L’Italia migliora nella difesa della comunità Lgtb. Ma non basta

Un salto in avanti molto significativo. È quello fatto dall’Italia nella tutela dei diritti delle persone omosessuali, trans, bisex e intersessuali. Un punteggio che passa da 20 a 27, in una scala percentuale, dell’indice Rainbow, che definisce la graduatoria tra 49 paesi della regione europea

con Elisabetta Tola

Un salto in avanti molto significativo. È quello fatto dall’Italia nella tutela dei diritti delle persone omosessuali, trans, bisex e intersessuali. Un punteggio che passa da 20 a 27, in una scala percentuale, dell’indice Rainbow, che definisce la graduatoria tra 49 paesi della regione europea. Lo stabilisce il rapporto annuale ILGA-Europe, branca europea dell’Associazione internazionale per i diritti delle persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Intersex, presentato in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, transfobia e bifobia (IDAHOT) e in apertura di un forum europeo sul tema che si terrà a Bruxelles dal 19 maggio.

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Così il digitale e lo smartphone hanno salvato la televisione

L’hanno data per spacciata perché le nuove generazioni non la guardano più, ma in realtà la televisione è in buona salute. Anzi, nel corso del 2016 gli italiani sembrano aver aumentato la quantità di contenuti televisivi nella propria dieta mediatica

L’hanno data per spacciata perché le nuove generazioni non la guardano più, ma in realtà la televisione è in buona salute. Anzi, nel corso del 2016 gli italiani sembrano aver aumentato la quantità di contenuti televisivi nella propria dieta mediatica. Lo indicano i dati dell’Osservatorio Social TV 2017 realizzato dal Digital Lab dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con SWG. Una percentuale tra il 67 e il 75% degli oltre 1300 soggetti coinvolti nella ricerca, infatti, ha dichiarato che nel corso dell’anno passato ha aumentato, e in alcuni casi anche di molto, la quantità di TV che consuma ogni giorno. Questo è particolarmente vero per i preadolescenti: uno su due, infatti, ha passato oltre mezz’ora in più al giorno di fronte allo schermo rispetto a quanto facesse nell’anno precedente.

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Alle startup europee piacciono i viaggi

In Europa una startup su quattro si occupa di viaggi e turismo, un settore che ha raccolto oltre 586 milioni di dollari solamente nell’ultimo anno. Con prospettive di crescita

Negli ultimi anni, pochi altri settori dell’economia hanno subito una profonda trasformazione come quello dei viaggi. Prima dell’era di Internet l’intermediazione delle agenzie era fondamentale non solo per prenotare i biglietti aerei, ma anche per acquistare i servizi a cui si era interessati. Oggi viaggiamo di più e online troviamo una miriade di siti che ci facilitano la prenotazione di viaggi e vacanze.

Secondo la Direzione Generale UE sul Turismo, il settore nel 2014 valeva il 3,3% del PIL europeo, ma raggiungeva il 9% considerando l’indotto. In Italia il settore turistico vale all’incirca il 10% del PIL. In termini di impiego, sempre considerando anche l’indotto, si parla del 10% della forza lavoro.

Non deve quindi stupire che poco più di una startup europea su quattro provenga dal settore dei viaggi, come racconta il report di Skift.com sullo stato del settore viaggi in Europa.

In termini di numero di startup create e finanziate, a dominare è il Regno Unito con quasi un centinaio di realtà. Ma il settore genera nuove idee di impresa un po’ in tutto il continente, Ucraina e Grecia comprese.

Prendendo in considerazione anche il primo quadrimestre del 2015, negli ultimi sedici mesi le startup europee del settore viaggi hanno raccolto quasi 600 milioni di dollari in finanziamenti, sebbene con un andamento disomogeneo.

Le aziende finanziate sono diverse tra loro per quanto riguarda il core business. Si va dalla vendita di biglietti dei treni online (Trainline, GoEuro) al carpooling di BlaBlaCar e all’app per la mobilità urbana (Hailo), dal motore di ricerca per biglietti aerei (Momondo) a quello per le case-vacanza e i pernotti (Wimdu, HouseTrip, Sykes Cottages) o le escursioni/visite guidate (GetYourGuide). Non manca il settore delle crociere (Dreamline by NetVacation), che secondo gli esperti di Skift è uno di quelli a maggior possibilità di crescita nei prossimi anni, forte anche di investimenti importanti: 3 miliardi di dollari attesi nel solo 2015.

Ad aprile il World Travel and Tourism Council, un’organizzazione che si occupa di studiare l’andamento del settore a livello mondiale, ha pronosticato un investimento di 2.100 miliardi di Euro nel decennio 2015 – 2025, pari al 5% di tutto l’investimento economico dell’Europa nello stesso periodo. Investimenti che significano anche oltre 33 milioni di nuovi posti di lavoro (sempre 2015 – 2025): chissà che una fetta non arrivi dal settore delle startup.

[da Wired.it]

Wired fa luce sulla roulette russa della sanità italiana

Il nostro sistema sanitario è uno dei migliori del mondo ma se capiti nell’ospedale sbagliato le tue chance di morire possono essere anche cinque volte più alte della media nazionale per il medesimo intervento. In arrivo online l’applicazione di Wired per navigare tutti i dati

[Da Wired.it]

La sanità italiana è tra le migliori del mondo, seconda solamente a quella francese secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma questo dice poco della situazione reale, perché ogni paziente si cura in un preciso ospedale e, tra una struttura e l’altra, le statistiche di mortalità possono essere diversissime. I dati raccolti dall’Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali attraverso il suo Programma nazionale esiti (Pne), mostrano una sanità italiana a macchia di leopardo, in cui a strutture di eccellenza se ne affiancano altre dove la mortalità supera anche di cinque volte la media nazionale. E in una situazione di prolungata crisi economica come quella attuale, conoscere il risultato della spesa sanitaria è il primo passo per capire dove intervenire.

Wired ha perciò acquisito questi dati, mai rilasciati ai cittadini, e ne ha ricavato un’applicazione web e mobile che sarà presentata al prossimo Wired Next Fest.

«L’analisi dei dati», ha spiegato Francesco Bevere, direttore di Agenas, a margine della presentazione dell’ultimo rapporto sul Pne, «ci può consentire di programmare e riorganizzare il sistema e, quindi, l’allocazione delle risorse».

Tra i 131 diversi indicatori utilizzati nel Pne, nei due grafici in questo articolo abbiamo scelto di mostrare l’andamento tra il 2008 e il 2013 della mortalità collegata ad alcuni dei principali interventi a livello nazionale come l’intervento per l’infarto acuto, lo scompenso cardiaco, l’ictus ischemico, la broncopneumopatologia cronica ostruttiva (BPCO), la frattura del femore. Alcuni di questi rientrano tra i grandi killer, in termini di numeri assoluti, individuati dalle statistiche dell’OMS.

Così abbiamo individuato le migliori e le peggiori strutture d’Italia per le singole patologie e le abbiamo indicate sul numero di maggio del magazine. Emerge che per alcuni indicatori gli ospedali del Nord sono tra i migliori, ma emergono anche eccellenze nel Sud e pecore nere in Lombardia, Veneto, Piemonte. L’inchiesta #Doveticuri di Wired sarà l’occasione per approfondire le storie dietro a queste situazioni.

Il ministro Beatrice Lorenzin e il direttore scientifico del Pne, Marina Davoli, invitano a non fare classifiche: «Non tutti fanno le stesse cose e nessun ospedale va male in tutto o bene in tutto». Allo stesso tempo, questi dati sono l’unico strumento, anche se imperfetto, per valutare la gestione delle aziende sanitarie rispetto alla mortalità media nazionale.

Il ministero non ha mai reso questi dati davvero accessibili ai cittadini (“su sito web dedicato accessibile, attraverso l’autenticazione con credenziali, a tutte le Istituzioni e i soggetti accreditati del SSN“) argomentando che il rischio è «provocare allarme», come nel caso delle ipotetiche classifiche. Ma qui a Wired, riteniamo che la trasparenza su quanto si muore negli ospedali italiani sia di interesse pubblico come contribuenti, ma anche e soprattutto come possibili pazienti.

La finanza della Champions: il Davide-Juve contro i Golia spagnoli e la delusione inglese

[Da Espresso.repubblica.it]

Quasi fine stagione calcistica e tempo di fasi finali di Champions League, con l’Italia che grazie alla Juventus torna a giocarsi la finale della maggiore competizione europea. Ma tralasciando per un attimo i valori tecnici e trattando le squadre come delle aziende quotate in borsa, come sono andate le cose?

Partiamo da un’analisi della rivista americana Forbes che ha stilato la Top 10 mondiale dei club di calcio in termini di valore delle squadre. Non si sta quindi parlando di entrate o spese in stipendi, ma del valore complessivo di ogni singolo club. Delle quattro semifinalisti di Champions League di quest’anno, tre occupano le prime posizioni, mentre la Juventus si accomoda al nono posto con i suoi 837 milioni di euro, davanti all’unica altra italiana, il Milan.

L’adagio degli ultimi anni vuole che per vincere, soprattutto in Europa, servano tanti soldi. E a giudicare dalla classifica, la relazione appare confermata. Per questo motivo, il cammino della Juventus 2014/15 sembra ancora più importante. Qui sotto abbiamo ricostruito gli scontri in semifinale e la finale in termini di valori economici a confronto. La Juventus vale circa il 25% del Real Madrid che ha eliminato e il 25% circa del Barcellona che affronterà in finale. È proprio il caso di parlare di Davide contro Golia.

Se facciamo un ragionamento sul sistema-paese per i top club, le distanze tra Premier, Liga, Bundesliga e Serie A appiano chiaramente. Il solo Bayern di Monaco vale più della somma del valore di Juventus e Milan. Complessivamente i due top club italiani della classifica di Forbes valgono un quinto delle squadre inglesi (che però sono 5) e un quarto delle due spagnole.

In questo particolare mercato, le due sorprese sono la già menzionata impresa juventina e la generale delusione dell’Inghilterra, che a fronte di un valore complessivamente più alto non ha prodotto nemmeno una semifinalista, anzi nemmeno una squadra inglese è arrivata ai quarti. L’andamento deludente è confermato anche dal ranking UEFA dell’ultimo grafico (che tiene in considerazione anche l’Europa League), in cui la parabola discendente dell’Inghilterra e quella ascendente dell’Italia fanno da contraltare all’andamento altalenante di Spagna (che comunque è rimasta sempre prima o seconda nelle ultime stagioni) e Germania.

Libertà di stampa: in Italia sempre peggio

[Da Datajournalism.it]

Non facciamoci illusioni: se nel mondo, come abbiamo visto nel nostro precedente articolo «Stampa e libertà: un binomio sempre più in crisi» è chiara la correlazione tra rispetto dei diritti civili e libertà di stampa, è evidente che il nostro paese non brilla certo né per le une né per l’altra. Nonostante l’apparenza democratica, l’Italia è un paese “partly free”, solo parzialmente libero sotto il profilo della libertà di stampa. Un dato che non ci può più nemmeno sorprendere. Perché non si può più parlare di una situazione congiunturale: l’Italia negli ultimi anni ha occupato posizioni basse, anzi sempre più basse, nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa. “C’è una chiara situazione di debolezza”, sottolinea Stefano Corradino, direttore del magazine online di Articolo21, l’associazione che ha lo scopo di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero.

La fotografia di questa situazione è la posizione che l’Italia occupa nella classifica stilata da Reporters Withour Borders dal 2002. Mai la situazione è stata così grave. E non dipende solo dai criteri con cui è stilato questo rapporto, secondo Stefano Corradino. Anche altre ricerche e rapporti confermano la sostanza: il nostro è un Paese sempre meno libero sotto il profilo dell’informazione.

È da una quindicina d’anni che si monitora in maniera costante la libertà dell’informazione nel mondo, ma “se vogliamo dare una data d’inizio a questo ulteriore trend di peggioramento della situazione italiana”, prosegue Stefano Corradino, “possiamo indicare il primo governo Berlusconi”. Motivo? Il mai normato conflitto di interessi di cui l’allora presidente del consiglio era portatore. In altri paesi, quando non esisteva una normativa che tutelasse la democrazia dagli accumuli di poteri di questo tipo, è stato naturale realizzare una legge. “Da noi il conflitto di interesse è stato sbandierato anche nell’ultima campagna elettorale come uno dei temi su cui era necessario intervenire”, dice Corradino, “salvo poi non passare mai ai fatti”.

A questa “metastasi della democrazia”, come la chiama Corradino, si affiancano altri problemi. Primo fra tutti le minacce ricevute dai giornalisti. I dati raccolti da Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio promosso dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti, mostrano un trend preoccupante, con già più di cento casi di minacce riportati in questo scorcio di 2015. Proprio i dati di Ossigeno, relativi all’anno 2012, erano già stati utilizzati in un bel lavoro di Jacopo Ottaviani, Isacco Chief e Andrea Fama, «Ma chi me lo fa fare». Tristemente, la situazione è perfino peggiorata da allora.

Tra gli ultimi casi da registrare ci sono le minacce che hanno costretto Sandro Ruotolo ad avvalersi della scorta e l’auto e lo scooter di Lorenzo Vitto date alle fiamme a Reggio Calabria. Ma come racconta Raffaella Della Morte di Ossigeno, il repertorio è vasto e include i pedinamenti, le minacce esplicite, l’uso della violenza. I dati mostrano un aumento preoccupante dei casi negli ultimi anni ma ciò nonostante, spiega, “c’è una scarsa sensibilità alla tematica nella nostra società”.

Il metodo più subdolo per mettere il bavaglio ai giornalisti è, però, la querela temeraria. Querelare un giornalista per una presunta diffamazione è un diritto sacrosanto dei cittadini, ma per come è formulata la “legge italiana permette di usarla come intimidazione preventiva”, spiega Corradino. “Si tratta di un meccanismo che ha il potere di disincetivare il giornalista ad occuparsi di certi temi” per la paura di trovarsi a fronteggiare lunghi e lenti processi civili. Così, magari, invece di occuparsi della “tangentopoli che è ancora viva e vegeta, dei rapporti tra politica e criminalità si preferisce dedicarsi alla cronaca rosa o ad altro”. Quel tipo di giornalismo che nel film Fortapasc di Marco Risi viene definito da “giornalisti-impiegati”. Altrove, come nel sistema anglosassone, si sono introdotti meccanismi cautelativi che impediscono questo uso della querela: chi querela deve depositare una somma che può arrivare anche al 50% dei danni richiesti. E se il procedimento termina con un esito favorevole al querelato, chi querela deve risarcire a propria volta i danni.

Ma c’è anche una scarsa solidarietà tra gli stessi giornalisti. Ci racconta Raffaella Della Morte che “alcuni giornalisti vivono il ricevere una querela di questo tipo come una cosa da tenere nascosta”. Quasi una “macchia” che non deve essere vista dagli altri. Bisognerebbe che ci fosse più attenzione, anche tra colleghi, e che venisse evitata quella situazione di isolamento che il cronista minacciato spesso vive.

Un esempio recente degli effetti dannosi delle querele è la situazione paradossale in cui si trovano i giornalisti ed ex direttori dell’Unità che oggi devono rispondere economicamente in prima persona per le querele rivolte al giornale quando ci lavoravano. Una situazione dovuta al fallimento della società editrice del giornale, che quindi non tutela più i propri giornalisti e che mette in evidenza anche la fragilità della libertà di informazione quando le difficoltà economiche diventano un’altra tessera del puzzle. “Molte testate, specialmente quelle piccole, sono assillate da problemi di sussistenza quotidiana”, sottolinea Corradini, “e molti giornalisti precari corrono rischi in prima persona per pezzi pagati pochi euro”. Se il problema esiste per chi lavora come dipendente di una testata è ancora più drammatico per i free lance, che non hanno praticamente mai nessuna copertura legale da parte degli editori per i quali lavorano.

Come uscire da questa situazione? O, per lo meno, come far guadagnare qualche posizione all’Italia nella classifiche? Serve un intervento legislativo sul fronte del conflitto d’interesse, elemento che ha un peso grande nel giudizio sulla libertà di stampa che all’estero danno dell’Italia. Serve sicuramente un intervento di tutela dei giornalisti dalla querela temeraria e serve anche una maggiore solidarietà per scongiurare le minacce. “E poi servirebbe una nuova governance della RAI”, chiude Corradino, “in cui il consiglio di amministrazione non sia più sotto il controllo politico, magari sul modello della BBC. Ma mi pare che non ci siano intenzioni in questo senso”.

Aiuterebbe anche una maggiore cultura di che cosa voglia dire tutelare l’interesse pubblico, l’interesse di ogni cittadino che i politici non abusino della loro posizione, che il potere economico venisse esercitato dentro i limiti della legalità, che le minoranze venissero tenute in debita considerazione. Servirebbero più osservatori attenti, analisti accorti, investigatori cocciuti, cittadini consapevoli: servirebbero più giornalisti giornalisti e la consapevolezza del loro ruolo nell’Italia in cui viviamo.

Immagine: Christen Farmer

L’Italia campione mondiale della ricerca spaziale

Secondi i dati di Sciencewatch, l’Italia produce l’11,6% di tutti gli articoli scientifici nel settore space science. Merito della tradizione e della preparazione dei ricercatori nostrani

[Da Wired.it]

La ricerca italiana nel settore “space science” copre oltre l’11% della produzione mondiale di articoli scientifici del settore. Lo dicono i dati riportati da Sciencewatch.com, servizio di analisi della produzione scientifica realizzato da Thomson Reuters. A completare il podio virtuale sono le neuroscienze (5,98% della produzione mondiale) e le scienze geologiche (5,92%).

Per “space science” dobbiamo pensare a tutte le discipline che si occupano dello spazio, dall’astronomia e l’astrofisica ai viaggi spaziali (come testimoniano gli astronauti italiani) e l’esplorazione dell’universo. Questo risultato non stupisce Patrizia Caraveo, direttore dell’istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) a Milano. La space science italiana conta anche 4 highly cited scientist (su 100 nel mondo) mentre nelle altre discipline il contributo italiano è, in media, meno del 2%”. “Gli scienziati spaziali e gli astrofisici italiani sono preparati, determinati e gioiscono delle scelte fatte anni addietro di partecipare a missioni, spaziali e non, che si sono rivelate dei fantastici successi”. E proprio la Caraveo è una di quei 4 scienziati.

Sempre Sciencewatch, dice che la space science italiana, in termini di pubblicazioni, dà un contributo più alto del 40% rispetto agli altri paesi nel medesimo settore. Un dato che viene superato solamente dal 47% della medicina clinica, un settore dove si pubblica moltissimo e nel quale spesso le ricerche hanno bisogno di grandi numeri di pazienti arruolati.

Questo tipo di analisi sono sempre da prendere con le pinze e dividono anche la stessa comunità scientifica. Da una parte sono uno strumento quantitativo efficace per misurare il lavoro dei gruppi di ricerca e dei singoli scienziati; dall’altra dicono poco della qualità del singolo lavoro. Anche l’impact factor, l’indice di proprietà della stessa Thomson Reuters che misura il numero medio di citazioni da una rivista scientifica, è da alcuni anni oggetto di critiche, soprattutto sul suo uso per valutare i singoli articoli o il singolo ricercatore.

Ma la buona tradizione italiana nelle space science è confermata anche dai dati di SCImago, un portale che analizza e crea indici sulla ricerca scientifica dei paesi a partire dal contenuto di Scopus, un database di abstract e citazioni scientifiche tra i più vasti al mondo.

SCImago prende in considerazione un periodo più lungo, 1996 – 2013, ma come si vede nel grafico, l’aumento della produzione italiana in space science è evidente, e nel periodo 2009 – 2013, si è sforato quota 2000 paper in due occasioni.

In termini generali, sempre secondo SCImago, l’Italia nel 2013 ha prodotto 92.906 articoli scientifici. Un performance che ci pone all’ottavo posto mondiale, dietro all’India, ma con lavori che vengono molto più citati. Viste le difficoltà finanziarie della ricerca in Italia c’è quasi da gridare al miracolo.