Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale. Leggi tutto “Ibeyi – Ash”

Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald. Leggi tutto “Tori Amos – Native Invader”

Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via. Leggi tutto “Lana Del Rey – Lust For Life”

Kamasi Washington @ BOtanique 2017

Tappa bolognese per la sorpresa del jazz degli ultimi anni: grande sound e la conferma che una stella si è definitivamente accesa

La sorpresa arriva dopo un paio di brani, quando Kamasi Washington annuncia che ha un regalo per il pubblico, un ospite speciale, “colui che mi ha insegnato tutto”: Rickey Washington, “pops”, il padre musicista che lo ha educato all’amore per il jazz e il sassofono. Dopo un avvio con due lunghi brani tirati con i quali il musicista californiano e la sua band hanno messo in moto una versione aggiornata del Soultrane, è il momento di tornare alle radici, alla famiglia, con una canzone, Henrietta Our Hero, dedicata alla nonna. “Can I tell you a story of a lady” intona la vocalist Patrice Quinn, con Rickey che le risponde al flauto, e poi tutta la band dietro, come uno spiritual hollywoodiano che trasuda sentimento e, ça va sans dire, epica. Familiare, in questo, caso, ma che rimanda a un’identità da black family che Beatrice Pagni aveva già colto nella tappa toscanacondivisa con l’amica Lauryn Hill.

In una formazione che oltre al padre, alla Quinn, comprende una doppia batteria (che si farà sentire nelle poliritmie che ricordano lontane radici africane di un sound arkestrale che fa rima con Sun Ra), basso, trombone e uno straordinario Brandon Coleman alle tastiere (già con Kamasi nell’esordio The Epic). È il suo contributo a collegare molti fili con il passato che la band continua a rimasticare come fosse l’unica strada per l’elevazione: accenti funky, tastierone che Herbie Hancock approverebbe alla grandissima, timbriche da organo che guardano ai Seventies californiani, ma anche suoni più “da pad” che gettano un ponte con l’altra sponda della figura Kamasi Washington, quella che dialoga con Kendrick Lamar Flying Lotus.

Su questa colorata e rodata macchina da jazz, il tocco di Kamasi spinge quell’ulteriore tasto che porta in una dimensione “spirituale laica” che manda definitivamente in orbita il concerto. Lo fa senza nemmeno bisogno di dirigere, con una semplicità che conquista, ora spingendosi in territori ayleriani, ora più free, ora quasi soul. Non prevarica, non mette l’ego di fronte al sound e alla musica, ma preferisce lasciare che siano le note a parlare al pubblico. Che gradisce, sia che si tratti di quello più adulto, arrivato al BOtanique dalla via del jazz, sia che si tratti di giovani che probabilmente hanno più nelle orecchie Flying Lotus e la scena elettronica californiana. Dopo un disco mostruoso, fuori dal tempo, inaspettato e – a tratti – sorprendente come poche cose uscite negli ultimi anni, c’era da verificare che il personaggio fosse altrettanto sostanzioso dal vivo. La sola esecuzione di una travolgente, trascendente The Rhythm Changes verso la chiusura del set lascia a bocca aperta: la sostanza è davvero.

[Da SentireAscoltare.com]

To save me for my eyes. Intervista a Agnes Obel in occasione del live a Ferrara Sotto Le Stelle

«Recentemente ho suonato nel mio paese natale, la Danimarca, e mi ha colpito il fatto che tutti i live report che leggevo fossero incentrati su di me, di com’ero sul palco e di come sembrassi introversa. Nessuno però che si sia concentrato sulla mia musica». Raggiunta al telefono durante il lungo tour, in occasione dell’unica data italiana presso Ferrara Sotto Le Stelle, Agnes Obel ci confessa sulle prime questo leggero fastidio per come i media danesi l’abbiano trattata finora, concentrandosi prevalentemente su aspetti superficiali. «Quello che vorrei è venire presa sul serio come musicista e che i media parlassero della mia musica». Sottinteso: non di come sono io come persona, su o giù dal palco, ma di quello che scrivo e di quello che canto.

Un tema, questo, che si collega inevitabilmente a quello servito da motore del suo ultimo disco, Citizen of Glass, uscito lo scorso ottobre per PIAS, e che la Obel ha riassunto con il concetto di gläsener berger (tedesco “società/cittadino di vetro”), preso a prestito da un articolo di Der Spiegel che ha incrociato nella sua città adottiva, Berlino. Il concetto si innesta nella attualissima questione di apparire come siamo, di mostrarci via social network a un nostro pubblico in cui la versione Instagram di noi stessi deve necessariamente corrispondere a chi siamo. Ne consegue, ripensando all’episodio raccontatoci da Agnes Obel, che paradossalmente è più importante – almeno per una fetta dei media – come sia lei in quanto persona rispetto a come suonino le sue canzoni, di cosa parlino o di come lei e la sua band le abbiano suonate dal vivo una data sera. È una cancellazione del confine tra pubblico e privato, tra immagine di sé data in pasto al mondo e quello che si vuole mantenere personale, lontano dai riflettori, che punta dritto al problema del divismo, delle celebrities di plastica a cui lei non vuole essere associata. Leggi tutto “To save me for my eyes. Intervista a Agnes Obel in occasione del live a Ferrara Sotto Le Stelle”

AngelicA 2017

Provare a seguire tutte le serate di un festival lungo e variegato come AngelicA, che giunge quest’anno alla sua ventisettesima incarnazione, è un’impresa faticosa. Non tanto per il fisico, che tutto sommato se ne sta comodamente seduto ad ascoltare chi veramente fatica sul palco, ma per il cervello. Sono tante le direzioni di ricerca che l’associazione e, poi, il centro di ricerca musicale hanno aperto che bisogna davvero studiare molto, documentarsi ancora di più per stare al passo con le loro proposte. Nel programma di quest’anno la musica, che viene da ispirazioni e luoghi geografici diversi, è “motivo di trasformazione e di trasfigurazione”, come scrive il direttore artistico Massimo Simonini.

Ci sono proposte artistiche che stanno per, o potrebbero, diventare musica, innestandosi  nel corpus musicale occidentale, e per farlo parlano il linguaggio della trasformazione e dell’evoluzione continua, dell’esplorazione di territori sonori e culturali che rimangono da scovare o devono essere inventati da capo. Ma ci sono anche proposte che sono già musica, ma vengono colte nell’attimo in cui stanno cambiando ancora una volta pelle, come se a stare ferme rischiassero di non essere più musica. Nonostante lo sforzo sia stato più intellettuale che fisico, i limiti imposti dal logorio della vita moderna ci hanno comunque imposto di dover saltare (a malincuore) alcune serate. Quello che segue è una specie di diario di quello che abbiamo ascoltato. Leggi tutto “AngelicA 2017”