Ebola, la sua diffusione è (anche) una questione di genere | EcoHealth 2014 #2

Da Wired.it:

(foto: Getty Images)
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Tra tutti gli ambiti in cui esiste una questione di genere, quello della ricerca sulle malattie tropicali non è proprio il primo della lista. Durante la conferenza EcoHealth 2014, che ha riunito a Montreal gli esperti del rapporto tra ambiente e salute è però un tema emerso in più occasioni. Non stiamo parlando della difficoltà di accesso a una carriera in questo ambito, ma proprio del considerare se l’essere maschio o femmina può avere un ruolo nella diffusione di malattie come malaria, dengue o ebola. E a oggi è un tema scientificamente poco esplorato.

Fang Jing, ricercatrice della Kunming Medical University (Cina), lo spiega con esempio. Un noto studio del 2001 si è occupato di studiare la cecità in Cina, India e diversi paesi africani. Secondo i criteri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in quei paesi le persone cieche erano 30 milioni. “Ma se andiamo a vedere quante erano le donne e quante gli uomini, la prospettiva cambia”. Le donne cieche sono i due terzi del totale, ovvero 20 milioni su 30. Come mai questa differenza?

Le donne vivono una vita più lunga degli uomini, ma questo non è sufficiente a spiegare la discrepanza”, spiega Fang Jing. “Alla fine si è capito che molti casi di cecità erano di origine infettiva (tracoma) e che le donne si ammalavano e si ammalano più frequentemente perché sono loro a prendersi cura dei bambini malati”. Ecco un perfetto esempio di quello che qui alla conferenza di Montreal viene definito un approccio multisettoriale e multidimensionale: capire che a determinare la diffusione di una malattia infettiva non è solamente la frequenza dei contatti tra le persone, la debolezza dovuta ad altre malattie o una predisposizione, ma un fattore sociale come il ruolo femminile all’interno della famiglia.

La questione di genere può avere anche aspetti culturali. “In alcune culture locali, come per esempio in alcune regioni della Cina”, racconta Fang Jing, “c’è la credenza che gli uomini siano più forti, per cui si espongono a fattori di rischio da cui invece le donne si tengono lontane”. In altri casi, una concezione maschilista della società, per esempio, spinge solamente gli uomini a rivolgersi alle strutture sanitarie, mentre per le donne non si ritiene sia necessario spendere il denaro per il trasporto al centro medico e le cure. Infine, in molte società colpite dalle malattie tropicali le donne hanno spesso meno accesso all’istruzione e quindi “alle necessarie informazioni sulla loro trasmissione”. Questo porta a una diversa facilità di contrarre e diffondere la malattia.

Nonostante l’Oms si sia spesa per promuovere un approccio che tenga in considerazione questo fattore “sono pochi gli studi sulle malattie infettive che lo hanno preso in considerazione”, commenta Dominique Charron del dipartimento di Agricoltura e ambiente dell’International Development Research Center, di Ottawa, un’organizzazione che finanzia e coordina ricerche al confine tra salute, ambiente e sviluppo in Sud America, Africa e Asia. Si potrebbe provare a lavorare sui dati delle ricerche già concluse ma, spiega Fang Jing, “spesso i dati sono solo aggregati e non c’è distinzione di genere”. Il punto è che, eccettuati alcuni casi, capire se un fattore come il genere influenza l’andamento del contagio non è stato esplorato adeguatamente.

In caso di epidemia, la preoccupazione principale è cercare di fermarla e raccogliere le minime informazioni necessarie per comprenderla al meglio, tralasciando questioni di genere. Ma l’esortazione ai colleghi di studiare anche questo aspetto è arrivata anche da Bernadette Ramirez del programma speciale dell’Oms che si chiama Research and Training in Tropical Diseases e che nel 2014 compie 40 anni di attività. Parlando a ricercatori che sono abituati a stare sul campo in Africa, Sud-est asiatico e America Latina, Ramirez ha sottolineato come includere la prospettiva di genere possa “essere un fattore di svolta nella capacità di rafforzare le capacità” di risposta alle emergenze e anche in tempo di pace.

In questo campo di studi il genere non deve far pensare solamente ad aspetti negativi (fattori che sfavoriscono le donne rispetto agli uomini). Il diverso ruolo sociale femminile può essere determinante anche per introdurre fattori positivi. “Lo dimostra un progetto finanziato dal mio istituto“, ha raccontato Dominique Charron, “in cui proprio le donne hanno cambiato le abitudini di alcuni villaggi dell’America Centrale contribuendo in maniera decisiva al contenimento del contagio da malattia di Chagas“.