Travel Along with Mad Max: Fury Road in an Illustrated Map

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Da: Travel Along with Mad Max: Fury Road in an Illustrated Map | Tor.com

L’ambiente violato sul grande schermo

Tra catastrofi ecologiche, distopie ambientaliste, documentari di denuncia

Con il ritorno di Al Gore in versione documentarista e film maker, come raccontato da Claudio Dutto su queste colonne, si riaffaccia sul grande schermo un cinema che guarda alle “scomode verità” sulle conseguenze planetarie dei cambiamenti climatici. A dire il vero, però, si tratta di tematiche che non se ne sono mai andate del tutto, ma che hanno continuata ad affiorare lungo buona parte della storia del cinema internazionale, in particolare modo in quello di fantascienza. Spesso in termini catastrofistici, quasi sempre cercando di fare da monito allo spettatore sulle conseguenze di scelte sbagliate.

Mentre gli esperti cercano di capire quali siano le ricadute sugli accordi internazionali dello sfilamento degli Stati Uniti targati Donald Trump dagli impegni sul cambiamento climatico e sul rispetto dell’ambiente, vi proponiamo una selezione di alcuni film che raccontano scenari distopici e apocalittici dovuti a uno scarso rispetto per la natura, in nessun ordine specifico. Non ci troverete, per esempio, Blade Runner, che comunque è ambientato in un futuro in cui l’equilibrio tra natura e uomo si è dissolto in un cielo sempre scuro e una continua pioggia, probabilmente acida. Lì la questione ambientale ed ecologica non è parte integrante della storia, ma ne fornisce solo uno scenario. Abbiamo qui invece preferito film in cui il discorso e la riflessione attorno a queste tematiche sia centrale nella svolgimento della storia. Leggi tutto “L’ambiente violato sul grande schermo”

La fantascienza che vedremo nel 2017

Il prossimo anno si preannuncia ricco di sorprese per gli amanti della fantascienza, ecco alcuni titoli

STRANIMONDI – Qualcuno l’ha già definito come uno degli anni più geek che si ricordino. Noi di Stranimondi abbiamo cominciato a dare un’occhiata a quello che ci riserva il 2017 e cercato di incrociare la nostra passione nerd e geek con l’appiglio più hard della fantascienza e proponiamo una selezione di quello di più interessante che si potrebbe vedere nel corso del prossimo anno, al cinema e dintorni. Seguiamo un ordine cronologico, basato sull’uscita ufficiale originale (per cui qualche proposta potrebbe arrivare un po’ dopo in Italia). Via!

Tha Arrival, 19 gennaio

Piccolo sgarro per questo film che in realtà è arrivato nelle sale americane già nel 2016, ma che arriverà in Italia a fine gennaio. Gli oggetti giganti sono in realtà delle grandi astronavi con cui arrivano degli alieni di cui non sappiamo davvero le intenzioni. Primo problema: riuscire a comunicare. Ecco il ruolo di Amy Adams che interpreta un’esperta di linguistica. Oltre a lei, anche Hawkeye/Jeremy Renner e Forest Whitaker. La regia di Denis Villeneuve (Sicario) dovrebbe bastare a garantire il prodotto.

The Space Between Us, 3 febbraio

Un ragazzino nato su Marte (il primo essere umano) si innamora (o giù di lì) di una ragazza terrestre chattando online. Se dal trailer lo svolgimento sembra più da romantic comedy, la scienza – a giudicare dal secondo trailer in circolazione – sembra al centro dei problemi che chi non ha mai sperimentato la gravità terrestre e la nostra atmosfera potrebbe dover affrontare. Se però non avete troppe pretese e volete una serata di relax al cinema, forse potrebbe essere la scelta giusta, tenendo conto che in USA esce proprio a ridosso di San Valentino…

The God Particle, 24 febbraio

La particella di Dio è (sigh!) proprio quella, il bosone di Higgs, che in qualche modo è alla base della scomparsa della Terra quando due astronauti vi fanno ritorno. Non c’è ancora un’immagine da cui poter giudicare almeno lo stile del film, ma il segreto è uno dei tratti oramai caratteristici del suo produttore, J.J. Abrahams. Anche del resto si sa poco o nulla: con la regia affidata al mestierante Julius OnahThe God Particle è il terzo capitolo della serie antologica Cloverfield.

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Ghost In The Shell, 31 marzo

Scarlett Johanson, che continua a frequentare il mondo della fantascienza da anni, dà corpo a uno degli anime più famosi di tutta la storia del cinema giapponese. Ideato originariamente da Masamune Shirow in forma di manga negli anni Ottanta, è la prima volta che approda al live action. Se volete recuperare tutto il regresso (non è necessario per apprezzare questo che di fatto è un reboot in chiave hollywoodiana) potete trovare una guida qui.

Life, 26 maggio

Una delle proposte più interessanti lontano dai grossi franchise. Jake Gyllenhaal è uno dei sei membri dell’equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale quando l’uomo scopre la prima forma di vita oltre la Terra che non si rivela esattamente pacifica… Sperando che non scada troppo nell’horror, le premesse sono interessanti.

World War Z Sequel, 9 giugno

L’infezione che rende i contagiati degli zombie è pronta a tornare. Dopo un avvio incerto, il primo capitolo è diventato un piccolo classico dell’action fantascientifico apocalittico, al punto che la produzione ha messo in cantiere il secondo capitolo e Brad Pitt ha confermato che sarà della partita. Per cui, ripassiamo un po’ l’atmosfera con il trailer del primo episodio:

Valerian, 21 luglio

Ennesimo tuffo nella fantascienza per Luc Besson, il cui ultimo sforzo in questo senso, Lucy, non è però stato memorabile, nonostante Scarlett Johanson e Morgan Freeman. Questa volta siamo nella sezione agenti-che-viaggiano-nel-tempo-per-salvaguardare-l’umanità con due protagoniste donna (caratteristica che fin dal Quinto elemento sembra imprescindibile nella fantascienza del regista francese). Da prendere in considerazione con il beneficio del dubbio.

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Star Wars Episodio VIII, 15 dicembre

Serve dire altro?

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The Six Million Dollar Man, 22 dicembre

Vi ricordate la serie televisiva (o telefilm, come si diceva allora) in cui si usava lo slow motion accompagnato da effetti sonori stravaganti per sottolineare che il protagonista non era un semplice uomo, ma un uomo-macchina? Se non ricordate, abbiamo preso un piccolo spezzone per rinfrescarvi la memoria. L’idea è un po’ quella di Robocop, ma senza il sottotesto giustizialista: il colonnello Steve Austin viene riportato in vita dopo un grave incidente trasformandolo in un uomo bionico/perfetta macchina per le missioni impossibili. La serie degli anni Settanta ha anche generato lo spin off della Donna bionica.

Mute, non specificato

Duncan Jones, il regista di un piccolo capolavoro di science-fiction come Moon ritorna alla fantascienza dopo l’esperienza di Warcraft. Si tratta di un non meglio specificato thriller fantascientifico in cui un barista muto (da cui il titolo) di Berlino va alla ricerca della propria fidanzata. Si sa poco o niente, se non che il film verrà distribuito da Netflix direttamente sulla propria piattaforma di streaming e in una versione adatta anche al cinema. Visto il regista, comunque, questo è da prendere a scatola chiusa.

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[Da OggiScienza.it]

Più che un film, uno spot: The Martian è nei cinema italiani

Il film di Ridley Scott girato con la consulenza NASA si rivela un quasi-Western sempliciotto che non convince

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ARTE, MUSICA E SPETTACOLI – L’accostamento del nome di Ridley Scott, regista di capolavori del cinema di fantascienza come Blade Runner e Alien, con la storia di esplorazione marziana scritta da Andy Weir – libro inizialmente autopubblicato e poi grande successo editoriale globale – ha fatto sperare molti fan e gli appassionati di spazio. La collaborazione della stessa agenzia spaziale americana con la produzione ha fatto pensare che ci si potesse trovare di fronte a un film che raccontasse in maniera piuttosto realistica come potrebbe essere un futuro viaggio umano verso il Pianeta Rosso. Sopravvissuto – The Martian delude sotto entrambi gli aspetti, trasformando il potenziale originario in un’avventura problem solving con uno scarso tasso di dramma, che spinge l’acceleratore su di un generico ottimismo nelle capacità degli esseri umani di superare gli ostacoli.

Mark Watney (Matt Damon) è uno dei sei astronauti che a bordo dell’Ares III hanno raggiunto Marte per la prima missione umana sul pianeta. Stanno svolgendo le proprie attività di ricerca quotidiana, in un clima da campo di boyscout, quando all’orizzonte si profila una tempesta talmente potente da superare il livello di guardia, motivo per cui il protocollo prevede di abortire la missione e cominciare il lungo viaggio di ritorno a casa. La situazione precipita velocemente e nel tentativo di raggiungere il veicolo Mark viene colpito da alcuni detriti dell’antenna di comunicazione che lo fanno sparire alla vista degli altri e dei monitor biometrici. Creduto morto, il capitano Melissa Lewis (Jessica Chastain) dà l’ordine di partire. Ma, come sappiamo già dal trailer, Mark è sopravvissuto e dovrà trovare modo di resistere in solitudine, novello Robinson Crusoe, riuscendo a produrre cibo per i quattro anni che lo separano dall’arrivo sul cratere Schiaparelli della prossima missione Ares.

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A differenza di una certa tradizione hollywoodiana di film in cui il protagonista deve affrontare in solitudine la prova della sopravvivenza, il Watney/Crusoe di Sopravvissuto ha come freccia al proprio arco il pensiero razionale. Il botanico Watney sembra essere il simbolo di un passaggio di sensibilità nell’immaginario collettivo: meno Rambo, meno Armageddon Space Cowboys e più nerd, più Big Bang Theory. I problemi si affrontano smontandoli e ragionando, strategia simboleggiata dalle sequenze in cui Mark compila liste di risorse alimentari, si ingegna per creare una serra per coltivare le patate su Marte.

Quello che risulta incredibile, in un personaggio che non è muscolare o sbruffone, è che non abbia (o almeno non li vediamo) cedimenti psicologici. In fin dei conti sarebbe umano sentirsi abbandonato e dubitare del proprio futuro. Ma è un pensiero che Scott e lo sceneggiatore Drew Goddard preferiscono lasciare a Vincent Kapoor (Chiwetel Ejiofor), uno dei dirigenti NASA che a Terra si organizzano per aiutare Watney. Certo, il cinema prevede sempre una certo grado di sospensione dell’incredulità di fronte a quello che vediamo sullo schermo e questo può essere uno di quei casi in cui si chiede troppo allo spettatore. O forse è il segno di un cambiamento dei tempi, per cui l’eroe di oggi è razionale laddove pochi anni fa sarebbe stato semplicemente una “macchina da guerra”.

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Della scienza esce un ritratto realistico, ma solo a tratti.  Scott e Goddard sono bravi a rappresentare l’impresa spaziale come il risultato del lavoro di immensi gruppi di ricercatori, ingegneri e tecnici. Ci sono i controllori di volo di Houston, gli esperti di tecnologia spaziale del JPL di Pasadena, ci sono gli attuali concorrenti del programma spaziale cinese. Ma lo stratagemma decisivo per la risoluzione del film (non sveliamo niente) non viene raggiunto con il lavoro di gruppo, attraverso la discussione e il confronto, ma attraverso il più classico degli “Eureka!” lanciato da un esperto di astrodinamica. È una tentazione che abbiamo già riscontrato tante volte nel cinema (vedi alla voce La teoria del tutto), ma che ci si poteva aspettare che la collaborazione con la NASA avrebbe potuto mettere da parte.

Anche sul fronte della tecnologia, non tutto fila liscio. Vero che molte delle cose che si vedono sullo schermo sono rappresentazioni di progetti reali della NASA, come raccontano loro stessi, ma ci sono comunque alcuni passaggi che, forse per semplici esigenze di far quadrare il tutto dal punto di vista filmico, sono fragili. Per esempio, con tutta la grande tecnologia a disposizione di Watney e soci, il sistema migliore per andare dall’Hab (la base dove vivono e lavorano su Marte) al MAV (il veicolo che li riporterà verso la nave Ares III) è uscire a piedi nel mezzo della tempesta? Possibile che non si sia pensato a nessun sistema di segnalazione del percorso con luci, funi, altri stratagemmi?

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C’è poi l’aspetto dell’acqua, elemento fondamentale nella narrazione di Sopravvissuto. Ma a fronte dei continui annunci della presenza di acqua su Marte, si poteva dedicare qualche minuto a spiegare perché l’astronauta se la procuri con un complesso processo chimico a partire dal combustibile del MAV. Forse è solo un dettaglio, ma per chi segue le ricerche sul nostro sistema solare, la situazione non può non far affiorare un sorriso.

Alla fine delle oltre due ore di proiezione (forse si poteva asciugare qualche passaggio), che cosa rimane? Dal punto di vista cinematografico, il film riesce a metà. La mano di Ridley Scott è ancora sicura e ci mostra un Marte estremamente bello dal punto di vista estetico. Manca, però, la tensione necessaria a tenere vivo il rapporto empatico tra spettatore e protagonista. Alla fine parteggiamo per Watney, ovvio, ma è troppo ottimista e fiducioso da poter sembrare un Candid voltairiano. Dal punto di vista della NASA, invece, crediamo che il messaggio pubblicitario sia forte e chiaro: stiamo per andare su Marte con dei nostri ragazzi, ma non dovete preoccuparvi, perché qualsiasi cosa accada li riportiamo sempre tutti a casa. Consolatorio, ma forse semplicistico.

[Da Oggiscienza.it]

 

La teoria del melò

Il film biografico su Stephen Hawking riduce il lavoro scientifico al cliché del genio e si concentra invece sul lessico di un dramma familiare segnato dalla malattia

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – La moglie Jane sta aiutando un giovane Stephen Hawking a infilarsi un maglione. Il cosmologo, già sofferente nel corpo, è seduto in pigiama sul letto, da qualche tempo spostato in soggiorno perché le scale non sono più una via praticabile. In quel momento, con la maglia infilata a metà, la figlia Lucy ancora piccolissima, comincia a piangere nell’altra stanza. «Vai», dice Stephen: può aspettare. E lì, osservando il fuoco scoppiettare nel caminetto attraverso le trame della lana, capisce qualcosa, arriva a una conclusione determinante nel suo studio sulla natura del tempo. «Jane, ho avuto un’idea» è l’eureka lanciato al ritorno della moglie. Così, la sceneggiatura di La teoria del tutto risolve con l’epifania, affidando all’ispirazione del genio al momento o alla mano invisibile di qualche musa la risoluzione di un problema scientifico e intellettuale.

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Lo scienziato Stephen Hawking del film, interpretato da un bravissimo Eddie Redmayne che riesce a recitare con le sopracciglia e poco altro, come già è avvenuto per l’Alan Turing di The Imitation Game o il John Nash di A Beautiful Mind, viene ridotto a un genio chiuso ermeticamente nelle proprie elaborazioni cerebrali che, alla stregua di un poeta maledetto o un pittore romantico, trova il lampo in un dettaglio ignorato dai più. Questo stereotipo della genialità è forse figlio di un equivoco di fondo che riguarda una pellicola come La teoria del tutto: è un bio-pic, come si dice in gergo, pensato per raccontare a un grande pubblico la vita di un uomo diventato grande scienziato. Per quella non serve accettare la sfida di cercare di raccontare i mille pensieri, le sconfitte intellettuali o i piccoli avanzamenti quotidiani del lavoro in una maniera originale, ma è sufficiente accontentarsi del luogo comune del genio (malato) che da solo riesce laddove mille altri hanno fallito.

La conferma dell’interesse per l’uomo Stephen Hawking (e meno per lo scienziato) viene dall’ispirazione originale per il film, il libro di memorie della prima moglie Jane Wilde, Travelling to Infinity: My Life with Stephen. A interpretarla è una brava Felicity Jones che ha il volto giusto per interpretare quel sergente di ferro che a poco più di vent’anni decide che il fidanzato nerd non morirà dopo due anni, come pronosticato dal medico che diagnostica la malattia del motoneurone al giovane fisico, ma che riuscirà ad avere una vita e una famiglia normale assieme a lei. E allora il film assume soprattutto una connotazione da melodramma, con la malattia sullo sfondo di una grande storia d’amore che, però, si interrompe dopo oltre vent’anni e tre figli perché il cosmologo “paziente ideale” si innamora dell’infermiera Elaine, che diventerà sua seconda moglie.

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Il film, quindi, qui traballa ancora una volta, perché di Stephen Hawking impariamo a conoscere lati del carattere insospettabili in un uomo così colpito nel corpo: un umorismo e un’ironia sempre pronti, una grande passione per le donne (vedi alla voce: abbonamento a Penthouse in combutta con l’amico fisico Kip Thorne), una voglia di comunicare fuori dall’ordinario. Sappiamo, invece, poco delle motivazioni delle sue scelte (non era più innamorato di Jane? Che rapporto ha con gli amici, che sono poco più che comparse nel film? E con i colleghi?). Ma ancora una volta, si tratta di un equivoco, perché il film tratto dal racconto della prima moglie non può che essere un resoconto parziale, monco per definizione.

La storia di Stephen Hawking e Jane Wilde è soprattutto la storia di una coppia che negli anni Sessanta di Cambridge cerca di vivere una vita familiare normale, quando uno dei due normale non è: perché malato di una malattia che, sulla carta, non ammette speranze di vecchiaia e perché il cervello di Stephen, sempre lucido, è uno dei più brillanti della sua generazione. La macchina da presa sorvola rapidamente i risultati scientifici di Hawking (la “brillante” tesi di dottorato, il cambiamento di prospettiva negli anni successivi, le scoperte su Big Bang e singolarità) e invece si concentra sull’umanità di un amore che sfiorisce, un rapporto frustrante con il proprio corpo e la semplice difficoltà di essere Stephen Hawking.

La teoria del tutto è un film che probabilmente porterà John Marsh, famoso come documentarista per due capolavori come Project Nim e The Man On Wire, a fare il salto definitivo verso il lungometraggio di fiction, previo ritiro di qualche premio. È merito soprattutto suo, e di due interpretazioni molto solide, se il film non deraglia davvero, appoggiato com’è su di una sceneggiatura di routine che si ferma sempre sulla soglia del coraggio e della sfida, ma anzi rimane godibile nella sua struttura romantica da superamento delle avversità. Da spettatori, basta semplicemente non aver coltivato le aspettative sbagliate.

 

La zuppa del demonio

A Trieste + Fiction un documentario sull’industria italiana

Da Oggiscienza.it:

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SPECIALE OTTOBRE – Sembra strano trovare un documentario all’interno del programma di un festival di fantascienza come il Trieste + Fiction, giunto alla 14° edizione e impreziosito dalla presenza del maestro cileno Alejandro Jodorowsky. Eppure tanto strano non è, perché Davide Ferrario, regista che con il documentario ha un relazione iniziata già negli anni Novanta, ha voluto e potuto scavare dentro agli archivi del cinema d’impresa italiano per raccontare la storia di come l’Italia sia passata da paese agricolo a paese industrializzato nell’arco di un mezzo secolo costellato da due guerre mondiali. Secondo lo stesso regista, e secondo anche i curatori della selezione triestina, si tratta di un film che racconta un’utopia e, quindi, un tema caro alla fantascienza fin dai propri esordi. E quest’utopia ha a che fare con l’idea di progresso tecnico-scientifico, capace secondo questa retorica di migliorare le condizioni economiche del paese, emancipare le masse, migliorare le condizioni socio-sanitarie della popolazione, iscrivere l’Italia nel club dei paesi che contano a livello mondiale.

Il titolo è preso da Dino Buzzati, che definiva “zuppa del demonio” il metallo liquido che dalle fauci del forni dell’Italsider di Taranto diventava acciaio ritratto in un documentario degli anni Sessanta. “Cinquant’anni dopo”, ha detto Ferrario fin dalla presentazione del film fuori concorso a Venezia, “quella definizione è una formidabile immagine per descrivere l’ambigua natura dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso”.

Il documentario comincia dagli esordi del cinema, perché il primo film mai girato ritrae i dipendenti uscire dall’azienda Lumiere, a sottolineare fin dagli esordi lo stretto legame tra la nuova arte, il progresso tecnico e il mondo dell’impresa. Da qui si muove, grazie alle ricerche nell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea (nella vecchia sede Olivetti, protagonista di questa parabola), negli archivi della FIAT e praticamente ovunque in Italia si sia documentato il processo industriale del Novecento.

Mentre oggi siamo circondati di start up con vite fragili (almeno in Italia), aziende immateriali e liquide, vedere sullo schermo lo sforzo di un paese che ha messo le dighe ai fiumi per produrre l’energia elettrica, che ha costruito impianti industriali enormi come quello di Mirafiori e che ha sviluppato un settore come quello dell’acciaio (di cui ancora oggi l’Italia, nonostante i problemi legati all’Ilva e agli impianti di Terni, è ancora secondo produttore europeo) serve a ricordarci che il progresso novecentesco italiano è passato in buona parte da un’industria pesante e molto concreta. Il film si ferma all’inizio degli anni Settanta, quando l’utopia tecnico-industriale italiana si schianta contro la crisi petrolifera. Con una dose talvolta sorprendente di ingenuità, però, quell’utopia ha permesso all’Italia di diventare un paese moderno. Qualcosa si è poi inceppato, ma è un’altra storia, che meriterebbe un altro documentario.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Il cinema di fantascienza

Dai precursori a oggi: i film che hanno fatto la storia della fantascienza

SPECIALE OTTOBRE – In attesa di poter vedere (esce a novembre) Interstellar, film di Christopher Nolan con Matthew McConaughey che promette di riportare in auge la missione spaziale per salvare la Terra, e mentre ci apprestiamo a gustare a Trieste Science + Fiction il ritorno di Alex de la Iglesia (Le streghe son tornate) e di Nacho Vigalondo (Open Windows, con Elijah Wood e Sasha Grey), oltre che Liev Schreiber dentro alla tuta da astronauta (Last Days On Mars di Ruairi Robinson) proviamo ad andare alla radice del genere e seguirne alcuni sviluppi.

Definizioni di genere

Che cosa sia davvero il cinema di fantascienza oggi, è difficile dirlo. Vi rientra un film come l’ultimo di Alex de la Iglesia, una commedia in salsa fanta in cui dei ladri si trovano ad affrontare un gruppo di streghe. E sembra rientrarvi anche il genere supereroistico di Marvel e affini. Film che non rientrerebbero nella definizione di fantascienza che John Wood Campbell jr. usava da direttore di Astounding Science Fiction negli anni Quaranta e Cinquanta: un’ipotesi del futuro basata sulla proiezione nel futuro di un aspetto probabile della società e della tecnologia di oggi. Nemmeno un’icona del genere, quel 2001: Odissea nella spazio (Stanley Kubrik, 1968) che ha segnato uno spartiacque netto nello sviluppo del genere, sembra del tutto ricadere in questa cerchia (non è quel futuro ottimista basato sulle conoscenze tecno-scientifiche), eppure lo riconosciamo senza indugi nel genere.

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Non rientrerebbero nemmeno quelli che tradizionalmente vengono indicati come classici precursori. Ad iniziare dal Voyage dans la Lune di George Melies (1902), il primo viaggio fuori dalla Terra raccontato al cinematografo, con immagini figlie di un raffinato uso di trucchi artigianali. Melies è più legato al genere della fiaba, così come i film degli anni Trenta di James Whale (Frankenstein del ’31, L’uomo invisibile del ’33 e La moglie di Frankenstein del ’35), che pure giocano con laboratori, scienziati ed esperimenti, sono da ascrivere più al genere horror o gotico più che alla fantascienza in senso stretto. Ciò non toglie che abbiano avuto un ruolo determinante nel definire un immaginario. A questi precursori, in uno sguardo comunque a volo d’uccello, vale però almeno la pena ricordare il King Kong di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack (1933) e la figura di Fritz Lang, autore tedesco celebre nella fantascienza per il suo Metropolis (1926).

Il secondo Dopoguerra e l’esplosione

Come nel caso della narrativa fantascientifica, anche il cinema esplode negli anni Cinquanta e negli Stati Uniti. Il paese è ricco e in crescita (è il periodo in cui nascono i baby boomers), ma si sente comunque minacciato dal clima della Guerra fredda. La fantascienza diviene il luogo ideale per dare sfogo alle paure dell’altro, del diverso e allo stesso tempo intrattenere con stratagemmi spesso non molto più raffinati dell’azione da B-movie. Eppure la produzione è vastissima e tra i tanti film dimenticabili, usa e getta, si trovano veri capolavori o comunque film emblematici del genere. Come L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956), che con l’invasione degli aliene dà voce alla paura dell’arrivo dei sovietici in casa propria, La guerra dei mondi di Byron Haskin (1953) tratto dal romanzo di H.G. Wells e Ultimatum alla Terra di Robert Wise (1951). Film che in alcuni casi possono anche addirittura rientrare in un filone di propaganda anticomunista, con una netta distinzione tra buoni e cattivi, bene e male. Fuori dagli Stati Uniti è da ricordare l’icona Godzilla di Ishiro Honda (1954), riproposto recentemente nel reboot di Gareth Edwards.

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Negli anni Sessanta anche al cinema fa il suo ingresso la riflessione sociologica e filosofica. I film di fantascienza, prima tutti azione e pericolo, si fanno anche più riflessivi e critici. Non deve stupire, ripensando alla successione di avvenimenti che caratterizzano la storia americana del decennio: l’episodio della Baia dei Porci, la crisi dei missili di Cuba, l’assassinio del presidente Kennedy, l’inizio della Guerra del Vietnam. Paure sociali che si incarnano in un film come The Manchurian candidate (1962, in italiano: Va’ e uccidi) di John Frankenheimer. Con un cast di prim’ordine (Frank Sinatra, Lawrence Harvey e Janet Leigh), mette in scena un tentativo di assassinio del presidente attraverso un veterano della Corea che ha subito il lavaggio del cervello dai comunisti e può essere telecomandato come un automa. Viene rifatto nel 2004 da Jonathan Demme: cambia la guerra (dalla Corea alla prima Guerra del Golfo), ma il miscuglio di fantapolitica e thriller non cambia, a testimonianza di un connubio tra fantascienza e politica che rimarrà duraturo nei decenni, specialmente quando si interseca con il complottismo (vedi, per esempio la serie X-Files).

In questo periodo comincia anche ad andare in onda Star Trek che rinverdisce il genere della space opera, e noti autori di narrativa vengono chiamati a collaborare con gli studios. È il caso di Isaac Asimov per Viaggio allucinante del 1966 e Arthur Clarke per 2001: Odissea nello spazio. Di questo periodo è da tenere a mente almeno Il pianeta delle scimmie del 1967 e il fatto che si cominciano a produrre film di fantascienza anche in Europa. La nouvelle vague francese ci mette Agente Lemmy Caution – Missione Alphaville di Jan-Luc Godard (1965), Je t’aime, je t’aime di Alain Resnais (1968) e Fahrenheit 451 di Francois Truffaut (1966). In Italia i due autori più prolifici sono Mario Bava (suo Terrore nello spazio del 1965 che ha influenzato Alien di Ridley Scott del 1979) e Antonio Margheriti (Space men del ’60 e I criminali della galassia del ’66).

Anni Ottanta: età d’oro?

A giudicare dal numero di film che si sono incastonati in maniera indelebile nell’immaginario collettivo (a volte generando anche merchandise miliardario) verrebbe da pensare che se per la narrativa la golden age è il ventennio Quaranta – Sessanta, per il cinema lo è la decade degli Ottanta. Con alcuni prodromi: almeno Guerre Stellari di George Lucas (1977), Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977) e  Alien. Gli anni Ottanta mettono in fila una serie impressionante di titoli celebri, possibili sia per lo sganciamento dagli stilemi degli anni Cinquanta, sia per le possibilità tecniche conquistate al cinema in questo periodo. Escono così: Blade Runner di Ridley Scott, La cosa di John Carpenter e Tron di Steven Lisberg (tutti del 1982); poi Terminator di James Cameron (1984), La mosca di David Cronenberg (1986), Robocop di Paul Verhoeven (1987), la trilogia di Ritorno al futuro firmata da Robert Zemeckis (tra il 1985 e il 1990). Molti sono anche grandissimi successi commerciali, fatto che sembra indicare come la fantascienza cinematografica stia uscendo dalla nicchia del genere per invadere il cinema di massa e i blockbuster.

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Si tratta di un tendenza che si prolunga almeno in parte anche nel decennio successivo, quando escono film autoriali importanti come L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam (1995), Gattaca di Andrew Niccol (1997) e Dark City di Alex Proyas (1998). Ma sono anche gli anni di altri fenomeni di massa, come The Matrix dei fratelli Wachowski e interpretato da Keanu Reeves, che ripropone tematiche cyberpunk in salsa filosofica, e di campioni al botteghino come Indipendence Day di Roland Emmerich con Will Smith.

Le innovazioni tecniche

Negli ultimi vent’anni, da quando cioè la fantascienza ha definitivamente rotto gli argini ed è diventata parte integrante, ma per fortuna non solo, delle grande produzioni internazionali, si è potuta sempre avvantaggiare delle ultime innovazioni tecnologiche per ottenere le scene più spettacolari e le riprese più interessanti. Tutto con lo spirito di rendere realistico qualcosa che è, per sua natura, irreale. Qui ricorderemo solamente tre esempi. Il primo è il bullet time, una tecnica resa nota dalle spettacolari scene di azione di Matrix. Basata sull’utilizzo di una grande quantità di fotocamere superveloci in una spirale. L’effetto permette una slow motion in cui la telecamera sembra girare attorno al soggetto. Per vedere come funziona, potete fare ricorso a Youtube.

Sette anni più tardi, lo stile estetico di A Scanner Darkly, film con Keaunu Reeves (ancora lui!) e basato sull’omonimo romanzo di Philip Dick, ha portato agli onori delle cronache la tecnica dell’animazione digitale in rotoscope: gli attori vengono filmati in digitale e poi trasformati in un processo che per il film di Linklater ha richiesto 15 mesi di post-produzione. Infine, Avatar, il film monstre (per costi: 237 milioni di dollari) di James Cameron. Uscito nel 2009, ha segnato lo standard dell’uso del 3D al cinema. Se la trama è un po’ debole, sono impressionanti le risorse che sono state investite per ricreare le creature blu e i vasti paesaggi alieni del film.

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I film migliori, però, non si basano solamente sull’utilizzo spettacolare della tecnica, ma su costruzioni narrative e, a volte, sociologiche innovative. In fondo, di 2001: Odissea nello spazio quello che più rimane allo spettatore è l’impianto filosofico e psicologico che Kubrick ha scelto di rappresentare, e lo stesso vale per un capolavoro del cinema come Solaris di Andrej Tarkovsky (1972). Ed è una strada che hanno continuato a battere anche grandi produzioni, come Gravity di Alfonso Cuaròn (2013), o piccole e indipendenti come quella di Moon di Duncan Jones (2009). Insomma, c’è ancora un futuro da esplorare. E guardare.