Il “re” dei fondi, dalla Norvegia a un impero mondiale. Storia e segreti di un successo – datajournalism.it

Un tesoro da mille miliardi di dollari, alimentato dal petrolio e reinvestito in tutti i continenti: dalla Silicon Valley a Piazza Affari, dalla Russia a Tokyo. In azioni, titoli di Stato e proprietà immobiliari

Originariamente: Il “re” dei fondi, dalla Norvegia a un impero mondiale. Storia e segreti di un successo

Le multinazionali digitali sono raddoppiate in 5 anni

Le multinazionali digitali realizzano il 70% delle proprie vendite fuori dal proprio paese, ma solo il 40% delle loro attività è condotto all’estero. Una situazione assai diversa rispetto alla media che si traduce in un impatto diretto meno visibile in termini di investimenti e posti di lavoro creato al di fuori della madrepatria. Lo afferma il World Investment Report 2017 pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), che comunque sottolinea come l’economia digitale sia un fattore chiave per la crescita e lo sviluppo economico.
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Westeros come laboratorio sociale: Il trono di spade tra economia e politica

La letteratura fantastica, come quella della saga di George R. R. Martin, può servire almeno in parte come esperimento sociale, per studiare le relazioni politiche ed economiche nella società umana

STRANIMONDI – La sesta stagione della serie fantasy di HBO basata sull’opera di George R. R. Martin è in piena corsa anche in Italia, trasmessa in contemporanea con gli Stati Uniti sugli schermi di Sky Atlantic. Una delle serie tv più costose e complesse della storia della televisione e della narrativa a puntate, A Song of Ice and Fire è studiata e analizzata nei minimi dettagli da numerosi punti di vista.

La ricchezza del sottotesto, la complessità delle istituzioni e delle società che vengono a contatto nei romanzi e nelle serie tv, come nel caso de Il signore degli anelli di Tolkien, ne fanno un ideale ambito di riflessione anche per l’economia, come ci ha raccontato in una chiacchierata via Skype Matt McCaffrey, economista americano in prestito all’Università di Manchester (Regno Unito), dove insegna alla Business School. Il suo principale interesse è lo studio delle cause che portano al fallimento o al successo delle società e degli stati e ha cercato di analizzare sotto questo punto di vista anche i regni di Westeros in un saggio, scritto in compagnia di Carmen Elena Dorobat, pubblicato nel 2015 all’interno di un volume collettaneo intitolato Capitalismo e commercio nella letteratura fantastica (il capitolo è disponibile per il download a questo indirizzo).

Un laboratorio per l’economista politico

Gli economisti, sia che si occupino di fatti storici, sia che tentino di prevedere gli andamenti futuri, non hanno a disposizione un laboratorio per mettere alla prova le proprie idee. Ma secondo McCaffrey, la letteratura fantastica, come quella scritta da George R. R. Martin, “può servire almeno in parte da esperimento sociale“, a patto di avere costruito universi narrativi complessi e strutturati come quello del Trono di spade. Come scrive nel saggio citato: “il mondo di Martin fornisce molto di più della solita fiction di spada e magia: offre una descrizione delle relazioni politiche ed economiche nella società umana”, nella quale “si esplorano molti problemi sociali” e “si drammatizzano importanti questioni sul potere, i conflitti e lo stato”.

Parte della complessità e della vividezza realistica di questo mondo è dovuta al fatto che Martin per tratteggiare i Sette Regni si è ispirato al passato reale, quello dell’Inghilterra e dell’Europa tardo-medievale e rinascimentale. Le ispirazioni principali, a sentire McCaffrey, sono la Guerra delle Rose (1455 – 1487) e la Guerra dei Cent’anni (1337 – 1453), ma anche le vicende socio-economiche delle città libere del XII secolo come Venezia e Genova. Tratto distintivo, comunque, è che “da nessuna parte in A Song of Ice and Fire sia descritta una regione che abbia un’economia industriale, ancora meno una con un significativo grado di libertà economica e sociale” (We Do Not Sow, pag.3). Ciononostante, o forse proprio per questo, in una riduzione ai minimi termini delle interazioni umane sul piano socio-economico, scrivono ancora McCaffrey e Dorobat, “il mondo di Martin ci mostra le idee chiave delle proprie (e delle nostre) istituzioni, specialmente a proposito dell’organizzazione e del controllo della società”. Andiamo quindi nel dettaglio, confrontando alcuni degli “stati” principali di Westeros, cercando di capire dalla prospettiva socio-economica come l’azione di indirizzo e le scelte dell’aristocrazia, o se volete di una ristretta minoranza, si riflettano su quella società stratifica e più complessa che nei romanzi e nella serie tv rimane un po’ sullo sfondo delle epiche vicende dei protagonisti.

Dothraki e Uomini di Ferro

“Sia il popolo dei Dothraki, sia il regno delle Isole di Ferro”, racconta McCaffrey, “sono isolate rispetto ai Sette Regni principali di Westeros e vivono come predatori e parassiti rispetto alle altre società”. In in parallelo con la storia vera, il popolo di straordinari cavallerizzi ricorda piuttosto da vicino quello dei Mongoli di Gengis Khan: nessuna vera e propria città, un continuo spostamento per depredare e accumulare ricchezze prodotte da altri e una leadership basata non tanto su regole dinastiche chiare, ma sul valore guerresco dei più importanti capi clan.

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Il regno delle Isole di Ferro della saga di George R. R. Martin è un esempio di società fondata sulla pirateria e la predazione, senza alcuna cultura commerciale.

Il motto della famiglia Greyjoy, “noi non seminiamo”, racchiude tutta la filosofia socio-economica degli Uomini di Ferro: una popolazione simile ai Vichinghi che si comporta da pirata e predone nei confronti delle ricchezze, ancora una volta, prodotte da altri. Anzi, la produzione di ricchezza in prima persona, nel codice culturale degli isolani, è meno dignitoso che l’accumulo basato sulla violenza e la guerra. “Entrambe le società”, spiega McCaffrey, “non hanno alcuna cultura commerciale e la loro primitiva forma di governo è una delle più dannose per il popolo che si possa incontrare a Westeros”.

I Targaryen e i Lannister

Due delle più nobili casate del mondo del Trono di spade, pur avendo un’organizzazione socio-politica più evoluta, mostrano comunque sistemi organizzativi ancora piuttosto rozzi. I Targaryen, nel parallelo con il nostro mondo, assomigliano a una delle grandi potenze di qualche decennio o secolo fa, “gli Stati Uniti o la Russia, che hanno avuto un ruolo determinante ma che ora sono in parte decaduti  e cercano di riaffermare con la forza la propria centralità nello scacchiere internazionale”, commenta McCaffrey, che ritiene che anche i Lannister e la loro politica militare aggressiva “siano una metafora degli Stati Uniti, che continuano a garantirsi il benessere con una continua attività bellica al di fuori del proprio territorio”.

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La casata Targaryen è tratteggiata come una delle grandi superpotenze di qualche decennio fa, come gli Stati Uniti o la Russia, impegnate a riaffermare la propria centralità con guerre continue.

La guerra, e in particolare il finanziamento dello sforzo bellico, sono il grande tema economico che coinvolge tutte le casate, ma è più che mai evidente per queste due famiglie. Tyrion Lannister, il nano dalla vita piuttosto avventurosa, per un periodo ricopre anche il ruolo di Maestro del Conio, il ministro delle finanze nella capitale Approdo del Re, e lo scontro con la realtà finanziaria precaria della famiglia impegnata in una guerra per mantenere il potere è il suo principale cruccio quotidiano. E parlando del suo predecessore Petyr Baelish descrive un vero e proprio modello economico: “egli non solo raccoglieva l’oro e lo metteva in cassaforte, […] ma pagava i debiti del re, e metteva l’oro a fruttare. Comperava carri, negozi, navi, case”.

Nonostante questo, però, lo sforzo bellico è un costo economico crescente, che rende sempre più difficile la stabilità di Approdo del Re. Ed entrano così in gioco nuove tasse, in particolare quella sulla prostituzione avrà effetti importanti nella narrazione, che però rendono sempre più aspro il rapporto tra governanti e governati. La dimostrazione, come ricorda lo stesso Tyrion, che “il denaro è pericoloso come una spada se messa nelle mani sbagliate”.

Gli Stark 

Il Grande Nord rappresenta una visione economica diversa, “più vicina all’idea che potrebbe avere un imprenditore, rispetto a un uomo di governo”, racconta McCaffrey. Il motto familiare, “l’inverno sta arrivando”, sembra sottolineare la necessità di una politica economica di piccoli passi, prudenza e una sostanziale neutralità rispetto al principale gioco dei troni. “Il Nord assomiglia a quei piccoli stati europei, come Monaco e Liechtenstein, o Singapore e Hong Kong, che riescono ad assicurarsi benessere rimanendo un po’ in disparte e badando primariamente ai propri interessi”, spiega l’economista.

La Banca di Ferro e gli aspetti internazionali

Uno dei finanziatori che entrano in gioco nel sostegno dello sforzo bellico dei Lannister è la Banca di Ferro, che si trova nella città libera di Braavos, “una specie di Svizzera di Westeros”, sottolinea McCaffrey, che diventa uno dei poteri esterni ai Sette Regni in grado di determinare la politica”. Ancora una volta, Martin sembra dire che in un mondo come quello rappresentato nella sua opera, al limite di una trasformazione epocale alle porte (il famoso inverno che arriva per davvero), più che gli eserciti siano le economie a guidare i destini delle casate/stato.

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Nel mondo rappresentato da Martin più che gli eserciti sono le economie a guidare i destiti delle casate.

Altro aspetto internazionale è la natura “sovranazionale” del trono di spade a cui le casate principali dei Sette Regni ambiscono, ma che è difficile da mantenere e gestire. “Sembrano le difficoltà delle organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea e le Nazioni Unite,” racconta McCaffrey, “in cui territori molto vasti e popoli estremamente diversi per modelli socio-economici e politici fanno estrema fatica a scegliere all’unisono”.

In ultima analisi, ci dice McCaffrey, Martin ha cercato di usare il fantasy per continuare la riflessione sulle domande di base sulle nostre organizzazioni politiche: come si forma una buona società? “Nessuna delle forme di governo messe in atto dalle casate di Westeros,” ricorda McCaffrey, “garantisce benessere al popolo”. Si tratta di società che mostrano, chi più chi meno, grandi diseguaglianze, in cui la povertà la fa da padrona e dove il progresso e l’innovazione non sembrano avere cittadinanza. “In questo senso,” conclude McCaffrey, “assomigliano al 90% della storia dell’umanità prima dell’Ottocento, quando le idee illuministe si sono fatte largo in un contesto sociale che per la prima volta permetteva e prometteva miglioramenti delle condizioni socio-economiche di larghe fette della popolazione”. Ma, proseguendo nel parallelo, quelle di Westeros sono le condizioni di “gran parte dei popoli della Terra oggi, che vivono disuguaglianze enormi tra una maggioranza povera, esclusa dal benessere, e una minoranza che detiene il potere”. Martin e la sua saga non forniscono risposte sulla migliore forma di governo, ma pongono assai bene le domande.

[da Oggiscienza.it]

 

Felicità dei lavoratori, Italia fanalino di coda

Si può misurare la felicità dei lavoratori? Ci ha provato un’azienda americana realizzando un indice e un quadrante della felicità. L’Italia ne esce con le ossa rotte

Quelli più felici sono i belgi e i norvegesi, nonostante due climi non particolarmente allettanti. Sotto questo punto di vista, va meglio ai costaricani, che occupano il terzo posto in classifica. Ma la top 10 dei paesi con i lavoratori più felici riserva qualche altra sorpresa. Per esempio, il fatto che vi compaiano Sud Africa (quinto) e Grecia (ottavo). O che perfino la Russia (decima) abbia scavalcato terre promesse come gli Stati Uniti, il Canada o paesi ruggenti come Singapore o Brasile.

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Il punto è che quello che si propone di misurare il Global Workforce Happiness Index sviluppato da Universum, una company tra i leader mondiali nelle consulenze aziendali, è quanto lavoratori con alle spalle già una certa fetta di carriera sono soddisfatti delle condizioni di lavoro in cui si trovano. O meglio, quanto le loro aspettative si sono realizzate nel posto di lavoro che hanno al momento. Una misura, quindi, che serve a indicare più che altro quanto è più o meno probabile che un dipendente di un livello medio-alto decida di cambiare azienda perché insoddisfatto di quello che ha.

Per realizzare questo indice, Universum ha intervistato oltre 250 mila lavoratori in 55 diversi mercati mondiali. Il fatto che siano lavoratori navigati e che prevalentemente fanno un lavoro d’intelletto fa sì che le loro decisioni siano tendenzialmente guidate da prospettive di carriera e non dalle fluttuazioni del mercato o dalle crisi. Questo spiega, almeno in parte, la presenza così in alto della Grecia.

Ma Universum ha creato anche un indicatore più raffinato che non la semplice classifica. Lo ha chiamato il quadrante della felicità e vi ha collocato i diversi paesi a seconda di come si collocano rispetto a quattro dimensioni: arenati (stranded), soddisfatti (fulfilled), cercatore (seeker) e irrequieto (restless). Da questo risultato emerge come, per esempio, i tre paesi sul podio si trovino nel quadrante in alto a destra.

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La posizione dell’Italia nel quadrante rispecchia i limiti di un mercato del lavoro bloccato e stagnante da diversi anni. Il nostro paese infatti è praticamente sopra l’asse verticale che separa i quadranti, in una posizione che è a metà strada tra cercatori e irrequieti. Come a dire, che si tratta di lavoratori che stanno attivamente cercando alternative e che non appena trovano condizioni migliori, lasciano l’azienda. Una situazione ben diversa dall’ideale di dipendente soddisfatto fedele all’azienda che sarebbe l’ideale: soddisfatto il lato lavoratore, nessun concreto pericolo di abbandono per il datore di lavoro. La consolazione è che siamo molto vicini agli Stati Uniti, ma a parte Irlanda, Polonia e pochi altri, i paesi che ci circondano sono economie nettamente meno forti della nostra, come Pakistan, Ucraina e Ghana.

Secondo Universum, il loro Global Workforce Index è un esempio di come i big data potrebbero aiutare le aziende anche nel settore delle risorse umane. Vale soprattutto per grandi aziende, con molti dipendenti, ma in generale mette in evidenza quali sono i punti deboli di un mercato e dove la dirigenza può intervenire per evitare di perdere una risorsa importante per l’attività economica che svolge.

[Da Wired.it]

Saskia Sassen e la finanziarizzazione “che espelle i più deboli dalla società”

Dal 2008 a oggi, 13 milioni di americani hanno perso la casa perché non riuscivano più a pagare i mutui. La sociologa statunitense “Si tratta dell’ultima incarnazione del capitalismo, in cui al precedente modello del consumismo di massa si è progressivamente sostituita la finanza”

Dal 2008 a oggi, 13 milioni di americani hanno perso la casa perché non riuscivano più a pagare i mutui. 13 milioni di persone che dall’alveo relativamente sereno della società civile se ne ritrovano improvvisamente ai margini. Lo stesso è avvenuto anche per altre cause e in altre parti del mondo e ha generato una nazione trasversale di espulsi, come li definisce Saskia Sassen durante il suo intervento all’edizione di quest’anno di Falling Walls, la conferenza-evento che dal 2009 celebra a Berlino la caduta del muro.

A questo tema la sociologa americana, sempre attenta a studiare gli effetti dei cambiamenti economici sulla società, ha dedicato il suo ultimo libro da poco arrivato anche in Italia (“Esplusioni. Brutalità e complessità nell’economia globale”) sostenendo che le espulsioni, dovute a cause diverse (il debito, i conflitti, il cambiamento climatico, l’eccessivo sfruttamento del territorio), sono il vero tratto distintivo della società mondiale dagli anni Ottanta a oggi.

“Si tratta dell’ultima incarnazione del capitalismo”, spiega, “in cui al precedente modello del consumismo di massa si è progressivamente sostituita la finanza”. L’idea basilare che espone sul palco è che negli ultimi trent’anni di economia internazionale siamo riusciti a generare strumenti finanziari estremamente potenti e raffinati per “estrarre valore dalle cose, per poi lasciarle sul terreno come morte”. È il caso dei mutui sulle case americane, in cui strumenti complessi come i subprime sono riusciti a cavare fuori da quegli asset tutto quello che si poteva, senza troppo preoccuparsi delle conseguenze per le persone che possedevano quelle case.

Mentre la finanza si preoccupava di espellere dalle loro case quei 13 milioni di americani, però, i profitti dei grandi fondi d’investimento privati, gli stessi che alimentano il processo di estrazione di valore e accumulo di ricchezza non venivano intaccati, “ma anzi hanno continuato a crescere”. C’è uno squilibrio, secondo la Sassen, che fa puntare il dito contro le teorie del mercato che si autoregola, distribuendo il capitale in maniera naturalmente equa. Ed è proprio qui che gli strumenti della finanza dimostrano tutto il loro potere: la crisi che ha fatto saltare le banche, i mutui e ha avvitato l’economia mondiale in una spirale scura non ha messo in crisi il sistema nel suo insieme.

[articolo completo su Linkiesta.it]

Mediterraneo, la crisi accorcia il divario Nord-Sud

Tra crisi economica, disastro libico, e la guerra in Siria il Mediterraneo continua a essere un’area determinante per l’economia europea, ma l’EU sembra non accorgersene

(La CMA CGM Jules Verne, la più grande portacontainer del mondo - Foto: Gerry Images)
(La CMA CGM Jules Verne, la più grande portacontainer del mondo – Foto: Gerry Images)

Se gli anni Cinquanta vedevano una divaricazione tra l’economia dell’Europa mediterranea e quella dell’Africa settentrionale, la indirizzata verso il benessere del boom postbellico (con certi distinguo) e la seconda ancora imbrigliata da residui coloniali e arretratezza socio-politica, la crisi economica dalla quale stiamo uscendo a fatica ha segnato un riavvicinamento. Non che si tratti di un allineamento nella crescita e nello sviluppo, ma di sicuro economie come quella tunisina, marocchina o egiziana, più incentrate sui mercati interni rispetto a quelle europee, hanno sentito di meno la crisi mondiale, continuando con tutte le difficoltà a crescere e migliorare.

Il ritratto del Mare Nostrum che emerge dall’edizione 2015 del Rapporto sulle economia del Mediterraneo è in chiaroscuro, a volte apparentemente contraddittorio. Ma restituisce un’immagine più aderente alla realtà delle analisi politiche che i governi europei stanno sviluppando attorno alle tratte migratorie. “Gli indicatori economici continuano a mostrare tassi di crescita importanti per l’area del Maghreb e per l’Egitto”, spiega la curatrice del rapporto Eugenia Ferragina, ricercatrice all’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del CNR di Napoli. Questo, nonostante siano presenti situazioni di tensione come quella libica e quella egiziana.

“Durante gli anni Novanta”, continua Ferragina, “molti paesi di quell’area sono stati oggetto di importanti piani di aggiustamento“, qualcosa di simile alle riforme di cui si parla molto oggi in Europa. “Non si può dimenticare che hanno portato a impatti talvolta anche devastanti sul divario sociale, peggiorandolo”, ma i processi di liberalizzazione sono stati il traino di processi di trasformazione che hanno permesso almeno a una parte di quelle società di farsi trainare dall’economia in crescita. Così oggi le differenze risultano meno marcate che in passato.

E l’Italia? Il nostro paese si è allineato alle posizioni dell’Europa, non riuscendo davvero a cogliere le opportunità economiche che il Mediterraneo presenta. Tra le economie del Vecchio Continente, siamo tra i principali partner commerciali dell’area mediterranee. Ma ciononostante, “nel corso degli anni il nostro paese si è spesso mosso in modo maldestro”, spiega Ferragina, “chiudendo gli occhi di fronte a regimi politici poco democratici di alcuni paesi”. E il disastro libico, certo non solo italiano, è la conferma lampante. In generale, la politica sul Mediterraneo dell’Italia e dei paesi del Sud dell’Europa “è stata debole sia sul fronte politico che su quello economico”.

La situazione dei profughi, con l’emigrazione di Siria e Libia che ha raggiunto i livelli dell’area balcanica durante il conflitto degli anni Novanta, è un banco di prova determinante per capire che strada l’Europa e l’Italia vogliono prendere nei prossimi anni. “L’EU dovrebbe agire sul piano umanitario e politico, ma dovrebbe capire che l’unica soluzione deriva dal guardare il fenomeno nel suo complesso” e lavorare in concerto con i paesi limitrofi a quelli in conflitto aperto. La vera domanda “non è quanti profughi, ma perché”, ragiona Ferragina. Domanda che al momento viene elusa non solo dall’Italia, ma dall’Europa tutta.

Crisi alle spalle, ma in Europa poche start-up

Lo mostra un rapporto dell’OCSE sulle imprese. Nonostante la crisi sembri definitivamente alle spalle, il numero di start up è ancora inferiore a quello pre 2008

Lo mostra un rapporto dell’OCSE sulle imprese. Nonostante la crisi sembri definitivamente alle spalle, il numero di start up è ancora inferiore a quello pre 2008

A Cernobbio, durate il tradizionale appuntamento del Forum Ambrosetti, il ministro Piercarlo Padoan ha parlato di una ripresa lenta, ma oramai solida. Se il peggio della crisi è davvero alle spalle, lo capiremo nei prossimi mesi. Sul fronte delle aziende innovative e delle nuove start up, però, le cose non sono rosee.

Lo mostra il rapporto dell’OCSE, l’unione dei paesi più avanzati economicamente, sulle imprese: nonostante una ripresa, il numero delle start up è più basso del 2008. Situazione più che mai vera per l’area Euro.

Nel mondo, a trascinare è l’Australia, che ha superato il momento peggiore e ha un numero di nuovi business in costante crescita dal 2010. Sul fronte europeo, la Francia ha avuto un sussulto nel 2009, ma l’andamento successivo si è dimostrato piuttosto piatto, mentre il Regno Unito è l’unico paese europeo (ma fuori dall’area della moneta unica) a mostrare forte dinamismo sul fronte start up.

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Andamento del numero delle star up (2007 = 100). Fonte: OCSE – Entrepreneurship at a Glance 2015

Nell’area Euro, ad avere un trend positivo è il Portogallo (ma partiva più indietro), mentre la Svezia si sta riprendendo solo ora da una flessione post-2010. E anche la Danimarca, dopo un periodo di difficoltà, vede un aumento di nuove imprese.

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Andamento del numero delle star up (2007 = 100), seconda parte. Fonte: OCSE – Entrepreneurship at a Glance 2015

Secondo gli analisti dell’OCSE, il settore dei servizi è l’unico ad avere un andamento positivo, sempre pensando al numero di imprese. Tra il 2008 e il 2012, infatti, “il numero di aziende e posti di lavoro nel settore manifatturiero è diminuito nella maggior parte dei paesi OCSE”. Lo stesso vale nel settore delle costruzioni, in particolare per il 2012.

La Germania, che è ritenuta una delle economie più solide d’Europa, è l’unico paese che nello stesso periodo ha creato posti di lavoro e aziende nel manifatturiero, nell’edile e nei servizi all’impresa. Ma il numero delle start up tedesche ha un andamento simile a quello dell’Italia. Con la differenza che, nel nostro paese, non c’è stato un aumento di posti di lavoro e imprese in altri settori a compensare la perdita.

[da Wired.it]