La giungla delle normative antisismiche: una storia italiana

Fin dal 2003 il modenese e il ferrarese sono stati classificati come “zona sismica”. Come ci ha spiegato Romano Camassi, siamo passati da una sostanziale non classificazione a una “zona 3″, cioè un territorio a “medio rischio”, con un’attività sismica storica nota e capace, come abbiamo visto, di provocare danni ingenti. Ma non possiamo pensare a quella normativa come a una storia che prevede un prima e un dopo 2003. La situazione è molto più complessa.

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Dobbiamo abituarci all’idea, viviamo in zona sismica

«Abituarsi all’idea che viviamo in territorio sismico. Non pensare al terremoto come qualcosa di improbabile. Pensare che dobbiamo stabilire delle priorità e decidere che cosa è davvero importante». Parole di Romano Camassi, sismologo dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Bologna ed esperto di sismologia storica, a poche ore dalla scossa di magnitudo 5.8 che stamattina ha colpito nuovamente le aree del modenese e del ferrarese già in difficoltà per le scosse del 20 maggio scorso. «Si tratta di terremoti che non sono prevedibili nel senso dell’ora e quando, ma sono terremoti che non giungono inaspettati, perché tutta quest’area della Pianura Padana è interessata da un complesso di faglie il cui movimento ha come effetto quest’ondata di scosse, con i picchi di oggi e del 20 maggio».

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La ricerca nonostante tutto

“Cosa mi aspetto per il prossimo futuro? Spero di poter finalmente finanziare in maniera adeguata le ricerche mie e del mio gruppo su questi batteri estremofili per vedere quanto sono davvero diffusi negli oceani”. Per una volta, Daniele Brunelli, geologo dell’Università di Modena e Reggio Emilia, vorrebbe non essere costretto a fare le nozze coi fichi secchi e chissà che in questa occasione la copertina che Nature Geoscience ha dedicato a uno dei suoi ultimi studi non aiuti ad aprire qualche porta.

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