Melanie de Biasio – Blackened Cities

Per capire davvero un disco come questo bisogna, per una volta, abbandonare la propria stanzetta, il proprio giardino di sicurezze e affrontare una città in decadenza, camminare per le sue strade sotto una pioggia leggera e un cielo plumbeo, alla ricerca dei segni di un passato industriale che ora sta sempre più lasciando il terreno alla gentrificazione. Melanie De Biasio, belga dal pedigree genetico meticcio e migrante come testimonia il cognome, è di Charleroi ma orbita attorno alla scena di Bruxelles, una delle città europee che meglio simboleggiano la decadenza dei sogni finanziari e post industriali degli anni Novanta e Duemila: mucchi di immondizia abbandonati appena dietro l’angolo dei palazzi del potere europeo, una comunità di homeless che si è ripresa il centro della città sempre più vuoto di abitazioni e pieno di sole catene internazionali dello shopping, quartieri con storie stratificate come quel Molenbeek appena fuori dal pentagono che delimita il cuore della città e che è oramai stato etichettato come covo urbano dello jihadismo più sanguinario.

Dopo averla lasciata con No Deal, il suo secondo disco vero e proprio, intenta ad operare sulle atmosfere nere che possono scaturire dal lavoro sui classici della canzone jazz, la ritroviamo espandere ancora, e questa volta a dismisura, quell’intuizione, per un unico brano di 24 minuti che si costruisce come un mediometraggio atmosferico sulla città post-tutto di oggi. Blackened Citiesnasce come una jam in studio con una band formata da Pascal Mohy al piano, Pascal Paulus ai sintetizzatori vintage, Sam Gerstmans al contrabbasso, Dre Pallemaerts alla batteria e Bart Vincent ai cori. Sul tappeto sonoro creato da questi cinque compagni di viaggio, Melanie De Biasio adagia ora la voce, ora il suo flauto, delineando un suono vivo, nordeuropeo, immaginifico, a tratti travolgente. Il ritratto urbano che ne scaturisce è una discarica di sogni di gloria, dove però (vedi copertina) un raggio di sole pallido è ancora in grado di filtrare tra le nuvole, riuscendo talvolta a illuminare di magia qualche angolo.

[Da SentireAscoltare.com]

Marielle V Jakobsons – Star Core

Uscita solista per metà dei Date Palms, che per l’occasione, oltre alla variegata strumentazione abituale (violino, flauto, synth), tira fuori anche la voce. Lungo le sei tracce del disco, la Jakobsons acuisce la commistione tra sacro e atmosfere da polveroso confine americano che ha caratterizzato anche le Dusted Sessions della band che condivide con Gregg Kowalsky. L’ispirazione viene da alcuni non meglio precisati inni sacri, che la musicista dilata in nenie delicate e adagia su loop, droni e un basso dal passo lento che costruisce sentieri sulla mappa sonora.

Per tematica, il sacro e la commistione di suoni analogici e digitali che si confondono, viene alla mente Will, l’ultimo disco di Julianna Barwick. Ci sono momenti, come alcune parti di Undone, che rimandano ai brani di Will, con quel confondersi di voce e archi. Ma se l’artista newyorkese si è focalizzata sulla tensione liturgica del canto, qui la Jakobsons preferisce indugiare sul versante più interiore ed intimo, come se fosse una meditazione mistica, quasi che quell’ispirazione sul fiume Yuba delle Dusted Sessions non voglia smettere di dare frutti e determinare la direzione della musica dell’artista.

In sede di recensione dell’ultimo disco dei Date Palms, Riccardo Zagaglia scriveva che la musica di The Dusted Sessions «riesce a rendere al 100% solo in determinate situazioni, riuscendo comunque a svolgere il proprio compito immersivo anche ad un livello meno trascendente». Ribadiamo anche per questo disco: mood-music buona non per tutti i giorni e per tutte le occasioni, ma con una qualità sopra la media.

[Da SentireAscoltare.com]

A metà tra il divertissement casalingo e l’urgenza di comunicare il proprio sentire al di là delle mura domestiche, As If Apart è il secondo disco solista di Chris Cohen, polistrumentista poliedrico, ma noto soprattutto per la militanza neiDeerhoof. A distanza di quattro anni dall’esordio Overgrown Path, Cohen ritorna sul luogo del delitto grazie a melodie pop avvolte in una patina Settanta di foto sbiadite al sole della California, riuscendo, va sottolineato, a suonare solo parzialmente didascalico e intagliando invece un proprio universo espressivo personale.

Il tono domestico è introdotto perfettamente dalla calda e rilassata Drink From a Silver Cup, aperta a un sottofondo di chiacchiericci, come di domenica al mare. È il brano scelto come anteprima per il lancio del disco e ben inquadra l’atmosfera delle dieci tracce che lo compongono: chitarre liquide, gioco d’antan nel missaggio con alcuni strumenti ben separati nei due canali, il canto sussurrato. Il resto del programma prevede walzer sghembi in pieno spirito hippy (Needle and Thread), il jazz/easy listening nel crescendo di Memory, il crooning vagamene acidificato e amaro (Sun Has Gone Away), il country-blues appena speziato di esoterico (In a Fable). E qui e là, rimandi ai Love, a CSNY e ai Jefferson Airplane, che testimoniano la bontà della collezione di dischi e l’amore per un preciso periodo.

Disco che lascerà poche tracce, forse, ma che è perfetto per un viaggio in auto al calar del sole primaverile.

[Da SentireAscoltare.com]

Julianna Barwick – Will

Il quarto è finora il primo album davvero a fuoco dell’artista americana: basterà a farla uscire dall’angolo delle promesse?

Dopo un tentativo riuscito a metà di costruire brani con la collaborazione di altri musicisti, la violoncellista e artista con base newyorkese torna con il quarto disco a una visione più solitaria della composizione e dell’artigianato musicale. Se Nepenthe poteva sembrare un tentativo di instradare su nuovi binari la propria vena compositiva, Will ritorna a lavorare principalmente su voce e pedal loop come in The Magic Place, un disco che al momento della pubblicazione ha forse ricevuto un trattamento troppo sbrigativo, come se fosse l’ennesimo act hipster che usciva dai flat di Brooklyn.

La connessione con il lato magico, sovrannaturale con il primo disco, è qui però messa a fuoco su un livello nuovo, finalmente del tutto consapevole delle coordinate in cui si vuol fare crescere e germogliare i suoni. Le nove tracce di Will sono costituite solo dalla reiterazione di brandelli vocali privi di una melodia precisa, mandati in loop, sovrascritti, sovraincisi, campionati su sintetizzatori di poco prezzo e puntellati solo raramente da una linea di pianoforte e qualche suono ambientale. Come per Tim Hecker o Teho Teardo, grande importanza ha il riverbero nella costruzione delle atmosfere, come se si trattasse di una musica architettonica.

Il che porta direttamente all’altra grande colonna portante di tutto il disco, quella tensione sacrale del canto liturgico che la Barwick ha praticato nell’infanzia. Questi brani, quindi, sono chiese, cattedrali della volontà: spesso contrastate, raramente davvero accoglienti, come luoghi della musica e dell’animo caratterizzati da tensioni costante: l’alto e il basso, il vuoto e il pieno. Non è un disco da frequentare assiduamente, e crediamo che vada goduto nella sua interezza in ascolti successivi per poterlo apprezzare, ma è un percorso musicale carico di un fascino trascendente, eppure così tangibile e che non può lasciare indifferenti.

[da SentireAscoltare.com]

 

YouTube Music Key: Google raddoppia i servizi di streaming?

Le mosse di Google, nel settore degli streaming, non sono state poche. Vediamole nel dettaglio

Da Sentireascoltare.com:

Che la grande G di Mountain View stesse cucinando qualcosa, in ambito di streaming audio, è una voce che circola da tempo. Almeno dalle notizie che sono state diffuse a giugno scorso, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters. Ora, da quanto scrive il blog Android Police, pare i rumors si siano concretizzati: il nuovo servizio si chiamerà YouTube Music Key, ma non c’è ancora una data di lancio ufficiale.

Le mosse di Google in questo settore di mercato non sono state poche. Solo all’inizio di luglio avevamo parlato dell’acquisizione della startup Songza, azienda francese che fornisce servizi di streaming musicale. Ora il servizio di streaming di Google Play, in Italia da poco più di un anno, sarà affiancato da un servizio analogo costruito attorno al sito di streaming video.

In che cosa differirebbero i due servizi, offerti di fatto dalla stessa azienda? Secondo le fonti di Android Music, YouTube Music Key sarebbe un servizio in abbonamento (si parla di 9,99 dollari al mese) che permetterebbe di accedere a materiali extra, come in una sorta di edizione deluxe di un disco: girato live degli artisti, remix e cover (non si sa con che grado di esclusività).

Sul fronte del nome del servizio, non dovrebbero esserci sorprese, come testimonia questo screenshot dell’interrogazione Whois per il dominio youtubemusickey.com:

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Per l’occasione, anche se non c’ è ancora una data, il servizio di streaming Google Play dovrebbe venire ribattezzato in Google Play Music Key, ma non si sa se questo comporterà cambiamenti nel prezzo o in altre caratteristiche del servizio. Per esempio, non è chiaro che tipo di trattamento subiranno gli account di chi è già abbonato oggi al servizio Google Play Music All.

Mentre aspettiamo di vedere le mosse dei principali competitors, ovvero Spotify e il servizio di Apple Beats Music, siamo in grado di mostrare anche una schermata di come potrebbe apparire il servizio:

sentireascoltare_youtubemusic