Cambiamenti climatici: a pagare di più saranno coloro che hanno meno

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate

Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate. I piccoli Paesi dell’Oceania profondamente legati alla pesca pagheranno un prezzo molto più alto rispetto al secondo gruppo, composto da Paesi economicamente più avanzati e quindi più capaci di assorbire i colpi che acque superficiali sempre più calde produrranno sul proprio territorio. Leggi tutto “Cambiamenti climatici: a pagare di più saranno coloro che hanno meno”

Nazareno Strampelli e il miglioramento genetico del grano tenero

150 anni fa nasceva nelle Marche uno dei più importanti pionieri del miglioramento genetico delle piante agricole: uno scienziato innovatore e spesso dimenticato

«Caro il mio grano! Quando il mio tesoro / mando al mulino, se ne va, sì, questo; / ma quello nasce sotto il mio lavoro. […] Tua carne è il pane. – Ma tuo sangue, il vino. – / Che odore sa l’odore di pan fresco! – / E che cantare fa cantar di tino! -»

(Giovanni Pascoli, L’accestire – Grano e Vino, Primi poemetti, 1907)

In Italia, tra il 1922 e il 1933 la produzione di grano tenero è passata da 44 a 80 milioni di quintali l’anno. Un raddoppio che è stato ottenuto senza aumentare la superficie coltivata, ma migliorando la resa, cioè la quantità di prodotto raccolto sui campi coltivati. Si tratta di un risultato straordinario dovuto alle ricerche di un agronomo sperimentale italiano: Nazareno Strampelli. Le nuove varietà di grano introdotte nell’agricoltura italiana sono state la base per la produzione del pane, un elemento essenziale per la dieta di gran parte degli italiani legati a una vita in larga parte contadina. Vincere “la battaglia del grano“, come l’aveva chiamata il partito fascista, era una priorità per il raggiungimento dell’autosufficienza del Paese e una premessa per i sogni di gloria di Benito Mussolini.

 

Chi era Nazareno Strampelli?

Il 1866 è una data cruciale. Nello stesso anno in cui un monaco agostiniano di nome Gregor Mendel pubblica un saggio sull’ibridazione delle piante che verrà dimenticato per tre decenni, il 29 maggio nasce Nazareno Strampelli, nel borgo medioevale di Crispiero nelle Marche. Per la prima fase della sua carriera accademica e scientifica, lo potremmo definire un precario. Dopo la laurea in agraria a pieni voti ottenuta a Pisa nel 1891, fa l’assistente di laboratorio all’Università di Camerino, dirige un laboratorio chimico all’Argentario, insegna scienze naturali e agronomia in diverse scuole, collabora con alcuni consorzi agrari. Nel 1903 arriva a Rieti, come vincitore del concorso della Cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, di grande prestigio, ma almeno inizialmente la situazione non è idilliaca. Racconta lo storico Roberto Lorenzetti che Strampelli non aveva un laboratorio e nemmeno un ufficio, al punto che sul retro di una sedia ha scritto: «Questo è quanto io ebbi a mia disposizione dall’ottobre 1903 all’aprile 1904 come materiale d’impianto e di funzionamento della Cattedra Sperimentale di Granicoltura».

Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)
Ritratto fotografico di Nazareno Strampelli (Immagine: Pubblico dominio)

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#SEEDcontrol: due storie dal Sudafrica

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Ieri, 16 ottobre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Una giornata nata per ricordare la data di istituzione della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, fondata in quel giorno del 1945 in Canada. Istituita nel 1979, coinvolge più di 150 paesi nel mondo con l’obiettivo di sensibilizzare sui problemi legati alla malnutrizione, alla fame e alla povertà, oltre che alla sicurezza alimentare. Il tema scelto per il 2016 è “le minacce alla sicurezza alimentare”,soprattutto per i paesi più poveri; minacce che derivano dai cambiamenti climatici. Servono ricerca scientifica e innovazione per migliorare la capacità dei campi di produrre anche in condizioni difficili. Ma bisogna garantire che soprattutto quel 90% di contadini che praticano un’agricoltura di sussistenza non siano ostacolati da leggi ingiuste. Siamo andati in Sudafrica per raccogliere due storie a questo riguardo.

Clicca qui per ascoltare il servizio sul sito di Albachiara.

Tre motivi per i quali gli open data fanno bene all’agricoltura

Perché l’agricoltura si rinnovi profondamente serve una relazione più stretta con il mondo dei dati aperti. Uno studio spiega cosa c’è da fare

Perché l’agricoltura si rinnovi profondamente serve una relazione più stretta con il mondo dei dati aperti. Uno studio spiega cosa c’è da fare

EXPO 2015 ci ha ricordato l’urgenza di dare risposte alle grandi domande sul futuro del pianeta. In particolare, come nutrire una popolazione mondiale in crescita, destinata a raggiungere quota 9 o 10 miliardi nel 2050, avendo a disposizione la stessa quantità di terra da coltivare. La chiave è l’innovazione: riuscire a far produrre di più e meglio, sfruttare in maniera più efficiente quello che si ha a disposizione e limitare gli sprechi.

Servirà lo sforzo di tutti, ma una buona mano può venire anche dal potenziamento del rapporto tra open data e agricoltura. È quello che sostiene un working paper della Global Open Data for Agricolture and Nutrition (GODAN) pubblicato lo scorso maggio e che da allora continua a circolare spesso nelle discussioni sull’innovazione con i dati di questi ultimi mesi, come per esempio il Global Summit dell’Open Government Partnership che si è da poco tenuto in Messico.

Secondo il documento, “oramai sta emergendo una struttura globale dei dati“, per cui “è giunto il momento di investire in soluzioni data-driven anche in agricoltura e nutrizione”. Il paper è un’analisi delle modalità attraverso cui gli open data possono essere di giovamento al settore agricolo. Lungi dall’essere, però, una sterile indicazione teorica. Al contrario: gli autori dello studio hanno preso in considerazione casi studio di iniziative open data concrete che stanno già funzionando in giro per il mondo. Eccone alcune suddivise nei tre rami individuati nella pubblicazione.

1. Gli open data permettono di prendere decisioni più efficienti e più efficaci

Ci dice il paper che gli open data “presentano informazioni che derivano da una grande varietà di fonti e che aiutano tutti, dai policy maker ai piccoli produttori, a migliorare il proprio lavoro e a sintonizzare meglio i prodotti e i servizi”. Come? Abbassando i costi di accesso all’informazione (anche se non significa per forza che open sia gratis), sia sul piano primario che su quello secondario.

Come fa GroenMonitor, uno strumento per agricoltori che è stato sviluppato in Olanda e permette di mappare le coltivazioni al suolo sfruttando le immagini dei satelliti dell’Agenzia Spaziale Europa. Così facendo permette di identificare e bloccare rapidamente la diffusione delle patologie delle colture agricole.

Oppure, con l’aiuto di qualche banca dati non open, lo fa il database di Plantwise, che combina pubblicazioni scientifiche e governative, mettendole a disposizione in un sito facilmente accessibile e navigabile. Pensato soprattutto per venire in contro alle esigenze dei produttori dei paesi meno ricchi, Plantwise, dalla sua apertura, è stato consultato da oltre 600 mila agricoltori da 198 paesi diversi.

Ma si può trattare anche di pubbliche amministrazioni che hanno capito che la via open può essere un vantaggio, anche economico, per la collettività. Lo mostra l’esempio del California Department of Water Resources, che sfrutta data visualization per gestire al meglio le siccità. Stesso scopo anche del colombiana CIAT, che ha evitato che la siccità prosciugasse gli agricoltori di risorse per 3,6 milioni di dollari.

2. Gli open data promuovono l’innovazione a beneficio di tutti

Nikos Manouselis di Agro-Know, un’iniziativa di ricerca e innovazione aperta in agricoltura, ha dichiarato che “gli open data sono un’opportunità di creare nuovi business e posti di lavoro che, semplicemente, non possiamo perdere”. Considerando che stiamo parlando di un settore che nella sola Europa, dove l’impiego è minimo nel settore è minimo, è comunque pari a 46 milioni di posti di lavoro, per un valore (considerando il totale dell’industria del food) del 6% del PIL europeo, non è un aspetto da tralasciare.

Per quanto gli open data crudi siano la manna dei programmatori, degli sviluppatori, dei data designer e di molti sostenitori della filosofia open, hanno bisogno di esperti che li cucini, rendendoli intellegibili, usabili e utili per l’utente finale. Inoltre, riuscire a incrociare informazioni di data base diversi favorisce la nascita di nuove idee innovative per nuovi servizi e prodotti. Basta pensare all’utilizzazione dei droni fatta dalla cosiddetta agricoltura di precisione.

Esempi citati dal paper del GODAN sono Climate Corporation, che fornisce servizi per la massimizzazione delle rese, soprattutto in relazione alle conseguenze dei cambiamenti climatici; e AgTrials, una banca dati di risorse sulle ibridazioni e gli incroci delle varietà di piante agricole che, per esempio, hanno permesso di sviluppare varietà particolarmente adatte all’Africa Occidentale dove gli impatti della siccità e degli eventi meteo estremi sono particolarmente severi.

3. Gli open data spingono al rinnovo dell’organizzazione settoriale attraverso la trasparenza

Sapere è potere, anche in agricoltura. Così secondo gli analisti del GODAN, più è l’informazione a disposizione anche nel settore agricolo, più sarà facile evitare storture. Questo è particolarmente vero per chi i prodotti agricoli se li mangia, ovvero i consumatori.

Ecco l’esempio di Syngenta, un’iniziativa di tracking dei pesticidi e degli agrofarmaci, oltre che dell’impiego di acqua e carburanti nella produzione agricola. O la denuncia del dirottamento illegittimo dei sussidi agricoli in Messico ad opera di FUNDAR, un’iniziativa che ha potuto dimostrare che il 57% del denaro era distribuito al 10% più benestante del gruppo di aziende e agricoltori che li ricevevano.

I prossimi passi

Nonostante i casi presentati siano esempi del potenziale degli open data in agricoltura, ancora lunga è per gli analisti la strada da percorrere. La comunità di “opendatari” deve continuare a crescere; c’è bisogno che le infrastrutture siano sviluppate di conseguenza a questa crescita auspicata, altrimenti si perderà in efficacia; l’uso degli open data deve essere incitato per favorire gli altri due punti. Infine, non bisognerà avere paura di valutare lungo il percorso lo stato di progresso su queste strade e di cambiare ciò che blocca o è frutto di errori. C’è di che sudare le proverbiali sette camicie, ma almeno pare chiaro in che direzione andare.

[da Wired.it]

Fao, più tecnologia alle donne per battere la fame

Il ruolo delle donne in agricoltura è centrale soprattutto in Africa. Una tecnologia sviluppa a Nairobi le aiuta a far produrre di più i campi e le libera dai lavori più umili 

Campo push-pull che può aiutare le donne
Campo push-pull che può aiutare le donne (Immagine cortesia Segenet Kelemu)

Secondo un rapporto della FAO del 2011, se le donne avessero a disposizione le stesse risorse e lo stesso accesso alla tecnologia che hanno gli uomini, il loro contributo sarebbe impressionante: un aumento tra il 20 e il 30% dei raccolti e la liberazione dalla fame di 100-150 milioni di persone. Specialmente in Africa, il continente dove le donne svolgono un ruolo determinante nell’agricoltura, spesso dovendo contemporaneamente badare ai bambini.

Una tecnologia, chiamata push-pull e sviluppata in un istituto di ricerca di Nairobi in Kenya, l’International Center for Insect Physiology and Ecology (ICIPE), le sta ora aiutando a dare quel contributo previsto dalle previsioni FAO. Ce lo ha raccontato in un colloquio a margine di un incontro organizzato dalla World Acadmy of SciencesTrieste Next la direttrice dell’ICIPE Segenet Kelemu. Sono oramai 110 mila gli agricoltori con cui lavoriamo e nel 60% dei casi sono donne”, racconta. Ma in che cosa consiste? “Quando pensiamo alle agrobiotech”, ci tiene a precisare, “pensiamo agli OGM o ad altre tecnologie complesse, ma è perché pensiamo a una definizione limitata della tecnologia”.

La tecnologia push-pull può sembrare una semplice ricetta su come organizzare i campi di mais per ottenere buoni raccolti, ma contemporaneamente aiuta a combattere gli insetti e a non impoverire troppo il terreno di acqua e nutrienti. Semplice, apparentemente lineare, eppure una tecnologia estremamente efficace.

“Tutto è cominciato una decina di anni fa, quando un ricercatore del nostro istituto si è accorto delle proprietà repellenti delle piante di desmodium, una pianta leguminosa”. Si è allora pensato di piantarla intervallata al mais, ottenendo così un allontanamento naturale degli insetti.

Nel corso di questi anni, la tecnologia push-pull si è in realtà raffinata. Oggi i campi di mais sono circondati da un’altra tipologia di piante, questa volta foraggere, che al contrario del desmodium producono sostanze che attirano gli insetti. In questo modo si favorisce il deposito delle uova altrove rispetto al mais. “Si usa la brachiaria”, spiega la Kelemu, “che inoltre produce una sostanza che impedisce naturalmente alle uova degli insetti di svilupparsi completamente e dare origine a nuovi insetti”.

Ma non è tutto, perché la tecnologia è stata abbondantemente studiata sul campo in questi anni, permettendo di scoprire che i vantaggi del push-pull non di fermano qua. “Abbiamo scoperto che il desmodium ha ottime proprietà azotofissatrici: fino a 160 chilogrammi per ettaro”, precisa Segenet Kelemu, permettendo così di ridurre sensibilmente la quantità di fertilizzanti necessari per sostenere la produzione. “E sappiamo che non dover far ricorso ai fertilizzanti chimici, per molti agricoltori africani, è un importante risparmio di risorse economiche”, spiega la Kelemu.

In più, il desmodium aiuta a mantenere l’umidità nei campi durante la stagione secca, aiutando a salvaguardare preziosissima acqua. L’ICIPE ora è impegnato nella produzione di manuali divulgativi per allargare il bacino di agricoltori che utilizzano questa innovazione oltre l’Etiopia (il paese natale della Kelemu), il Kenya e gli altri paesi dell’Africa Orientale.

Sul piano economico, questa tecnologia ha ricadute importantissime, “perché permette di redistribuire il lavoro nelle famiglie e di sollevare le donne dai compiti più umili e meno importanti“. Campi più produttivi, quindi, significano non solo la possibilità di avere maggiori risorse per contrastare la fame e i bisogni diretti della famiglia, ma anche la possibilità di entrare nel mercato dei generi alimentari, soprattutto per le donne.

In un continente africano che si sta trasformando così velocemente sotto il profilo economico, con fenomeni importanti come l’urbanizzazione e l’emergere della classe media, anche l’agricoltura sta iniziando a trasformarsi per soddisfare le nuove esigenze. “Le nuove classi medie, per esempio, consumano prodotti più raffinati, diversi dalla tradizione, e si tratta di un fenomeno che colpisce soprattutto nelle grandi aree urbane”. Una tecnologia semplice come il push-pull è quindi un’occasione per avvicinarsi a questa crescita economica anche per gli agricoltori con meno risorse, donne in testa.

Airinov: il drone per l’agricoltura di precisione parla francesce

I dati raccolti dal sensore ottico vengono analizzati da un algoritmo che indica dove c’è più bisogno di fertilizzante

[Da Wired.it]

Quando l’innovazione e i big data incontrano l’agricoltura nascono soluzioni smart per l’agricoltura di precisione. Airinov è un’azienda giovane, che ha da poco superato il quarto anno di attività. L’hanno fondata nel 2010 il computer scientist Florent Mainfroy, l’ingegnere elettronico Corentin Chéron e l’agricoltore Romain Faroux. L’idea dei tre giovani startupper era di sviluppare un sistema di monitoraggio dei campi coltivati impiegando le più avanzate tecnologie di imaging e rilevazione ottica montate su di un drone. In questo modo, immaginavano i tre, si sarebbero potute raccogliere una quantità enorme di dati che avrebbe permesso di individuare in quali aeree del campo era necessario intervenire con il fertilizzante, e in che proporzione.

“Gli agricoltori hanno sempre fatto il monitoraggio dei propri campi coltivati”, racconta Mainfroy che oggi è l’amministratore delegato della società che nell’ultimo anno ha raddoppiato i propri dipendenti arrivando a quota 27. “Si facevano rilievi su campioni prelevati da diversi punti del campo o dei campi, ma quello che offre la nostra tecnologia è una rilevazione complessiva dello stato del campo metro quadro per metro quadro”. Questo approccio è figlio di quella che viene chiamata agricoltura di precisione, in cui una raccolta capillare di dati permette di conoscere più a fondo dove è necessario intervenire, risparmiando così risorse. “I fertilizzanti sono una dei maggiori capitoli di spesa per un’azienda agricola”, prosegue Mainfroy, “anche se rimane difficile calcolare quanto un agricoltore possa risparmiare con la rilevazione che offriamo, perché dipende da molti fattori”. Un tema, quello delle quantità dei fertilizzanti, che è legato anche ai sussidi pubblici per l’agricoltura: impiegarne la quantità minima è quindi fondamentale.

Di droni e agricoltura si parla da un po’ di tempo, impiegati per il monitoraggio o addirittura per utilizzarli per interventi su singole piante all’interno dei campi. Quello che rende particolare Airinov è anche il modello aziendale. L’azienda esegue in house tutte le analisi dai dati raccolti e fornisce una “mappa-ricetta” ai 3000 clienti che oggi ha in Francia. Per i clienti che ne hanno necessità, questa mappa può anche essere georefenziata con i dati GPS per poter essere caricata sul computer del trattore che andrà poi a distribuire sul campo il fertilizzante, rilasciandolo nella quantità giusta nei punti individuati dall’analisi. I piloti del drone, sebbene voli quasi in automatico come si vede nel video, sono reclutati alla bisogna sul territorio, attraverso un network di specialisti. Una soluzione flessibile che permette di non dover fare lunghissimi viaggi da cliente a cliente.

I dati vengono raccolti dall’unità ottica montata sul drone, che è anche uno dei prodotti che Airinov vende sul mercato, al prezzo di 10 mila euro per sensore. Oltre ai clienti-agricoltori, infatti, Mainfroy spiega che l’azienda punta anche alla vendita della tecnologia per altri imprenditori che vorrebbero intraprendere l’attività di monitoraggio e, soprattutto, “enti di ricerca e università, che al momento sono il nostro principale bacino di clienti fuori dalla Francia”.

Il rapporto con il mondo della ricerca accademica è alla base anche dell’algoritmo per l’analisi dati, sviluppato in collaborazione con l’INRA, l’Istituto nazionale francese per la ricerca in agricoltura. “Al momento abbiamo sviluppato quello per l’individuazione dei punti dove è più necessario il fertilizzante, di cui determiniamo la mancanza in una scala colorata per i nostri clienti”, dice Mainfory, “ma stiamo già lavorando allo step successivo, quello che ci permetterà di individuare le piante infestanti nei campi, che potrebbe arrivare l’anno prossimo”.

Expo2015: il padiglione israeliano punta su hitech e sostenibilità

Tra agricoltura e gestione delle risorse naturali, è l’innovazione a guidare le aziende su mercati di grande potenzialità

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Nel Deuteronomio, uno dei libri del Pentateuco alla base della cultura ebraica, la promessa che Dio fa al popolo di Israele è di una “terra di grano e orzo, di uva, di fichi e di melograni, una terra di ulivi e datteri”. Rispetto alla Terra Promessa, però, il moderno stato israeliano ha dovuto fare i conti con una limitatezza di risorse che ha spinto verso un approccio innovativo e tecnologico applicato  soprattutto all’agricoltura. E’ questo rapporto i campi e la tecnologia che si sviluppa “Fields of Tomorrow”, il padiglione dell’Expo targato Israele, presentato nei giorni scorsi a Milano.

“La scarsità delle risorse naturali ha portato il paese a essere un pioniere nell’uso delle tecnologie innovative”, ha dichiarato Elazar Cohen commissiario generale dell’Expo per Israele. “Oggi il comparto agricolo è interamente basato sulla tecnologia e riesce a tenere il passo grazie alla rapidità delle innovazioni”.

Realizzato interamente in materiali riciclati, il padiglione è caratterizzato dal giardino verticale progettato dall’architetto David Knafo e racconterà come in “soli 66 anni”, riporta la presentazione, “[Israele] ha trasformato una terra arida con poche risorse naturali in un terreno fertile grazie alla spinta della ricerca”.

Tra i progetti in vetrina, alcune delle aziende innovative. AutoAgronom Ltd., fondata nel 2008, ha appena 7 dipendenti, ma ha già raccolto 1,5 milioni di capitali e ha vinto una della competizioni del CleanTech Open Global Ideas 2014 di San Francisco. La tecnologia sviluppata si chiama Sustainable Precision Agriculture (SPA) e permette irrigazione e fertilizzazione ottimali per i campi, riducendo del 50% l’impiego di acqua (l’oro blu, che l’agricoltura non sempre utilizza nel modo più efficiente) e del 70% quello di fertilizzanti. Come? Grazie a una serie di sensori che “ascoltano” le piante, analizzano i loro bisogni e permetto di decidere quanta acqua, quanti fertilizzanti erogare localmente in tempo reale.

Lasciando l’agricoltura per come la intendiamo comunemente, TransAlgae si occupa di sviluppare e coltivare alghe con due scopi principali. Il primo è quello di mettere sul mercato prodotti alimentari che possano contribuire a soddisfare la crescente domanda di cibo a livello planetario, uno dei pilastri del motto di Expo 2015. L’altro motivo per concentrarsi sulle alghe è che potrebbero essere un vettore alternativo all’iniezione per vaccini e altri farmaci.

Fondata nel 2006 Aquate, invece, si occupa di soluzioni integrate per il “nesso” acqua-energia-cibo. In pratica delle membrane per la ricopertura di bacini idrici per limitare lo spreco di acqua, fornendo al contempo acqua per l’irrigazione, ma anche per coprire le necessità di acqua potabile a livello locale. Un variante prevede anche l’impiego, sopra la membrana, di una copertura di pannelli solari per fornire anche energia elettrica. Il mercato per questo tipo di “nessi” è calcolato nell’impressionante cifra di 3 milioni di miliardi l’anno.