Curtis Harding – Face Your Fear

Nemmeno quando ha esordito, nel 2015 con un disco straight-in-your-face come Soul Power, si poteva avere la sensazione di trovarsi di fronte a un esordiente in senso stretto: tanto il mestiere messo in quelle tracce soul e r’n’b che si poteva parlare senza tema di smentita di un disco fuori dal tempo. Erano i primi vagiti personali di un songwriter che aveva già assaggiato la vita on the road del turnista e respirato musica fin dalla più tenera. Il suo secondo album, quindi, non può essere interpretato semplicemente alla luce della domanda se abbia o meno saputo rispondere alle aspettative che, nel frattempo, gli erano cresciute attorno. Anche in questo secondo episodio della sua discografia, cioè, siamo di fronte a una personalità forte, che semplicemente si dà: per certi versi la perfetta storia del soulman di razza, che prima di scrivere e suonare, semplicemente è.

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Xenia Rubinos – Black Terry Cat

Per sua stessa ammissione, Xenia Rubinos non sa suonare quasi niente alla perfezione; anzi, preferisce che ogni strumento che imbraccia sia una nuova sfida per mantenere alta la concentrazione e il focus. Prendete queste quattordici tracce pubblicate per ANTI-: sono state composte soprattutto al basso, uno strumento che non aveva mai suonato prima. L’idea, secondo le sue intenzioni, era che così sarebbe emersa ancora di più la voce. Giusto, la voce: nodo essenziale per lei e la sua musica, con la bella timbrica fumosa che la contraddistingue fin dall’esordio autoprodotto Magic Trix (poi pubblicato ufficialmente da Ba Da Bing Records). Ma la voce è anche quella che la musica può dare a una comunità, alle minoranze razziali in una megalopoli come New York, come Roma o Sidney, per far uscire dalla marginalità istanze sociali e politiche.

Così, la giovane cantante e polistrumentista americana imbraccia tutto il ghetto power che riesce a raccogliere, lo mescola ai miti femminili della musica e dei diritti delle comunità afroamericane (i santini Nina Simone Billie Holiday), a una propria versione 2.0 del baduizm, e si pone come potenziale nuova icona anche per le minoranze caraibiche in una versione indie del latino proud di una Jennifer Lopez anni Novanta. Si inserisce così in quel filone di orgoglio razziale che recentemente sta diventando sempre più importante nel music business USA e nel quale milita, grazie al suo ultimo disco, anche Esperanza Spalding. È un movimento culturale ampio e variegato, che con un libro come Ebony and Ivy di Craig S. Wilder riporta al centro del dibattito l’eredità dello schiavismo, e con il movimento #OscarSoWhite di Spike Lee ha posto l’attenzione ancora una volta sulle esclusioni. Ma è anche la polemica sul whitening delle celebrity USA (solo per le donne, ovviamente, vedi Lil’ Kim) o la conta degli omicidi fatta da Ta-Nehisi Coats (recentemente tradotto anche in italiano).

Politica e questioni sociali a parte, il disco suona bene. È un meticciato sonoro a tratti bellissimo, con alcuni brani (Mexican Chef, Just Like I, Don’t Wanna Be, Lonely Power) entusiasmanti per ricercatezza ritmica, riferimenti stratificati da andare a gustare ascolto dopo ascolto. La musica di Xenia Rubinos riesce sempre a rimanere diretta, a tratti quasi punk (come potrebbe intenderlo Manu Chao), pur costruendosi su spigoli ritmici e sincopi che ricordano talvolta un’altra artista che fa tutto da sola, ovvero tUnE-yArDs. Black Terry Cat è un disco di strada come l’hip hop che fa capolino qua e là, e Xenia si costruisce il sound system da sola, suonando tutto (tranne la batteria, affidata all’amico e produttore Marco Buccelli), insistendo a volte quasi ossessivamente sulle ritmiche in battere, sulle tastierone crunchy, sui cambi di direzione e ritmo. Non tutto funziona, e una maggior sintesi avrebbe probabilmente giovato, ma il risultato è fresco come un pugno di faccia.

[Da SentireAscoltare.com]

Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution

Svolta decisa nel sound della contrabbassista: con la pettinatura afro se ne va la classicità jazz. Emerge un’artista black con una visione molto originale della musica

Come può un’artista giovane (da poco ha compiuto i 31 anni) mettere così d’accordo tutti, ma proprio tutti? Eppure, con il suo nuovo album, Esperanza Spalding è riuscita contemporaneamente a strappare recensioni più che positive da critici musicali conservatori e poco aperti alle novità, come quelli del Boston Globe o del New York Times, e contemporaneamente a raccogliere elogi anche dal mondo più indie, di cui possiamo prendere i lustrini patinati di Pitchfork come riferimento. Merito di un disco che davvero travalica i generi (e le generazioni), di un’alchimia sonora e di una rinnovata immagine che ha messo tutti d’accordo? La risposta, come spesso accade in questi casi, è meno scontata di quello che sembra a prima vista. Ma procediamo con ordine.

Quando nel 2011 la sua cofana afro svetta sul palco dei Grammy per ritirare il suo premio come Best New Artist (superando le corazzate Justin Bieber, Florence and The Machine, Mumford & Sons e Drake), l’immagine segna un elemento storico importante: è la prima volta che un’artista di estrazione jazz vince questo riconoscimento. Per la cultura americana, questo tipo di segnale ha un valore forse più alto di quello che pensiamo noi italiani, ma resta il fatto che indica un cambiamento di gusto e percezione dei confini tra i generi (che, almeno per quel che riguarda la black music, sono diventati più labili che mai). Segno che se ai suoi tempi Michael Jackson, in termini di successo ecumenico, era una mosca bianca (!), il lavoro delle Erykah Badu, delle Lauryn Hill (e se vogliamo, l’onda lunga di Bette Davis e Nina Simone) ha sdoganato la musica degli afroamericani verso un pubblico mainstream più ampio rispetto al passato e, forse, quella separazione determinata dalla Black Chart è davvero definitivamente superata.

Esperanza, su quel palco, è arrivata a 26 anni, come giovane promessa di quel non-genere musicale che sta a cavallo tra il jazz (su quel palco ringraziava il grande sassofonista Joe Lovano, con cui ha collaborato) e le nuove leve soul/r’n’b. È un pubblico appena più colto di quello di Norah Jones, quello a cui sembra pensare l’Academy che la nomina. La Spalding si è ritagliata la propria notorietà con un una serie di buonissimi dischi in cui lei, oltre a scrivere qualcosa di suo pugno, soprattutto suona il basso (ora il contrabbasso, ora un basso elettrico a cinque corde) e canta grandi classici della canzone black e non solo. Per esempio, non disdegna di dare un tocco tutto suo a brani di Michael Jackson o David Bowie, ma rimanendo sempre all’interno di un solco jazz/avant che sorprende per la personalità, non per l’originalità.

Poi atterra sul pianeta un disco come Emily’s D+Evolution, inatteso, fuori dagli schemi, diverso, originale. E la nostra musicista da Portland cambia anche look: via la pettinatura afro, benvenuti dread e occhialoni da geek. E poi i suoni, niente a che vedere con tutto quello che aveva fatto sentire fino a quel momento: funk, indie rock, dubstep, progressive e moltissimo altro. Certo, il jazz e la black rimangono, ma più come discorso e meno come proposta puramente musicale. E poi c’è il gioco con Emily, il suo secondo nome, e una sorta di alter ego che fa pensare subito a uno che oltre a essere presentissimo in spiritu nel disco, è anche uno a cui le personalità pubbliche multiple non sono mai dispiaciute: Prince. Il genietto di Minneapolis qui è preso sia dal lato dei suoi dischi calembeur degli anni Ottanta, sia per un gusto della sovrabbondanza che fa sembrare, in certi momenti, questo Emily’s D+Evolution una dieta troppo carica. Ma irresistibile come una pecan pie appena sfornata.

Dentro a queste dodici canzoni si sentono i Funkadelic, i Parliament, le chitarre indie che hanno segnato il volgere del secolo, tantissima Badu, ma anche i Weather Report più sincretisti, il soul più contemporaneo innervato di suoni elettronici. Ma, e non sembri un paradosso retorico, brani come OneNoble Nobles hanno introiettate le stigmate della classicità, quella che passa tra la Motorcity degli anni Cinquanta e Sessanta e la Tin Pan Alley di qualche decennio prima. Per certi versi, e semplificando parecchio, si potrebbe quasi dire che lasciando l’alveo più jazz (e la capigliatura afro), la Spalding abbia scritto il suo disco più black e, sicuramente, più intimo, sorta di viaggio/dialogo tra l’artista e la bambina che si intravvede dietro a Emily.

Basta tutto questo, assieme all’innegabile efficacia di molti dei brani, a giustificare questo successo democristiano di critica? Forse, se il disco fosse perfetto come un Purple Rain. In realtà non lo è. Talvolta, in Farewell DollyI Want It Now per esempio, la musicista esagera e sembra non riuscire del tutto a controllare la teatralità dei brani. Ma Emily’s diventa un argomento sufficiente se, sulla notorietà che un Grammy genera, si inseriscono sapientemente detti e non detti sulla propria omosessualità, una maggiore consapevolezza di appartenenza alla comunità black USA (si veda anche il brano Ebony and Ivy), un look estetico/musicale che strizza l’occhio (senza farsi travolgere) dalle mode del mondo Pitchfork (occhialoni, massimalismi, melting pot di culture musicali, esotismi). Questo discorso extra-musicale nulla toglie – e nulla deve togliere – al disco, quasi un nuovo esordio per un’artista che non ci si aspettava di ritrovare così, ma che sta mostrando di avere ancora molto di nascosto nel manico del basso: sorprendente e corroborante allo stesso tempo.

[Da SentireAscoltare.com]

Willis Earl Beal – Noctunes

L’ultimo episodio del busker vagabondo è una lunga session allo specchio dell’anima che convince solo a metà

Che Willis Earl Beal non fosse un personaggio facile, lo avevamo capito: homeless, alcolista redento, fondatore della Church of Nobody, attore alla bisogna. Un “precario della black music sfuggito ai meccanismi dello showbiz solo per entrarvi dalla finestra dell’hype 2.0“, come lo ha giustamente definito il nostro Stefano Solventi all’epoca di Nobody Knows. Ma che cosa aspettarci dopo la rottura (apparentemente) consensuale con la XL, l’arresto a Portland con le accuse di molestie, i tour cancellati, i dischi distribuiti gratuitamente ai fan?

Se pensavate che Willis Earl Beal cambiasse vita, in una sorta di redenzione in perfetto stile black America, beh, vi sbagliavate. Nel senso che probabilmente l’uomo, larger than life, non cambierà davvero mai. Ma si prodigherà in riflessioni, commiserazioni e spergiuri di mettere la testa a posto, come avviene in questo Noctunes. Anche questa, una storia tipicamente black America (e non solo). In queste dodici canzoni che sembrano fatte solo della voce di Beal e di un lungo tappeto di synth, qualche rara percussione elettronica e poco altro, si canta l’amore come, forse, unica forza che può salvarci (Love Is All Around), lo stooping esistenzialista (vedi Lust: “Ever since I was a kid, I could not keep my eyes away/ I told myself I was alright/ I told myself I was normal inside“), il bisogno di conferme (Say The Word).

Tra vaghi riferimenti cinematici, ugge Chesnuttiane, tentazioni orchestrali mai davvero compiute, i 63 minuti del disco fluiscono via come un unico flusso di coscienza, forse identico allo stesso flusso che li ha generati in una casa in riva al lago, dove sono stati concepiti. Pur dovendo ancora una volta riconoscere l’originalità e il fascino del personaggio e della sua visione del mondo, cominciamo a sospettare che la spinta si stia esaurendo e che di bello, qui, ci siano più l’idea che la realizzazione.

[Da SentireAscoltare.com]

Curtis Harding – Soul Power

Da SentireAscoltare.com:

Titolo manifesto per questo esordio di Curtis Harding, vocalist dal timbro caldo e sensuale che fa venire in mente i migliori soul singer d’annata. Se dovessimo trovare un parente prossimo per questo disco, che sembra essere stato scritto e pubblicato non oggi ma cinquant’anni fa, dovremmo andare a cercare i padri del Southern soul: voci nere, nerissime che hanno saputo tirare fuori dalla musica l’anima, il soul. Siamo lontani da produzioni patinate che hanno fatto la fortuna di vocalist femminili. Qui la grana è quella delle origini, autenticamente rock nel senso ampio del termine, e genuinamente americana nel suo fondere insieme le tradizioni della musica popolare a stelle e strisce: gospel, country, blues, rock.

Se guardiamo agli ultimi anni, il parente più prossimo sembra essere Twin Shadow. Ma qui c’è meno attitudine indie. C’è più il mestiere imparato sulla strada con la madre Dorothy, cantante gospel itinerante, e la voglia di puntare al pantheon classico. Le canzoni sono tutte pietre levigate dall’amore del fan ossessivo, di chi ha consumato i solchi di decine e decine di dischi. Nulla è fuori posto, ma il rischio, se non si mescolano le carte, è di finire presto nel cassetto degli epigoni.

Meshell Ndegeocello – Comet, Come To Me

Da Sentireascoltare.com:

Dopo vent’anni di carriera, con un basso prestato ad act del calibro di Alanis Morisette eRolling Stones, Meshell Ndegeocello ha ancora energie e voglia per esplorare territori nuovi e per esprimere una vena cantautorale che si sta mostrando sempre più matura. Messi da parte gli scalpitii giovanili, che oltre alla famosa cover diWild Night di Van Morrison in compagnia diJohn Mellencamp nel 1994, l’hanno anche vista fare l’occhiolino al dancefloor (Never Miss The Water del 1996, con Chaka Khan), la bassista e cantante nata nella Berlino divisa del 1968 ha intrapreso una propria rilettura della blackness musicale passando per dub, nu soul, funky e folk in due album di certo impatto (Devil’s Halo e Weather), oltre che grazie a un esplicito omaggio alla regina del jazz Nina Simone (Pour une Âme Souveraine: A Dedication to Nina Simone).

Questo terzo disco per Naive continua questo percorso, iniziando con la cover di un brano hip hop firmato dei brooklynesi Whodini nel 1984 e vedendo la partecipazione illustre di Jonathan Wilson(per una tiletrack tinta di folk impalpabile e caldo, quasi hawaiano). Meshell gioca con gli anni Ottanta di marca Prince (Convinction) e con gli stilemi del jazz patinato (Tom, Shopping For Jazz), si impegna in groove black/dub (Forget My Name), sempre con una padronanza di mezzi notevole. Mentre della sua “protetta” Selah Sue si sono perse le tracce da un paio d’anni a questa parte, la salute della scrittura di Meshell fa ben sperare che il sogno di un disco con Lee Scratch Perry non rimanga solo tale. Qui ci sono buoni motivi per solleticare la vena di remixer e producer.