Un cellulare su cinque e una console su quattro in commercio sono falsi

Lo dicono i dati dell’OCSE presentati a fine marzo 2017

Quasi un cellulare su cinque e una console per videogiochi su quattro venduti nel mondo sono contraffatti. Lo mostrano i dati del rapporto sul commercio dei falsi nel settore dell’Information e Communication Technology che l’OCSE ha pubblicato in occasione del Forum mondiale sulla corruzione e l’integrità 2017. Secondo l’organizzazione internazionale si tratta di un problema che è in crescita e ha ricadute su consumatori, produttori e le finanze pubbliche.

Ma non si tratta solamente di cellulari e console per videogiochi. Il rapporto OCSE mostra come sia tutto il settore dell’elettronica di consumo e della componentistica a essere colpito: batterie, cavi e caricatori, ma anche stampanti e fotocopiatrici, oltre che telecomandi e apparecchiature per la riproduzione audio. “Una varietà di falsi nel settore ICT, che va dai cellulari e gli smartphone, fino ai transistor e ai circuiti stampati”, scrivono gli esperti OCSE, “ponendo in alcuni casi, come per le batterie, anche problemi di salute e sicurezza”.

Secondo questa nuova analisi dei dati del triennio 2011-13 effettuata dagli esperti dell’OCSE, a essere falsificato è il 6,5% dei prodotti del settore dell’ICT di consumo a livello globale. Un dato ben al di sopra del 2,5% che mediamente le analisi riscontrano in altri settori commerciali e che “continua a crescere per dimensioni e ambiti toccati”.

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La scienza e i dati sulla migrazione

Uno speciale di Nature racconta le difficoltà di misurare in modo preciso i flussi migratori

La preoccupazione crescente dell’«invasione» di rifugiati e migranti, raccontano i commentatori politici, ha aiutato l’elezione di Donald Trump (vedi l’articolo Un marziano alla Casa Bianca di Francesco Tuccari su Aula di Lettere) e ha avuto un peso nel voto sulla Brexit. Ma i dati mostrano una realtà diversa rispetto a questa narrazione. Lo dice uno speciale interamente dedicato al rapporto tra scienza e migrazione pubblicato dalla rivista Nature e disponibile online in forma completamente gratuita.

Non siamo di fronte al picco storico

«Il supposto aumento della migrazione e dello spostamento forzato di persone ci dice di più del panico morale sulla migrazione rispetto a quanto ci dicano sulla realtà». La dichiarazione di Nando Sigona, scienziato sociale dell’Università di Birmingham (Regno Unito), è riportata da Declan Butler nel suo articolo dal titolo Che cosa ci dicono di dati sui rifugiati. Per esempio, gli stessi esperti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) dichiarano che attualmente stiamo assistendo al più grosso fenomeno di migrazione mai registrato. Ma i dati riportati su Nature mostrano qualcosa di leggermente diverso, almeno prendendo in considerazione solamente i rifugiati:

Il numero dei rifugiati è cresciuto negli ultimi anni fino a raggiungere livelli simili a quelli visti all’inizio degli anni Novanta. I dati mostrati sono quelli forniti dall’UNHCR e non tengono in considerazione i palestinesi, che vengono contati da un’altra agenzia delle Nazioni Unite (Immagine: Nature)

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A letto col nemico. Otto donne su 10 uccise ‘in famiglia’

Nei primi dieci mesi del 2016, ogni due giorni una donna viene uccisa. Sono infatti 116 i femminicidi registrati dal 1° gennaio al 31 ottobre 2016, solo 4 in meno rispetto ai 120 dello stesso periodo dell’anno passato ( -3,3%). Lo racconta l’indagine “Caratteristiche, dinamiche e profili di rischio del femminicidio in Italia. Le tendenze 2016” realizzato dall’Istituto EURES Ricerche economiche e sociali.

Metà dei femminicidi è avvenuta nel nord del Paese, con la Lombardia a conquistare il triste primato con 20 omicidi, pari al 17,2% del totale, seguita da Veneto (13), Campania (12), Emila-Romagna (12) e Toscana (11). Nessuno, invece, registrato in Basilicata, Marche e Molise. In generale rispetto al 2015, si legge nell’indagine EURES, l’aumento più pronunciato si è registrato al Centro, dove si è passati da 15 a 23 femminicidi (variazione del 53,3%) e al Nord, con una variazione del 26,5%. Al Sud, invece, la maggiore variazione negativa: -44,6%.

Mappa dei femminicidi nel 2016

La distribuzione dei femminicidi nelle regioni italiane. Cliccando su ogni regione si può visualizzare il numero dei femminicidi registrati e il valore in percentuale rispetto al totale.

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Sempre meno soldi, sempre poco PIL investito in Ricerca

La ricerca italiana riceve un finanziamento nazionale ben sotto alla media EU e non accede ai fondi europei quanto gli altri Paesi

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L’Italia investe in ricerca e sviluppo soltanto l’1,27% del suo PIL. Crediti immagine: Public Domain

APPROFONDIMENTO – L’Italia è un Paese che, storicamente, investe poco nella ricerca. Lo raccontano i dati storici che avevamo mostrato qualche tempo fa e che riportiamo qui per contestualizzare i dati del Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2016 che l’ANVUR ha presentato lo scorso 24 maggio a Roma.

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All’interno dei paesi dell’OCSE, l’Italia copre il 18° posto in classifica con il suo 1,27% del PIL investito in ricerca e sviluppo, al pari merito con la Spagna e lasciandosi dietro solo Russia, Turchia, Polonia e Grecia: tutti gli altri Paesi economicamente avanzati investono di più. La media dell’UE a 15, per esempio, è del 2,06%, ma anche se allarghiamo lo sguardo all’UE a 28, la media (1,92%) rimane sensibilmente maggiore del valore italiano.

La situazione, però, non è omogenea su tutto il territorio italiano, come mostra questa mappa elaborata con i dati forniti dal Rapporto:

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Clicca sull’immagine per accedere alla versione interattiva della mappa.

“Il solo Piemonte”, si legge nel Rapporto, “presenta quote di spesa in R&S prossime alle medie dei paesi UE e OCSE”. Il resto del paese è, invece, in situazioni molto diversa.

Scarsa, sottolinea il rapporto, è la presenza di finanziatori diversi dal pubblico, almeno in confronto al resto del mondo, nonostante un timido riequilibrio verso standard internazionali, con “una graduale diminuzione della quota della ricerca pubblica e dell’istruzione superiore e un corrispondente lento aumento di quella del settore privato”.

Il ruolo del MIUR

Il Fondo Ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca (FOE), “raggiunge un massimo nel 2011, per poi decrescere negli anni successivi”. Per l’anno 2015, la somma è 1666 miliardi di euro compressivi.

La situazione complessiva di FOE, Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN), Fondo per le Agevolazioni della Ricerca (FAR) e dei Fondi per gli Investimenti della Ricerca di Base (FIRB) sono riassunti nel grafico sottostante:

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Le linee mostrano un andamento piatto nell’ultimo decennio, eccezion fatta per il FAR. Non si può certo parlare di investimento nella società della conoscenza. Si starà a vedere se la situazione cambierà con le promesse, continue, di questo governo.

I fondi UE

In questa situazione rimane fondamentale accedere ai finanziamenti europei. Sul fronte di Horizon 2020, appena cominciato, l’Italia, riporta il Rapporto, ha già avviato 5000 progetti, cui se ne devono aggiungere altri 1700 già approvati ma non ancora partiti, su un totale di 180 000 progetti finanziati da Bruxelles. I fondi derivanti da Horizon 2020 per l’Italia nel 2014 (dati Eurostat) sono pari a 456, 4 milioni di euro. Ma, nonostante il buon risultato, si tratta comunque di meno di quanto porti a casa la Spagna (570 milioni), la Danimarca (773 milioni) e poco di più dell’Estonia (415 milioni), solo per citare qualche esempio.

Segnala il Rapporto ANVUR, infatti, che nonostante il tasso di successo sia pari al 10,6%, questi sia “significativamente inferiore rispetto ad altri importanti Paesi europei”. In linea con i Paesi UE, invece, il tasso di partecipazione alle proposte: 12,7%. Il ritorno economico che ne risulta è di “0,66 centesimi (0,71 teorico) per ogni euro investito dall’Italia nel programma quadro”. Ovvero, riusciamo a riportare a casa meno della quota di finanziamento del fondo europeo che il Paese trasferisce in Europa.

Secondo il Rapporto ANVUR, il “divario maggiore si registra nel programma ERC del pilastro Excellent Science, dove la percentuale di progetti basati in Italia (in termini di finanziamenti) si ferma al 5% e il tasso di successo italiano è minore della metà di quello complessivo”.

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Clicca sull’immagine per accedere alla versione interattiva della mappa

 

I cervelli in arrivo: pochi

“La percentuale di iscritti ai corsi di dottorato provenienti da altri atenei o dall’estero, pur in lieve aumento, rimane insoddisfacente”. C’è poco da aggiungere a questo commento degli autori del Rapporto.

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Questa situazione permane, nonostante rispetto alla precedente VQR, la qualità dei collegi docenti “sia sensibilmente migliorata nel 2014”, ma si è “stabilizzata nel 2015”. Leggasi: non è migliorata.

La ricerca italiana nel panorama internazionale

Chiudiamo questa carrellata, che non può che essere sommaria, con la posizione che la produzione scientifica italiana occupa nel mondo. Nel triennio 2001-2003, il numero di pubblicazioni (dati SciVal – Scopus) italiane era 141 537, pari al 3,3% della quota mondiale, con una crescita annua del 7,4%.

Nel periodo 2004-2010 la situazione è migliorata, con la copertura del 3,5% della produzione mondiale, ma con un tasso annuo di crescita inferiore, il 5,8%. Il quadriennio 2011-2014 vede un calo sensibile del tasso (4,0%), ma l’Italia riesce a mantenere il 3,5% della quota mondiale.

Dato particolarmente positivo è quello relativo alla pubblicazioni su riviste eccellenti (presenti nel top 5% internazionale in base all’impact factor della sede di pubblicazione), che è superiore alle media mondiale. Forse un po’ meno pubblicazioni, quindi, ma di elevata qualità scientifica. Per il resto, calo di cui abbiamo scritto a parte, la performance italiana è in linea con i Paesi UE (“anche se di poco inferiore di Francia, Germani e Regno Unito”) e migliore dei Paesi BRIC e dell’Asia.

 

[da Oggiscienza.it]

Gli Europei di calcio in numeri

Il calcio d’inizio degli Europei 2016 è fissato per il prossimo 10 giugno. Se volete un riassunto delle “puntate precedenti”, potente fiondarvi in edicola a comperare la Lettura del Corriere della Sera, dove – in compagnia degli amici di TOMMI – abbiamo raccontato la storia della competizione con i numeri:

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Opportunità e difficoltà dei MOOC

Ci sono arrivati prima gli americani, come spesso accade in ambiti innovativi. Ma l’Europa ha seguito presto, quasi a ruota, con l’offerta di migliaia di corsi delle migliori università direttamente online, senza bisogno di spostarsi da casa e contenendo i costi. Come ci racconta Giulia Annovi nel suo ultimo articolo per #inFormazione, il progetto di Datajournalism.it che sta indagando il mondo della formazione, la parte del leone non la fa il Regno Unito, come ci si potrebbe aspettare da un paese che con la Open University ha cominciato a fornire costi a distanza fin dal 1969. È la Spagna a fornire oltre un quarto (28,2%) dei corsi della piattaforma Open Education Europa.

E l’Italia? Sono pochi i corsi offerti dalle università italiane e l’interesse su Google per i corsi online non è paragonabile a quello degli altri paesi europei. Posto che essere simili agli altri non è per forza un valore positivo, c’è un elemento che colpisce. Solo 51 corsi sono offerti in italiano sulla piattaforma OpenEducation Europa e, per gli strati della popolazione italiana che vorrebbero formarsi online, questo numero limitato potrebbe rappresentare un problema di accesso ai contenuti.

Sarebbe più bello che non ci fosse, e che le promesse di rafforzare a scuola l’insegnamento delle lingue straniere non ponesse delle barriere per gli italiani. Ma questo è il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui chi lavora per le università italiane, avendo così l’onore e l’onere di studiare e insegnare, potrebbe forse sforzarsi di più, organizzando e mettendo a disposizione più MOOC in italiano. In fondo, come racconta Giulia Annovi, non costano molto a livello economico. Costano sicuramente molto di più in termini organizzativi e logistici. Ma potrebbero essere una piccola opportunità per contribuire alla diffusione della cultura. Un nuovo canale di diffusione che in più non conosce il limite geografico e potrebbe veicolare contenuti anche lontano dall’ateneo di origine.

[da Datajournalism.it]

I numeri del Fondo di Finanziamento Ordinario della ricerca italiana

La spesa del Fondo di Finanziamento Ordinario destinato alle università italiane è cambiata poco dal 2008, ma è aumentata la cosiddetta quota premiale, assegnata in base alla valutazione della qualità della ricerca e della didattica

L’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca e dei Ricercatori (ANVUR) espleta il proprio compito di valutatore in cinque ambiti differenti. Si occupa dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), dell’accreditamento iniziale e della valutazione dei corsi di dottorato, della valutazione della ricerca dei Dipartimenti (la cosiddetta scheda SUA-RD), di compilare un rapporto biennale sullo stato della ricerca italiana e di valutare la qualità della ricerca (VQR) in periodi-campione quadriennali (ma è una durata soggetta a possibili variazioni). Quest’ultima parte, la VQR, è stata oggetto di pesanti contestazioni e di una sorta di “obiezione di coscienza” da parte di quella fetta di comunità scientifica che non trova corrette le modalità impiegate. Qui ci limiteremo a presentare una serie di numeri per comprendere meglio di cosa stiamo parlando quando facciamo riferimento ai finanziamenti che dipendono dalla VQR.

Fondo di Finanziamento Ordinario
Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è una delle principali fonti di finanziamento delle università italiane. La sua storia comincia nel 1993, con la Legge n. 573 del 24 dicembre, con la quale il parlamento italiano lo istituisce con lo scopo di coprire le “spese per il funzionamento e le attività istituzionali delle università, comprese le spese per il personale docente, ricercatore e non docente, per l’ordinaria manutenzione delle strutture universitarie e per la ricerca scientifica, ad eccezione della quota destinata ai progetti di ricerca di interesse nazionale – destinata a confluire nel Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (FIRST) (art. 1, co. 870, L. 296/2006) – e della spesa per le attività sportive universitarie”. È affiancato anche da un fondo per l’edilizia universitaria (lettera b) e da un fondo per la programmazione dello sviluppo del sistema universitario (lettera c), “relativo al finanziamento di specifiche iniziative, attività e progetti, compreso il finanziamento di nuove iniziative didattiche”.

Come ricostruisce il testo presente sul sito della Camera, la modalità di inserimento in Legge Finanziaria del finanziamento è variata nel corso del tempo. Al di là delle note tecniche di vita parlamentare, lo spartiacque importante è il 2010. Da allora, “una quota non inferiore al 7% del FFO, con incrementi negli anni successivi, è ripartita tra le università in relazione alla qualità dell’offerta formativa e dei risultati dei processi formativi, alla qualità della ricerca scientifica, alla qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche”, come si legge sul sito della Camera. Con interventi successivi, tale quota del 7%, la cosiddetta “quota premiale“, è andata aumentando fino al previsto 20% per il 2016, ma con una nota che indica nel 30% la quota massima così erogabile.

La grafica qui sotto riassume la situazione degli ultimi anni, sia dal punto di vista del cap. 1694 della Legge Finanziaria (che possiamo assumere come riferimento per l’FFO), che dell’andamento relativo di quota premiale e quota di base dell’FFO:

https://infogr.am/f2c09550-6f80-438e-9a91-8b7ad6e14c6c

Come si vede, l’andamento generale del finanziamento tramite FFO alla ricerca è variato, apparentemente, in modo non troppo consistente. Se prendiamo i due estremi, vediamo però che il finanziamento complessivo del 2015 (l’ultimo anno a disposizione sul sito del MIUR) è pari a poco meno del 93% di quello del 2008.

Una contestualizzazione più ampia
L’Italia è uno dei Paesi economicamente avanzati che, in generale (non solo per FFO), investe di meno in ricerca. Consideriamo per esempio il dato del 2009, 7513,1 milioni di euro, è pari allo 0,49% del PIL dello stesso anno. L’investimento complessivo in ricerca e sviluppo, il classico indicatore di questo settore che tiene in conto sia la parte di finanziamento pubblico sia quella privata, è pari all’1,26% del PIL (dato 2009) e ha un andamento praticamente piatto dagli anni Ottanta del Novecento:

https://infogr.am/6c132d74-88d3-46fc-b4b5-b7faf21b5b65

Il confronto con la media europea (circa 2%) vede l’Italia storicamente sotto tale valore. Di questa fetta, il 42,15% è di fonte pubblica, il 44,16% è di fonte privata, il restante 9,42% di fonte estera (dati ISTAT 2009). Per una contestualizzazione ancora più ampia, si può consultare questa elaborazione grafica dell’OCSE (cliccando sul pulsante ‘play’ al centro, si viene portati alla versione navigabile interattiva):

Human and Financial resourses for R&D

Com’è composto l’FFO
Secondo il Decreto Ministeriale dell’8 giugno 2015, n. 335 (“Criteri di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) per l’anno 2015”), il fondo complessivo a disposizione per l’anno 2015 era di 6 923 188 595 euro (quasi 7 miliardi). Questa è da ripartirsi in questo modo:

  • Art. 1: obbligazioni assunte negli anni passati, pari a 26 702 021 euro;
  • Art. 2: quota base FFO (4 910 393 516 euro, quasi 5 miliardi) da suddividersi “in proporzione al peso di ciascuna università come risultante dal modello del Costo standard di formazione per studente in corso” (25% del finanziamento) e in proporzione “al peso di ciascuna università riferito alla somma algebrica” della quota base 2014, intervento perequativo 2014 (vedi oltre) e eventuali altri interventi di consolidamento;
  • Art. 3: quota premiale FFO (1 385 000 000 euro)
  • Art. 4: intervento perequativo (105 000 000 euro, pari all’1,5% del totale delle risorse disponibili): intervento di riequilibrio del finanziamento tra le università;
  • Art. 5: incentivi per chiamate di docenti dall’estero (10 000 000 euro);
  • Art. 6: Programma “Rita Levi Montalcini” (5 000 000 euro);
  • Art. 7: assegnazioni per i consorzi interuniversitari (36 600 000 euro);
  • Art. 8: interventi a favore degli studenti diversamente abili e dislessici (6 500 000 euro);
  • Art. 9: costi dell’attività di valutazione dell’ANVUR (1 500 000 euro);
  • Art. 10: interventi previsti da disposizioni legislative (419 493 058 euro), di cui 171 748 716 euro destinati specificamente alla chiamata di professori di seconda fascia;
  • Art. 11: ulteriori interventi (5 000 000 euro): in pratica un fondo per interventi straordinari per gli atenei che ne abbiano fatto domanda.

La quota premiale

Il miliardo e 385 milioni di euro dell’art. 3 sono suddivisi in quattro indicatori, secondo la legge del 9 gennaio 2009, n.1:

art3
Dati: DM 8 giugno 2015, n. 335 (Allegato 1)

L’85% della quota premiale, la VQR del periodo 2004-2010 e la qualità della produzione dei reclutati, riguardano direttamente l’ambito della ricerca dell’ateneo e sono entrambi determinati dalla valutazione qualitativa effettuata da ANVUR. Per il 2015, queste due indicazioni si trovano nel Rapporto finale del 30 giugno 2013.

Le altre due voci riguardano invece la didattica dell’ateneo:

  • internazionalizzazione della didattica: l’indicatore è pari al valore medio del peso sul sistema di numero di studenti Erasmus, studenti iscritti con titolo di studio estero, numero Erasmus in uscita, CFU conseguiti all’estero nell’anno solare 2014 dagli iscritti 2013-2014 e numero di laureati dell’anno solare 2014 che hanno conseguito almeno 9 CFU all’estero;
  • studenti iscritti regolari con almeno 20 CFU conseguiti nell’anno solare 2014.

 

[da Oggiscienza.it]