Kele Okereke – Fatherland

Delusione per il disco dedicato alla paternità del Bloc Party: tanta grandeur che si traduce in presunzione

Cosa succede quando la grandeur artistica incontra una melassa di sentimenti paterni e li declina in folk-soul? Succede che arriva un disco mediocre come Fatherland, il terzo album solo del singer dei Bloc Party, che vuole dirci qualcosa di profondo e straordinario sui buoni sentimenti, ma si abbandona senza indugi a una pletora di cliché. Dopo le incursioni nell’EDM di Trick del 2014, culmine di un continuo tentativo di riuscire a dire qualcosa di rilevante (leggasi dell’inconsistenza autoriale di The Boxer e dell’EP The Hunter) sempre alla caccia dello zeitgeist, ma senza riuscire a prenderlo mai, Kele Okerere diventa padre di Savannah e tutto si fa zuccherino, intimistico pensiero e sussurri dell’animo. I punti di riferimento sono quelli del genere, da Joni Mitchell Elliott Smith, ma con qualche incursione nel cabaret, come accade in Caspers (che sembra uno scarto di una cover band dei Divine Comedy di questi anni), e nel soft rock, come avviene in una Do U Right (che va bene giusto come colonna sonora di un rifacimento – brutto – di Blues Brothers). Leggi tutto “Kele Okereke – Fatherland”

Willis Earl Beal – Noctunes

L’ultimo episodio del busker vagabondo è una lunga session allo specchio dell’anima che convince solo a metà

Che Willis Earl Beal non fosse un personaggio facile, lo avevamo capito: homeless, alcolista redento, fondatore della Church of Nobody, attore alla bisogna. Un “precario della black music sfuggito ai meccanismi dello showbiz solo per entrarvi dalla finestra dell’hype 2.0“, come lo ha giustamente definito il nostro Stefano Solventi all’epoca di Nobody Knows. Ma che cosa aspettarci dopo la rottura (apparentemente) consensuale con la XL, l’arresto a Portland con le accuse di molestie, i tour cancellati, i dischi distribuiti gratuitamente ai fan?

Se pensavate che Willis Earl Beal cambiasse vita, in una sorta di redenzione in perfetto stile black America, beh, vi sbagliavate. Nel senso che probabilmente l’uomo, larger than life, non cambierà davvero mai. Ma si prodigherà in riflessioni, commiserazioni e spergiuri di mettere la testa a posto, come avviene in questo Noctunes. Anche questa, una storia tipicamente black America (e non solo). In queste dodici canzoni che sembrano fatte solo della voce di Beal e di un lungo tappeto di synth, qualche rara percussione elettronica e poco altro, si canta l’amore come, forse, unica forza che può salvarci (Love Is All Around), lo stooping esistenzialista (vedi Lust: “Ever since I was a kid, I could not keep my eyes away/ I told myself I was alright/ I told myself I was normal inside“), il bisogno di conferme (Say The Word).

Tra vaghi riferimenti cinematici, ugge Chesnuttiane, tentazioni orchestrali mai davvero compiute, i 63 minuti del disco fluiscono via come un unico flusso di coscienza, forse identico allo stesso flusso che li ha generati in una casa in riva al lago, dove sono stati concepiti. Pur dovendo ancora una volta riconoscere l’originalità e il fascino del personaggio e della sua visione del mondo, cominciamo a sospettare che la spinta si stia esaurendo e che di bello, qui, ci siano più l’idea che la realizzazione.

[Da SentireAscoltare.com]

Melanie De Biasio – No Deal

Da Sentireascoltare.com:

Sei anni sono lunghi, soprattutto se hai alle spalle un esordio come A Stomach Is Burningche ti è valso premi e riconoscimenti, e che ti ha fatta eleggere dalla stampa come la nuova promessa del jazz del tuo paese, il Belgio, e della Francia. In questi anni, comunque, non sparisci, ma presti la tua voce vellutata a diversi progetti, in collaborazioni che sono anche di un certo prestigio, come quella con il sassofonista Charles Neville. Ma rimani confinata dentro ai paesi francofoni, che ti adorano, ma non sono il mondo. Serve un svolta, niente di troppo brusco, ma un allargamento dei confini estetici della tua musica.

Sono queste le premesse di questo No Deal, originariamente pubblicato in patria nel 2012 (e registrato a cavallo tra 2011 e 2012) e ora esposto al pubblico di tutto il mondo, tour mondiale (o giù di lì) compreso. Il primo paragone che viene in mente è quello con in Portishead: niente (o quasi) elettronica, ma quelle atmosfere dark che hanno reso celebre il gruppo inglese. Certo, non c’è la chitarra di Geoff Barrow, fondamentale nel sostegno della voce straordinaria di Beth Gibbons, ma Dummy Third devono essere andati in heavy rotation nell’iPod della De Biasio in questi sei anni: ascoltare l’incipit vocale di I Feel You per capire, oppure The Flow e i suoi pattern batteria/synth/basso. In altri momenti (per esempio in With All My Love) si ha l’impressione di avere a che fare con una versione più normalizzata di PJ Harvey, quella di White Chalk. Su tutto aleggia una forza narrativa che rimanda alle Murder Ballads – sempre in territorio dark come si può capire – di Nick Cave, pur non avendone la irruente portata rock.

Ma non c’è dubbio che la matrice jazz delle origini non è scomparsa, quanto piuttosto si è fatta fagocitare da un’idea di sound più ampia e vasta, come di definizione di un’anima. Brava a non fare – glielo auguriamo – la fine della figlia di Ravi Shankar, ma durante questi 33 minuti e rotti di dichiarazione d’intenti che è No Deal si ha l’impressione che si siano privilegiate le atmosfere sulle canzoni, tanto che in alcuni punti sembra di assistere a una lunga variazione dark su di un classicone jazz come la Fever portata al successo da Peggy Lee negli anni Cinquanta. Se ne sono innamorati in molti e molti altri ancora se ne innamoreranno, con l’implicita ammissione che oggi la scrittura di buone canzoni non è indispensabile per il successo quanto il bollino di esteta di qualità