Xenia Rubinos – Black Terry Cat

Per sua stessa ammissione, Xenia Rubinos non sa suonare quasi niente alla perfezione; anzi, preferisce che ogni strumento che imbraccia sia una nuova sfida per mantenere alta la concentrazione e il focus. Prendete queste quattordici tracce pubblicate per ANTI-: sono state composte soprattutto al basso, uno strumento che non aveva mai suonato prima. L’idea, secondo le sue intenzioni, era che così sarebbe emersa ancora di più la voce. Giusto, la voce: nodo essenziale per lei e la sua musica, con la bella timbrica fumosa che la contraddistingue fin dall’esordio autoprodotto Magic Trix (poi pubblicato ufficialmente da Ba Da Bing Records). Ma la voce è anche quella che la musica può dare a una comunità, alle minoranze razziali in una megalopoli come New York, come Roma o Sidney, per far uscire dalla marginalità istanze sociali e politiche.

Così, la giovane cantante e polistrumentista americana imbraccia tutto il ghetto power che riesce a raccogliere, lo mescola ai miti femminili della musica e dei diritti delle comunità afroamericane (i santini Nina Simone Billie Holiday), a una propria versione 2.0 del baduizm, e si pone come potenziale nuova icona anche per le minoranze caraibiche in una versione indie del latino proud di una Jennifer Lopez anni Novanta. Si inserisce così in quel filone di orgoglio razziale che recentemente sta diventando sempre più importante nel music business USA e nel quale milita, grazie al suo ultimo disco, anche Esperanza Spalding. È un movimento culturale ampio e variegato, che con un libro come Ebony and Ivy di Craig S. Wilder riporta al centro del dibattito l’eredità dello schiavismo, e con il movimento #OscarSoWhite di Spike Lee ha posto l’attenzione ancora una volta sulle esclusioni. Ma è anche la polemica sul whitening delle celebrity USA (solo per le donne, ovviamente, vedi Lil’ Kim) o la conta degli omicidi fatta da Ta-Nehisi Coats (recentemente tradotto anche in italiano).

Politica e questioni sociali a parte, il disco suona bene. È un meticciato sonoro a tratti bellissimo, con alcuni brani (Mexican Chef, Just Like I, Don’t Wanna Be, Lonely Power) entusiasmanti per ricercatezza ritmica, riferimenti stratificati da andare a gustare ascolto dopo ascolto. La musica di Xenia Rubinos riesce sempre a rimanere diretta, a tratti quasi punk (come potrebbe intenderlo Manu Chao), pur costruendosi su spigoli ritmici e sincopi che ricordano talvolta un’altra artista che fa tutto da sola, ovvero tUnE-yArDs. Black Terry Cat è un disco di strada come l’hip hop che fa capolino qua e là, e Xenia si costruisce il sound system da sola, suonando tutto (tranne la batteria, affidata all’amico e produttore Marco Buccelli), insistendo a volte quasi ossessivamente sulle ritmiche in battere, sulle tastierone crunchy, sui cambi di direzione e ritmo. Non tutto funziona, e una maggior sintesi avrebbe probabilmente giovato, ma il risultato è fresco come un pugno di faccia.

[Da SentireAscoltare.com]

Olga Bell – Tempo

In una recente intervista, di pochissime parole a dire il vero, concessa in occasione della pubblicazione del primo video ispirato dai brani del nuovo disco (Randomness, girato da Minister Akins a cui si è chiesto un aggiornamento del suo lavoro per Truth Tella di Cakes Da Killa), la russa accasata a New York, Olga Bell, ha specificato che 125 bpm è il suo tempo preferito. Nel suo secondo disco, dopo l’acclamato esordio in lingua natia Krai e un EP che già metteva in mostra la tendenza all’elettronica, la collaboratrice dei Dirty Projectors completa il processo e getta completamente il cuore sul dancefloor. Il suo è un amore per il Detroit sound anni Novanta, esplicitamente evocato e ricercato con una schiettezza e una sicurezza che fanno intravvedere quanto abbia studiato Robert Hood e Jeff Mills.

Ma l’operazione non è solamente nostalgia per un suono che l’artista sostiene di aver introiettato inconsciamente nell’adolescenza Nineties o un’operazione calligrafica per un mondo scoperto d’improvviso. I dieci brani di Tempo portano dentro al mondo house secondo Olga Bell, attualità visionarie à la The Knife, citazioni di un altro monumento anni Novanta come il trip hop di Bristol (Wandering Star dei Portishead è citata esplicitamente nella disturbata Stomach It, ma anche l’atmosfera dell’opener Power User ricorda da vicino quelle di Dummy), il canto pentatonale (nella fascinosissima Regular). A ben guardare, infatti, l’unico brano “classicamente” da club è Ritual, in cui – guarda caso – la voce è affidata a una vocalist, Sarah Lucas, dalle pronunciate venature black.

Sostiene Olga Bell che il processo è stato progressivo, meno bisognoso di intermediazione digitale, e la necessità di ricongiungersi con la sfera fisica è stata esaltata dal beat della musica da club. Se l’EP precedente sembrava volerla collocare in un pop avanguardistico colto sulla scia di Björk (possibilità comunque non esclusa), qui la Nostra sembra più calata nel qui e ora, per un disco breve, urgente, probabilmente sentito nel profondo. Di sicuro, visti i continui cambi di direzione, non ci si annoia.

[Da SentireAscoltare.com]

Scott Walker – The Childhood of a Leader OST

È sempre difficile separare le musiche dalle immagini per cui sono state pensate. E non fa eccezione nemmeno questa colonna sonora, la prima da quella composta per Pola X nel 1999, che Scott Walker ha messo a disposizione del debutto cinematografico di Brady Corbet, vagamente ispirato al racconto eponimo di Jean-Paul Sartre. Certo, il peso dell’autore di Tilt The Drift (per tacere dell’intera carriera Sixties, altrettanto importante) è tale che non può passare inosservato. In più, c’è il tema: il coming of age di un bambino durante i fatti storici che porteranno al Trattato di Versailles post Prima Guerra Mondiale, un bambino che passerà rapidamente dalla sicurezza di un ambiente borghese al brivido della violenza nazi-fascista. Siamo, attraverso Sartre e il film, all’interno di quella riflessione dai sapori squisitamente foucaultiani sul rapporto tra gli atti dell’individuo e le cause sociali che li determinano, un tema che a modo tutto suo Walker ha affrontato fin dal suo ritorno nella seconda metà degli anni Novanta (si veda la sua rilettura di Pasolini al riguardo).

Tolti gli orpelli filosofici e sociologici, i trenta minuti dell’OST sono un passo laterale rispetto alla discografia più recente di Walker, eccezion fatta per un filo narrativo che ha caratterizzato in modo personalissimo tutte le sue ultime produzioni, anche quella in coabitazione con i Sunn O))). Qui il Nostro si prende il lusso di far eseguire tutto dal vivo a un’orchestra di 46 archi, 16 fiati e via dicendo, per un totale di più di settanta musicisti. Dietro alla console siede il fedelissimo Peter Walsh e la direzione musicale è affidata a un altro collaboratore di vecchia data, Mark Warman. Il tema di apertura è un continuo rimando alle colonne sonore espressioniste, in perfetta filologia con l’ambientazione della pellicola, e le stesse matrici espressioniste si ritrovano anche nei bozzetti brevissimi che completano il lavoro. L’oscurità è accentuata nell’uso disturbante di droning, che per esempio nella breve Up The Stairs servono da elemento drammatico, o in una sequenza come quella del sogno, dove l’orchestra lascia spazio a un elettroacustica densa come la pece che assolve perfettamente al ruolo di catalizzatore psicologico. Altri due brani da sottolineare sono The Meeting e il finale, dove l’atonalità novecentesca e una marzialità oramai conclamata servono da elementi focalizzanti per una colonna sonora che non lascia mai calare davvero la tensione (e anche The New Dawn, addolcita da ampi spazi quasi bucolici, non lascia davvero del tutto la vena oscura).

Disco laterale, che forse non deve essere messo al fianco degli ultimi capolavori in termini di direzione artistica, ma perfettamente compiuto e che mostra che oltre a essere un performer, come ama ripetere, Walker è un artista che sa mettere il proprio talento anche a disposizione degli altri.

[Da SentireAscoltare.com]

Melanie de Biasio – Blackened Cities

Per capire davvero un disco come questo bisogna, per una volta, abbandonare la propria stanzetta, il proprio giardino di sicurezze e affrontare una città in decadenza, camminare per le sue strade sotto una pioggia leggera e un cielo plumbeo, alla ricerca dei segni di un passato industriale che ora sta sempre più lasciando il terreno alla gentrificazione. Melanie De Biasio, belga dal pedigree genetico meticcio e migrante come testimonia il cognome, è di Charleroi ma orbita attorno alla scena di Bruxelles, una delle città europee che meglio simboleggiano la decadenza dei sogni finanziari e post industriali degli anni Novanta e Duemila: mucchi di immondizia abbandonati appena dietro l’angolo dei palazzi del potere europeo, una comunità di homeless che si è ripresa il centro della città sempre più vuoto di abitazioni e pieno di sole catene internazionali dello shopping, quartieri con storie stratificate come quel Molenbeek appena fuori dal pentagono che delimita il cuore della città e che è oramai stato etichettato come covo urbano dello jihadismo più sanguinario.

Dopo averla lasciata con No Deal, il suo secondo disco vero e proprio, intenta ad operare sulle atmosfere nere che possono scaturire dal lavoro sui classici della canzone jazz, la ritroviamo espandere ancora, e questa volta a dismisura, quell’intuizione, per un unico brano di 24 minuti che si costruisce come un mediometraggio atmosferico sulla città post-tutto di oggi. Blackened Citiesnasce come una jam in studio con una band formata da Pascal Mohy al piano, Pascal Paulus ai sintetizzatori vintage, Sam Gerstmans al contrabbasso, Dre Pallemaerts alla batteria e Bart Vincent ai cori. Sul tappeto sonoro creato da questi cinque compagni di viaggio, Melanie De Biasio adagia ora la voce, ora il suo flauto, delineando un suono vivo, nordeuropeo, immaginifico, a tratti travolgente. Il ritratto urbano che ne scaturisce è una discarica di sogni di gloria, dove però (vedi copertina) un raggio di sole pallido è ancora in grado di filtrare tra le nuvole, riuscendo talvolta a illuminare di magia qualche angolo.

[Da SentireAscoltare.com]

Marielle V Jakobsons – Star Core

Uscita solista per metà dei Date Palms, che per l’occasione, oltre alla variegata strumentazione abituale (violino, flauto, synth), tira fuori anche la voce. Lungo le sei tracce del disco, la Jakobsons acuisce la commistione tra sacro e atmosfere da polveroso confine americano che ha caratterizzato anche le Dusted Sessions della band che condivide con Gregg Kowalsky. L’ispirazione viene da alcuni non meglio precisati inni sacri, che la musicista dilata in nenie delicate e adagia su loop, droni e un basso dal passo lento che costruisce sentieri sulla mappa sonora.

Per tematica, il sacro e la commistione di suoni analogici e digitali che si confondono, viene alla mente Will, l’ultimo disco di Julianna Barwick. Ci sono momenti, come alcune parti di Undone, che rimandano ai brani di Will, con quel confondersi di voce e archi. Ma se l’artista newyorkese si è focalizzata sulla tensione liturgica del canto, qui la Jakobsons preferisce indugiare sul versante più interiore ed intimo, come se fosse una meditazione mistica, quasi che quell’ispirazione sul fiume Yuba delle Dusted Sessions non voglia smettere di dare frutti e determinare la direzione della musica dell’artista.

In sede di recensione dell’ultimo disco dei Date Palms, Riccardo Zagaglia scriveva che la musica di The Dusted Sessions «riesce a rendere al 100% solo in determinate situazioni, riuscendo comunque a svolgere il proprio compito immersivo anche ad un livello meno trascendente». Ribadiamo anche per questo disco: mood-music buona non per tutti i giorni e per tutte le occasioni, ma con una qualità sopra la media.

[Da SentireAscoltare.com]

A metà tra il divertissement casalingo e l’urgenza di comunicare il proprio sentire al di là delle mura domestiche, As If Apart è il secondo disco solista di Chris Cohen, polistrumentista poliedrico, ma noto soprattutto per la militanza neiDeerhoof. A distanza di quattro anni dall’esordio Overgrown Path, Cohen ritorna sul luogo del delitto grazie a melodie pop avvolte in una patina Settanta di foto sbiadite al sole della California, riuscendo, va sottolineato, a suonare solo parzialmente didascalico e intagliando invece un proprio universo espressivo personale.

Il tono domestico è introdotto perfettamente dalla calda e rilassata Drink From a Silver Cup, aperta a un sottofondo di chiacchiericci, come di domenica al mare. È il brano scelto come anteprima per il lancio del disco e ben inquadra l’atmosfera delle dieci tracce che lo compongono: chitarre liquide, gioco d’antan nel missaggio con alcuni strumenti ben separati nei due canali, il canto sussurrato. Il resto del programma prevede walzer sghembi in pieno spirito hippy (Needle and Thread), il jazz/easy listening nel crescendo di Memory, il crooning vagamene acidificato e amaro (Sun Has Gone Away), il country-blues appena speziato di esoterico (In a Fable). E qui e là, rimandi ai Love, a CSNY e ai Jefferson Airplane, che testimoniano la bontà della collezione di dischi e l’amore per un preciso periodo.

Disco che lascerà poche tracce, forse, ma che è perfetto per un viaggio in auto al calar del sole primaverile.

[Da SentireAscoltare.com]

Julianna Barwick – Will

Il quarto è finora il primo album davvero a fuoco dell’artista americana: basterà a farla uscire dall’angolo delle promesse?

Dopo un tentativo riuscito a metà di costruire brani con la collaborazione di altri musicisti, la violoncellista e artista con base newyorkese torna con il quarto disco a una visione più solitaria della composizione e dell’artigianato musicale. Se Nepenthe poteva sembrare un tentativo di instradare su nuovi binari la propria vena compositiva, Will ritorna a lavorare principalmente su voce e pedal loop come in The Magic Place, un disco che al momento della pubblicazione ha forse ricevuto un trattamento troppo sbrigativo, come se fosse l’ennesimo act hipster che usciva dai flat di Brooklyn.

La connessione con il lato magico, sovrannaturale con il primo disco, è qui però messa a fuoco su un livello nuovo, finalmente del tutto consapevole delle coordinate in cui si vuol fare crescere e germogliare i suoni. Le nove tracce di Will sono costituite solo dalla reiterazione di brandelli vocali privi di una melodia precisa, mandati in loop, sovrascritti, sovraincisi, campionati su sintetizzatori di poco prezzo e puntellati solo raramente da una linea di pianoforte e qualche suono ambientale. Come per Tim Hecker o Teho Teardo, grande importanza ha il riverbero nella costruzione delle atmosfere, come se si trattasse di una musica architettonica.

Il che porta direttamente all’altra grande colonna portante di tutto il disco, quella tensione sacrale del canto liturgico che la Barwick ha praticato nell’infanzia. Questi brani, quindi, sono chiese, cattedrali della volontà: spesso contrastate, raramente davvero accoglienti, come luoghi della musica e dell’animo caratterizzati da tensioni costante: l’alto e il basso, il vuoto e il pieno. Non è un disco da frequentare assiduamente, e crediamo che vada goduto nella sua interezza in ascolti successivi per poterlo apprezzare, ma è un percorso musicale carico di un fascino trascendente, eppure così tangibile e che non può lasciare indifferenti.

[da SentireAscoltare.com]