Lo studio del corpo umano e le cere anatomiche di Anna Morandi Manzolini | Zanichelli Aula di scienze

«Donna bella e piena d’ingegno tratta infatti con vigore i cadaveri e anche le membra in decomposizione, per poterli riprodurre e consegnare ai posteri. Allestì quindi la propria casa con parti del corpo umano, eseguite con arte mirabile e disposte nel modo più elegante; e le spiega … utilizzando un linguaggio semplice, nativo e puro, in cui nulla resta oscuro, ma con tanta chiarezza come se ne trova in uno studioso di anatomia»

Francesco Zanotti (da De re ostetricia, in Commentarii dell’Istituto di Scienze di Bologna, III tomo, 1755)

 

L’abito è di un rosa antico con dettagli in pizzo. Lo sguardo è dritto di fronte a sé, privo di qualsiasi timore. Nelle mani regge gli strumenti propri del mestiere, un forcipe e un bisturi, probabilmente quelli che ha appena usato per aprire la scatola cranica che ha di fronte a sé ed esporne il cervello per lo studio.  Decide di presentarsi così Anna Morandi Manzolini nel proprio autoritratto in cera del 1750, una scienziata che ha studiato l’anatomia del sistema nervoso umano – e non solo – applicando in prima persona lo spirito empirico dell’Illuminismo e una donna che non teme di sovvertire gli stereotipi di genere della sua epoca guardando dritto negli occhi, a testa alta, chi le fa visita.

Nel corso della sua attività scientifica Anna Morandi ha realizzato decine di opere in cera che rappresentano fedelmente e con un dettaglio per l’epoca straordinario parti del corpo umano, contribuendo all’avanzamento delle conoscenze anatomiche del tempo e in particolare del funzionamento degli organi di senso e di quelli riproduttivi maschili. Ma è stata anche una scienziata in un mondo dominato dai pregiudizi sul contributo intellettuale che le donne potevano dare alla scienza e, per questo, presto dimenticata dalla storia.

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Kamasi Washington @ BOtanique 2017

Tappa bolognese per la sorpresa del jazz degli ultimi anni: grande sound e la conferma che una stella si è definitivamente accesa

La sorpresa arriva dopo un paio di brani, quando Kamasi Washington annuncia che ha un regalo per il pubblico, un ospite speciale, “colui che mi ha insegnato tutto”: Rickey Washington, “pops”, il padre musicista che lo ha educato all’amore per il jazz e il sassofono. Dopo un avvio con due lunghi brani tirati con i quali il musicista californiano e la sua band hanno messo in moto una versione aggiornata del Soultrane, è il momento di tornare alle radici, alla famiglia, con una canzone, Henrietta Our Hero, dedicata alla nonna. “Can I tell you a story of a lady” intona la vocalist Patrice Quinn, con Rickey che le risponde al flauto, e poi tutta la band dietro, come uno spiritual hollywoodiano che trasuda sentimento e, ça va sans dire, epica. Familiare, in questo, caso, ma che rimanda a un’identità da black family che Beatrice Pagni aveva già colto nella tappa toscanacondivisa con l’amica Lauryn Hill.

In una formazione che oltre al padre, alla Quinn, comprende una doppia batteria (che si farà sentire nelle poliritmie che ricordano lontane radici africane di un sound arkestrale che fa rima con Sun Ra), basso, trombone e uno straordinario Brandon Coleman alle tastiere (già con Kamasi nell’esordio The Epic). È il suo contributo a collegare molti fili con il passato che la band continua a rimasticare come fosse l’unica strada per l’elevazione: accenti funky, tastierone che Herbie Hancock approverebbe alla grandissima, timbriche da organo che guardano ai Seventies californiani, ma anche suoni più “da pad” che gettano un ponte con l’altra sponda della figura Kamasi Washington, quella che dialoga con Kendrick Lamar Flying Lotus.

Su questa colorata e rodata macchina da jazz, il tocco di Kamasi spinge quell’ulteriore tasto che porta in una dimensione “spirituale laica” che manda definitivamente in orbita il concerto. Lo fa senza nemmeno bisogno di dirigere, con una semplicità che conquista, ora spingendosi in territori ayleriani, ora più free, ora quasi soul. Non prevarica, non mette l’ego di fronte al sound e alla musica, ma preferisce lasciare che siano le note a parlare al pubblico. Che gradisce, sia che si tratti di quello più adulto, arrivato al BOtanique dalla via del jazz, sia che si tratti di giovani che probabilmente hanno più nelle orecchie Flying Lotus e la scena elettronica californiana. Dopo un disco mostruoso, fuori dal tempo, inaspettato e – a tratti – sorprendente come poche cose uscite negli ultimi anni, c’era da verificare che il personaggio fosse altrettanto sostanzioso dal vivo. La sola esecuzione di una travolgente, trascendente The Rhythm Changes verso la chiusura del set lascia a bocca aperta: la sostanza è davvero.

[Da SentireAscoltare.com]

Un nuovo spazio per scienza e cultura a Bologna

Aperto in anteprima il 26 giugno per una presentazione ufficiale, l’Opificio Golinelli ha una superficie di 9 mila mq e verrà inaugurato a ottobre

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È ancora vuoto, ma già mostra la sua personalità: un ex edificio industriale che si trasforma in “un centro per la conoscenza e la cultura”, dove chiunque, da zero a 99 anni, possa studiare “le interconnessioni tra arte e scienza”, sviluppando “metodi didattici innovativi per stimolare la creatività, la passione, lo spirito critico, la capacità di imparare, i valori etici, l’apertura a una visione multiculturale della società”. Parole di Marino Golinelli, l’imprenditore che attraverso la sua omonima fondazione è l’artefice di questa nascita in via Paolo Nanni Costa a Bologna, in un’area che Bologna ha cominciato a riqualificare.

L’inaugurazione ufficiale arriverà il primo fine settimana di ottobre, ma la Fondazione ha deciso di mostrarlo in anteprima, come si fa per le grandi gallerie e i grandi musei internazionali dopo una ristrutturazione. Sviluppato su 9 mila metri quadrati (di cui 3 mila dedicati alle aule didattiche) e costato complessivamente 12 milioni di euro, accoglierà 150 mila visitatori all’anno, con una capienza massima di 750 persone in contemporanea. Un luogo dal nome antico, opificio, un luogo dove si fanno le cose e che rimanda all’idea fissa di Marino Golinelli, quella di coniugare “sapere e saper fare”.

In Italia, quella di Marino Golinelli è una figura rara: il filantropo. Dopo una lunghissima carriera nel campo della farmaceutica (la sua Alfa Biochimici è stata fondata da lui stesso nel 1948), nel 1988 apre una fondazione che in questi 27 anni si è occupato di sostegno alla ricerca, divulgazione scientifica (tra le attività più note, il festival Arte e Scienza in Piazza) e oggi si vuole concentrare sull’educazione e l’innovazione. A 95 anni, durante la presentazione, si è detto “fortunato e felice”. Fortunato per la sua vita di successi, di curiosità appagate, di soddisfazioni con la sua impresa e con la sua Fondazione. Felice, perché si realizza il sogno di una “cittadella dei saperi”, di tutti i saperi, in cui coltivare le conoscenze, le capacità e gli strumenti che serviranno ai giovani di oggi per affrontare il futuro. È una visione, questa del restituire alla società una parte della propria fortuna, che ha uno stampo più anglosassone, dove è normale che chi ha avuto molto condivida con la società.

Gongolava il sindaco di Bologna Virginio Merola, che ha ringraziato Golinelli e ha voluto sottolineare come saper attrarre e saper accogliere, come è nella vocazione dell’Opificio, sono due tratti essenziali perché una città, un territorio, un paese possano guardare con fiducia al proprio futuro. Ed è stato fortunato, dato che nemmeno due anni fa, a pochi passi da qui inaugurava il MAST, la Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia, anche quella volontà di un’industriale, Isabella Seragnoli. Luoghi che possono contribuire a cambiare il volto della città, con una forte vocazione ai saperi scientifici, alla tecnologia e al superamento di barriere tra i saperi.

Di fronte a rappresentanti di altre decine di realtà imprenditoriali di tutt’Italia, a presidenti e direttori di diverse fondazioni bancarie e private, il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, invitato alla serata, ha semplicemente chiesto loro “di fare come Marino Golinelli”. Adesso che c’è anche l’agevolazione fiscale se si investe in cultura le scuse non dovrebbero più esserci, ma “non è che ho la fila di imprenditori che bussano alla mia porta”. La visione di Marino Golinelli assume allora un peso specifico anche maggiore, in un paese in cui ci si lamenta dalla scarsa valorizzazione del nostro patrimonio, materiale e immateriale, ma dove poi le azioni concrete sono sempre insufficienti.

Ma a lasciare a bocca aperta, in questi locali investiti dalla luce della serata bolognese, è l’orizzonte temporale con cui opera la Fondazione. Antonio Danieli, il direttore, ha parlato esplicitamente del 2065. Non è una data presa a caso, ma quella distanza temporale per cui i bambini di oggi saranno la fascia adulta: bisogna costruire ora, per loro e con loro, le conoscenze e le capacità per arrivare là e avere in mano qualche strumento che permetta loro di orientarsi. Da qualche decennio si parla sempre più intensamente della società della conoscenza. Dovrebbe essere quella in cui viviamo già oggi o ci apprestiamo a vivere. Mentre molti arrancano, dentro e fuori al mondo della cultura e della politica, Marino Golinelli e la sua Fondazione ci hanno già messo casa.

 

[da oggiscienza.it]

Crediti immagine: Fondazione Golinelli

Billy Bragg @ Vicolo Bolognetti, 22 luglio 2014

Da Sentireascoltare.com:

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Tra una canzone e l’altra Billy Bragg sorseggia da una tazza bianca, da cui spunta inequivocabilmente una bustina di tè. “Fa bene alla gola“, dice. “Se ne bevi abbastanza ha l’effetto psicologico di convincerti che puoi cantare intonato. Me l’ha consigliato Morrissey“. Il pubblico ride di gusto, perfettamente complice dell’umorismo tagliente del 56enne inglese. Siamo nel mezzo di una serata che vede un Bolognetti piuttosto pieno, nonostante si tratti dell’unico concerto a pagamento della stagione. Segno che Bragg è amato in città, come dimostrano i fan sotto il palco che cantano a squarciagola tutte le sue canzoni più famose.

L’evento è sicuramente un concerto, con la promozione delle canzoni dall’ultimo Tooth and Nails, tra cui una There Will Be A Reckoning resa ancor più rock che su disco. Ma è anche in parte comizio (i sindacati, gli ultimi, gli oppressi e “cerchiamo di rendere migliore questo mondo“), in parte stand upcomedy in cui Bragg non esita a prendere in giro se stesso, la politica (anche quella italiana: “Renzi di centro-sinistra? Beh, diciamo che è meno peggio di Berlusconi“) e il pubblico. A 56 anni suonati, il figlio ribelle del thatcherismo britannico è in forma come pochi suoi coetanei possono vantarsi di essere e il prezzo del biglietto si paga per un one-man-show di quasi due ore.

Rari i momenti di stanca (magari si poteva evitare una Handyman Blues che nulla aggiunge al repertorio), molti quelli eccellenti. Su tutti, la prima parte del bis, solo voce e chitarra elettrica, come trent’anni fa per Life’s a Riot, e New England-The Milkman of Human Kindness-To Have and to Have Not filano via come una rasoiata ancora tagliente come allora.

All’accusa “di alcuni giornalisti britannici” di aver preso una “svolta country” con l’ultimo disco, Bragg risponde con l’ironia di Tooth and Nails che entra nella classifica dell’americana negli USA, a dimostrazione che “negli anni Cinquanta, con lo skiffle, sono stati gli inglesi a inventare l’americana”. E quindi non è certo strano vedere una pedal slide guitar sul palco e tornare a solcare il repertorio di Woody Guthrie (zona Mermaid Avenue e non solo) e cantare There Is Power In The Union (da Talking With The Taxman About Poetry), ispirata da un brano di Joe Hill, attivista per i diritti dei lavoratori nell’America degli anni Dieci del Novecento.

La cifra del personaggio (sguardo attento alla politica, ambizioni letterarie, onestà e coerenza intellettuali) sta tutta nell’ultimo brano. Per lasciare la platea tutta al leader, spesso i singoli membri della band se ne vanno uno a uno mentre vengono annunciati. Billy Bragg sceglie la strada opposta e dopo i brani in solitaria, presenta i suoi sodali al pubblico mentre uno a uno si uniscono a lui sul palco. Dettagli, direte. E forse a ragione. Ma con uno che dopo tanti anni ha ancora la voglia e la tenacia per credere che si possano cambiare le cose anche grazie alla musica, non pensiamo che si tratti di cosa da poco.

Better decision forum: gli jedi master per startup

Da wired.it

C’è Paolo che da due anni pensa a quell’idea d’impresa di cui discute “sei giorni su sette” con la moglie, ma non ha mai trovato abbastanza coraggio per lasciare un lavoro da dipendente che dà certe sicurezze e adesso non vede l’ora di “tornare a casa per raccontarle quanto sono carico”. C’è Vincenzo, pugliese, che dopo una puntata a fare ricerca all’università a Bruxelles si è “portato via il prof belga e assieme a un po’ di altre persone” ha aperto la sua aziende biotech in Italia. E c’è Marco che racconta di quanto è stato difficile prendere decisioni come quella di riprovarci ancora, ma d’altra parte quello del prendere decisioni “è un muscolo che va allenato”. Sono le storie di imprenditori o aspiranti tali che erano tra il pubblico dell’evento prototipo di Better Decisions Forum a Bologna, la città che gli organizzatori hanno definito “non convenzionale, per tradizione“.

A due passi da Bologna, a Casalecchio ha anche sede IConsulting, l’azienda di consulenza nel settore del business intelligence, di cui il Better Decisions Forum è una costola recente. “Il grande evento lo stiamo organizzando per maggio”, spiega Piergiorgio Grossi (Jedi Master come recita la sua business card): “questi eventi preparatori servono a calibrare bene contenuti e obiettivi”.

Prendere decisioni è un’attività quotidiana per manager e imprenditori, ma è un’attività tutt’altro che semplice. Qual è, racconta lo psicologo Paolo Vergnani, il motto in Italia mutuato dai “manuali di sopravvivenza di stampo americano? Semplice:CYA, ovvero cover you ass“. Viviamo in una società che è figlia della “cultura del non sbaglio, per cui se hai fatto bene al massimo ti dicono che hai fatto il tuo dovere”. Immersi in questo mantra, allora, l’unica soluzione per non sbagliare “è non fare”.

L’idea del Forum e di Better Decisions , “che non sappiamo ancora se è un’agenzia di consulenza, un’azienda o che altro” come dice Grossi, è quella di costruire un network (un circle, come lo chiamano) che aiuti a ragionare su come prendiamo decisioni, favorendo non tanto l’eliminazione dell’errore, ma di prendere decisioni consapevoli che permettano all’azienda di crescere. “La questione del better decisions non è una nostra scoperta”, puntualizza Grossi, “ma abbiamo riscontrato un grande interesse”.

Non ne hanno forse avuto bisogno finora Sara Roversi e Andrea Magelli, imprenditori seriali con il loro You Can Group, che di decisioni ne hanno prese tante, e molte di successo. Basta scorrere l’elenco dei clienti di Life In A Click o ricordare un progetto come SoSushi. Quando i punti vendita di quest’ultimo erano ben 35, decidono di uscire: ”capire quando è il momento di uscire da un’azienda è un decisione importante, anche se per te la tua azienda è come un figlio”.

Sara e Andrea sono qui a far analizzare la loro storia oltre che allo psicologo Vergnani, anche a Matteo Mura, ingegnere gestionale dell’Unibo. C’è stata un’evoluzione su come è più utile gestire i conflitti, dai quali nascono anche le innovazioni, e il pensiero del passato (“separiamo innovazione ed efficienza”) non è più il mantra di oggi. Meglio imparare l’ambidestria organizzativa, che permette di non separare queste due fondamentali tendenze delle aziende, ma ne trae tutti i vantaggi. Così si completa la formula del Better Decisions Forum: una vita d’impresa che viene proposta al pubblico in prima persona e analizzata secondo il profilo “human” e “tech”. Perché dalle esperienze e dagli errori degli altri si porti a casa quel bagaglio culturale che, come racconta l’animatore della serata Marco Rosetti, “non si trova nei manuali e nei libri di economia”. Se su tanti fronti abbiamo fatto passi avanti, nelle decisioni “siamo ancora alla clava o poco più”.

Come sottolinea Matteo Mura, la differenza non sta negli strumenti che vengono impiegati, “ogni aziende e ogni organizzazione ne utilizza alcuni, più o meno raffinati” per descrivere che cosa succede al suo interno. La differenza la fa l’uso che si fa di queste informazioni. “Se siamo troppo vincolati dagli strumenti, diventiamo un’organizzazione ingessata, come una cabina di pilotaggio di un aereo, e ci perdiamo tutta la parte più creativa e innovativa. Bisogna pensare di più, invece, alla stazione meteo, che dall’integrazione di molte informazioni da punti diversi riesce anche a fare delle previsioni”. Quindi: non strumenti nuovi per forza, ma uso diverso di quelli che ci sono già a disposizione.

Non c’è la formula magica per prendere in assoluto le decisioni giuste. Perché l’errore fa parte della crescita, perché non tutto è prevedibile e per mille altre ragioni. Certo che la parola della serata che unisce come un leitmotiv tutti i punti di vista e le storie sentite è ‘flessibilità’. Ci fosse stato Zygmut Baumann l’avrebbe forse messa a fondamento dell‘azienda liquida di questi anni.

BRUNO MADERNA – Teatro Comunale di Bologna, Bologna (03 Maggio 2013)

E alla fine si torna sempre ad Adorno. Sembra che non ci sia possibilità di uscire dalle polemiche e dalle discussioni generate dalle riflessioni del musicologo della Scuola di Francoforte o scaturite dall’intepretazione dei suoi scritti. La dicotomia si ripropone ogni qualvolta la musica elettronica e la musica elettroacustica fanno capolino in un teatro tradizionale. Da una parte c’è chi riempie le fila di chi sostiene che le avanguardie novecentesche hanno avuto il merito di riflettere in maniera profonda sul fare musica, ma non hanno saputo produrre un corpus di opere capaci di resistere all’invecchiamento: sarebbero, insomma, “invecchiate male”. Considerazioni sostenute anche interpreti, direttori d’orchestra e musicologi in una forma – si passi il termine – di “restaurazione neoromantica o neoclassica”.

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