Circuit de Yeux – Reaching for Indigo

Non convince neanche questo ritorno più emotivo per Haley Fohr: dopo la sbandata del 2015, qui c’è un eccesso di correzione nel senso opposto

Nuovo album e nuovo cambio di etichetta per la ragazza da Lafayette, Indiana, definitivamente parte del giro chicagoano da oramai un lustro. Se il precedente In Plain Speech uscito per Thrill Jockey nel 2015, a dispetto del titolo era un affare fin troppo arty, a discapito dell’emozione e del sentimento, come notava Stefano Gaz, qui il discorso musicale parte da coordinate atmosferiche simili (incrocio lo-fi blues, dark folk ed elettronica DIY tra l’apocalittico e l’esistenzialista), ma riporta la trama, almeno in parte, su coordinate del cuore. Forse fin troppo. Leggi tutto “Circuit de Yeux – Reaching for Indigo”

Linda Perhacs – I’m A Harmony

Linda Perhacs è uno di quei personaggi tipicamente americani a cui è molto difficile volere male. Dimenticata da tutto e da tutti, in parte forse anche per sua stessa volontà, scompare praticamente per quarant’anni dopo un solo disco nel 1970. Certo, quel Parallelogramsha viaggiato sotterraneamente lungo i canali della psichedelia californiana fino al momento in cui Julia Holter e un piccolo gruppo di intellettuali della composizione suoi sodali la è andata a ripescare dalla (non troppo metaforica) vita dimessa che ha condotto come assistente alla poltrona. Ma lei ha continuato ad avere dentro di sé un mondo musicale che prima o poi doveva tornare alla ribalta.

Seguito del sophomore di tre anni fa, I’m A Harmony ritorna sui solchi dell’America Weird, del folk psichedelico e stralunato. Come si mostra fin dal titolo non si dimentica anche della componente spirituale che ha sempre avuto un ruolo nella musica e nel movimento psichedelico. Anche per questo che, a settantacinque anni, risulta essere il “difficile terzo album”, la strada seguita è sempre la stessa: vagheggiamenti cosmici, tour del sistema solare appoggiati su un folk minimale dilatato percettivamente dal sostegno di un’elettronica colta. E qui c’è il tasto negativo, all’interno di un disco che comunque risulta più che dignitoso: quando in sella ai suoni sale la Holter si avverte quasi uno scarto netto. Avviene, per esempio, nell’ottima Beautiful Play che sarebbe potuta stare in un album della Holter stessa, come anche nella lunga coda di Visions o nella struttura della titletrack che ricordano sì Parallelograms, ma anche Ekstasis

A questo punto, però, sarebbe quasi “moralmente” ingiusto dire che I’m A Harmony è un disco della Holter interpretato dalla Perhacs. Il suo contributo personale si sente (oltre che nei testi) nel grazioso fingerpicking di One Full Cirle Around The Sun, nei profumi caraibici di Crazy Love e nella ieraticità classica di Eclipse Of All Love, uno dei pezzi più scuri che la songwriter abbia mai interpretato. Se poi il disco funziona ancora di più quando la Holter tira dalla propria parte, bisogna riconoscere alla Perhacs il merito di assecondarla e seguirla, che non è poco. Ma, era da immaginarlo, una come Linda non sembra il tipo da mettere di mezzo il proprio ego.

[Originariamente: Linda Perhacs – I’m A Harmony | Recensione | SENTIREASCOLTARE]

Ibeyi – Ash

Due anni fa le sorelle Diaz colpivano per il raro equilibrio e la straordinaria capacità di scrittura, per due ragazze che non avevano ancora vent’anni. Ne usciva Ibeyi, un disco d’esordio non perfetto, ma potente e fresco. Allora c’era molto da dire, delle proprie radici yoruba, venezuelane e francesi insieme (per i dettagli, recuperate la lunga intervista in occasione del loro passaggio in Italia), e c’era una bulimia espressiva ed emotiva che lasciava il segno. Era un disco che doveva anche fare i conti con la propria storia personale, segnata da un padre musicalmente ingombrante come Armando Diaz (Buena Vista Social Club), e in fin dei conti poteva passare per l’autoanalisi di due musiciste diverse, di talento e che portano inciso nel DNA l’idea migliore del melting pot culturale. Leggi tutto “Ibeyi – Ash”

Torres – Three Futures

Mackenzie Scott è diventata definitivamente una cittadina di Brooklyn. Cita l’Hudson nelle sue canzoni, si è fatta i capelli di un biondo accecante, ha lasciato il look dimesso dell’esordio per una svolta piuttosto Girls e ha messo in saccoccia un po’ di buone letture (Ta-Nehisi Coats su tutti) che sfoggia con nonchalance. Per il terzo album, la ragazza nativa di Nashville torna sul luogo del delitto già praticato nella seconda discreta prova Sprinter: un miscuglio di angst post adolescenziale impreziosita dai riferimenti alla divinità PJ Harvey e alla quasi coetanea Anna Calvi. Frugalità ruvide, pulsazioni rock rese cerebralmente efficaci, lirismo cinematico al servizio di una personalità comunque articolata e complessa. Leggi tutto “Torres – Three Futures”

Tori Amos – Native Invader

Il quindicesimo album di Tori Amos ci restituisce un’artista che ha definitivamente accettato lo status di classico, nel bene e nel male

Il quindicesimo disco in studio di Tori Amos conferma quello che già registravamo nel 2014, all’altezza del precedente Unrepentant Geraldines: l’artista americana, scavallato il mezzo secolo, ha deciso di abbandonarsi all’evidenza che gli acuti sono – probabilmente – alle spalle e il presente (e il prossimo futuro) non è che una dignitosa, a volte dignitosissima, ripetizione del passato. Ecco allora un disco senza scosse, fatto di solide ballad pianistiche, di lirismo vocale modulato con perizia e maestria, qualche episodio degno del catalogo passato, qualche inevitabile cliché. Il che non significa che Tori Amos non sappia ancora graffiare con il suo sguardo, forse mai così esplicitamente politicizzato, e che non avesse la sua da dire sull’atmosfera degli Stati Uniti guidati da The Donald. Leggi tutto “Tori Amos – Native Invader”

Lana Del Rey – Lust For Life

Quarta prova per la regina del “nuovo genere”, lo Xanax pop: scenografie di una vita da selfie tenute in sesto con il botox, un’eterna

Nel 1970 Slim Aarons scatta la celebre Poolside Gossip, una foto entrata nell’immaginario della way of life della California che orbita attorno a Palm Springs, un paio d’ore d’auto da Hollywood e buen retiro delle star del grande schermo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e oltre. La piscina immortalata da Aarons fa parte della cosiddetta Kauffman Desert House, una villa voluta dal magnate dei supermercati negli anni Trenta e progettata da Richard Neutra, discepolo diretto di Frank Lloyd Wright: un trionfo dell’architettura modernista e un modello per tante altre mansion da billionaire nella California ricca e famosa, quella legata a doppio mandato con lo stardom, con le celebrities, dei party da socialite, il vuoto patinato dell’esclusività, Vogue Interior Design. D’altra parte lo stesso Aarons, che ha lungamente contribuito alla costruzione di questo immaginario, si è sempre definito come il fotografo delle «attractive people in attractive places doing attractive things», delle spiagge dove l’unica cosa che conta è che siano «decorate con belle donne seminude» e così via. Leggi tutto “Lana Del Rey – Lust For Life”

Kamasi Washington @ BOtanique 2017

Tappa bolognese per la sorpresa del jazz degli ultimi anni: grande sound e la conferma che una stella si è definitivamente accesa

La sorpresa arriva dopo un paio di brani, quando Kamasi Washington annuncia che ha un regalo per il pubblico, un ospite speciale, “colui che mi ha insegnato tutto”: Rickey Washington, “pops”, il padre musicista che lo ha educato all’amore per il jazz e il sassofono. Dopo un avvio con due lunghi brani tirati con i quali il musicista californiano e la sua band hanno messo in moto una versione aggiornata del Soultrane, è il momento di tornare alle radici, alla famiglia, con una canzone, Henrietta Our Hero, dedicata alla nonna. “Can I tell you a story of a lady” intona la vocalist Patrice Quinn, con Rickey che le risponde al flauto, e poi tutta la band dietro, come uno spiritual hollywoodiano che trasuda sentimento e, ça va sans dire, epica. Familiare, in questo, caso, ma che rimanda a un’identità da black family che Beatrice Pagni aveva già colto nella tappa toscanacondivisa con l’amica Lauryn Hill.

In una formazione che oltre al padre, alla Quinn, comprende una doppia batteria (che si farà sentire nelle poliritmie che ricordano lontane radici africane di un sound arkestrale che fa rima con Sun Ra), basso, trombone e uno straordinario Brandon Coleman alle tastiere (già con Kamasi nell’esordio The Epic). È il suo contributo a collegare molti fili con il passato che la band continua a rimasticare come fosse l’unica strada per l’elevazione: accenti funky, tastierone che Herbie Hancock approverebbe alla grandissima, timbriche da organo che guardano ai Seventies californiani, ma anche suoni più “da pad” che gettano un ponte con l’altra sponda della figura Kamasi Washington, quella che dialoga con Kendrick Lamar Flying Lotus.

Su questa colorata e rodata macchina da jazz, il tocco di Kamasi spinge quell’ulteriore tasto che porta in una dimensione “spirituale laica” che manda definitivamente in orbita il concerto. Lo fa senza nemmeno bisogno di dirigere, con una semplicità che conquista, ora spingendosi in territori ayleriani, ora più free, ora quasi soul. Non prevarica, non mette l’ego di fronte al sound e alla musica, ma preferisce lasciare che siano le note a parlare al pubblico. Che gradisce, sia che si tratti di quello più adulto, arrivato al BOtanique dalla via del jazz, sia che si tratti di giovani che probabilmente hanno più nelle orecchie Flying Lotus e la scena elettronica californiana. Dopo un disco mostruoso, fuori dal tempo, inaspettato e – a tratti – sorprendente come poche cose uscite negli ultimi anni, c’era da verificare che il personaggio fosse altrettanto sostanzioso dal vivo. La sola esecuzione di una travolgente, trascendente The Rhythm Changes verso la chiusura del set lascia a bocca aperta: la sostanza è davvero.

[Da SentireAscoltare.com]