Mars Generation: piccoli astronauti in erba

Un nuovo documentario disponibile su Netflix racconta la storia di un gruppo di aspiranti astronauti adolescenti che sognano il Pianeta Rosso

Un allarme che suona nella sala di comando, un ordine (“non puoi atterrare finché non avrai completato un controllo manuale”), un membro dell’equipaggio a Terra durante un’operazione: scene da perfetto film di fantascienza sui viaggi nello spazio, se non fosse che i protagonisti con le tute da astronauta sono tutti adolescenti che stanno simulando una missione di esplorazione su Marte. È l’inizio di Mars Generation, il documentario disponibile dal 5 maggio su Netflix, che racconta l’addestramento di un gruppo di adolescenti americani durante lo Space Camp, specie di campo estivo per appassionati di spazio e nerd, che lo U.S. Space & Rocket Center di Huntsville, in Alabama, organizza da alcuni anni.

 

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Space X: terzo atterraggio riuscito

Un nuovo risultato positivo per il razzo Falcon 9 dall’azienda americana Space X

Terzo di fila! Verrebbe da dire così, per il terzo atterraggio di file del razzo Falcon 9 prodotto dall’azienda americana Space X. Il razzo, pensato come un potenziale veicolo riutilizzabile per il volo spaziale, il 27 maggio scorso alle 5:49 ora della costa est è atterrato con successo sulla piattaforma galleggiante dall’originale nome “Of Course I Still Love You”, come si può vedere da video che documento le ultime fasi della manovra:

Dopo gli insuccessi dello scorso anno, sia con il cargo diretto alla Stazione Spaziale Internazionale, sia sul fronte dei tentativi di atterraggio del veicolo dopo il volo, l’azienda Space X di proprietà dell’americano Elon Musk aveva già registrato due successi negli ultimi due mesi, con due atterraggi perfetti sulla piattaforma galleggiante. Ecco i video per rivivere i primi due storici atterraggi in due video. Il primo è quello relativo all’8 aprile scorso:

Il secondo, in notturna, è di un mese più tardi, il 6 maggio 2016:

Il terzo tentativo era originariamente previsto per il 26 maggio, ma è stato posticipato. Elon Musk ha dichiarato che “si trattava di un piccolo problema nel motore attuatore dell’upper stage. Probabilmente non metteva a rischio il volo, ma abbiamo preferito fare qualche accertamento”. Musk ha espresso la propria soddisfazione per il test, precisando che “la velocità di atterraggio era molto vicina a quella massima prevista dal progetto”.

La corsa allo sviluppo di un nuovo veicolo spaziale riutilizzabile non conosce sosta. Pochi giorni fa, come abbiamo raccontato, si è ufficialmente iscritta alla gara anche l’India con il suo RLV, che cerca di imitare anche nelle forme lo space shuttle americano, ritirato dalle missioni nel 2011.

[da Oggiscienza.it]

Jules Verne e la Luna

E la luna bussò

In occasione di una giornata speciale dedicata alla Luna dalla Radio Svizzera Italiana, un piccolo reportage per Albachiara da Nantes, città natale di Jules Verne, colui che per primo si è immaginato come andarci.

A questo link la pagina speciale e a questo, invece, la pagina della puntata della trasmissione.

L’India ha lanciato il suo shuttle

23 maggio 2016: primo volo di test avvenuto con successo per il veicolo spaziale riutilizzabile made in India

Dal 2011 lo Space Shuttle, come raccontato dallo scribing di Giulia Rocco, ha smesso di volare. Fin dall’indomani del suo addio, la NASA e le agenzie spaziali più attive, si sono date alla ricerca di un altro veicolo spaziale che, proprio come gli Space Shuttle, sia riutilizzabile. La corsa, alla quale si sono aggiunti anche investitori privati come Elon Musk e il suo Space X, da oggi deve fare i conti anche con RLV-TD, il Reusable Launch Vehicle – Technology Demonstrator, il mini shuttle sviluppato dall’India.

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Il momento del decollo dal Pad numero 1 di Sriharikota in Andra Pradesh (immagine: India Space Research Organization)

Lanciato con successo dal Pad numero 1 del Satish Dhawan Space Centre di Sriharikota, poco a nord di Chennai sulla costa orientale della penisola indiana, RLV-TD ha raggiunto con successo un’altitudine di 65 km come previsto dalla missione. Da quella quota, il veicolo, privo di equipaggio umano, è rientrato a terra a una velocità di circa Mach 5 superando la difficoltà dell’alta temperatura grazie al proprio Thermal Protection Syste, che ha funzionato perfettamente. Dopo un volo complessivo di 770 secondi, RLV è atterrato come previsto in un’area predeterminata della Baia del Bengala, a 450 km dal punto di lancio. Il punto, in mare, fungeva da pista di atterraggio virtuale, poiché per questo viaggio non era previsto il recupero del velivolo.

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RLV-TD sulla cima del razzo HS9 durante le fasi di preparazione del lancio (immagine: India Space Research Organization)

Si tratta di un veicolo prototipo, lungo appena 6 metri e mezzo, e un po’ buffo in cima al razzo HS9 che lo ha portato in cielo. Ma è la dimostrazione che la via tecnologica scelta dagli indiani è concreta e ha un futuro. “I dati raccolti dal lancio saranno determinanti per la configurazione del vero RLV”, ha dichiarato K Sivan, direttore del Vikram Sarabhai Space Centre. Si è trattato della prima volta che l’India è riuscita a far volare e rientrare sulla superficie terrestre un veicolo alato. Nel prossimo futuro, oltre all’analisi dei dati raccolti, c’è lo sviluppo a terra di una vera e propria pista di atterraggio, probabilmente vicino allo Space Center di Sriharikota.

[da Oggiscienza.it]

Esplode il cargo Space X diretto all’ISS: persi 35 esperimenti scientifici

Il Falcon 9 è scoppiato in aria il 28 giugno dopo il lancio dalla base di Wallops. Gli astronauti sull’ISS non sono in pericolo per il mancato rifornimento.

Il video del lancio del razzo Falcon 9 dell’azienza Space X. Dal minuto 23:45 si cominciano a vedere i problemi al propulsore che hanno provocato l’esplosione.

ATTUALITÀ – È durato pochi minuti il volo del Falcon 9, mezzo completamente privo di personale di volo, che doveva raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) portando rifornimenti e un carico di nuovi esperimenti ed apparecchiature scientifiche, per un totale di circa 1800 kg. Ma un problema al razzo propulsore ha fatto esplodere nel cielo sopra l’Atlantico il mezzo con tutto il suo contenuto.

Il cargo di proprietà dell’azienda americana Space X, uno dei vettori commerciali sotto contratto con la NASA per il servizio di trasporto all’ISS, si è staccato da terra dalla base di Wallops, in Virginia, la stessa dove si è verificato l’incidente dell’Antares di Orbital Sciences nello scorso ottobre. Il danno sotto il profilo economico è grande, ma come ha sottolineato a Nature Bill Gerstenmaier, il responsabile delle operazioni di esplorazione umana dello spazio della NASA, il danno è soprattutto l’impossibilità di lavorare agli esperimenti che si trovavano sul cargo esploso.

Tra di essi, una PCR per studiare l’espressione genica in orbita, una piccola serra per provare a coltivare i cavoli (e poi nutrirsene) in orbita (e uno studio sulla nanomedicina di cui avevamo parlato qui). Alcuni dei 35 esperimenti che dovevano arrivare sull’ISS, ironia della sorte, erano al secondo lancio, dopo che erano andati distrutti nell’esplosione dello scorso ottobre dell’Antares. Space X ha dichiarato di aver aperto un’indagine per comprendere le cause dell’incidente e di fermare ogni attività di volo per almeno tre mesi.

Se ai due incidenti di Wallops aggiungiamo anche quello della navetta Virgin Galactic del novembre del 2014, tutti e tre i vettori commerciali americani per il trasporto all’ISS hanno subito un incidente molto importante in meno di un anno, mettendo in evidenza le difficoltà tecniche dell’impresa e la problematiche logistiche che si stanno cominciando a profilare all’orizzonte. Il caso del Falcon 9 è problematico anche perché nell’esplosione sono andati distrutti due moduli che avrebbero dovuto costituire i primi step dei dock per i veicoli commerciali sull’ISS, una delle previste fonti di guadagno per tutte queste compagnie.

Non ci sono problemi per il rifornimento degli astronauti dell’ISS, che hanno sufficienti scorte di materiali e cibo per sopportare il ritardo. In ogni caso, il prossimo 3 luglio è previsto un lancio del vettore russo Progress dalla base nel Kazakistan.

[da Oggiscienza.it]

 

Space X: l’impatto nel rientro è troppo duro

Il tentativo di recuperare il razzo Falcon 9 che ha spedito un carico verso l’ISS non è andato a buon fine: piattaforma galleggiante centrata, ma con troppa forza. L’azienda di Elon Musk ci riproverà

CRONACA – “Vicino, ma niente sigaro questa volta”. Commenta così patron Elon Musk il tentativo della sua Space X di lanciare un carico in orbita e riuscire a recuperare il razzo per poterlo riutilizzare. Per quanto riguarda la missione cargo con la navicelle Dragon, partita prima dell’alba di sabato 10 genmnaio della Florida dalla base di Cape Canaveral della NASA, tutto è funzionato regolarmente (anche se il volo doveva essere inizialmente effettuato il giorno dell’Epifania scorso). Ma gli occhi di tutti erano puntati sul rientro del razzo Falcon 9, che avrebbe dovuto atterrare su di una piattaforma galleggiante appositamente predisposta nell’oceano. Il commento di Musk racchiude il senso dell’esperimento: lo abbiamo fatto arrivare dove volevamo, ma l’impatto è stato troppo violente e non potremo riutilizzarlo.

La Space X, azienda completamente privata che ha un contratto con la NASA per il servizio di cargo, ha aperto da qualche tempo la strada verso un razzo riutilizzabile. Ogni volta che una capsula spaziale viene mandata fuori dall’atmosfera terrestre, infatti, il primo stadio del razzo, quello che dà la spinta per raggiungere la velocità di fuga dalla gravità terrestre, viene sganciato e ricade solitamente in mare a peso morto, danneggiandosi in modo irreversibile. Il che significa un enorme costo per l’azienda che a ogni lancio deve impiegare praticamente ex novo un razzo. L’idea della Space X è che non c’è nessuna ragione per la quale non si possa pensare di recuperarlo con un atterraggio morbido, risparmiando una delle componenti più costose di ogni lancio.

La piattaforma di atterraggio galleggiante di Space X.

 

I primi tentativi effettuati dall’azienda americana non sono andati a buone fine: il razzo era caduto a circa 3 chilometri di distanza dal punto previsto per il recupero. Un po’ troppo. Nel corso del 2014, altri due tentativi avevano visto perfetti “soft landings”, ma non sulla piattaforma, bensì direttamente in mare. Il lancio del 10 gennaio doveva combinare entrambi gli aspetti, migliorando l’accuratezza della mira e mantenendo la delicatezza dell’impatto. Purtroppo non tutto è andato come previsto, ma prima di quest’ultimo lancio, Elon Musk aveva spiegato che la possibilità di successo era comunque al 50%, se non qualcosa meno.

La tecnologia per il rientro del Falcon 9 sulla piattaforma prevede il razzo sia dotato di un motore supplementare, meno potente di quello per il lancio, che possa fornire una spinta verso l’alto sufficiente a rallentarlo durante la caduta, che – va sottolineato – inizia a velocità supersonica. In questa fase il razzo apre anche una serie di alettoni che servono a permettere alla squadra a terra di pilotare la planata verso la piattaforma.

Mentre la squadra di Space X cercherà di capire come migliorare la performance al prossimo tentativo, il cargo Dragon rimarrà agganciato alla Stazione Spaziale Internazionale per un mese. La lascerà, infatti, il 10 febbraio e intraprenderà il suo breve viaggio verso il proprio “splash” in mare.

 

Le origini della Stazione Spaziale Internazionale

Da Oggiscienza.it:

APPROFONDIMENTO – Quando Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana nello spazio, vi metterà piede il 23 novembre (salvo ritardi nel lancio) sarà passato da meno di un mese il quattordicesimo anniversario della presenza umana continua sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Questa lunga catena è iniziata ufficialmente il 2 novembre del 2000, quando gli astronauti Bill Sheperd, Yuri Gidzenko e Sergei Krikalev diventano il primo equipaggio residente per una missione di alcuni mesi. Ma la storia delle stazioni orbitanti e dell’ISS comincia molti anni prima.

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Il personale di volo della ISS Expetidion One (da sinistra a destra): il flight engineer Sergei Krikalev, il comandande della spedizione Bill Shepherd e il comandante della Soyuz Yuri Gidzenko

Alle origini lo scontro USA-URSS

Il primo capitolo di questa storia si apre nel clima della Guerra Fredda. All’inizio degli anni Settanta, mentre gli americani sono concentranti sul programma Apollo (quello della conquista della Luna), i sovietici sono già al lavoro per la creazione della prima stazione spaziale orbitante con personale permanente. Si tratta del programma civile Salyut, aperto ufficialmente nel 1971 per scopi di ricerca scientifica fuori dall’atmosfera terrestre. Salyut 1 è diventata la prima stazione spaziale a orbitare attorno alla Terra già nel 1971, quando è portata in orbita dalla missione Soyuz 10.

Il programma Salyut batte diversi record, come quello del primo avvicendamento dell’equipaggio su di una stazione spaziale, e continua a funzionare fino al 1986, quando viene sostituito dal Mir, il programma che manderà in orbita la famosa omonima stazione spaziale: la prima stazione modulare della storia. Gli americani, però, impiegano quasi quindici anni per rispondere ai primi risultati sovietici, quella della Salyut. Accade nel 1984, quando in gennaio il presidente Ronald Regan chiede ufficialmente alla NASA di costruire una stazione spaziale a stelle e strisce: la Freedom.

Le motivazioni americane, oltre che di prestigio, potrebbero avere anche motivazioni militari. Il programma sovietico Salyut, infatti, era affiancato da un’altro progetto militare, l’Almaz, cominciato addirittura negli anni Sessanta, ben prima che Neil Armstrong facesse il suo famoso piccolo passo. L’Almaz aveva scopi principalmente di ricognizione del territorio nemico ma prevedeva la presenza di personale a bordo e, addirittura, la dotazione di cannoni a scopo difensivo. I tre lanci del programma Almaz, segretissimi, vennero effettuati tra il 1973 e il 1976 sotto il nome di Salyuz per confondere le acque. Il progetto prevedeva inoltre lo sviluppo di una navetta capace di portare in orbita e riportare a terra gli astronauti.

Libertà vs. Pace

L’annuncio di Reagan era chiaro: la stazione americana sarebbe stata pronta e orbitante nell’arco di dieci anni. La realtà si è rivelata ben diversa, perché tra il 1984 e il 1993 il progetto Freedom è stato progressivamente ridimensionato e ripensato. La storia è complicata e coinvolge anche il cambio di presidenza e l’impegno dell’amministrazione Bush sr. nella Prima Guerra del Golfo. Quello che conta è che la Freedom non è mai stata realizzata e lo sforzo tecnico scientifico americano è confluito negli anni Novanta nella progettazione della Stazione Spaziale Internazionale, un capitolo che si è aperto solamente quando la Guerra Fredda si è definitivamente conclusa.

Mentre la Freedom perdeva, non solo metaforicamente, i pezzi per strada arenandosi nelle pastoie della burocrazia USA, il programma Salyuz sovietico veniva chiuso non tanto per disinteresse o insuccesso, ma perché sostituito dal più ambizioso e moderno progetto della Mir (il cui nome significa “pace”). La prima stazione modulare è stata un successo, perché – qualche battuta di arresto a parte, come l’incendio a bordo del 1997 – ha potuto contare sulla decennale esperienza maturata nel programma Salyut e ha permesso, oltre che di effettuare esperimenti scientifici nello spazio, anche di testare per la prima volta le conseguenze sull’uomo di una permanenza prolungata nello spazio.

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La stazione Mir vista dallo shuttle Atlantis il 4 luglio del 1995 durante la missione STS-71

L’unione fa la forza. Economica

Con la fine della cosiddetta corsa allo spazio per la dissoluzione politica di uno dei due contendenti, l’URSS, e l’asfissia economica della NASA, i singoli progetti nazionali, sia la Freedom che la Mir-2 che doveva prendere il testimone russo, vengono cancellati. Scomparso, o almeno molto ridimensionato, l’elemento di predominio tecnologico (e della conseguente capacità di minacciare l’avversario) tipica dello scontro tra superpotenze, l’amministrazione americana decide di fare il giro delle sette chiese e trasformare quello che restava del progetto Freedom in una grande collaborazione internazionale. Siamo negli anni Novanta, con la Mir da poco in orbita e funzionante e, nonostante le difficoltà, sembra di assistere a una nuova accelerazione, senza che questa volta sia la competizione a imprimerla.

L’ultimo modulo della Mir viene agganciato nel 1996 e solo due anni dopo, nel 1998, vengono lanciati nello spazio i primi moduli per la realizzazione dell’ISS. Lo sforzo è un’azione congiunta delle agenzie statunitense, russa, giapponese, canadese ed europea. Una collaborazione per lo spazio, come già da qualche tempo si fa per la costruzione di grandi laboratori ed esperimenti internazionali sulla Terra, basti pensare a quell’apripista che fu, in questo senso, il CERN di Ginevra.

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Il modulo PMA-2 fuoriesce dello shuttle Endeavour e viene agganciato all’estremità del laboratorio Destiny

La maggior parte dei moduli vengono portati in orbita attraverso lo shuttle americano, ma anche i razzi russi contribuiscono nella fase di trasporto. Durante i due anni di costruzione nello spazio, il governo russo mantiene in attività anche la Mir, finché, a lavori dell’ISS conclusi, la struttura viene fatta deorbitare nell’ottobre del 2000, mandandola a distruggersi nell’atmosfera terrestre.

Dopo la missione iniziale, la Expedition One che portò i primi veri inquilini, l’ISS ha continuato a ingrandirsi fino a raggiungere i 15 moduli complessivi alla fine degli anni 2010. Oltre al laboratorio Destiny, il principale laboratorio scientifico sul Stazione, ci sono i moduli abitativi, la cucina, l’airlock, i siti di attracco per le navicelle di rifornimento e di trasporto, ma anche tutta una serie di strutture di servizio, come i panelli fotovoltaici e i bracci robotici. Per un’idea di come sia l’ISS, eccovi il video che il comandante Sunita Williams ha girato nel 2012 poco prima del termine della sua missione:

L’Italia ha partecipato, come membro dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), allo sviluppo di diverse parti della struttura dell’ISS. Tra di esse si segnalano i moduli polivalenti per la logistica, gli MPLM, utilizzati come cargo e sviluppati da Thales Alenia Space, oltre ad aver partecipato alla realizzazione di parte della cupola di osservazione e a vari altri moduli. Curiosità: anche l’acqua che si beve a bordo è italiana e viene dalla SMAT di Torino. Importante anche la partecipazione di astronauti italiani: la Cristoforetti sarà il settimo astronauta nostrano, dopo Franco Malerba, Umberto Guidoni, Roberto Vittori, Paolo Nespoli, Maurizio Cheli e Luca Parmitano.

Pochi giorni fa NASA ed ESA hanno firmato l’accordo per il prolungamento dell’attività dell’ISS fino al 2024, ma si discute anche di arrivare al 2028. Il che significa che c’è qualche tempo in più perché la nostalgia della Terra ispiri il lato artistico degli astronauti, come è successo al comandante Chris Hadfield, diventato famoso per una sua personale interpretazione di Space Oddity di David Bowie:

@ogdabaum

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Crediti immagine: NASA