burtoniana.org

Potremmo pensare di essere arrivati in fondo, di aver accompagnato un uomo dallo spirito avventuroso e polemico nelle sue spedizioni all’interno dell’Egitto meno noto, e di averlo visto sconfitto solamente dalla potenza coloniale britannica. Ci sarebbe materiale per un paio di libri di Emilio Salgari, ma non è andata così. Perché tenere in gabbia un leone, seppure con una pustola alla gamba e nessun soldo in tasca, è impresa praticamente impossibile. Quindi, nell’ordine, Miani si accompagna a una certa Anna, affittacamere veneziana, che lo rimprovererà per il resto dei suoi giorni e gli chiederà costantemente di inviarle danari, e diventa direttore del nuovo zoo di Khartoum, che gli offre l’opportunità di organizzare nuovi viaggi alla ricerca di specie da mettere in mostra. Quale migliore occupazione per uno che è riuscito a trovare gli ornitorinchi australiani in Africa?

La gloria del decennio precedente è oramai andata, ma nel 1871, a sessantun anni, con la sua lunga barba bianca riesce a convincere gli organizzatori di una spedizione nel Monbuttu, sempre nel dedalo di affluenti e cataratte del Nilo, a portarlo con loro come esperto scientifico. Miani si carica un armamentario di strumenti e gabbie per gli animali da catturare vivi. Così, ancora poco convinto dell’impresa di Speke e Grant, crede di star partendo verso l’Ofir biblico e la sua personale gloria. In realtà, la sua presenza sarà un peso per il resto della spedizione che aveva come unico scopo l’avorio e la cattura di schiavi da rivendere sulle coste. La spedizione va benissimo per i predoni, meno per Miani. Il quale, però, cattura e porta con sé due pigmei dell’Africa nera, una “razza” esotica e dal sicuro interesse per gli studiosi europei. Già si immagina il ritorno trionfale a Venezia con i due piccoli africani, finalmente ripagato degli sforzi di una vita. Chissà, conferenze nelle più grandi città, magari un libro di memorie. Si immaginava, insomma, almeno una gloria come quella di Belzoni che dava spettacolo sezionando mummie egizie a Piccadilly. Non ci sarà nulla di tutto questo, perché al Cairo arriverà solo il suo testamento: 24 ghinee e una lettera per la sua “Annetta di Canareggio”. Il Leone Bianco era stato catturato dalla cacciatrice ultima, quella che non lascia scampo.

@ogdabaum

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Italiani esploratori, scienziati, avventurieri | Il gigante Belzoni alla conquista dell’Antico Egitto

Una vita ricca di avventura, tra i palchi dello spettacolo popolare e un’Africa ancora inesplorata. Giovanni Battista Belzoni è uno dei padri dell’egittologia moderna, applicando metodo e osservazione allo scavo archeologico.

A quel tempo Timbuctù era un luogo sospeso tra realtà e mito, un Eldorado piantato nel mezzo del Sahel, il “bordo del deserto” in arabo, capitale di uno dei grandi sultanati che l’Islam aveva fondato espandendosi nel Maghreb, l’occidente visto dalla Penisola Araba. In tanti avevano provato a raggiungerla, nessuno aveva fatto ritorno. E non lo ha fatto nemmeno Giovanni Battista Belzoni, che di questa storia è il protagonista, e che è morto il 3 dicembre del 1823 tentando di arrivarvi dal Golfo di Guinea, risalendo il corso del Niger.

A dire il vero non andò molto più in là della città portuale di Gwato (o Ughoton), nell’attuale Nigeria, dove la dissenteria se lo portò via rapidamente. Un compagno di viaggio inglese, il signor Houston, lo fece seppellire sotto a un albero, con la speranza che tutti gli europei che sarebbero passati di lì avrebbero contribuito a tenere pulita e in ordine la tomba. Ora, quanti europei potessero effettivamente avere occasione di transitare da quelle parti e, anche dovendolo fare, avessero idea di chi fosse Giovanni Belzoni, può essere incomprensibile per noi oggi. Ma all’epoca, un fermento senza precedenti percorreva tutte le potenze europee: ognuna cercava di accaparrarsi un pezzetto di Africa, con le relative ricchezze: avorio, legname e, ovviamente, schiavi. E in questo tumulto, Giovanni Belzoni non è uno qualsiasi, ma uno degli scopritori di tombe antiche più in gamba in circolazione che aveva deciso di provare anche la via dell’esplorazione geografica. Certo, non è particolarmente colto e raffinato nei modi, e sicuramente il suo passato da saltimbanco non costituisce un pedigree da vantare nei salotti buoni. Ma se c’è un uomo che all’epoca aveva contribuito con generosità alla scoperta dei tesori archeologici della Valle del Nilo in Egitto, è sicuramente Giovanni Battista Belzoni.

Ritratto di Giovanni Belzoni di William Brockedon conservato alla National Portrait Gallery, Londra
Ritratto di Giovanni Belzoni di William Brockedon conservato alla National Portrait Gallery, Londra

Inoltre c’è un altro dettaglio per il quale non pare giusto lasciarlo nel dimenticatoio della Storia come uno di quei semplici avventurieri che diventano famosi per una stagione e poi scompaiono dal radar della celebrità. E questo dettaglio ha a che fare con il cinema. Sì, perché pare che alla ricerca di un’ispirazione per un film d’avventura, il regista George Lucas abbia trovato quella decisiva venendo a conoscenza delle gesta di Belzoni: era nato Indiana Jones.

Giovanni Battista Belzoni era, come diceva lui stesso, “di famiglia romana, stabilita da lungo tempo a Padova”, dove nacque il 5 novembre del 1778. In realtà era tutto padovano, ma cercava di darsi un contegno più internazionale. Da adulto era alto più di due metri, con un fisico massiccio e dotato di una forza straordinaria che gli sarà utile durante i faticosi lavori di scavo in Egitto. Ma prima gli fa comodo per guadagnarsi di che vivere sul palco del Sadler’s Wells, locale di spettacolo di Londra. Veniva annunciato come il Sansone Patagonico e il suo numero più celebre è la piramide umana in cui sostiene fino a dieci persone, qualcuno sostiene anche dodici, solamente con la forza dei suoi muscoli. Sempre a Londra, dove si è trasferito perché si sente destinato a imprese più grandi di quelle che gli può offrire Padova, conosce anche Sarah Banne, o forse Dane, che sarà sua moglie e lo accompagnerà nelle sue spedizioni archeologiche.

L’incontro con l’Egitto avviene nel 1815, quando Belzoni è ad Alessandria, alla corte del pascià Muhammad Alì. Si è spacciato per ingegnere idraulico e ha convinto il sovrano a investire nella costruzione di un sistema di irrigazione più efficiente di quanto si possa immaginare all’epoca. Si tratta di una macchina a forza animale che con un complicato sistema di ruote e corde prelevava l’acqua dal fiume e la doveva distribuire sui campi. Una tecnologia non del tutto nuova, ma che avrebbe reso necessari meno uomini per l’irrigazione e avrebbe dovuto ridurre gli sprechi. Con il ricavato dell’impresa ingegneristica, Belzoni è convinto di potersi finanziare l’esplorazione della Valle del Nilo e delle sue immense e ancora parzialmente sconosciute ricchezze archeologiche. Intanto, pensa, potrà anche intessere relazioni importanti con i vari legati europei che sono in Egitto con il suo stesso intento: portare a casa il maggior numero di reperti archeologici possibile. E nel frattempo fare anche scorta di avorio e schiavi per alimentare i mercati occidentali in piena espansione da Rivoluzione industriale e per la nascita della classe borghese.

Il progetto non va a buon fine, soprattutto perché i tempi si allungano e spazientiscono Muhammad Alì. Ma oramai Belzoni ha già messo le basi per cercare di concretizzare i propri sogni di gloria. Il 28 giugno del 1816 riceve l’incarico ufficiale del British Museum per organizzare il recupero di una statua, la testa del Giovane Memnone, che si trova a Tebe, un migliaio di chilometri a sud di Alessandria. In realtà oggi sappiamo che quella statua rappresenta il faraone Ramesse II e ora è in mostra come uno dei pezzi più pregiati della collezione egizia del British Museum. Quindi la prima impresa di Belzoni è riuscita, ma è interessante provare a capire come.

Illustrazione che evidenzia la tecnologia usata per trasportare la statua del Giovane Memnone in un disegno realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821
Illustrazione che evidenzia la tecnologia usata per trasportare la statua del Giovane Memnone in un disegno realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821

All’inizio dell’Ottocento l’egittologia era ancora in una fase infantile. La campagna d’Egitto di Napoleone, con il ritrovamento della stele di Rosetta, avevano riacceso l’interesse internazionale per gli antichi egizi, ma chi si era avventurato lungo il Nilo non aveva fatto molto di più che arraffare o comperare quello che era visibile a prima vista o poco più. È qui che Belzoni mostra la stoffa di cui è fatto, perché pur non avendo una formazione superiore è intelligente e, soprattutto, sa affrontare problemi pratici con determinazione. La statua del Giovane Memnone pesa oltre 7 tonnellate e si trova a circa circa 3 chilometri dalla riva dove è approdato con la sua barca. Bisogna trovare un modo per coprire quella distanza con quel “sassolino”. Oltre a mostrare per la prima volta che cosa vuol dire organizzare un cantiere archeologico e impiegare una pianificazione metodica, Belzoni si interroga sulle tecnologie e le tecniche impiegate dagli antichi egizi per la costruzione di quei monumenti. I suoi appunti, tra i primi così dettagliati anche sul fronte delle dimensioni e dei disegni, si inseriscono quindi in quel filone di ricerca egittologica che cerca di dare risposte sulle reali capacità tecniche degli ingegneri dell’Egitto Antico. Misteri che rimangono ancora in parte tali anche oggi.

Per spostare la statua del Giovane Memnone, il padovano fa costruire un’enorme barella al falegname che si è portato dietro da Alessandria: facendola rotolare sui pali permetterà di arrivare alla barca. Ma prima bisogna riuscire a metterci sopra la statua. Con l’aiuto di quattro leve, Belzoni fa sollevare il busto fino a poterci infilare sotto la parte posteriore della barella. Poi ripete l’operazione con la parte anteriore. Una volta caricata, si tratta solamente di farla avanzare un po’ alla volta in sicurezza fino al fiume. Ci vorranno 14 giorni. Belzoni riesce nell’impresa grazie alla sua capacità di trattare con le autorità locali e di coordinare il lavoro di decine di persone che a forza di braccia hanno fatto gran parte della fatica. Sul piano dell’ingegno e del fiuto archeologico, però, le cose migliori devono ancora venire.

I templi di Abu Simbel in un disegno realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821
I templi di Abu Simbel in un disegno realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821

Tutto si concentra in due anni gloriosi, il 1817 e il 1818. Prima di ritornare con Belzoni a discendere lungo il corso del fiume, però, vale la pena dipingere il fondale su cui si muove. L’Italia è ancora divisa politicamente, mentre le grandi potenze europee cominciano ad accarezzare l’idea dell’impero coloniale. Per Francia e Inghilterra la supremazia passa anche per la costruzione di grandi collezioni museali: il Louvre e il British Museum. Belzoni, avendo abitato a Londra, ha già le amicizie che lo portano a lavorare per i britannici, ma siamo in un ambiente in cui tutti si conoscono e c’è sempre la possibilità che ti facciano lo sgambetto, dopo che hai faticato, per portarti via la gloria e, soprattutto, i reperti più pregiati. La cosa preoccupa Belzoni perché da, diciamo, freelance deve sempre assicurarsi che quello che scopre gli venga attribuito, altrimenti non vede un soldo.

Il 1817 è una corsa contro i francesi coordinati dal console e legato francese Bernardino Drovetti. Inciso, anche lui è italiano, ma è in Egitto come ufficiale dell’esercito napoleonico nel 1798. Eppure la sua collezione privata è stata il nucleo originario del Museo Egizio di Torino a partire dal 1824. Ovviamente dietro lauto compenso monetario. La rivalità franco-britannica trova una pausa nel 1817, quando l’area di Tebe viene suddivisa in due parti: Francia e Inghilterra potranno scavare esclusivamente nella propria e ad appropriarsi di tutto quello che vi trovano. Qui Belzoni dà un’altra prova di acume e metodo. La Valle delle Porte, com’è detta all’epoca la Valle dei Re, è tutta una tomba, ma si ha la sensazione che il meglio debba ancora essere scoperto. L’ex gigante della Patagonia sonda il terreno palmo a palmo e annota, disegna nel suo taccuino. Fa, insomma, quello che oggi chiameremmo un “rilievo”. Sta cercando delle anomalie del terreno che gli diano indicazione su dove possa nascondersi un’altra porta d’ingresso di una tomba. Così facendo riesce a individuare almeno quattro tombe e a trovare mummie in un territorio che era stato abbondantemente battuto primo di lui. Il metodo paga.

Tra il 17 e il 18 ottobre fa probabilmente la sua più grande scoperta, anzi la più grande scoperta tombale fino al 1922, quando Howard Carter entra nella tomba di Tutankhamon. Si tratta della tomba di Sethi I, figlio di Ramses I e padre di Ramses II, che ha regnato tra il 1294 e il 1279 a. C. Si tratta della più grande tomba della Valle, con un altezza massima di 100 metri e una profondità di 230 metri. Misure che Belzoni ha annotato scrupolosamente nei suoi taccuini di rilievi. Per gli egittologi, ancora oggi, è la “tomba Belzoni”, in onore del suo scopritore. Non male per un fenomeno da baraccone che ha cercato fortuna in Africa. Il motivo per cui lui è riuscito a trovare l’ingresso è che ha notato un cumulo di calcare nella parete rocciosa, un discontinuità che gli fa intuire che lì ci sia lo zampino dell’uomo. Il blocco di calcare, infatti, nasconde un parete di pietre che protegge l’ingresso del tunnel.

La "firma" di Belzoni all'interno della seconda piramide di Giza
La “firma” di Belzoni all’interno della seconda piramide di Giza

Dal punto di vista tecnico, però, l’impresa più gloriosa è dell’anno successivo. Dopo lo spoglio della tomba di Sethi I, Belzoni torna a nord, al Cairo, e comincia a studiare la piramide di Chefren che si ritiene non abbia un ingresso e che sia in realtà una struttura senza camera funeraria. Belzoni non è convinto. Li vicino c’è un’altra piramide, quella che chiamiamo la Grande Piramide di Giza, che è stata aperta molti anni prima. Giovanni comincia così un’altra metodica osservazione del terreno circostante. Non ne parla con nessuno, perché così vicino al Cairo la probabilità che orecchi indiscreti ti rubino le informazioni è ancora più alta. Nel corso dei rilievi all’inizio del 1818 si convince che certi segni visibili sul lato nord siano l’indicazione che sotto al terreno sabbioso c’è l’ingresso della piramide. Ora, bisogna immaginare la difficoltà di convincere i suoi contemporanei che la calce sulla parete della piramide, portata a terra dalla rugiada, ha indurito la sabbia in modo da renderla durissima. Belzoni, a differenza degli altri archeologi, è convinto che una parte della piramide sia, infatti, sotto al terreno e che si debba scavare per arrivare all’ingresso.

Lo scavo è una fatica immane, colpa della calce, e dura in tutto un mese. Ma la fatica ripaga, perché dopo 4500 anni in cui nessun uomo ha messo piede nella tomba di Chefren, Belzoni può entrare nel tempio funebre e incidere nella roccia la scritta “Scoperta da G. Belzoni. 2. mar. 1818.”, una scritta visibile ancora oggi. In realtà i sogni di ricchezza sono traditi. Perché qualcuno nella tomba ci era già entrato, probabilmente nel XII secolo. Belzoni pecorre i 37 metri del tunnel per raggiungere la camera funebre ma non vi trova praticamente niente. Non gli rimane che prendere le misure, fare il suo rilievo nel taccuino e cercare di recuperare un po’ delle spese sostenute con la vendita di qualche pezzo che è riuscito a tenere per sé.

Il disegno della camera maggiore della seconda piramide di Giza realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821
Il disegno della camera maggiore della seconda piramide di Giza realizzato da Agostino Aglio per il volume che raccoglie i diari di Belzoni pubblicati nel 1821

Rientrato in Inghilterra con la moglie Sarah, Belzoni è comunque sempre a corto di danaro. Nonostante abbia scoperto in prima persona sei tombe egizie e l’elenco di reperti che il British Museum possiede grazie ai suoi sforzi occupi diverse pagine del catalogo, il gigante è praticamente dimenticato. Nel 1821 organizza con William Bullock quella che è a tutti gli effetti la prima grande mostra dedicata all’Antico Egitto. Occupa le sale di un palazzo di Piccadilly che William Bullock vuole trasformare in un luogo di spettacolo, un po’ museo, un po’ circo, un po’ teatro. Belzoni ritorna su di un palcoscenico quando, di fronte a una grande folle che fatica ad entrare, effettua live la dissezione di un mummia.

Il successo deve aver fatto sperare a Sarah che fosse arrivato il momento della vita domestica, del ritiro dall’avventura. Belzoni non è più un ragazzo e deve pensare a passare come meglio può gli ultimi anni. Ma lui non è fatto per stare con le mani in mano, e tutto sommato fare il saltimbanco non gli piace più. Nel frattempo le potenze europee cominciano a rendersi conto che per avanzare sistematicamente nel Continente Nero c’è bisogno di intrepidi esploratori che si addentrino oltre le coste. Ecco, allora, Belzoni andare da re del Marocco per chiedergli il permesso di andare alla ricerca di Timbuctù. Un’altra avventura, l’ultima, senza l’amata Sarah, che lo lascia partire presagendo che non lo rivedrà più. Non si possono tenere in gabbia gli uccelli che abbiano assaporato l’ebbrezza della libertà.

[Da Oggiscienza.it]

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