Svizzera – Syngenta cede il portafoglio di prodotti fitosanitari

Dopo il rilevamento da parte della cinese ChemChinaSyngenta si adegua alle esigenze poste dalla Commissione europea in materia di concorrenza. Il gruppo agrochimico basilese ha quindi ceduto un portafoglio di prodotti fitosanitari alla società australiana Nufarm per 490 milioni di dollari (477,8 milioni di franchi).

Sorgente: Svizzera – Syngenta cede il portafoglio di prodotti fitosanitari

Irma e Haiti

Di Irma e del suo passaggio sul continente americano si racconta (soprattutto) la vicenda americana, ma c’è da ricordare anche altro. Come per esempio Haiti, devastata qualche anno fa da un terribile terremoto, e ora con la propria agricoltura in ginocchio. Lo racconta Food Tank

Food Security and Agriculture in Haiti Hit Hard by Hurricane Irma

 

Contadini e genetisti uniti per nutrire il pianeta

Tradizione e scienza unite per creare il grano migliore. Accade in Etiopia, con contadini e scienziati che collaborano per migliorare il grano

Trenta uomini e trenta donne, senza una preparazione scientifica specifica, alcuni anche sacerdoti: sono i membri di due comunità rurali etiopi diventati co-autori di un recente studio scientifico sulla selezione delle varietà di grano duro locale pubblicato su Scientific Reports, il giornale open access del gruppo di Nature. È il riconoscimento dell’importanza delle loro conoscenze tradizionali nel processo di selezione alla ricerca di varietà che siano più capaci di sopportare le conseguenze dei cambiamenti climatici e possano garantire la sicurezza alimentare della regione. Leggi tutto “Contadini e genetisti uniti per nutrire il pianeta”

Cambiamenti climatici: a pagare di più saranno coloro che hanno meno

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate. I piccoli Paesi dell’Oceania profondamente legati alla pesca pagheranno un prezzo molto più alto rispetto al secondo gruppo, composto da Paesi economicamente più avanzati e quindi più capaci di assorbire i colpi che acque superficiali sempre più calde produrranno sul proprio territorio. Leggi tutto “Cambiamenti climatici: a pagare di più saranno coloro che hanno meno”

Nazareno Strampelli e il miglioramento genetico del grano tenero

150 anni fa nasceva nelle Marche uno dei più importanti pionieri del miglioramento genetico delle piante agricole: uno scienziato innovatore e spesso dimenticato

«Caro il mio grano! Quando il mio tesoro / mando al mulino, se ne va, sì, questo; / ma quello nasce sotto il mio lavoro. […] Tua carne è il pane. – Ma tuo sangue, il vino. – / Che odore sa l’odore di pan fresco! – / E che cantare fa cantar di tino! -»

(Giovanni Pascoli, L’accestire – Grano e Vino, Primi poemetti, 1907)

In Italia, tra il 1922 e il 1933 la produzione di grano tenero è passata da 44 a 80 milioni di quintali l’anno. Un raddoppio che è stato ottenuto senza aumentare la superficie coltivata, ma migliorando la resa, cioè la quantità di prodotto raccolto sui campi coltivati. Si tratta di un risultato straordinario dovuto alle ricerche di un agronomo sperimentale italiano: Nazareno Strampelli. Le nuove varietà di grano introdotte nell’agricoltura italiana sono state la base per la produzione del pane, un elemento essenziale per la dieta di gran parte degli italiani legati a una vita in larga parte contadina. Vincere “la battaglia del grano“, come l’aveva chiamata il partito fascista, era una priorità per il raggiungimento dell’autosufficienza del Paese e una premessa per i sogni di gloria di Benito Mussolini.

 

Chi era Nazareno Strampelli?

Il 1866 è una data cruciale. Nello stesso anno in cui un monaco agostiniano di nome Gregor Mendel pubblica un saggio sull’ibridazione delle piante che verrà dimenticato per tre decenni, il 29 maggio nasce Nazareno Strampelli, nel borgo medioevale di Crispiero nelle Marche. Per la prima fase della sua carriera accademica e scientifica, lo potremmo definire un precario. Dopo la laurea in agraria a pieni voti ottenuta a Pisa nel 1891, fa l’assistente di laboratorio all’Università di Camerino, dirige un laboratorio chimico all’Argentario, insegna scienze naturali e agronomia in diverse scuole, collabora con alcuni consorzi agrari. Nel 1903 arriva a Rieti, come vincitore del concorso della Cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, di grande prestigio, ma almeno inizialmente la situazione non è idilliaca. Racconta lo storico Roberto Lorenzetti che Strampelli non aveva un laboratorio e nemmeno un ufficio, al punto che sul retro di una sedia ha scritto: «Questo è quanto io ebbi a mia disposizione dall’ottobre 1903 all’aprile 1904 come materiale d’impianto e di funzionamento della Cattedra Sperimentale di Granicoltura».

Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)
Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)

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#SEEDcontrol: due storie dal Sudafrica

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Ieri, 16 ottobre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Una giornata nata per ricordare la data di istituzione della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, fondata in quel giorno del 1945 in Canada. Istituita nel 1979, coinvolge più di 150 paesi nel mondo con l’obiettivo di sensibilizzare sui problemi legati alla malnutrizione, alla fame e alla povertà, oltre che alla sicurezza alimentare. Il tema scelto per il 2016 è “le minacce alla sicurezza alimentare”,soprattutto per i paesi più poveri; minacce che derivano dai cambiamenti climatici. Servono ricerca scientifica e innovazione per migliorare la capacità dei campi di produrre anche in condizioni difficili. Ma bisogna garantire che soprattutto quel 90% di contadini che praticano un’agricoltura di sussistenza non siano ostacolati da leggi ingiuste. Siamo andati in Sudafrica per raccogliere due storie a questo riguardo.

Clicca qui per ascoltare il servizio sul sito di Albachiara.

Tre motivi per i quali gli open data fanno bene all’agricoltura

Perché l’agricoltura si rinnovi profondamente serve una relazione più stretta con il mondo dei dati aperti. Uno studio spiega cosa c’è da fare

Perché l’agricoltura si rinnovi profondamente serve una relazione più stretta con il mondo dei dati aperti. Uno studio spiega cosa c’è da fare

EXPO 2015 ci ha ricordato l’urgenza di dare risposte alle grandi domande sul futuro del pianeta. In particolare, come nutrire una popolazione mondiale in crescita, destinata a raggiungere quota 9 o 10 miliardi nel 2050, avendo a disposizione la stessa quantità di terra da coltivare. La chiave è l’innovazione: riuscire a far produrre di più e meglio, sfruttare in maniera più efficiente quello che si ha a disposizione e limitare gli sprechi.

Servirà lo sforzo di tutti, ma una buona mano può venire anche dal potenziamento del rapporto tra open data e agricoltura. È quello che sostiene un working paper della Global Open Data for Agricolture and Nutrition (GODAN) pubblicato lo scorso maggio e che da allora continua a circolare spesso nelle discussioni sull’innovazione con i dati di questi ultimi mesi, come per esempio il Global Summit dell’Open Government Partnership che si è da poco tenuto in Messico.

Secondo il documento, “oramai sta emergendo una struttura globale dei dati“, per cui “è giunto il momento di investire in soluzioni data-driven anche in agricoltura e nutrizione”. Il paper è un’analisi delle modalità attraverso cui gli open data possono essere di giovamento al settore agricolo. Lungi dall’essere, però, una sterile indicazione teorica. Al contrario: gli autori dello studio hanno preso in considerazione casi studio di iniziative open data concrete che stanno già funzionando in giro per il mondo. Eccone alcune suddivise nei tre rami individuati nella pubblicazione.

1. Gli open data permettono di prendere decisioni più efficienti e più efficaci

Ci dice il paper che gli open data “presentano informazioni che derivano da una grande varietà di fonti e che aiutano tutti, dai policy maker ai piccoli produttori, a migliorare il proprio lavoro e a sintonizzare meglio i prodotti e i servizi”. Come? Abbassando i costi di accesso all’informazione (anche se non significa per forza che open sia gratis), sia sul piano primario che su quello secondario.

Come fa GroenMonitor, uno strumento per agricoltori che è stato sviluppato in Olanda e permette di mappare le coltivazioni al suolo sfruttando le immagini dei satelliti dell’Agenzia Spaziale Europa. Così facendo permette di identificare e bloccare rapidamente la diffusione delle patologie delle colture agricole.

Oppure, con l’aiuto di qualche banca dati non open, lo fa il database di Plantwise, che combina pubblicazioni scientifiche e governative, mettendole a disposizione in un sito facilmente accessibile e navigabile. Pensato soprattutto per venire in contro alle esigenze dei produttori dei paesi meno ricchi, Plantwise, dalla sua apertura, è stato consultato da oltre 600 mila agricoltori da 198 paesi diversi.

Ma si può trattare anche di pubbliche amministrazioni che hanno capito che la via open può essere un vantaggio, anche economico, per la collettività. Lo mostra l’esempio del California Department of Water Resources, che sfrutta data visualization per gestire al meglio le siccità. Stesso scopo anche del colombiana CIAT, che ha evitato che la siccità prosciugasse gli agricoltori di risorse per 3,6 milioni di dollari.

2. Gli open data promuovono l’innovazione a beneficio di tutti

Nikos Manouselis di Agro-Know, un’iniziativa di ricerca e innovazione aperta in agricoltura, ha dichiarato che “gli open data sono un’opportunità di creare nuovi business e posti di lavoro che, semplicemente, non possiamo perdere”. Considerando che stiamo parlando di un settore che nella sola Europa, dove l’impiego è minimo nel settore è minimo, è comunque pari a 46 milioni di posti di lavoro, per un valore (considerando il totale dell’industria del food) del 6% del PIL europeo, non è un aspetto da tralasciare.

Per quanto gli open data crudi siano la manna dei programmatori, degli sviluppatori, dei data designer e di molti sostenitori della filosofia open, hanno bisogno di esperti che li cucini, rendendoli intellegibili, usabili e utili per l’utente finale. Inoltre, riuscire a incrociare informazioni di data base diversi favorisce la nascita di nuove idee innovative per nuovi servizi e prodotti. Basta pensare all’utilizzazione dei droni fatta dalla cosiddetta agricoltura di precisione.

Esempi citati dal paper del GODAN sono Climate Corporation, che fornisce servizi per la massimizzazione delle rese, soprattutto in relazione alle conseguenze dei cambiamenti climatici; e AgTrials, una banca dati di risorse sulle ibridazioni e gli incroci delle varietà di piante agricole che, per esempio, hanno permesso di sviluppare varietà particolarmente adatte all’Africa Occidentale dove gli impatti della siccità e degli eventi meteo estremi sono particolarmente severi.

3. Gli open data spingono al rinnovo dell’organizzazione settoriale attraverso la trasparenza

Sapere è potere, anche in agricoltura. Così secondo gli analisti del GODAN, più è l’informazione a disposizione anche nel settore agricolo, più sarà facile evitare storture. Questo è particolarmente vero per chi i prodotti agricoli se li mangia, ovvero i consumatori.

Ecco l’esempio di Syngenta, un’iniziativa di tracking dei pesticidi e degli agrofarmaci, oltre che dell’impiego di acqua e carburanti nella produzione agricola. O la denuncia del dirottamento illegittimo dei sussidi agricoli in Messico ad opera di FUNDAR, un’iniziativa che ha potuto dimostrare che il 57% del denaro era distribuito al 10% più benestante del gruppo di aziende e agricoltori che li ricevevano.

I prossimi passi

Nonostante i casi presentati siano esempi del potenziale degli open data in agricoltura, ancora lunga è per gli analisti la strada da percorrere. La comunità di “opendatari” deve continuare a crescere; c’è bisogno che le infrastrutture siano sviluppate di conseguenza a questa crescita auspicata, altrimenti si perderà in efficacia; l’uso degli open data deve essere incitato per favorire gli altri due punti. Infine, non bisognerà avere paura di valutare lungo il percorso lo stato di progresso su queste strade e di cambiare ciò che blocca o è frutto di errori. C’è di che sudare le proverbiali sette camicie, ma almeno pare chiaro in che direzione andare.

[da Wired.it]