Hubble, il telescopio miope che ci ha mostrato l’universo in espansione

«So come ripararlo». La notizia bomba arriva in un momento inaspettato, durante la coda per il buffet a un convegno dell’Optical Society americana del 1990. A lanciarla è Aden Meinel, uno dei grandi vecchi dell’astronomia americana, a riceverla John Trauger, uno degli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California) responsabile degli strumenti principali del telescopio spaziale Hubble. Le chiacchiere nate di fronte a un panino e un caffè molto lungo contenevano davvero l’idea giusta. Fino a quel pranzo e a quell’incontro decisivo, il destino di Hubble appariva cupo. Soltanto nel maggio precedente, la stampa di tutto il mondo era arrivata a Greenbelt, poco fuori Washington D.C., al Goddard Space Flight Center della NASA per assistere all’apertura delle palpebre, per così dire, di Hubble. C’era grande attesa, dopo il lancio in orbita senza inconvenienti, e quando le immagini che appaiono sullo schermo sono distorte, fuori fuoco e impossibili da decifrare, la delusione del pubblico e, soprattutto, degli addetti ai lavori è grandissima: il telescopio orbitante che doveva coronare un sogno scientifico lungo trent’anni, era miope.

(continua…)

E son 3000 comete scoperte per SOHO

Lanciato in orbita per studiare il Sole, nel suo percorso nello spazio SOHO ha rilevato la presenza di moltissime comete

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Quando è stato lanciato il 2 dicembre 1995, nessuno si aspettava che il Solar & Heliospheric Observatory (SOHO), un progetto realizzato in cooperazione tra l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e quella americana (NASA), sarebbe diventato lo strumento più efficace per individuare le comete che passano vicino al Sole. Eppure l’annuncio del 15 settembre 2015 è, per certi versi, sorprendente: SOHO ha individuato la cometa numero 3000.

Lo scopo per cui è stato progettato e lanciato in orbita, come il suo nome completo fa intuire, era (e rimane) lo studio del Sole sotto vari aspetti. Orbitando a 1,5 milioni di kilometri dalla superficie terrestre, in un punto specifico vicino al punto langrangiano L1, SOHO mantiene una posizione relativa stabile rispetto al Sole e alla Terra. Ciò gli permette di avere una chiara visione della nostra stella e dello spazio nelle immediate vicinanze: condizioni ideali per studiarne la struttura interna, ma anche per osservare al meglio i venti solari. Quello che non ci si aspettava era che questo occhio puntato sul Sole riuscisse a raccogliere dati utili per individuare le comete.

Prima del lancio di SOHO le comete sono state individuate a Terra e il numero di quelle conosciute si aggirava attorno alle 900 unità. Nel corso dei vent’anni dalla presa di servizio del telescopio, questo numero è aumentato vertiginosamente, toccando appunto quota 3000 e mostrando come il traffico attorno al Sole sia piuttosto intenso. Per celebrare questo evento, la NASA ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video di alcuni minuti in cui sono ricostruiti i movimenti di tutte le comete note:

La voce narrante è di Karl Battams, data scientist del Naval Research Lab, che spiega come le comete siano state raggruppate in diverse famiglie. Ma l’aspetto più sorprendente della vita lavorativa di SOHO rimane la quantità di comete scoperte: “SOHO ha una visione di circa 12 milioni e mezzo di miglia (circa 20 milioni di kilomentri, NdA) oltre il Sole”, ha dichiarato Joe Gurman, uno dei ricercatori che lavora alla missione SOHO presso il Goddard Space Flight Center di Greenbelt negli Stati Uniti, “per cui ci aspettavamo che di tanto in tanto avremmo individuato una cometa vicino al sole, ma nessuno aveva nemmeno sognato di scoprirne 200 all’anno”.

Crediti immagine: NASA

[da Oggiscienza.it]

 

 

50 anni della Croce del Nord, 50 anni di radioastronomia italiana

Da Oggiscienza.it:

CULTURA – Per realizzarla ci hanno messo un tempo da record: solo 3 anni, impensabili oggi. Per colpa della burocrazia, come ha sottolineato Luigina Feretti, l’attuale direttore dell’Istituto di Radioastronomia. O per il fatto, ha notato il sindaco di Medicina Onelio Rambaldi, che oggi “la ricerca è soprattutto – purtroppo – quella dei fondi, piuttosto che quella scientifica”. Quale siano gli attuali ostacoli a progetti di queste dimensioni, la Croce del Nord, un’antenna per misurazioni radioastronomiche di dimensioni importanti è stato il progetto che ha messo l’Italia sulla mappa dell’avanguardia scientifica e tecnologica degli anni Sessanta e ha dato il via alla storia della disciplina nel nostro paese.

La stessa Ferretti, nell’introdurre la giornata di celebrazioni del 4 ottobre, ha posto lo strumento al centro di una delle grande questioni scientifiche del Novecento: dirimere tra due teorie sull’origine dell’universo, quella dello stato stazionario di Fred Hoyle e quella del Big Bang di George Gamov. Scoperta proprio all’inizio degli anni Sessanta, è stata la radiazione cosmica di fondo a far propendere per la teoria, come ha sottolineato il giornalista Pietro Greco durante la mattinata, di un universo in continuo mutamento ed evoluzione. Ma soprattutto, aprendo all’uomo due nuovi occhi capaci di guardare nelle frequenze radio e allargando così le possibilità di indagine del cosmo, la radioastronomia ha anche profondamente modificato lo scenario filosofico in cui queste domande si sono poste. Non solo, come già si sapeva dalla rivoluzione copernicana, la Terra non occupa un posto “geograficamente unico” nell’universo, ma nemmeno il nostro sistema solare e la nostra galassia sono esattamente centrali nell’universo.

La Croce del Nord, con i suoi due bracci di 564 e 640 metri di lunghezza, le sue 500 tonnellate di peso, le 15 mila saldature che ne tengono insieme le parti, e i suoi 5632 sensori suddivisi tra le singole antenne ha contribuito alla storia della radioastronomia mondiale, fornendo uno degli strumenti capaci di guardare l’universo con “nuovi occhiali” e contribuendo a realizzare uno dei cataloghi di oggetti celesti più importanti tra anni Settanta e Ottanta. Dopo 50 anni di onorato servizio, non ha ancora intenzione di andare in pensione.

Oggi, infatti, è ancora un’interessante banco di prova sul piano tecnologico. Lo ha raccontato Stelio Montebugnoli, appena pensionato, ma ingegnere che fino allo scorso anno ha potuto osservare e contribuire direttamente all’evoluzione della Croce del Nord. Una parte del ramo nord-sud è stata reingegnerizzata e ha preso il nome di BEST-2. Grazie a quest’operazione, la Croce del Nord ha contribuito a testare tecnologie che saranno implementate nel nuovoSquare Kilomenter Array (SKA) in costruzione tra Sudafrica e Australia, strumento che dovrebbe entrare in funzione nel 2025.

Tecnologie che potranno avere impatti su diversi fronti, a partire dalla telefonia mobile e dalla trasmissione dei dati, ma che non da ultimo hanno avuto come obiettivo quello di ridurre i costi energetici per l’elaborazione dei dati. SKA raccoglierà ogni giorno l’equivalente di dati che un iPod potrebbe leggere in 2 milioni di anni. In mezzo ai deserti sudafricani e australiani, ridurre al minimo l’energia necessaria per l’elaborazione di questa mole enorme di dati è cruciale.

Ma BEST-2 è al centro anche di un altro banco di prova tecnologico, quello dell’identificazione e la tracciatura dei detriti spaziali. Dai dati presentati da Montebugnoli, c’è di che preoccuparsi: i detriti in orbita attorno alla Terra con un diametro compreso tra 1 e 10 centimetri sono stimati in oltre 500 mila. La stima per quelli sotto il centimetro è impressionante: 100 mila milioni. Considerando la grande velocità con cui viaggiano, sono veri e propri proiettili vaganti che possono compromettere seriamente i satelliti e la Stazione Spaziale internazionale. Con la Croce del Nord si sta sperimentando come poter tracciare in modo accurato questi resti spaziali che orbitano attorno al pianeta per cercare di limitare al massimo i danni da scontri.

Adagiata nella pianura alle porte di Medicina, comune a pochi chilometri da Bologna, la Croce del Nord si nota appena nella campagna attorno al Centro Visite con i suoi profili esili. Si fa notare sicuramente di più la parabola di 32 metri di diametro che la guarda da lì accanto. Assomiglia a un grande erpice che si integra bene con il panorama agricolo circostante e non “grida” la propria presenza al mondo. Eppure ha contribuito a una delle grandi rivoluzioni scientifiche dell’ultimo secolo, quella della radioastronomia, che ci ha permesso di capire più a fondo l’universo in cui viviamo. Chissà se quando l’avventura è cominciata quei pionieri pensavano che la Croce del Nord avrebbe potuto spegnere cinquanta candeline. Poco importa, e buon compleanno.

Per un “pelo”? Il passaggio di Toutatis

Se non avete letto i quotidiani o visto qualche telegiornale nei giorni scorsi, non ve ne sarete nemmeno accorti. Eppure ieri mattina, alle 6:40 ora italiana, un asteroide ha “sfiorato” la Terra. Le virgolette sono d’obbligo, perché la distanza minima effettiva a cui è passato era di ben 6,9 milioni di kilometri. In termini astronomici è comunque una piccola distanza, ma è pur sempre circa 18 volte quella tra la Terra e la Luna. Quindi, nonostante la coincidenza dell’evento con una data come il 12 dicembre 2012 (o 12/12/12) che lasciava la porta aperta alla cabala, non c’era niente di cui preoccuparsi.

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Parabola professionale di un genio mancato dell’astronomia

Il resto su LeScienze (di carta) di agosto.