L’ambiente violato sul grande schermo

Tra catastrofi ecologiche, distopie ambientaliste, documentari di denuncia

Con il ritorno di Al Gore in versione documentarista e film maker, come raccontato da Claudio Dutto su queste colonne, si riaffaccia sul grande schermo un cinema che guarda alle “scomode verità” sulle conseguenze planetarie dei cambiamenti climatici. A dire il vero, però, si tratta di tematiche che non se ne sono mai andate del tutto, ma che hanno continuata ad affiorare lungo buona parte della storia del cinema internazionale, in particolare modo in quello di fantascienza. Spesso in termini catastrofistici, quasi sempre cercando di fare da monito allo spettatore sulle conseguenze di scelte sbagliate.

Mentre gli esperti cercano di capire quali siano le ricadute sugli accordi internazionali dello sfilamento degli Stati Uniti targati Donald Trump dagli impegni sul cambiamento climatico e sul rispetto dell’ambiente, vi proponiamo una selezione di alcuni film che raccontano scenari distopici e apocalittici dovuti a uno scarso rispetto per la natura, in nessun ordine specifico. Non ci troverete, per esempio, Blade Runner, che comunque è ambientato in un futuro in cui l’equilibrio tra natura e uomo si è dissolto in un cielo sempre scuro e una continua pioggia, probabilmente acida. Lì la questione ambientale ed ecologica non è parte integrante della storia, ma ne fornisce solo uno scenario. Abbiamo qui invece preferito film in cui il discorso e la riflessione attorno a queste tematiche sia centrale nella svolgimento della storia. Leggi tutto “L’ambiente violato sul grande schermo”

Martin Mystère ha compiuto 35 anni e si è fatto un look 2.0

Per festeggiare il compleanno è nata una miniserie di 12 numeri interamente a colori, un grande romanzo a puntate lungo un anno

L’11 aprile 2017 è arrivato nelle edicole il numero 350 di Martin Mystère, il detective dell’impossibile di casa Bonelli. Nel corso di 35 anni di vita editoriale (il primo numero è dell’aprile del 1982), il Buon Vecchio Zio Martin (BVZM), come viene soprannominato dai fan, si è occupato da archeologo di alcuni dei grandi misteri dell’umanità, quegli stessi che – irrisolti – alimentano credenze pseudoscientifiche, come quelle generate dal mito di Atlantide (che ritorna spesso e volentieri anche nelle storie del BVZM) e di improbabili civiltà aliene.

A farlo amare ad almeno un paio di generazioni di lettori sono state il suo rigore scientifico, dato che Martin non ha mai rinunciato all’esercizio della razionalità, e anche la sua pedanteria, per cui risulta fin da subito come l’amico nerd che ci deve spiegare – bonariamente – sempre tutto. Il tutto condito da un amore per il genere fantastico e un po’ di complottismo globale, che trasuda da ogni storia.

 

La copertina del primo numero della miniserie

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BlackScreen: il determinismo di Laplace e l’onniscenza del Dio di Dante

Un fumetto tutto italiano edito da Shockdom fa riflettere sul rapporto tra destino e libero arbitrio, ma anche su determinismo e caso nella scienza

La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno

necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende

(Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, Canto XVII, vv. 37 -42)

STRANIMONDI – Al tempo di Dante tra le persone colte teneva banco una disputa teologica sul rapporto tra il libero arbitrio e l’onniscenza divina. Se Dio tutto vede, e quindi sa come si svolgeranno i fatti nel futuro, che senso può avere il libero arbitrio, cioè – secondo la teologia cristiana – il dono della libertà che Dio ha fatto agli esseri umani? Non è tutto già scritto nel destino? Nei versi del Canto XVII del Paradiso che qui abbiamo riportato Dante si basa su Tommaso d’Acquino per indicare da che parte sta. Per il poeta, Dio è onnisciente come colui che sta a riva e vede una nave che solca il mare mentre si sta preparando una tempesta: sa prevedere come i fatti evolveranno da questa situazione, ma non può alterare le conseguenze delle scelte effettuate dalle persone.

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Preoccupazioni analoghe, e relative domande, solcano anche le pagine di BlackScreen, fumetto pubblicato a fine gennaio da Shockdom. Da un’idea di Lucio Staiano, patron della casa editrice e laureato in fisica (cosa che secondo noi ha avuto un peso in BlackScreen, come in altre sue scelte narrative su cui magari torneremo), con l’aiuto di Giuseppe Andreozzi e disegnato da Giovanni “Fubi” Guida, la storia si dipana in un universo del tutto simile al nostro, ma in cui un dettaglio tecnologico ha profondamente modificato la società (se vi viene in mente la serie Black Mirror non siete fuori strada). In questo caso si tratta dello Spoiler, un’invenzione delle Seed Industries in grado di prevedere il futuro della gente e, in particolare, di sapere quando morirà. Poco prima dell’evento, però, se ci si collega allo Spoiler, il risultato sarà una schermata nera (da cui il titolo). Ma cosa succederebbe se qualcuno potesse avere accesso al futuro di tutti? Potrebbe intervenire impedendo che un determinato evento accada? Non si potrebbe sostituire a Dio? Eccoci di nuovo a Dante e a Tommaso d’Acquino: sono passati diversi secoli, ma la disputa è ancora tutta qui.

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Le Storie Naturali di Primo Levi

Una mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano è una buona scusa per tornare a leggere uno degli autori di fantascienza più trascurati

Lo scorso 2016 l’editore Einaudi ha pubblicato una nuova edizione aggiornata e più completa delle Opere di Primo Levi e l’evento è celebrato da una mostra, I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza, che fino al 19 febbraio è visitabile al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano: una buona occasione per tornare sui suoi racconti fantascientifici e fantastici.

Non fosse altro che per la facilità con cui l’abbiamo incontrato nel percorso scolastico, Primo Levi è sicuramente una figura familiare di testimone della barbarie della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’internamento, per i suoi due libri sulla sua prigionia ad Auschwitz (Se questo è un uomo del 1947 e ripubblicato nel 1958 da Einaudi) e il viaggio di ritorno a casa alla fine del conflitto (La tregua del 1963). Ma questo è solo una parte della scrittore Primo Levi, che in prima persona era consapevole del rischio di essere messo nell’angolo dei testimoni dell’orrore e che, sempre con il proprio stile pacato, ha cercato di emanciparsi da quell’etichetta che gli andava stretta. Tra le raccolte di racconti, quasi sempre a sfondo fantastico e fantascientifico, abbiamo scelto di rileggere la prima, Storie naturali, pubblicata nel 1966.

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La fantascienza che vedremo nel 2017

Il prossimo anno si preannuncia ricco di sorprese per gli amanti della fantascienza, ecco alcuni titoli

STRANIMONDI – Qualcuno l’ha già definito come uno degli anni più geek che si ricordino. Noi di Stranimondi abbiamo cominciato a dare un’occhiata a quello che ci riserva il 2017 e cercato di incrociare la nostra passione nerd e geek con l’appiglio più hard della fantascienza e proponiamo una selezione di quello di più interessante che si potrebbe vedere nel corso del prossimo anno, al cinema e dintorni. Seguiamo un ordine cronologico, basato sull’uscita ufficiale originale (per cui qualche proposta potrebbe arrivare un po’ dopo in Italia). Via!

Tha Arrival, 19 gennaio

Piccolo sgarro per questo film che in realtà è arrivato nelle sale americane già nel 2016, ma che arriverà in Italia a fine gennaio. Gli oggetti giganti sono in realtà delle grandi astronavi con cui arrivano degli alieni di cui non sappiamo davvero le intenzioni. Primo problema: riuscire a comunicare. Ecco il ruolo di Amy Adams che interpreta un’esperta di linguistica. Oltre a lei, anche Hawkeye/Jeremy Renner e Forest Whitaker. La regia di Denis Villeneuve (Sicario) dovrebbe bastare a garantire il prodotto.

The Space Between Us, 3 febbraio

Un ragazzino nato su Marte (il primo essere umano) si innamora (o giù di lì) di una ragazza terrestre chattando online. Se dal trailer lo svolgimento sembra più da romantic comedy, la scienza – a giudicare dal secondo trailer in circolazione – sembra al centro dei problemi che chi non ha mai sperimentato la gravità terrestre e la nostra atmosfera potrebbe dover affrontare. Se però non avete troppe pretese e volete una serata di relax al cinema, forse potrebbe essere la scelta giusta, tenendo conto che in USA esce proprio a ridosso di San Valentino…

The God Particle, 24 febbraio

La particella di Dio è (sigh!) proprio quella, il bosone di Higgs, che in qualche modo è alla base della scomparsa della Terra quando due astronauti vi fanno ritorno. Non c’è ancora un’immagine da cui poter giudicare almeno lo stile del film, ma il segreto è uno dei tratti oramai caratteristici del suo produttore, J.J. Abrahams. Anche del resto si sa poco o nulla: con la regia affidata al mestierante Julius OnahThe God Particle è il terzo capitolo della serie antologica Cloverfield.

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Ghost In The Shell, 31 marzo

Scarlett Johanson, che continua a frequentare il mondo della fantascienza da anni, dà corpo a uno degli anime più famosi di tutta la storia del cinema giapponese. Ideato originariamente da Masamune Shirow in forma di manga negli anni Ottanta, è la prima volta che approda al live action. Se volete recuperare tutto il regresso (non è necessario per apprezzare questo che di fatto è un reboot in chiave hollywoodiana) potete trovare una guida qui.

Life, 26 maggio

Una delle proposte più interessanti lontano dai grossi franchise. Jake Gyllenhaal è uno dei sei membri dell’equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale quando l’uomo scopre la prima forma di vita oltre la Terra che non si rivela esattamente pacifica… Sperando che non scada troppo nell’horror, le premesse sono interessanti.

World War Z Sequel, 9 giugno

L’infezione che rende i contagiati degli zombie è pronta a tornare. Dopo un avvio incerto, il primo capitolo è diventato un piccolo classico dell’action fantascientifico apocalittico, al punto che la produzione ha messo in cantiere il secondo capitolo e Brad Pitt ha confermato che sarà della partita. Per cui, ripassiamo un po’ l’atmosfera con il trailer del primo episodio:

Valerian, 21 luglio

Ennesimo tuffo nella fantascienza per Luc Besson, il cui ultimo sforzo in questo senso, Lucy, non è però stato memorabile, nonostante Scarlett Johanson e Morgan Freeman. Questa volta siamo nella sezione agenti-che-viaggiano-nel-tempo-per-salvaguardare-l’umanità con due protagoniste donna (caratteristica che fin dal Quinto elemento sembra imprescindibile nella fantascienza del regista francese). Da prendere in considerazione con il beneficio del dubbio.

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Star Wars Episodio VIII, 15 dicembre

Serve dire altro?

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The Six Million Dollar Man, 22 dicembre

Vi ricordate la serie televisiva (o telefilm, come si diceva allora) in cui si usava lo slow motion accompagnato da effetti sonori stravaganti per sottolineare che il protagonista non era un semplice uomo, ma un uomo-macchina? Se non ricordate, abbiamo preso un piccolo spezzone per rinfrescarvi la memoria. L’idea è un po’ quella di Robocop, ma senza il sottotesto giustizialista: il colonnello Steve Austin viene riportato in vita dopo un grave incidente trasformandolo in un uomo bionico/perfetta macchina per le missioni impossibili. La serie degli anni Settanta ha anche generato lo spin off della Donna bionica.

Mute, non specificato

Duncan Jones, il regista di un piccolo capolavoro di science-fiction come Moon ritorna alla fantascienza dopo l’esperienza di Warcraft. Si tratta di un non meglio specificato thriller fantascientifico in cui un barista muto (da cui il titolo) di Berlino va alla ricerca della propria fidanzata. Si sa poco o niente, se non che il film verrà distribuito da Netflix direttamente sulla propria piattaforma di streaming e in una versione adatta anche al cinema. Visto il regista, comunque, questo è da prendere a scatola chiusa.

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[Da OggiScienza.it]

Tetris: nascita di un’icona pop

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I pezzi del Tetris di Alexey Pajitnov sono ispirati da un rompicapo per uno o due giocatori con le tessere di legno.

STRANIMONDI – I suoi predecessori avevano mandato in orbita lo Sputnik con meno potenza di calcolo di quella a sua disposizione. Non che quella che aveva a disposizione lui fosse granché: un computer senza nessuna possibilità grafica, con una capacità di calcolo di 250 mila operazioni al secondo e 8 kb di RAM. Ma Alexey Pajitnov, programmatore dell’Accademia delle Scienze di Mosca, non si è certo lasciato scoraggiare dai limiti imposti dalla tecnologia. Anzi, li ha sfruttati come stimolo per il pensiero. Così, aggirando il problema dell’assenza di grafica e lavorando solamente nel tempo libero, ha creato Tetris in un momento, la metà degli anni Ottanta, in cui i videogiochi stavano per conquistare il mondo. E Tetris sarebbe stato uno dei più grandi successi di sempre.

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Su questa storia è in preparazione un film, annunciato nel 2014 ma già diventato una trilogia, ma nel frattempo ci possiamo mettere al passo con una graphic novel Tetris. Incastri internazionali di Box Brown arrivata nelle fumetterie italiane giusto in tempo per LuccaComics grazie alla collana 9L di Panini. L’industria culturale internazionale aggiunge così un altro tassello a quel revival anni Ottanta di cui abbiamo già parlato con Stranger Things e Paper Girls in puntate precedenti di questa rubrica. Nella prefazione, Matteo Bordone sottolinea come sia un fenomeno “iniziato appena dopo, nel decennio successivo, e che ancora oggi continua a interessare porzioni sempre più settoriali del periodo, ora nella musica, ora nel cinema, nella letteratura, nella moda o nel costume”. Uno scrigno da cui attingere per storie che, arrivate prima dei social network, conservano – accogliendo il ragionamento di Bordone – un fascino epico, acuito dal clima imperversante della Guerra Fredda.

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Tetris, allora, può anche essere letto come la cronaca di una trasformazione tecnologica con profondissime implicazioni per la società e il nostro modo di vivere. C’è un videogioco dirompente che può essere contenuto in un solo floppy disk da 5 pollici e un quarto, una serie infinita di telex e fax spediti da una parte all’altra del mondo per comunicare, l’invasione dei salotti giapponesi, e poi mondiali, con Pong, lo sviluppo di un paio di aziende nell’elettronica di consumo come Nintendo e Microsoft. Ma c’è anche la predizione di Gunpei Yokoi che un giorno tutti noi ci saremmo portati dietro i nostri videogiochi preferiti. Non lo facciamo (quasi) più con il suo Gameboy quanto con i nostri smartphone, ma la sua previsione si è rivelata corretta: oggi giochiamo in mobilità.

Puzzle e psicologia

E Alexey Pajitnov? Il barbuto programmatore per una buona parte della storia rimane al di fuori delle trattative commerciali e delle tese riunioni tra americani, giapponesi e sovietici. Il suo interesse per i videogiochi nasce dalla sua passione per i puzzle e i rompicapo, convinto che siano uno strumento per stimolare la creatività e le capacità di ragionamento di chi ci gioca.

La sua convinzione che i videogiochi avessero un effetto sul cervello deriva, non sappiamo quanto direttamente, dagli studi che due psicologi hanno realizzato negli anni Sessanta. Bluma Zeigarnik e Kurt Lewin, studiando i camerieri di un bar, hanno osservato che ci ricordiamo meglio i compiti interrotti o incompleti rispetto a quelli che abbiamo portato a termine. È l’effetto Zeigarnik, come poi è diventato noto, e ben si presta a spiegare quello che accade nel cervello di chi gioca a Tetris.

Il compito del giocatore è incastrare ognuno dei pezzi del videogame nel modo migliore per creare linee complete. Così facendo, ogni volta che un nuovo pezzo appare sullo schermo, il nostro cervello sfrutta l’effetto Zeigarnik, ma si dimentica di quello che ha fatto non appena ha terminato il compito. Salvo che c’è già un altro pezzo, quindi un altro compito: ecco una spiegazione parziale della dipendenza che Tetris può dare.

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La questione artistica

Tetris funziona a meraviglia nel raccontare il cambiamento della società che, tra gli intrighi internazionali che coinvolgono anche Michail Gorbačëv, i videogiochi e l’elettronica di consumo hanno determinato nel nostro modo di intendere i videogiochi e la tecnologia. Il tratto quasi 8-bit di Box Brown è funzionale a una storia dal ritmo serrato e la bicromia scelta aumenta l’effetto retromaniaco che è parte integrante dell’appeal del libro.

Peccato, però, che la graphic novel pecchi sul fronte della profondità dei personaggi. Anche lo stesso Pajitnov non appare troppo tridimensionale e gli altri protagonisti danno più l’impressione di maschere piatte. Su questo fronte molto più interessante leggere un libro bellissimo come Console WarsLa battaglia che ha segnato una generazione. Scritto dal giornalista Blake J. Harris, e pubblicato in italia da Multiplayer edizioni, si preoccupa di un periodo leggermente successivo all’esplosione del fenomeno Tetris. Racconta la battaglia cominciata negli anni Novanta tra Nintendo e SEGA per il controllo del mercato mondiale dei videogiochi, tratteggiando ritratti psicologici raffinati dei protagonisti.

Box Brown, però, ha il merito di fare una domanda: i videogiochi sono arte? Sostiene di sì, alla pari del cinema (superato in termini di ricavi industriali in anni recenti) o del fumetto (ma con un’influenza molto maggiore e più pervasiva). La domanda troverà forse una risposta nei prossimi decenni, per il momento c’è da registrare che sono un fenomeno planetario con cui bisogna fare i conti, giocatori professionisti e problemi di doping compresi.

 

[Da OggiScienza.it]

Se Clark Kent mette gli occhiali è irriconoscibile. O forse no

Uno studio sul riconoscimento di volti con o senza occhiali potrebbe salvare uno dei casi più assurdi di sospensione dell’incredulità nella storia della fiction

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Un paio di occhiali rende effettivamente più difficile riconoscere un volto, come accadeva per Clark Kent quando lasciava i panni di Superman. Crediti immagine: Cory Denton, Flickr

Una sera di qualche tempo fa mi trovavo a Udine. Ero seduto a un tavolino di un bar all’aperto in piazza San Giacomo (anche se bisognerebbe chiamarla piazza Matteotti, ma è un altro discorso…) e, con un gruppetto di persone, stavo aspettando l’arrivo di A., un’amica comune. Circa un quarto d’ora dopo l’appuntamento previsto, una ragazza bionda si dirige verso di noi. Per come eravamo seduti, solo io la potevo notare mentre arrivava tagliando in diagonale la piazza. Lei, arrivata vicino al tavolo ma ancora invisibile agli altri, mi guarda. Penso che stia controllando se mi conosce, ma io non so chi sia. Si sarà sbagliata: in fondo a Udine non conosco molte persone. Ma lei, imperterrita, mi saluta con la mano e, fattasi ancora più vicina, saluta: “Ciao!”. Ma chi è questa? Che vuole?, penso io. Gli altri, a quel punto, si girano e la salutano: era A., ovviamente. A guardarla bene, a sentirla parlare e tutto il resto, me ne rendo conto anch’io, ma il fatto che sia la prima volta che la vedo portare gli occhiali da vista mi ha creato non pochi problemi nel riconoscerla.

La serata è poi proseguita parlando di tutt’altro e i miei amici hanno attribuito la mia difficoltà nel riconoscere A. alla quantità di spritz che avevo bevuto. Grasse risate e storia che finisce lì. Se non fosse che qualche giorno fa incrocio online un articolo scientifico che mi fa tornare alla mente l’episodio di piazza San Giacomo: Disguising Superman: How Glasses Affect Unfamiliar Face Matching. “Può un paio di occhiali davvero gabbarci e farci credere che Superman è Clark Kent?”, si chiedono gli autori nella premessa dell’articolo pubblicato su Applied Cognitive Psychology? Cioè, dobbiamo salvare gli sceneggiatori del fumetto (e delle varie versioni cinematografiche e televisive) che, senza saperlo, avevano escogitato il più banale dei travestimenti a prova di esperimento scientifico? Quante volte ho pensato che si trattasse di un’eredità poco credibile degli anni Trenta, quando i lettori erano (forse) meno esigenti di oggi, ma che se Superman fosse stato creato anche solo negli anni Cinquanta, avrebbe avuto una bella maschera come l’Uomo Ragno o come Batman. Invece, la scienza sembra dimostrare che basta un paio di occhiali. Forse.

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Superman/Clark Kent nella “versione” Christopher Reeves

Robin Kramer e Kay Ritchie dell’Università di New York ci hanno voluto costruire sopra un esperimento scientifico, per capire quanto un semplice paio di occhiali possa ingannarci. Nei loro laboratori hanno sottoposto a un semplice test le loro cavie, un gruppetto di volontari, che guardando coppie di fotografie di volti dovevano semplicemente dire se si trattasse o meno della stessa persona. Le immagini mostravano due persone senza occhiali, due con occhiali o una coppia “mista”, una con e l’altra senza. Bene, la capacità di riconoscere la stessa persona se si trattava di immagini “miste” è risultata sensibilmente più bassa. Nel caso in cui entrambi i volti avessero o meno gli occhiali, l’accuratezza delle risposte è stata attorno all’80%, una percentuale compatibile con la letteratura. Ma nel caso delle immagini miste, l’accuratezza scende. Quello che fa la differenza, quindi, è la piccola alterazione del volto dovuto alla presenza, o meno, degli occhiali. Praticamente quello che è successo a me quella sera a Udine.

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Esempio di immagini dell’esperimento di Kramer e Ritchie

Innanzitutto, quindi, mille scuse a Jerry Siegel e Joe Shuster: la vostra soluzione non era così male, dopotutto. Ma siamo proprio convinti? Rispetto agli altri casi, in cui entrambi i volti hanno o non hanno gli occhiali, la coppia “mista” di facce porta a una riduzione del 6% nell’accuratezza. Un valore statisticamente significativo, ci fanno sapere gli autori dello studio, abbastanza per poter dire che nel riconoscere un volto, gli occhiali possono essere un elemento di disturbo capace di farci sbagliare in alcuni casi. Il riconoscimento, comunque, non è così basso: l’accuratezza scende infatti solo al 74%. Quindi, cari Jerry Siegel e Joe Shuster, non vi possiamo salvare:  di tutte le persone che avevano visto Superman, circa 3 su 4 lo avrebbero potenzialmente riconosciuto!

Per quanto riguarda me, invece, il fatto di non aver riconosciuto A. rientra quindi in quel 26% di casi, secondo gli autori dello studio, in cui gli occhiali si rivelano un travestimento efficace. Pensando a Superman/Clark Kent, mi sento un po’ come Lois Lane fino a quando non scopre tutto…

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Ecco Superman che si toglie gli occhiali e svela alla fidanzata di Clark Kent la sua doppia identità!

 

[Da Oggiscienza.it]