Kamasi Washington @ BOtanique 2017

Tappa bolognese per la sorpresa del jazz degli ultimi anni: grande sound e la conferma che una stella si è definitivamente accesa

La sorpresa arriva dopo un paio di brani, quando Kamasi Washington annuncia che ha un regalo per il pubblico, un ospite speciale, “colui che mi ha insegnato tutto”: Rickey Washington, “pops”, il padre musicista che lo ha educato all’amore per il jazz e il sassofono. Dopo un avvio con due lunghi brani tirati con i quali il musicista californiano e la sua band hanno messo in moto una versione aggiornata del Soultrane, è il momento di tornare alle radici, alla famiglia, con una canzone, Henrietta Our Hero, dedicata alla nonna. “Can I tell you a story of a lady” intona la vocalist Patrice Quinn, con Rickey che le risponde al flauto, e poi tutta la band dietro, come uno spiritual hollywoodiano che trasuda sentimento e, ça va sans dire, epica. Familiare, in questo, caso, ma che rimanda a un’identità da black family che Beatrice Pagni aveva già colto nella tappa toscanacondivisa con l’amica Lauryn Hill.

In una formazione che oltre al padre, alla Quinn, comprende una doppia batteria (che si farà sentire nelle poliritmie che ricordano lontane radici africane di un sound arkestrale che fa rima con Sun Ra), basso, trombone e uno straordinario Brandon Coleman alle tastiere (già con Kamasi nell’esordio The Epic). È il suo contributo a collegare molti fili con il passato che la band continua a rimasticare come fosse l’unica strada per l’elevazione: accenti funky, tastierone che Herbie Hancock approverebbe alla grandissima, timbriche da organo che guardano ai Seventies californiani, ma anche suoni più “da pad” che gettano un ponte con l’altra sponda della figura Kamasi Washington, quella che dialoga con Kendrick Lamar Flying Lotus.

Su questa colorata e rodata macchina da jazz, il tocco di Kamasi spinge quell’ulteriore tasto che porta in una dimensione “spirituale laica” che manda definitivamente in orbita il concerto. Lo fa senza nemmeno bisogno di dirigere, con una semplicità che conquista, ora spingendosi in territori ayleriani, ora più free, ora quasi soul. Non prevarica, non mette l’ego di fronte al sound e alla musica, ma preferisce lasciare che siano le note a parlare al pubblico. Che gradisce, sia che si tratti di quello più adulto, arrivato al BOtanique dalla via del jazz, sia che si tratti di giovani che probabilmente hanno più nelle orecchie Flying Lotus e la scena elettronica californiana. Dopo un disco mostruoso, fuori dal tempo, inaspettato e – a tratti – sorprendente come poche cose uscite negli ultimi anni, c’era da verificare che il personaggio fosse altrettanto sostanzioso dal vivo. La sola esecuzione di una travolgente, trascendente The Rhythm Changes verso la chiusura del set lascia a bocca aperta: la sostanza è davvero.

[Da SentireAscoltare.com]

To save me for my eyes. Intervista a Agnes Obel in occasione del live a Ferrara Sotto Le Stelle

«Recentemente ho suonato nel mio paese natale, la Danimarca, e mi ha colpito il fatto che tutti i live report che leggevo fossero incentrati su di me, di com’ero sul palco e di come sembrassi introversa. Nessuno però che si sia concentrato sulla mia musica». Raggiunta al telefono durante il lungo tour, in occasione dell’unica data italiana presso Ferrara Sotto Le Stelle, Agnes Obel ci confessa sulle prime questo leggero fastidio per come i media danesi l’abbiano trattata finora, concentrandosi prevalentemente su aspetti superficiali. «Quello che vorrei è venire presa sul serio come musicista e che i media parlassero della mia musica». Sottinteso: non di come sono io come persona, su o giù dal palco, ma di quello che scrivo e di quello che canto.

Un tema, questo, che si collega inevitabilmente a quello servito da motore del suo ultimo disco, Citizen of Glass, uscito lo scorso ottobre per PIAS, e che la Obel ha riassunto con il concetto di gläsener berger (tedesco “società/cittadino di vetro”), preso a prestito da un articolo di Der Spiegel che ha incrociato nella sua città adottiva, Berlino. Il concetto si innesta nella attualissima questione di apparire come siamo, di mostrarci via social network a un nostro pubblico in cui la versione Instagram di noi stessi deve necessariamente corrispondere a chi siamo. Ne consegue, ripensando all’episodio raccontatoci da Agnes Obel, che paradossalmente è più importante – almeno per una fetta dei media – come sia lei in quanto persona rispetto a come suonino le sue canzoni, di cosa parlino o di come lei e la sua band le abbiano suonate dal vivo una data sera. È una cancellazione del confine tra pubblico e privato, tra immagine di sé data in pasto al mondo e quello che si vuole mantenere personale, lontano dai riflettori, che punta dritto al problema del divismo, delle celebrities di plastica a cui lei non vuole essere associata. Leggi tutto “To save me for my eyes. Intervista a Agnes Obel in occasione del live a Ferrara Sotto Le Stelle”

AngelicA 2017

Provare a seguire tutte le serate di un festival lungo e variegato come AngelicA, che giunge quest’anno alla sua ventisettesima incarnazione, è un’impresa faticosa. Non tanto per il fisico, che tutto sommato se ne sta comodamente seduto ad ascoltare chi veramente fatica sul palco, ma per il cervello. Sono tante le direzioni di ricerca che l’associazione e, poi, il centro di ricerca musicale hanno aperto che bisogna davvero studiare molto, documentarsi ancora di più per stare al passo con le loro proposte. Nel programma di quest’anno la musica, che viene da ispirazioni e luoghi geografici diversi, è “motivo di trasformazione e di trasfigurazione”, come scrive il direttore artistico Massimo Simonini.

Ci sono proposte artistiche che stanno per, o potrebbero, diventare musica, innestandosi  nel corpus musicale occidentale, e per farlo parlano il linguaggio della trasformazione e dell’evoluzione continua, dell’esplorazione di territori sonori e culturali che rimangono da scovare o devono essere inventati da capo. Ma ci sono anche proposte che sono già musica, ma vengono colte nell’attimo in cui stanno cambiando ancora una volta pelle, come se a stare ferme rischiassero di non essere più musica. Nonostante lo sforzo sia stato più intellettuale che fisico, i limiti imposti dal logorio della vita moderna ci hanno comunque imposto di dover saltare (a malincuore) alcune serate. Quello che segue è una specie di diario di quello che abbiamo ascoltato. Leggi tutto “AngelicA 2017”

Planetarium – Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly, James Mcalister

Con i confini tra i generi che si sono fatti sempre più liquidi, grazie ai continui sconfinamenti tra diverse forme musicali e di espressione artistica a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, era inevitabile che si andasse a parare da queste parti. La strada, se vogliamo, è un po’ la stessa tracciata dall’ultimo disco di Bon Iver o dalle magniloquenze degli Arcade Fire, con analogico e digitale che si innestano sul corpo in mutazione del folk-pop-rock, per un continuum espressivo che non è più solo qualcosa, ma è – e vuole essere – molte cose contemporaneamente. Per certi versi una forma di massimalismo artistico, di musica totale che, non a caso, qui si confronta con l’universo intero. Leggi tutto “Planetarium – Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly, James Mcalister”

Radiophonic Workshop – Burial in Several Earths

Le leggende, a volte, fanno meno rumore di molte meteore che passano veloci nel firmamento della musica e presto vengono dimenticate. È il caso di questo gruppo sui generis, nato negli anni Cinquanta per la necessità di fornire colonne sonore alle produzioni radiofoniche (da cui il nome della band stessa) e poi a quelle televisive. Il primo periodo d’oro è stato sicuramente quello che li ha visti comporre per Doctor Who (tra cui il tema del 1963, che viene ancora oggi usato dalla serie televisiva) fino ai primi Settanta. Sono anni di grande libertà e sperimentazione, non solo a Maida Vale ma anche in Italia, con compositori come Bruno Maderna e Luciano Berio che firmano le colonne sonore degli sceneggiati RAI (provate a sentire la sigla di Nero Wolfe di Nunzio Rotondo, per esempio, che si avvale anche del “commento musicale elettronico” di Romolo Grano). Rispetto ai compositori italiani, che venivano dal jazz e dalla contemporanea più colta, i musicisti che hanno ruotato attorno al nucleo centrale del Radiophonic Workshop della BBC sono decisamente più nerd e vicini alla fantascienza: sperimentano con tutto quello che di elettronico gli capita in mano e, in alcuni casi, sono dei veri e propri ingegneri.

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Fionn Regan – The Meetings of the Waters

Nuova direzione per l’irlandese, che mette da parte gli stereotipi folk e si getta su una ricerca sonora e arrangiativa che potrebbe segnare un nuovo inizio

Lo avevamo perso di vista dopo l’esordio The End of History baciato dalla nomination al Mercury Prize da perfetto outsider, un sophomore (The Shadow of an Empire) e un terzo disco (100 Acres Of Sycamore) che aveva alzato l’asticella, ma senza che si riuscisse davvero a capire chi fosse Fionn Regan. The Meeting of the Waters, il suo quinto disco di studio e il primo a uscire per la sua personale etichetta (常に愛TSUNENI AI, “sempre amore” in giapponese), dà qualche risposta, ma non sono quelle che potevamo aspettarci. Leggi tutto “Fionn Regan – The Meetings of the Waters”

Diamanda Galás All the Way Diamanda/At Saint Thomas The Apostle

Nuovo disco in quasi dieci anni, e un live, che confermano la necessità di visioni potenti della musica, come quella dell’artista greco-americana

Il brivido è ancora tutto qui, nella voce di Diamanda Galás. A distanza di quattro decenni dall’esordio, il graffio urticante della sua voce e la sua potente visione musicale continuano a essere una meravigliosa anomalia all’interno del panorama musicale internazionale. Dopo uno iato lungo quasi un decennio, l’artista greco-americana torna con ben due dischi che mostrano intatte forza espressiva e interpretativa.

All The Way è una raccolta di personalissime interpretazioni di standard jazz e blues. Il tono è quello, marchio di fabbrica della ditta Galás: pianoforte e voce da mezzo soprano che viene usata come uno strumento, sacrificando l’intelligibilità del testo per incidere nel suono nuovi significati alle parole. È una raccolta di cover, verrebbe da dire, come se si trattasse di un album di una jazz singer che sceglie in libertà che abito mettere, perché conta la propria personale interpretazione (e sull’unicità di quella di Diamanda Galás, c’è poco da discutere). Echeggia per certi versi l’operazione dell’ultimo Bob Dylan, quello che pubblica un triplo disco di omaggi alla tradizione americana, un artista che non ha bisogno che di una scusa per mettere in scena la propria grande opera: se stesso. È in fondo la visione della musica e del mondo di Diamanda quella che emerge tra un classico blues reso celebre da Chet Baker come The Thrill Is Gone, la trasfigurazione del traditional O Death secondo la sua personale visione del jazz, Round Midnight e un brano finale che, messo in bocca a lei, non può non sembrare beffardo: Pardon Me I’ve Got Someone to Kill.

Il secondo album è una registrazione live del 2016 realizzata nella chiesa di Saint Thomas di Harlem, NYC, ed è forse il meglio riuscito dei due perché l’acustica atmosferica del luogo conferisce agli staccato del pianoforte e ai riverberi della voce sfumature più profonde, come di una materia sonora più lucida e levigata. È un viaggio dentro le voci di tre poeti, l’italiano Cesare Pavese, il tedesco Ferdinand Freiligrath e il francese Gérard de Nerval, ma ci troviamo anche due canzoni di Jacques Brel (FernandAmsterdam), e un traditional dilatato e sulfureo (O Death, sì: la versione live dello stesso brano di All The Way) che, assieme a una rivisitazione di Angels di Albert Ayler, fanno da punto di contatto con gli standard del disco gemello. I temi, per una abituata a occuparsi dei demoni dell’AIDS e a posare il proprio sguardo scuro sugli abissi delle tragedie umane, sono inevitabilmente un romanticismo che finisce nella tomba (Artemisis di de Nerval), lo spirito risorgimentale (Freiligrath era associato al movimento della Giovane Germania, l’equivalente della Giovine Italia mazziniana) che pare sbattere brutalmente il muso con il nazionalismo becero dell’attualità, e una riflessione sulla morte per bocca di un poeta a modo suo tragico e politico (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Pavese).

[Da SentireAscoltare.com]