I 7 film di fantascienza che non vediamo l’ora di gustarci nel 2018

Che cosa ci aspetta nel buio delle sale cinematografiche nei prossimi 12 mesi: dinosauri, cyborg, città semoventi e mondi virtuali

Dopo aver recuperato quanto di buono ci era sfuggito nel 2017 e dopo avervi consigliato quali documentari guardare in streaming, cominciamo questo 2018 vedendo quali sono le pellicole più promettenti e attese che dovrebbero atterrare nei cinema nei prossimi 12 mesi. Leggi tutto “I 7 film di fantascienza che non vediamo l’ora di gustarci nel 2018”

Quello che ci è sfuggito nel 2017

Tra cinema e serie tv, alcune uscite del 2017 che non abbiamo affrontato nella rubrica Stranimondi, ma che ci hanno in qualche modo colpito

Nell’ultimo appuntamento del 2017 abbiamo pensato di dare spazio a film o serie che quest’anno, per un motivo o per l’altro, non abbiamo trattato nella nostra rubrica.

(a cura di Marco Boscolo, Livia Marin, Michele Bellone ed Enrico Bergianti) Leggi tutto “Quello che ci è sfuggito nel 2017”

Travel Along with Mad Max: Fury Road in an Illustrated Map

LOVE!

Da: Travel Along with Mad Max: Fury Road in an Illustrated Map | Tor.com

L’ambiente violato sul grande schermo

Tra catastrofi ecologiche, distopie ambientaliste, documentari di denuncia

Con il ritorno di Al Gore in versione documentarista e film maker, come raccontato da Claudio Dutto su queste colonne, si riaffaccia sul grande schermo un cinema che guarda alle “scomode verità” sulle conseguenze planetarie dei cambiamenti climatici. A dire il vero, però, si tratta di tematiche che non se ne sono mai andate del tutto, ma che hanno continuata ad affiorare lungo buona parte della storia del cinema internazionale, in particolare modo in quello di fantascienza. Spesso in termini catastrofistici, quasi sempre cercando di fare da monito allo spettatore sulle conseguenze di scelte sbagliate.

Mentre gli esperti cercano di capire quali siano le ricadute sugli accordi internazionali dello sfilamento degli Stati Uniti targati Donald Trump dagli impegni sul cambiamento climatico e sul rispetto dell’ambiente, vi proponiamo una selezione di alcuni film che raccontano scenari distopici e apocalittici dovuti a uno scarso rispetto per la natura, in nessun ordine specifico. Non ci troverete, per esempio, Blade Runner, che comunque è ambientato in un futuro in cui l’equilibrio tra natura e uomo si è dissolto in un cielo sempre scuro e una continua pioggia, probabilmente acida. Lì la questione ambientale ed ecologica non è parte integrante della storia, ma ne fornisce solo uno scenario. Abbiamo qui invece preferito film in cui il discorso e la riflessione attorno a queste tematiche sia centrale nella svolgimento della storia. Leggi tutto “L’ambiente violato sul grande schermo”

La fantascienza che vedremo nel 2017

Il prossimo anno si preannuncia ricco di sorprese per gli amanti della fantascienza, ecco alcuni titoli

STRANIMONDI – Qualcuno l’ha già definito come uno degli anni più geek che si ricordino. Noi di Stranimondi abbiamo cominciato a dare un’occhiata a quello che ci riserva il 2017 e cercato di incrociare la nostra passione nerd e geek con l’appiglio più hard della fantascienza e proponiamo una selezione di quello di più interessante che si potrebbe vedere nel corso del prossimo anno, al cinema e dintorni. Seguiamo un ordine cronologico, basato sull’uscita ufficiale originale (per cui qualche proposta potrebbe arrivare un po’ dopo in Italia). Via!

Tha Arrival, 19 gennaio

Piccolo sgarro per questo film che in realtà è arrivato nelle sale americane già nel 2016, ma che arriverà in Italia a fine gennaio. Gli oggetti giganti sono in realtà delle grandi astronavi con cui arrivano degli alieni di cui non sappiamo davvero le intenzioni. Primo problema: riuscire a comunicare. Ecco il ruolo di Amy Adams che interpreta un’esperta di linguistica. Oltre a lei, anche Hawkeye/Jeremy Renner e Forest Whitaker. La regia di Denis Villeneuve (Sicario) dovrebbe bastare a garantire il prodotto.

The Space Between Us, 3 febbraio

Un ragazzino nato su Marte (il primo essere umano) si innamora (o giù di lì) di una ragazza terrestre chattando online. Se dal trailer lo svolgimento sembra più da romantic comedy, la scienza – a giudicare dal secondo trailer in circolazione – sembra al centro dei problemi che chi non ha mai sperimentato la gravità terrestre e la nostra atmosfera potrebbe dover affrontare. Se però non avete troppe pretese e volete una serata di relax al cinema, forse potrebbe essere la scelta giusta, tenendo conto che in USA esce proprio a ridosso di San Valentino…

The God Particle, 24 febbraio

La particella di Dio è (sigh!) proprio quella, il bosone di Higgs, che in qualche modo è alla base della scomparsa della Terra quando due astronauti vi fanno ritorno. Non c’è ancora un’immagine da cui poter giudicare almeno lo stile del film, ma il segreto è uno dei tratti oramai caratteristici del suo produttore, J.J. Abrahams. Anche del resto si sa poco o nulla: con la regia affidata al mestierante Julius OnahThe God Particle è il terzo capitolo della serie antologica Cloverfield.

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Ghost In The Shell, 31 marzo

Scarlett Johanson, che continua a frequentare il mondo della fantascienza da anni, dà corpo a uno degli anime più famosi di tutta la storia del cinema giapponese. Ideato originariamente da Masamune Shirow in forma di manga negli anni Ottanta, è la prima volta che approda al live action. Se volete recuperare tutto il regresso (non è necessario per apprezzare questo che di fatto è un reboot in chiave hollywoodiana) potete trovare una guida qui.

Life, 26 maggio

Una delle proposte più interessanti lontano dai grossi franchise. Jake Gyllenhaal è uno dei sei membri dell’equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale quando l’uomo scopre la prima forma di vita oltre la Terra che non si rivela esattamente pacifica… Sperando che non scada troppo nell’horror, le premesse sono interessanti.

World War Z Sequel, 9 giugno

L’infezione che rende i contagiati degli zombie è pronta a tornare. Dopo un avvio incerto, il primo capitolo è diventato un piccolo classico dell’action fantascientifico apocalittico, al punto che la produzione ha messo in cantiere il secondo capitolo e Brad Pitt ha confermato che sarà della partita. Per cui, ripassiamo un po’ l’atmosfera con il trailer del primo episodio:

Valerian, 21 luglio

Ennesimo tuffo nella fantascienza per Luc Besson, il cui ultimo sforzo in questo senso, Lucy, non è però stato memorabile, nonostante Scarlett Johanson e Morgan Freeman. Questa volta siamo nella sezione agenti-che-viaggiano-nel-tempo-per-salvaguardare-l’umanità con due protagoniste donna (caratteristica che fin dal Quinto elemento sembra imprescindibile nella fantascienza del regista francese). Da prendere in considerazione con il beneficio del dubbio.

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Star Wars Episodio VIII, 15 dicembre

Serve dire altro?

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The Six Million Dollar Man, 22 dicembre

Vi ricordate la serie televisiva (o telefilm, come si diceva allora) in cui si usava lo slow motion accompagnato da effetti sonori stravaganti per sottolineare che il protagonista non era un semplice uomo, ma un uomo-macchina? Se non ricordate, abbiamo preso un piccolo spezzone per rinfrescarvi la memoria. L’idea è un po’ quella di Robocop, ma senza il sottotesto giustizialista: il colonnello Steve Austin viene riportato in vita dopo un grave incidente trasformandolo in un uomo bionico/perfetta macchina per le missioni impossibili. La serie degli anni Settanta ha anche generato lo spin off della Donna bionica.

Mute, non specificato

Duncan Jones, il regista di un piccolo capolavoro di science-fiction come Moon ritorna alla fantascienza dopo l’esperienza di Warcraft. Si tratta di un non meglio specificato thriller fantascientifico in cui un barista muto (da cui il titolo) di Berlino va alla ricerca della propria fidanzata. Si sa poco o niente, se non che il film verrà distribuito da Netflix direttamente sulla propria piattaforma di streaming e in una versione adatta anche al cinema. Visto il regista, comunque, questo è da prendere a scatola chiusa.

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[Da OggiScienza.it]

Più che un film, uno spot: The Martian è nei cinema italiani

Il film di Ridley Scott girato con la consulenza NASA si rivela un quasi-Western sempliciotto che non convince

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ARTE, MUSICA E SPETTACOLI – L’accostamento del nome di Ridley Scott, regista di capolavori del cinema di fantascienza come Blade Runner e Alien, con la storia di esplorazione marziana scritta da Andy Weir – libro inizialmente autopubblicato e poi grande successo editoriale globale – ha fatto sperare molti fan e gli appassionati di spazio. La collaborazione della stessa agenzia spaziale americana con la produzione ha fatto pensare che ci si potesse trovare di fronte a un film che raccontasse in maniera piuttosto realistica come potrebbe essere un futuro viaggio umano verso il Pianeta Rosso. Sopravvissuto – The Martian delude sotto entrambi gli aspetti, trasformando il potenziale originario in un’avventura problem solving con uno scarso tasso di dramma, che spinge l’acceleratore su di un generico ottimismo nelle capacità degli esseri umani di superare gli ostacoli.

Mark Watney (Matt Damon) è uno dei sei astronauti che a bordo dell’Ares III hanno raggiunto Marte per la prima missione umana sul pianeta. Stanno svolgendo le proprie attività di ricerca quotidiana, in un clima da campo di boyscout, quando all’orizzonte si profila una tempesta talmente potente da superare il livello di guardia, motivo per cui il protocollo prevede di abortire la missione e cominciare il lungo viaggio di ritorno a casa. La situazione precipita velocemente e nel tentativo di raggiungere il veicolo Mark viene colpito da alcuni detriti dell’antenna di comunicazione che lo fanno sparire alla vista degli altri e dei monitor biometrici. Creduto morto, il capitano Melissa Lewis (Jessica Chastain) dà l’ordine di partire. Ma, come sappiamo già dal trailer, Mark è sopravvissuto e dovrà trovare modo di resistere in solitudine, novello Robinson Crusoe, riuscendo a produrre cibo per i quattro anni che lo separano dall’arrivo sul cratere Schiaparelli della prossima missione Ares.

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A differenza di una certa tradizione hollywoodiana di film in cui il protagonista deve affrontare in solitudine la prova della sopravvivenza, il Watney/Crusoe di Sopravvissuto ha come freccia al proprio arco il pensiero razionale. Il botanico Watney sembra essere il simbolo di un passaggio di sensibilità nell’immaginario collettivo: meno Rambo, meno Armageddon Space Cowboys e più nerd, più Big Bang Theory. I problemi si affrontano smontandoli e ragionando, strategia simboleggiata dalle sequenze in cui Mark compila liste di risorse alimentari, si ingegna per creare una serra per coltivare le patate su Marte.

Quello che risulta incredibile, in un personaggio che non è muscolare o sbruffone, è che non abbia (o almeno non li vediamo) cedimenti psicologici. In fin dei conti sarebbe umano sentirsi abbandonato e dubitare del proprio futuro. Ma è un pensiero che Scott e lo sceneggiatore Drew Goddard preferiscono lasciare a Vincent Kapoor (Chiwetel Ejiofor), uno dei dirigenti NASA che a Terra si organizzano per aiutare Watney. Certo, il cinema prevede sempre una certo grado di sospensione dell’incredulità di fronte a quello che vediamo sullo schermo e questo può essere uno di quei casi in cui si chiede troppo allo spettatore. O forse è il segno di un cambiamento dei tempi, per cui l’eroe di oggi è razionale laddove pochi anni fa sarebbe stato semplicemente una “macchina da guerra”.

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Della scienza esce un ritratto realistico, ma solo a tratti.  Scott e Goddard sono bravi a rappresentare l’impresa spaziale come il risultato del lavoro di immensi gruppi di ricercatori, ingegneri e tecnici. Ci sono i controllori di volo di Houston, gli esperti di tecnologia spaziale del JPL di Pasadena, ci sono gli attuali concorrenti del programma spaziale cinese. Ma lo stratagemma decisivo per la risoluzione del film (non sveliamo niente) non viene raggiunto con il lavoro di gruppo, attraverso la discussione e il confronto, ma attraverso il più classico degli “Eureka!” lanciato da un esperto di astrodinamica. È una tentazione che abbiamo già riscontrato tante volte nel cinema (vedi alla voce La teoria del tutto), ma che ci si poteva aspettare che la collaborazione con la NASA avrebbe potuto mettere da parte.

Anche sul fronte della tecnologia, non tutto fila liscio. Vero che molte delle cose che si vedono sullo schermo sono rappresentazioni di progetti reali della NASA, come raccontano loro stessi, ma ci sono comunque alcuni passaggi che, forse per semplici esigenze di far quadrare il tutto dal punto di vista filmico, sono fragili. Per esempio, con tutta la grande tecnologia a disposizione di Watney e soci, il sistema migliore per andare dall’Hab (la base dove vivono e lavorano su Marte) al MAV (il veicolo che li riporterà verso la nave Ares III) è uscire a piedi nel mezzo della tempesta? Possibile che non si sia pensato a nessun sistema di segnalazione del percorso con luci, funi, altri stratagemmi?

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C’è poi l’aspetto dell’acqua, elemento fondamentale nella narrazione di Sopravvissuto. Ma a fronte dei continui annunci della presenza di acqua su Marte, si poteva dedicare qualche minuto a spiegare perché l’astronauta se la procuri con un complesso processo chimico a partire dal combustibile del MAV. Forse è solo un dettaglio, ma per chi segue le ricerche sul nostro sistema solare, la situazione non può non far affiorare un sorriso.

Alla fine delle oltre due ore di proiezione (forse si poteva asciugare qualche passaggio), che cosa rimane? Dal punto di vista cinematografico, il film riesce a metà. La mano di Ridley Scott è ancora sicura e ci mostra un Marte estremamente bello dal punto di vista estetico. Manca, però, la tensione necessaria a tenere vivo il rapporto empatico tra spettatore e protagonista. Alla fine parteggiamo per Watney, ovvio, ma è troppo ottimista e fiducioso da poter sembrare un Candid voltairiano. Dal punto di vista della NASA, invece, crediamo che il messaggio pubblicitario sia forte e chiaro: stiamo per andare su Marte con dei nostri ragazzi, ma non dovete preoccuparvi, perché qualsiasi cosa accada li riportiamo sempre tutti a casa. Consolatorio, ma forse semplicistico.

[Da Oggiscienza.it]

 

La teoria del melò

Il film biografico su Stephen Hawking riduce il lavoro scientifico al cliché del genio e si concentra invece sul lessico di un dramma familiare segnato dalla malattia

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – La moglie Jane sta aiutando un giovane Stephen Hawking a infilarsi un maglione. Il cosmologo, già sofferente nel corpo, è seduto in pigiama sul letto, da qualche tempo spostato in soggiorno perché le scale non sono più una via praticabile. In quel momento, con la maglia infilata a metà, la figlia Lucy ancora piccolissima, comincia a piangere nell’altra stanza. «Vai», dice Stephen: può aspettare. E lì, osservando il fuoco scoppiettare nel caminetto attraverso le trame della lana, capisce qualcosa, arriva a una conclusione determinante nel suo studio sulla natura del tempo. «Jane, ho avuto un’idea» è l’eureka lanciato al ritorno della moglie. Così, la sceneggiatura di La teoria del tutto risolve con l’epifania, affidando all’ispirazione del genio al momento o alla mano invisibile di qualche musa la risoluzione di un problema scientifico e intellettuale.

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Lo scienziato Stephen Hawking del film, interpretato da un bravissimo Eddie Redmayne che riesce a recitare con le sopracciglia e poco altro, come già è avvenuto per l’Alan Turing di The Imitation Game o il John Nash di A Beautiful Mind, viene ridotto a un genio chiuso ermeticamente nelle proprie elaborazioni cerebrali che, alla stregua di un poeta maledetto o un pittore romantico, trova il lampo in un dettaglio ignorato dai più. Questo stereotipo della genialità è forse figlio di un equivoco di fondo che riguarda una pellicola come La teoria del tutto: è un bio-pic, come si dice in gergo, pensato per raccontare a un grande pubblico la vita di un uomo diventato grande scienziato. Per quella non serve accettare la sfida di cercare di raccontare i mille pensieri, le sconfitte intellettuali o i piccoli avanzamenti quotidiani del lavoro in una maniera originale, ma è sufficiente accontentarsi del luogo comune del genio (malato) che da solo riesce laddove mille altri hanno fallito.

La conferma dell’interesse per l’uomo Stephen Hawking (e meno per lo scienziato) viene dall’ispirazione originale per il film, il libro di memorie della prima moglie Jane Wilde, Travelling to Infinity: My Life with Stephen. A interpretarla è una brava Felicity Jones che ha il volto giusto per interpretare quel sergente di ferro che a poco più di vent’anni decide che il fidanzato nerd non morirà dopo due anni, come pronosticato dal medico che diagnostica la malattia del motoneurone al giovane fisico, ma che riuscirà ad avere una vita e una famiglia normale assieme a lei. E allora il film assume soprattutto una connotazione da melodramma, con la malattia sullo sfondo di una grande storia d’amore che, però, si interrompe dopo oltre vent’anni e tre figli perché il cosmologo “paziente ideale” si innamora dell’infermiera Elaine, che diventerà sua seconda moglie.

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Il film, quindi, qui traballa ancora una volta, perché di Stephen Hawking impariamo a conoscere lati del carattere insospettabili in un uomo così colpito nel corpo: un umorismo e un’ironia sempre pronti, una grande passione per le donne (vedi alla voce: abbonamento a Penthouse in combutta con l’amico fisico Kip Thorne), una voglia di comunicare fuori dall’ordinario. Sappiamo, invece, poco delle motivazioni delle sue scelte (non era più innamorato di Jane? Che rapporto ha con gli amici, che sono poco più che comparse nel film? E con i colleghi?). Ma ancora una volta, si tratta di un equivoco, perché il film tratto dal racconto della prima moglie non può che essere un resoconto parziale, monco per definizione.

La storia di Stephen Hawking e Jane Wilde è soprattutto la storia di una coppia che negli anni Sessanta di Cambridge cerca di vivere una vita familiare normale, quando uno dei due normale non è: perché malato di una malattia che, sulla carta, non ammette speranze di vecchiaia e perché il cervello di Stephen, sempre lucido, è uno dei più brillanti della sua generazione. La macchina da presa sorvola rapidamente i risultati scientifici di Hawking (la “brillante” tesi di dottorato, il cambiamento di prospettiva negli anni successivi, le scoperte su Big Bang e singolarità) e invece si concentra sull’umanità di un amore che sfiorisce, un rapporto frustrante con il proprio corpo e la semplice difficoltà di essere Stephen Hawking.

La teoria del tutto è un film che probabilmente porterà John Marsh, famoso come documentarista per due capolavori come Project Nim e The Man On Wire, a fare il salto definitivo verso il lungometraggio di fiction, previo ritiro di qualche premio. È merito soprattutto suo, e di due interpretazioni molto solide, se il film non deraglia davvero, appoggiato com’è su di una sceneggiatura di routine che si ferma sempre sulla soglia del coraggio e della sfida, ma anzi rimane godibile nella sua struttura romantica da superamento delle avversità. Da spettatori, basta semplicemente non aver coltivato le aspettative sbagliate.