Liberalizzazioni: l’Italia è ultima in Europa

via wired.it/economia

A fotografare le problematiche italiane nei confronti delle liberalizzazioni, basti ricordare che in tempi recenti chi ci ha messo di più la faccia è un ex-ministro come Pier Luigi Bersani. Era il 2006 e l’ex-segretario del PD occupava la poltrona di Ministro dello Sviluppo Economico per il governo Prodi.

Il decreto “Cresci Italia” del cosiddetto governo dei professori, quello di Monti, è rimasto largamente sulla carta a un anno di distanza dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e oggi, all’interno della compagine del PD c’è un ritorno di fiamma di questa tematica, anche se la recente polemica Renzi-Letta sembra in realtà confondere le liberalizzazioni con le privatizzazioni.

Quello che è sicuro è che quella delle liberalizzazioni, nell’ultimo ventennio, è un lunga sequela di risultati insoddisfacenti o di veri e propri fallimenti. Lo confermano i dati presentati oggi dall’Istituto Bruno Leoni di Milano che ha creato una classifica dell’Europa a 15 in cui l’Italia fa la propria comparsa all’ultimo posto:

Carlo Stagnaro, direttore delle ricerche dell’Istituto, ha indicato come quella delle liberalizzazioni “un segno delle tante opportunità perse dal nostro Paese, che ha quesi sempre scelto di tutelare lo status quo e limitare gli spazi di reale competizione”. La ricerca prende in considerazione nove settori. Sul fronte nazionale, si fanno notare lo 0% nel settore televisivo e l’11% in quello del lavoro.

Sempre Stagnaro, con una punta di ironia, ha sottolineato che questa situazione è paradossalmente positiva: “siamo talmente indietro che le liberalizzazioni contengono un enorme potenziale di crescita”. Potenziale che oltre alle regolamentazioni e alla possibilità di competere in un mercato aperto, deve sempre fare i conti con la burocrazia. Anche sotto questo aspetto, l’Italia non brilla. Secondo quanto riportato dal sito dell’Unione Europa, allo sportello “Avviare un’impresa”, un portale dedicato alle regolamentazioni necessarie per aprire un’azienda nei Paesi membri, l’Italia risulta all’ultimo posto per i costi da sostenere. Secondo l’Europa, in tutti i Paesi membri si dovrebbe poter aprire una nuova azienda in meno di 3 giorni lavorativi sostenendo un costo massimo di 100 euro. Come mostra questo grafico, le cose non stanno davvero così e gli oltre 2000 euro necessari per cominciare a “fare impresa” sono un ulteriore ostacolo per un Paese davvero competitivo.

Da notare l’ironia di quell’unico giorno che sarebbe necessario per aprire un’azienda in Italia. Sulla carta c’è anche uno sportello amministrativo unico al quale rivolgersi. Nella pratica, all’italiana, sappiamo che le cose sono un po’ diverse.

Guida Michelin 2014, l’Italia di riempie il piatto di stelle (con i pantaloni)

L’Italia fa scorta di stelle. Il 5 novembre è stata presentata alla stampa la nuova edizione, la cinquantanovesima, della Guida Michelin (foto: Gettyimages). Rispetto all’edizione del 2013, sulla quale abbiamo basato il nostro La grande cucina porta i pantaloni, le novità sono 29 nuovi ristoranti stellati: si passa da 307 a un totale di 329.

Dei nuovi ristoranti stellati, solo tre hanno in cucina uno chef donna: Maura Gosio (Petit Royal di Courmayer), Bruna Cane (I Caffi ad Acqui Terme) e Maria Cicorella (Pashà di Conversano). Le stelle soppresse che erano appannaggio di chef donna nel 2013 sono due, per cui il totale delle donne che dirigono una cucina stellata passa da 48 a 49, passando da 15,6% a 14,8%. Insomma: aumenta il divario tra uomini e donne ai fornelli doc, come mostra il grafico.

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Stelle Michelin: la grande cucina italiana porta i pantaloni

Lo chef italiano, specie se stellato, è maschio. I giudici del fenomeno Masterchef (che riprende a dicembre) sono tutti maschi. Le star della cucina ospitate in prima serata nei talk show sono sempre uomini, dai nostrani Gianfranco Vissani e Gualtiero Marchesi fino al fenomeno globale Jamie Oliver, passando per il molecolarista Ferran Adrià. Alle donne è riservato un ruolo più casalingo: nelle varie prove del cuoco dell’ora di pranzo, in cui di solito non si fa alta cucina, ma si va alla scoperta di ricette facili e veloci da portare in tavola per il resto della famiglia.

È solo una deviazione mediatica o le grandi cucine sono davvero dominio dei maschi? Per capirlo abbiamo trasformato in dati la Guida Michelin, una delle bibbie della ristorazione nel mondo. Tra una settimana uscirà l’edizione 2014, ma nell’edizione 2013, uscita all’inizio di novembre 2012, i ristoranti stellati in Italia sono 307. Quelli in cui troviamo una donna al comando sono solo 48, appena il 15,6%. Accanto a loro vi sono cinque ristoranti in cui la cucina è gestita contemporaneamente da una donna e un uomo: marito e moglie, o fratello e sorella. In sostanza appena più del 17%.

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OpenRicostruzione: un laboratorio opendata per le smart city

Italia generosa, Italia solidale. È il leitmotiv che risuona ogni volta che un pezzo di questo Paese viene sconvolto da un cataclisma: le iniziative di solidarietà si moltiplicano e vengono trovate risorse inaspettate come mostra il progetto OpenRicostruzione sostenuto da Action Aid e presentato oggi alla Smart City Exhibition di Bologna. L’occasione è perfetta, perché uno dei pilastri fondanti del modello di smart city è proprio la trasparenza dell’amministrazione.

In Emilia, dopo il terremoto dello scorso anno, sono arrivate 7882 donazioni, registrate sul conto corrente dedicato della Regione Emilia-Romagna. La raccolta è stata complessivamente di 40.800.521 euro che sono arrivati dagli sms solidali, da concerti ed eventi di finanziamento, da sottoscrizioni di associazioni, aziende, gruppi di vario genere, quando non semplici cittadini che hanno messo mano al portafogli per aiutare i comuni colpiti come mostra l’infografica di Mirco Bianchini (la versione completa è scaricabile qui).

La fonte dei dati è il sito che Regione e ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) hanno costruito per monitorare questo flusso di denaro . Sono informazioni e dati pensati per un uso amministrativo, ma che la Regione in uno sforzo di trasparenza ha accettato alimentasse un sito come Open Ricostruzione che permette a chiunque di monitorare la destinazione e l’uso di ogni singola donazione o di vedere lo stato di avanzamento di uno dei 435 progetti di ricostruzione. Ma quanto contano quei 40 milioni di euro? La stima dei danni aggiornata al 15 settembre è di 371.429.629 euro. Le donazioni, quindi, contano per il 10,9% dei danni totali.

In alcuni casi, però, le donazioni sono state sufficienti a coprire per intero le necessità della ricostruzione, come per la casa protetta del comune di Modena (200.000 euro), il municipio e il cimitero monumentale di Boretto (RE) (100.000 euro) o la chiesa e l’oratorio di Brescello (RE) (300.000). Nel caso di Ferrara, la copertura delle donazioni è addirittura al 123% dei danni stimati.

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Il girovita degli italiani

Globesity: epidemia di obesità a livello mondiale. Autore della definizione è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che l’ha usata per la prima volta in un report pubblicato nel febbraio del 2001. L’allarme è suonato in seguito all’analisi dei dati a disposizione dei ricercatori: dal Secondo Dopoguerra fino alla fine del secolo il girovita degli abitanti del pianeta si è allargato in modo preoccupante. Certo, ci sono distinguo da fare tra i Paesi in cui questo fenomeno è più evidente e altri in cui lo è di meno, ma anche i paesi meno ricchi dal punto di vista economico, e perciò ritenuti per lungo tempo immuni all’obesità, hanno visto moltiplicarsi pance, rotolini, maniglie dell’amore e così via. Basti pensare che nella più recente rilevazione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in fatto di peso corporeo è il Messico a guardare dall’alto la classifica. Più di due messicani su tre (il 69,5% della popolazione over 15) è sovrappeso o obeso. Secondi in classifica gli Stati Uniti d’America, con un 69,2%, ma se si considerano solamente gli obesi (34%) equivale a parlare di circa 78 milioni di abitanti: praticamente tutta la popolazione italiana più altre due volte tutti i lombardi. Per la cronaca la media dei paesi OCSE di sovrappesi e obesi è il 51,4%.

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